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Iran, dove “le idee sono come l’acqua”

martedì, settembre 9th, 2014

Oggi siamo qui. Con questo:

“Il femminismo è obsoleto. E Shahla Sherkat non deve più scriverne”. Così ha sentenziato la censura della Repubblica Islamica dell’Iran nel cui mirino è finita il direttore di “Zanan-e Emruz”. Accusata di “femminismo” dagli ambienti ultraconservatori per aver scritto a favore dei diritti delle donne. Da qui la decisione dell’apparato giudiziario di processarla a Teheran davanti ad un apposito “Tribunale per i media”.

Quando ho letto la notizia ho pensato a Tahmineh e a una cena a casa sua, a Teheran. Tahmien ha 25 anni ed è laureata in Ingegneria idraulica, si occupa di acquedotti e grandi opere. Ma il suo capolavoro infrastrutturale, per quella sera, fu il Gormeh sabzi, un piatto a base di agnello variamente assemblato con spinaci, fagioli, cipolla, curcuma e coriandolo.

Si mangia seduti in terra sul tappeto del salotto, scarpe lasciate all’ingresso. A cena ha invitato, oltre me, alcune amiche. Tra i 20 e i 30 anni, tutte laureate, tutte con un impiego. Sono la carampana della situazione. Sono anche l’unica intabarrata nel velo: il loro è appena poggiato in cima alla crocchia di capelli variamente acconciata. Sono l’unica non truccata, l’unica non fumatrice. Una Flinstones occidentale. Accanto alla sfilata di sublimi pietanze c’è una scrivania con un computer acceso. Accanto al computer una finestra dalla quale fa capolino una parabola. Accanto alla parabola satellitare una libreria. Piena. Da una borsa spunta un tablet. Da ogni tasca un telefonino.

“Il femminismo è obsoleto. E Shahla Sherkat non deve più scriverne”, ripensavo a quell’accusa oggi. Paradossalmente è proprio così: perché sotto tanti aspetti il femminismo, in Iran, è già storia quotidiana di diritti acquisiti di fatto. E’ il velo che arretra sempre più sui capelli freschi di acconciature. E’ il trucco che avanza. E’ il filtro aggira-divieti per collegarsi al proibito Internet e alla vietata parabola.

A ogni divieto corrisponde una spinta uguale e contraria: chiudi una rivista, nascono dieci siti. Censuri un film, si schiudono cento download. Chiudere e proibire: due verbi che abitano al tribunale dei media. Ma non nelle case, nelle borsette, sulle scrivanie.

Sostanzialmente come svuotare mari con cucchiaini. Mentre la “rivoluzione” avviene, giorno per giorno, altrove. Perché, per dirla con una collega ingegnera idraulica come Tahmineh, “le idee sono come l’acqua: se tenti di bloccarne il flusso da una parte, quella si incanala da un’altra”.

@LaveraMeriPop

Foto Professor Pi

Da divorziata a libera: cronaca di un’illuminazione sulla via del Notaio

martedì, aprile 29th, 2014

Oggi su Donneuropa.

Con questo:

Avete presente quegli atti notarili di famiglia per i quali è necessario presentarsi in venti, in rappresentanza di tre generazioni in prevalenza donne, stile film della Comencini, onde poter effettuare la vendita della particella 47 del bisnonno Gustavo? Tale era il consesso riunito in un paesino attorno al notarile tavolo presieduto dalla declamante Notara.

Arrivato il turno di declinare le generalità della vostra quiScrivente, la Notara chiedeva
-Stato civile?
al che la quiScrivente, un po’ esitante, iniziava ad autodenunciare
-Divorziata…
quando la Notara chiosava
-Libera, signora, Libera

E avete presente i momenti nei quali in un attimo vi passa davanti la storia? Non solo quella di famiglia e personale ma proprio quella che siamo noi, nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso. Perché per la prima volta mi sono sentita combaciante con il mio stato civile: libera. Che, ci ha tenuto a specificare la Notara forse per placare il moto di entusiasmo che mi aveva preso:

-Sia chiaro, non è comunque nubile
-Direi infatti che è meglio, signora Notaro
sentivo uscire dalla mia voce

Libera. Per la prima volta. Che fino a un certo punto sono stata nubile, cioè senza marito, accezione privativa. Poi sono stata coniugata. Dunque sempre in funzione della presenza di un altro. Libera è invece quel piccolo segno di civiltà che, uscito da un percorso accidentato e sofferto giusto 40 anni fa, arriva fin dentro di te e si impossessa financo della burocrazia notarile oggi.

Ed è stato a quel punto che mia madre, presente nelle tre generazioni Comencini attorno a quel tavolo, si è rivolta a un’altra astante di età tra la mia e la sua, e le ha detto:
-Vede, quando ho votato a quel referendum mai avrei immaginato che un giorno sarebbe servito a poter fare di mia figlia una donna Libera. Io, che – ha chiosato guardando mio padre- di quel diritto non ho per fortuna dovuto usufruire mai.

La storia siamo noi, attenzione. Siamo noi queste croci nell’urna. Che pensarono più a me che a sè. Che la storia non si ferma davanti a un portone. E tantomeno davanti a un seggio difficile. E infine sfonda la porta e un giorno entra anche nella stanza del Notaro.

E dunque grazie. Grazie a tutti quelli che ieri hanno fatto di me, oggi, una donna Libera.

@LaveraMeriPop

Limo, no grazie

sabato, marzo 8th, 2014

Oggi siamo qui. Con questo:

La prova del nove è arrivata, tre giorni prima del D day, con un titolo dell’insertoViaggi di quotidiano progressista che, alla voce Piemonte, titolava a sei colonne: “Piccole fughe per far festa tra donne”. La sagra quotarosata nelle Langhe era stata preceduta poco prima dalla mail invito di un club enologico a base di “8 marzo, cena con tour panoramico in Limo rosa a soli 40 euro”. Limo. Decisamente più comodo e glamour degli zoccoli neri sfrangicaviglie che difficilmente esponenti femmine al disotto dei 45 anni ricorderanno.

Dice facciamo il punto sull’8 marzo. Il punto sull’8 marzo non è quello che significa e quello che è stato ma, per dirla con Paula Fox, “Quello che rimane”. E per ora rimane non solo ma soprattutto un fastidioso appaiamento commerciale. Un 14 febbraio col bigliettino delle frasi fatte della Perugina senza manco il Bacio. Che in questo caso è l’apostrofo eroso tra le parole mo’ basta.

Quello che rimane è il quotarosismo che obbliga i maschi a nominare le femmine facendole sparire dalla quota neutra delle persone-adatte-per. Dice ma sennò non ci si arriva per niente.

Quello che rimane sono, a latere, anche illuminati televisionari che, a una donna che possieda la bellezza, son pronti a giustificare qualsiasi cosa tranne la possibilità dell’intelligenza.

E pure a chiedere un po’ in giro nella stretta cerchia delle sopravvissute agli zoccoli sfrangicaviglie, quello che rimane è percepito spesso come un contentino stinto.

Poi, per carità, c’è anche un chiaro anzi giallo poster di dichiarazione d’intenti – spiace precipitare così nelle citazioni ma qui corre l’obbligo – di gruppo umoristico impazzante sui socialcosi, “Tua madre è leggenda”, che mirabilmente riassume lo spirito con il quale ci si accosta la maggior parte degli uomini:

(continua qua)

@LaveraMeriPop

Separarsi all’Avvento si è rivelata una svolta

martedì, dicembre 24th, 2013

Qui. Su Donneuropa. Ribadimmo il concetto. Perché non si dica Ma non avevo mica capito che dovevo fa’.

I Natali più insieme che abbia mai trascorso sono quelli da quando sono sola, nel senso spajata. Per quei meccanismi ancora non codificati da un algoritmo ma ben certificati nelle statistiche dei mollati, di norma il periodo nel quale si concentrano separazioni, divorzi e lasciamenti di sorta, coincide con le festività natalizie (seguono quelle pasquali). Dunque quella che aveva tutte le caratteristiche per rivelarsi la madre delle mazzate, cioè la separazione durante l’Avvento, si rivelò in realtà la svolta.

Dopo un mese di piagnistei e auto fustigazioni optai per la mossa della disperazione (che se ci sono i viaggi della speranza ci sono ancor più questi altri): parto. Da sola. Cioè con un gruppo di sconosciuti ma da sola. Dove vado? Dove non sembri Natale, tanto per cominciare, dove faccia caldo, siano atei e non arrivi il tg1. Fu così che l’Havana dispiegò proprietà terapeutiche inaspettate: intanto già a ventiquattr’ore dall’atterraggio al posto della boccetta di Rescue Remedy pasteggiavo col mojito e posso assicurare che la prospettiva vista da un bicchiere è senz’altro migliore di quella osservata da una boccetta.

Poi ci fu il fatto che con me viaggiavano diciannove sconosciuti che ancora oggi sono una delle migliori compagnie che mi sentirei di consigliare a chiunque. E c’è che mentre cammini, ovunque, invece di sentire Capezzone al telegiornale senti Guantanamera per strada. Il che in certi frangenti fa la differenza.

Al punto che quando tornai e mi riappalesai ai miei familiari, un giorno alcune amiche di mia sorella si riunirono a casa sua e mentre una si lamentava variamente di sventure maritali, l’altra disse

“Senti, secondo me dovresti andare in erboristeria, farti dare qualcosa”

A quel punto si avvicinò mia nipote, anni 8, e disse

“Senti secondo me dovresti andare a Cuba”

E lei “Perché tesoro cosa c’è a Cuba?”

“Ah non lo so ma a mia zia ha fatto benissimo”

Il primo essendo stato sfangato in questo modo, decisi di confermare l’andazzo per i Natali successivi. In ogni posto, inoltre, qualcuno del gruppo della situazione – e ogni volta ho viaggiato con partecipanti diversi e nuovi – si è sempre premurato di tirarsi dietro dall’Italia un pandoro. Particolarmente apprezzato fu quello che Silva estrasse in piena Etiopia da uno zainetto, completamente acciaccato fino a sembrare un panforte.

Ed è così che, da qualche anno, dal mio pranzo del 25 essendo definitivamente estinta la lasagna in brodo di nonna e mamma, mi è capitato di mangiare ‘njera in Dancalia e vermi caramellati e carne di coccodrillo nell’Omo river ma mai come in questi anni mi sono sentita “a casa”. Ovunque fossi. E mai come da quando me ne sono allontanata ho riprovato persino nostalgia, del Natale. Che, sia chiaro, resta l’allarme Defcon uno (Attacco in corso) per chiunque abbia ingaggiato dolenti battaglie con il proprio stato civile.

Ma alla fine, quando hai fatto pace con te stesso, è probabile che tu sia pronto per farla persino con il Natale. Dunque Auguri. Auguri a tutti. Anche quest’anno nel quale mi sento pronta a riaffrontare la festaiola orgia qui. Con l’opportuno indennizzo della lasagna in brodo.

@LaveraMeriPop

L’altra metà del cielo decida anche in terra

venerdì, novembre 15th, 2013

Non è un argomento a prima vista appaiabile a un blog sentimentale e invece potrebbe rivelare delle sorprese.

Lei è una delle donne più potenti della Chiesa, si chiama Maria Voce ma non parla quasi mai. Stavolta però due cosette me le ha dette. Tipo: ma quale donne sacerdote, cerchiamo piuttosto di entrare dove si decide sul serio. Non le piacciono le quote rosa (manco a me): ma il Movimento dei Focolari, del quale è Presidente, è l’unico che abbia stabilito per Statuto che a guidarlo sarà sempre una donna. Ha preso 3 voti, nel senso castità povertà obbedienza, ma sprona le donne in politica a prenderne il più possibile:sono più brave e più attente alla “felicità”. Gli uomini? Esercitiamoci “a collaborare” con loro.

L’intervista è qui.

Come affrontare la crisi e trovare una via di shampoo

venerdì, ottobre 25th, 2013

Oggi siamo qui.

Per dire che quando la crisi incalza, quella del parrucchiere rischia di essere una delle prime spese a saltare. Eppure è proprio quando non puoi più permettertelo che ne avresti più bisogno: per restituirti quell’immagine di te che forse anche tu hai perso dietro mille difficoltà e preoccupazioni.Dunque Taglio solidale: taglio e piega a 8 euro. Il terzo mercoledì di ogni mese, quando arrivare al quarto inizia a diventare difficile. Otto euro di cui 3 netti vanno al Centro di ascolto uomini maltrattanti. E se è vero che “c’è un posto nel tuo cuore dove tira sempre il vento”, alleggeriti sulla testa e un po’ anche nell’anima, può aiutare a correrci, dietro al vento. E sembrare una farfalla. Grazie a Riccio Capriccio. E a Donneuropa.

Riccio Capriccio