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L’uomo che trema

mercoledì, ottobre 17th, 2018

“Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza”. Alla fine sono queste 15 parole a racchiudere il viaggio in cui Andrea Pomella ci accompagna, come un mesto Virgilio, nella sua “depressione maggiore”. Un viaggio agli Inferi con un pochino di ritorno. Ma poco. Per 200 pagine “L’uomo che trema” ci fa affacciare  sul baratro di se stesso. Quello di chi vede la propria vita “come un fastidioso disturbo che rompeva il silenzio. E quindi eliminare il disturbo e ripristinare il silenzio era l’unico senso che avrei attribuito alla mia morte”. Poi ogni tanto il sollievo di uno spiraglio, il filtrare di una piccola luce. Che spesso si chiama Grazia, sua moglie, e sempre si chiama Mario, il suo bambino.

Senonché, mi costituisco spontaneamente, subito dopo aver comprato il libro ho scoperto che Grazia io la conoscevo: sì, era proprio lei. Ma com’era possibile? (Grazia non è la Grace che conoscete qui sul blog eh, è il bel nome de plume che le dà l’autore nel libro). Mai, negli anni in cui l’ho frequentata, ho neanche lontanamente immaginato che dietro quella sua energia, quella sua positività, quel suo biondo incedere, si nascondessero giornate così. Così come? E’ difficile descriverle: e infatti Andrea Pomella ce le fa direttamente provare.

Avrete capito che con queste premesse la mia presunta obiettività, il distacco, l’imparzialità -qualora fosse mai possibile averle leggendo un libro- sono definitivamente compromesse. Ma andiamo avanti.

Sono panni e scarpe dolorose, quelle nelle quali sono stata trascinata per 200 pagine. Che mi sento un peso sul petto anche solo a riparlarne ora con voi. E sì che il libro l’ho finito da dieci giorni. Ma la sola idea di ripercorrere quei passi scrivendovene mi era inaffrontabile. E sì, lo confesso, la prima lettura è stata prevalentemente un’ansia di pedinare e scoprire quella Grazia della quale non mi ero accorta mai. Solo leggendolo la seconda volta ho scoperto lo scrittore.

“Io sono sempre il mio primo ostacolo (…). La misura della complessità di ogni cosa, dalla più piccola alla più grande, crea l’insorgere dello spavento” dice di sé. Ma contemporaneamente, in quel buio, Andrea Pomella riesce ad aprire un varco, spesso col machete di una inaspettata lucidità, con la musica, la letteratura, la filosofia. Tutto serve a cercare e trovare un gancio. Un gancio per tentare di risalire. E spesso farcela.

E se è difficile non voler ancor più bene a Grazia, alla sua mano tranquilla posata sulla di lui nuca che però me la sono sentita pure sulla mia, è praticamente impossibile sottrarsi alla tenerezza di Mario, persino per una childfree come me.

“Quando mi vede alzare il flaconcino dell’antidepressivo e contare in controluce le gocce che cadono nel bicchiere, Mario mi chiede se quella è la medicina per il mal di pancia. Spesso, vedendomi disteso sul divano, privo di forze, totalmente incapace di muovere un muscolo, prende i suoi personaggi di Star Wars e si mette a giocare sopra di me. La mia pancia diventa il pianeta Naboo su cui Qui-Gon Jinn, Obi-Wan Kenobi e il malvagio Darth Maul si sfidano a colpi di spada laser”.

E, mi perdonerà l’editore, è con questa immagine e non con quella della copertina del libro che possiamo lasciarci qui. Per farci trasportare nuovamente fra le pagine:


Andrea Pomella
L’uomo che trema
Einaudi

10 cose da portare per viaggiare da sole. Anche se restate dove siete

giovedì, giugno 16th, 2016

1 Non bisognerebbe mai sottovalutare la capacità degli uomini di sottovalutare le donne.

2 Uno degli effetti collaterali di rimanere vedova si un uomo con cui non si è sposati è che non si è vedova. Non si è niente.

3 A volte noi donne ci dimentichiamo le istruzioni per l’uso dell’intelligenza, dell’astuzia, della simpatia.

4 Forse è meglio mangiare le ostriche in due invece che da soli ma non mangiarle del tutto è ancora peggio.

5 Se la tristezza ti deve fare da commensale, tanto vale invitarla in un buon ristorante piuttosto che a una tavola calda.

6 La solitudine non è uno stato d’animo da cercare o da fuggire, è, banalmente, uno stato di famiglia.

7 Viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia.

8 Le città sono come gli uomini, il modo migliore per sedurle è farle parlare di sé.

9 Non c’è dolore che non si sciolga nell’acqua calda di un bagno.

10 Imparate a farvi compagnia.

(da “Io viaggio da sola” di Maria Perosino. Che oggi sono due anni che ha continuato a viaggiare da sola ma per sempre)

Maria Perosino taccuino

Maria Perosino

Bugiarda no, reticente

venerdì, luglio 31st, 2015

Bugiarda no, reticente. La migliore autosintesi clorofilliana in tre parole: che infatti compongono il titolo del suo libro. Quello di Franca Valeri. Che oggi compie 95 anni. La citazione del titolo è della mamma della Franca:

«Le affermazioni della mamma erano considerate storiche nell’ambito modesto della storia familiare. Per esempio ha detto: “La Franca non è bugiarda, è reticente”».

Il libro me l’ha regalato la mia amica Rita. E Da allora, da cinque anni, se ne sta fisso sul comodino a monitorarmi le serate con quello sguardo acuto e di sbieco.

Franca Valeri

Insomma tutto quello che di lei c’è da dire lo ha già detto lei. Direi che, per festeggiare questi 95 anni di intelligenza continua, bastano tre righe. Le sue. Quelle dedicate alla grande emergenza nazionale e planetaria, la maleducazione.

“La maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati”.

Partire da ferme

martedì, giugno 16th, 2015

Portarsi addosso una sconosciuta. Non ve lo so spiegare meglio, quello che mi è successo con Maria Perosino. Storica dell’arte e scrittrice. Scrittrice di viaggi. E di vita. C’è che un giorno, non tanto tempo fa, sentii fare il suo nome da qualche parte (no, non mi ricordo niente peggio di Nora Ephron). Dopo pochi giorni lo sentii rifare da due amiche che ne parlavano sull’autobus citando il titolo di un suo libro. IL suo libro: “Io viaggio da sola”. Senonché mi tuffai su Google e iniziai a cercarla. Nello stesso tempo aprii il socialcoso dell’uccellino, Twitter, e tra le notifiche c’era scritto “Maria Perosino ha iniziato a seguirti”. Un messaggio chiaro, tipo: “ho capito, se aspetto te stiamo fresche”.

Cliccai il tastino bianco di Segui che virò in blu: ci eravamo trovate. Non ricordo (ve l’ho detto, è un disastro) quanti giorni ci seguimmo. Ricordo che appresi che stava uscendo un suo nuovo libro. E io ancora dovevo comprare “Io viaggio da sola”. Ma continuavo ad aspettare nonsisacché. Un giorno entrai da Feltrinelli al grido di “Mi dia Io viaggio da sola della Perosino” con la stessa determinazione di un rapinatore da “Caccia il malloppo” ma, quando quello me lo consegnò, lo sfogliai e lo rimisi a posto. E pensai

-No, non è ancora il momento

Non so che caspita stessi aspettando. Ma quel pensiero di lei e del libro era ormai quotidiano e fisso. Però mi appuntai la data di uscita del nuovo, ormai mancava poco, e scrissi sull’Agenda

16 giugno – Le scelte che non hai fatto

Ed è stato così che giusto la mattina del 16 giugno di un anno fa, uscendo per portare finalmente a compimento sta missione, arrivarono dal socialcoso dell’uccellino quattro agghiaccianti parole: “E’ morta Maria Perosino”.

Non so dirvi che sbigottimento è perdere una persona che non hai mai avuto. Ma che hai sfiorato. Che stava lì, a portata di clic, e non hai raggiunto mai. Pensando di aver tempo. E che ne avesse lei. Che aveva la mia età.

Maria Perosino. Una a cui il viaggiare ha salvato la vita, anzi ne ha regalato un’altra (vi ricorda qualcosa?). E che mi ha definitivamente convinta del fatto che, spesso, per cambiare vita basta iniziare cambiando valigia. Perché «è il trolley l’invenzione che più di ogni altra, pillola anticoncezionale inclusa, ha contribuito alla liberazione delle donne».

Maria Perosino. Che ci ha consegnato il passaporto per vivere bene. Anche e soprattutto da sole. Partendo da ferme, all’occorrenza. Che “Viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia”.

Maria Perosino taccuino