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L’Iran e le donne Sansone

venerdì, novembre 8th, 2013

Lo so che vi ho sbomballato abbastanza sull’Iran solo che oggi dice che forse fanno l’accordo sui controlli nucleari. Eppure la vera arma di cambiamento in Iran credo sia da unì’altra parte: sotto al casco dei parrucchieri e sotto al velo. Un Paese nel quale le donne possono diventare avvocato ma non giudice e la cui testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo: ma è lo stesso nel quale puoi vedere una nonna al parco che sorveglia il nipote mentre legge la Divina Commedia tradotta in farsi. Il velo arretra e si appoggia sulla crocchia. La cultura delle donne avanza. E potrebbero essere proprio loro a sorprendere tutti. Pure gli Imam.

Piccolo reportage qui, soprattutto fotografico.

Grazie a Flavio Favero e Pietro Zecca. Che a noi Berengo Gardin ce spiccia casa

Mare amaro

giovedì, agosto 29th, 2013

2 agosto – Mar Caspio, Astara

E’ sulla spiaggia di Astara, arrivati sulle rive del Mar Caspio, che ciò che avevamo finora captato delle e sulle donne in Iran compie il salto definitivo passando da “tradizione culturale” ad “apartheid”. Non avrà certamente aiutato il fatto di approdarci in una giornata senza sole ma il buio che ho visto calare quel pomeriggio non ha eguali.

Sbarcati su una sorta di stabilimento balneare anni ’50 il primo cartello che ci accoglieva sulla spiaggia era la linea Maginot dell’impensabile: spiaggia uomini-spiaggia donne:

E che Caspio - Foto Iraj

Entrambe recintate e schermate a sguardi indiscreti, parti in mare comprese. In mezzo un lembo di terra di nessuno nel quale era tollerato deambulare entrambi, ovviamente le donne completamente coperte.

Ma mentre la parte uomini era molto più spaziosa, compresa quella in acqua, quella delle donne – inaccessibile- era limitata a non più di cinque metri dalla riva: gli uomini si vedono nuotare, schiamazzare, rincorrersi in acqua ma dalla parte delle donne non arriva neanche un suono.

A quel punto la componente viaggiante femmina decideva di chiedere di poter entrare: la parte donne ha una sorta di Check Point Charlie di accesso, un gabbiotto presidiato dalla polizia femminile che ci guardava avvicinarci tra l’incredulo, il diffidente e l’incuriosito. Da una sorta di bugigattolo si affacciava una poliziotta in chador nero con in più uno stemma giallo. Ci squadrava da capo a piedi e diceva che, se volevamo entrare in spiaggia,  dovevamo lasciare tutto all’ingresso, soprattutto macchine fotografiche e cellulari. Optavamo per l’entrata a turno: alcune dentro altre fuori a reggere borse compresa la qui presente. Mentre dunque reggevamo, contestualmente tentavamo l’inizio di una conversazione con le poliziotte: loro, là dentro, erano parecchie e anche su di giri. Scattava quello che non riesco a spiegarmi e piegarvi se non con il termine complicità femminile.

La poliziotta che sembrava la più rigida e inflessibile, alta, occhiali scuri, tutta nera, infine cedeva: vabbuò, entrate pure voi con tutte ‘ste borse ma scortate e vigilate da noi. E acconsentivano persino a farsi una foto insieme:

Spiaggia di Astara, con la polizia femminile - Foto Poliziotta

Ed è a quel punto che ci appariva davanti agli occhi una striscia di spiaggia requisita, schermata e circondata di pesantissimi teli azzurri con, in fondo, uno spicchio di mare rubato. In acqua c’erano poche donne, in costume intero, che al massimo potevano appozzarsi per un bidet perché l’acqua, nella zona dove era loro consentito spingersi, arrivava al massimo fino ad altezza ginocchio.

Non c’era nessun suono di mare, nessuna risata, nessun gioco in acqua, nessun rincorrersi, nessuna vita. Non c’era spazio né profondità neanche per una bracciata: sono lì come nell’ora d’aria a passeggiare avanti e indietro in un mare che è triste e spento pure lui. Dead woman walking.

Mi sono chiesta perché. Non perché gli uomini le ritengano meritevoli di quel trattamento ma perché loro lo accettino anche al mare: perché, ragazze mie, ci andate, in quel mare, in quel modo, in quella ulteriore tristezza? Perché una famiglia non può trascorrere un giorno insieme sulla spiaggia? Di cosa avete paura?

I fischietti dei poliziotti maschi, nella zona di spiaggia dove si poteva deambulare maschi e femmine, suonavano in continuazione perché qualche donna metteva un piede in acqua.

L’unica voglia e tentazione che metteva quel posto, vi dico la verità, era scappare via. Eppure loro erano là.

Nel frattempo eravamo uscite dal bunker per ricongiungerci alla componente maschile che ci aspettava accanto al pullman. Nasser e Baktash avevano allestito un bel picnic a pane, formaggio e cocomero, buonissimi.

Eppure anche io me ne stavo là, con una rollata di pane e formaggio in una mano e una fetta di cocomero nell’altra, e piano piano non riuscivo più a sentire il sapore di niente. Continuavo a guardare questi occhi tristi che vagavano nel tempio della libertà, che dovrebbe essere una spiaggia e che invece diventava il teatro in cui stava andando in scena il più grande spettacolo di segregazione a cielo aperto cui mi sia mai capitato di assistere.