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La vita è mo’

lunedì, settembre 30th, 2013

Più che durante l’udienza di divorzio la vera tempra del primate definitivamente separato emerge durante il primo weekend dopo l’udienza. Perché è lì, in quello spazio recintato tra il sabato mattina e la domenica sera, il primo da stato civile Libera, che si esprime tutta la potenza dell’ “E mo’?”.

Che anche questo va detto: dopo un definitivo No si affaccia sempre, da qualche parte, il momento dell’E mo’? E’ come se tutti i file archiviati nel “poi, dopo” si rianimassero in contemporanea dicendo “aò, dopo è mo”.

Che non è esattamente un adesso, come baglionescamente è agli atti della storia della canzone italiana. E che poi anche questo va confessato: dopo intensive ripetizioni e innamoramenti folgoranti di Bruce e di Freddie, di Springsteen e Queen, di Pink Floyd e quant’altro, poi esci dal tribunale e ti aggredisce a tradimento Baglioni, che “ti domandi adesso chi sei tu” “che spingi avanti il cuore”, ma prima di tutto l’avvocato.  E che “sei tu nel tempo che ci fai più grandi e soli in mezzo al mondo” pure “con l’ansia di cercare insieme un bene più profondo”.

E insomma è un po’ come se là, dentro ai polverosi faldoni della giustizia civile, fossero stati definitivamente archiviati anche tutti gli alibi.

Dunque la vita è mo’. E tu hai tutto un intero weekend libero da riempire di sti mo’. E’ così che parte la convocazione ai rinforzi: le amiche, il Settimo Cavalleggeri dell’ “E mo’?”. Perché nessun tomo di autoaiuto e nemmeno le 503 pagine di Donne che corrono coi lupi possono eguagliare la chiarezza di idee che proviene dallo stare fermissima un’ora con Dani, per dire, davanti a una biretta. Nè Robin Norwood e il bodyscanner delle Donne che amano troppo potrà mai competere con la presa in ostaggio di Patrì davanti a un pollo arrosto di domenica a pranzo.

E al “non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso” meglio impiegarne due di seguito a ritrovare loro. Che sareste pure voi. Cioè l’oro.

Infine consegnerei alla storia -ivi condensando tutti gli sms, le ore al telefono, i messaggini sui socialcosi e i regalini e le supercalifragilistichespiralidose cose che vi siete inventati in questo e nei precedenti weekend comprensivi delle molteplici cazzate che pure con voi ho fatto e per le quali sono stata da voi graziata, specie da uno-  dicevo vi consegno il fatto che alla fine di una giornata di sfinimento chiacchiere, andando via da casa sua, Patrì è tornata indietro, ha aperto il freezer e mi ha detto

-Meripo’ ti piacciono gli hamburger?

-Si perché?

-Beh visto che non ti piace cucinare almeno fai questo arrosto stasera, è facile, ce la puoi fare

con ciò infilandomi nella borsa un pluriavvolto hamburger biologico doc ghiacciato

Ed è così che arrivata a casa ed eseguite tutte le operazioni di cottura, salato, insaporitolo con le erbette provenzali, sfumatolo col vino francese, mi godevo quella deliziosa vista della crosticina sopra e sotto in mezzo alla quale sarebbe sgorgato il buon sughino. E una volta messolo nel piatto con una pioggerella di insalatina stare lì per inforcarlo dicendo

-oh, certo mi dispiace rovinare questa crosticina

e poi accorgersi che si, l’avevo cotto con i dischetti di plastica sopra e sotto

Donne che amano male

lunedì, maggio 20th, 2013

E’ che per questa storia dell’ex miss riempita di botte dal compagno fino a ridurla in fin di vita che però poi ci ripensa, ritira la denuncia e lo perdona, al netto di un’asportazione di milza, è da stamattina che in tante analisi viene accostato il libro “Donne che amano troppo” di Robin Norwood, uno dei tomi più diffusi al mondo sul tema delle dipendenze affettive. Senza che peraltro, purtroppo, questa mondiale ed epocale diffusione abbia in qualche modo inciso sulla diminuzione delle statistiche del troppismo. Si continua a dipendere. E a ricadere nella dipendenza.

Dovete perdonarmi ma è da stamattina che questa storia dell’amare troppo a me suona male, malissimo. Perché il “troppo” fa quasi eroismo: quanto lo amo? Troppo. E il troppo si sa stroppia. Ma non uccide. E qui invece poi uccide. Pure. E allora non sarebbe meglio dire che se ti spappola la milza ma lo assolvi non stai amando troppo ma semplicemente stai amando male, malissimo?

Troppo non mi crea quel rifiuto che dovrebbe. Perché è opposto a “poco”. Male si. Perché, almeno, è opposto a bene. Il bene che non ci vogliamo e non ci facciamo quando amiamo non troppo ma quando amiamo male. E anche sul verbo “amare” dovremmo riflettere.

Questo troppo inoltre ha sempre la recidiva. E concluderei con la mail che poco fa mi ha convinta a dirla, una cosa, anzi a farla dire a lui, su questa storia che ci fa stare non troppe ma male:

Cara Meri,
la storia di questa ragazza che perdona il suo carnefice perché lo ama e ci torna insieme, ha fatto riemergere dall’archivio della mia memoria una “Rosaria” con cui sono stato tanto tempo fa, una delle tante Rosaria, appena uscita dalle grinfie di un uomo manesco. Una ragazza normalissima, simpatica, intelligente. Poi con me la storia finì.
L’ho ritrovata qualche anno fa. E stava con un altro. Uguale. Non a me: a quello di prima. La “mia” Rosaria mi ritorna in mente ogni volta che sento queste storie troppo frequenti. E ho paura di chiedermi perché. Perché si ricaschi nell’orbita attrattiva di un altro carnefice.
Giovanni