Posts Tagged ‘donne’

Giornate

sabato, novembre 25th, 2017

Questa foto.
E’ la foto più lunga della storia: per farla ci abbiamo messo circa quindici giorni: 14 giorni 23 ore e 55 minuti per trovare e scegliere ciascuna un paio di scarpe rosse adatte alla circostanza e 5 minuti per far scattare gli Andrei.
E’ stato uno dei momenti umanamente più belli in (omissis) anni di lavoro (e, fidatevi, so’ parecchi).
Le femmine. Che cosa meravigliosa.

Sul fatto poi che nel 2017, arrivati sulla luna su Marte e dentro alla particella di Dio, ci sia bisogno di una Giornata internazionale contro la violenza sulle donne stendiamo un velo pietoso. Darwin, da questo punto di vista sei ‘na sòla.

Donne salto

Franca Viola, il No che ci ha rese più libere. Ma che è a rischio ogni giorno

lunedì, settembre 11th, 2017

E’ la donna che con No ha fatto cambiare la sua storia, quella del codice penale e quella dell’Italia, catapultandoci -con una sillaba- dall’oscurantismo a uno spiraglio di luce. Franca Viola, da Alcamo, classe 1948, figlia di due coltivatori. Ha 15 anni quando si fidanza con un ragazzo del suo paese, Filippo. Filippo Melodia, nipote di un mafioso. Motivo per cui dopo un po’ lo arrestano. A quel punto il primo No lo dice il papà di Franca, che le fa rompere il fidanzamento. Scandalo, ricatti, angherie, emarginazione per tutta la famiglia. Siamo -vorrei ricordarvelo- nel 1965, millenovecentosessantacinque, ma ancora funziona così, in Italia.

Funziona così al punto che il 26 dicembre 1965 Filippo con alcuni suoi scherani rapisce Franca e il fratellino. Il piccolo lo rilasciano quasi subito lei invece la chiudono in un casolare e la violentano ripetutamente. Cinque giorni dopo la riportano ad Alcamo. Della violenza non si sta occupando nessuno, il punto è che lei ora è “disonorata”. Ve lo ricordo, stiamo per scavallare il 1965.

Il padre di Franca viene contattato dalla famiglia di Filippo per “la paciata”, cioè per far la pace tra famiglie e procedere al matrimonio riparatore. Insisto: della violenza non si occupa nes-su-no. L’articolo 544 del codice penale dell’Italia, in pieno boom economico, Paese ormai in piena ascesa economica, prevede che il matrimonio estingua il reato di sequestro di persona e violenza carnale. Reato estinto per la legge e onore restituito.

E’ qui che arriva quel No: è Franca Viola da Alcamo la prima donna in Italia a dire di No alla “paciata”, al matrimonio riparatore e a un destino segnato. Lei, supportata da un padre illuminato, insiste nel suo No.

Il resto è storia del diritto, della giustizia, delle donne, del riscatto, d’Italia, del mondo. Perché la storia di Franca, da Alcamo, inizia a viaggiare ovunque e a portare quel vento fresco di libertà.

Il processo ai sequestratori, lungo e a tratti umiliante, si svolge a Trapani. Lei lo affronta a testa alta. Al termine i suoi sequestratori saranno tutti condannati, Filippo Melodia morirà ucciso anni dopo da un colpo di lupara non dal babbo di Franca (c’era ancora pure il “delitto d’onore”), ma da da ignoti.

“Non fu difficile decidere -racconta in questa intervista-. Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana: non potevo radermi se non c’eri tu, mi disse. Cosa vuoi fare, Franca? Non voglio sposarlo. Va bene: tu metti una mano io ne metto cento. Questa frase mi disse. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta. Voleva solo il bene per me”.

Lei ha sposato l’uomo che amava. Lo diamo per scontato, oggi, ma per lei non lo era affatto. Ha dovuto pagare a caro prezzo anche l’amore: “Ho un marito meraviglioso. Nei giorni del processo e anche dopo mi arrivarono tante proposte di matrimonio, per lettera. Giuseppe però mi aveva aspettata. Io non volevo più maritarmi, dopo. Gli dicevo: sarà durissima per te. Ma lui mi ha detto non esistono altre donne per me, Franca. Esisti tu”.

Dopo il No di Franca Oronzo Reale, allora ministro, propone di abolire la norma del codice penale sul matrimonio riparatore. Ma dovremo aspettare fino al 1981. Millenovecentoottantuno. Abbiamo avuto il matrimonio riparatore fino al 1981. E abbiamo dovuto aspettare il 1996 -1996- per far approvare la legge che fa dello stupro un reato contro la persona e non contro la morale.

L’8 marzo del 2014 Franca Viola è stata nominata Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana da Giorgio Napolitano, perché “il suo coraggioso gesto di rifiuto è stato una tappa fondamentale nell’emancipazione delle donne italiane.”

Si dice che la vita sia il 10% cosa che ti accade e il 90% come reagisci. Franca Viola con quel suo 90% ha cambiato una parte della storia e della storia del diritto di questo Paese.

Quanto le devono le donne mi pare abbastanza chiaro. Moltissimo. E’ invece il momento di pensare a quanto poco basti per vanificare tutti questi sacrifici. Lo scorso weekend, dopo i drammatici fatti di Firenze, ne abbiamo avuto una drammatica, amara, sconcertante prova.

Franca Viola

Il punto G, Gesummio

giovedì, luglio 27th, 2017

Pensate a quando di questo tratto di era evolutiva scriveranno: andarono su Marte, trovarono la particella di Dio, il segreto del Dna e affermarono il diritto delle donne a fare sesso anche dopo i 50 anni.

 

Aneste sia

mercoledì, luglio 19th, 2017

Savona, in sala operatoria si accorge che l’anestesista è donna e lui la rifiuta”.
Ma infatti: operatelo da sveglio.

Dottor Tersilli

Il dottor Tersilli

Nilde Iotti, il fascino dell’intelligenza

martedì, giugno 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/30

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato: venne eletta proprio il 20 giugno del 1979 Presidente della Camera (lo è stata per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata).

Ma Nilde Iotti è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.

Nilde Iotti

Ipazia di Alessandria, il martirio della scienza

mercoledì, marzo 8th, 2017

Storie calme di donne inquiete/5

Ad uno dei suoi allievi follemente innamorato di lei, essendosi dimostrato vano ogni tentativo di dissuaderlo, alla fine un giorno a lezione portò “uno di quei panni che le donne usano per il sangue mestruale e glielo parò davanti” dicendogli “In definitiva è di questo, ragazzino, che ti sei innamorato, di niente di sublime”.

Ipazia di Alessandria. Una così, sedici secoli fa. Matematica e astronoma, scienziata e filosofa, sapiente e politica coi controcavoli, la prima insegnante “pubblica”, tanto amata quanto odiata. Scomoda.

Ipazia di Alessandria

Di lei sappiamo con certezza poco (persi quasi tutti i suoi scritti) ma poche come lei hanno acceso fantasia, curiosità e passione in saecola saeculorum. Forse a motivo della sua morte, una delle più efferate della storia. Perché questa donna geniale e carismatica, innamorata della scienza, del sapere e della verità anziché di un uomo e non disponibile ad alcun tipo di “conversione”, stava diventando un modello pericolosissimo. Una scienziata femmina. E appassionata divulgatrice del sapere matematico, astronomico e filosofico, una Pieroangela e una Mariacurie tutto insieme. Troppo, evidentemente. Sei stata la prima scienziata vittima del fondamentalismo religioso, scrisse Margherita Hack.

In questa storiaccia c’è certamente l’invidia di un vescovo, Cirillo, e il servilismo di uno zelota, tal Pietro. E dunque un giorno Pietro aizza “un’orda di scellerati” monaci fanatici, scrive Silvia Ronchey citando Diderot, e se ne mette a capo. La turba “aspetta Ipazia sulla soglia di casa, si avventa su di lei mentre sta per entrare, la afferra, la trascina nella chiesa chiamata Cesareo, la spoglia, la sgozza, la smembra e la brucia”.

Bastava dire Sì. Convertirsi, lasciar perdere, non intestardirsi. E invece. Quanta paura gli hai fatto, Ipazia? E quanta continui a farne, dopo 16 secoli, tu e tutte le donne di scienza, quelle che pensano e quelle che sanno dire dei No? Bastava dire Sì. Ma oggi non saremmo qui, a far sentire ancora la tua voce.

Larga la Strada, stretta la via

martedì, marzo 8th, 2016

Emma Strada, prima laureata europea in ingegneria, al Politecnico di Torino nel 1908.

I miei auguri vanno a un uomo, al Professor Pi, perché abbia sempre più Emmestrade alle quali dire “In nome del popolo italiano la dichiaro…”.

Ingegnera Emma Strada

I nipoti di carta

giovedì, dicembre 11th, 2014

“Mia madre, a chi le chiede ‘Quanti nipoti hai?’ risponde sempre ‘Due: una in carne e ossa e uno di carta’, con ciò riferendosi alla figlia di mia sorella e a un libro che ho scritto io. Poi aggiunge: ‘Entrambi impegnativi e adorabili. Ma il parto di quelli di carta è più raro'”. Vabbè, con 1 euro e mezzo c’è pure la maschera di giovinezza in regalo. E a pagina 96 Meripo’. In quota “childfree”. Noi che non abbiamo figli. Ma non siamo Hai-figli-No-Poverina. Su Grazia uscito oggi.

Grazia e Grazie a Costanza Rizzacasa d’Orsogna

L’altra metà del cielo sfregiata nell’altra metà del mondo

venerdì, ottobre 24th, 2014

Si chiama Isfahan, “perla di Persia”, “l’altra metà del mondo”. Su quanto fosse non una delle città più belle della Persia ma proprio del mondo vi avevo già ampiamente ammorbato qui, con il racconto del viaggio iraniano. Non so quante cose abbiate visto nella vostra vita ma fate di tutto per trovarvi almeno una volta al tramonto a Imam Square. Vi restituisco i soldi del biglietto se arrivati lì, in mezzo al cuore del mondo, non inizierà a battervi forte pure il vostro. Non ci provo nemmeno, a descrivervela. Fate conto 100 volte Place de Vosges a Parigi issata in mezzo al cielo e sui quattro sconfinati lati uno spicchio di Paradiso a forma di cupola, minareto, oro e azzurro e ancora oro in mezzo al cielo e turchesi in mezzo all’oro.

Isfahan, Imam Square - foto Professor Pi

Ed è incredibile che proprio nell’abbraccio di spazio di tanta bellezza si possa estrarre una bottiglia di acido e buttarlo addosso a donne accusate di indossare male il velo. Succede da tre settimane. La prima ad essere sfregiata si chiama Soheila Jurkash e ha 27 anni. Che ogni tanto bisogna dare anche nomi e cognomi all’orrore: Soheila Jurkash ha viso, braccia e gambe bruciate e ha perso un occhio.

Non si sa neanche con certezza quante donne, dopo di lei, abbiano subito la stessa violenza. Si sa che ora le ragazze vanno in giro con una maschera bianca sul viso per non essere sfregiate. E si sa che, piano piano, gli iraniani si sono mossi e sono scesi in piazza a Isfahan, fino a diventare migliaia al grido di “Fermate la violenza sulle donne, non si diffonde la virtù con l’acido”. Nel Paese in cui quattro ragazzi che cantavano Happy sono stati condannati a sei mesi di carcere e 91 frustate rischiano grossissimo anche questi eroi della protesta pacifica. Ma è anche lo stesso Paese nel quale ti si accoglie a braccia e case aperte, in cui ti si ferma per strada per salutarti, chiacchierare, sapere e offrirti un thè speziato. Un Paese dall’animo aperto e dai governanti chiusi, nonostante gli sforzi del loro presidente, Rohani.

L’altra metà del cielo sfregiata nell’altra metà del mondo. E noi? Che si fa? All’inizio ho pensato: facciamo lo sciopero del turismo, facciamogli sapere che non ci andremo finché non contrasteranno quest’orrore, che con la difesa della morale non c’entra un beneamato piffero. Ma poi ho anche pensato che, proprio nel momento in cui cercano di aprirsi, risbattergli la porta in faccia forse non sarebbe giusto.

E quindi sto qua, che non so che fare. E pensare. E allora mi riguardo questi visi qui, belli, aperti, coraggiosi e penso che queste donne hanno già vinto. Ma il prezzo è carissimo. E non possiamo farglielo pagare in solitudine.

Foto Flavio Favero

Iran, dove “le idee sono come l’acqua”

martedì, settembre 9th, 2014

Oggi siamo qui. Con questo:

“Il femminismo è obsoleto. E Shahla Sherkat non deve più scriverne”. Così ha sentenziato la censura della Repubblica Islamica dell’Iran nel cui mirino è finita il direttore di “Zanan-e Emruz”. Accusata di “femminismo” dagli ambienti ultraconservatori per aver scritto a favore dei diritti delle donne. Da qui la decisione dell’apparato giudiziario di processarla a Teheran davanti ad un apposito “Tribunale per i media”.

Quando ho letto la notizia ho pensato a Tahmineh e a una cena a casa sua, a Teheran. Tahmien ha 25 anni ed è laureata in Ingegneria idraulica, si occupa di acquedotti e grandi opere. Ma il suo capolavoro infrastrutturale, per quella sera, fu il Gormeh sabzi, un piatto a base di agnello variamente assemblato con spinaci, fagioli, cipolla, curcuma e coriandolo.

Si mangia seduti in terra sul tappeto del salotto, scarpe lasciate all’ingresso. A cena ha invitato, oltre me, alcune amiche. Tra i 20 e i 30 anni, tutte laureate, tutte con un impiego. Sono la carampana della situazione. Sono anche l’unica intabarrata nel velo: il loro è appena poggiato in cima alla crocchia di capelli variamente acconciata. Sono l’unica non truccata, l’unica non fumatrice. Una Flinstones occidentale. Accanto alla sfilata di sublimi pietanze c’è una scrivania con un computer acceso. Accanto al computer una finestra dalla quale fa capolino una parabola. Accanto alla parabola satellitare una libreria. Piena. Da una borsa spunta un tablet. Da ogni tasca un telefonino.

“Il femminismo è obsoleto. E Shahla Sherkat non deve più scriverne”, ripensavo a quell’accusa oggi. Paradossalmente è proprio così: perché sotto tanti aspetti il femminismo, in Iran, è già storia quotidiana di diritti acquisiti di fatto. E’ il velo che arretra sempre più sui capelli freschi di acconciature. E’ il trucco che avanza. E’ il filtro aggira-divieti per collegarsi al proibito Internet e alla vietata parabola.

A ogni divieto corrisponde una spinta uguale e contraria: chiudi una rivista, nascono dieci siti. Censuri un film, si schiudono cento download. Chiudere e proibire: due verbi che abitano al tribunale dei media. Ma non nelle case, nelle borsette, sulle scrivanie.

Sostanzialmente come svuotare mari con cucchiaini. Mentre la “rivoluzione” avviene, giorno per giorno, altrove. Perché, per dirla con una collega ingegnera idraulica come Tahmineh, “le idee sono come l’acqua: se tenti di bloccarne il flusso da una parte, quella si incanala da un’altra”.

@LaveraMeriPop

Foto Professor Pi