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Veni, visti, vici

lunedì, settembre 2nd, 2013

4 agosto – Teheran

Lo sbattimento-ottenimento-visto per entrare nell’Islamic Republic of Iran che-mi-invitate-si-grazie-ma-lei-ce-l’ha-ilpuntoG, vi ricordate il drammatico esordio, si scopriva essere ancora insufficiente alla bisogna: il visto ottenuto in entrata durava 15 giorni, noi ce ne dovevamo restare 21 dunque, dopo calcoli che alla Successione di Fibonacci je fanno un baffo, il professor Pi -ivi compresa una rispolverata alla Teoria dello stato di transizione e soprattutto a quella del Transito in prigione se non avessimo provveduto- aveva infine decretato che

-Ragazzi, dobbiamo chiedere l’estensione di una settimana di questo cazz caspiterina di visto

Già dall’Italia ci aveva allertati per munirci di
n.1 fotocopia passaporto
n.2 foto tessera

Partiti alle ore 6 da Qatvin per poter essere puntuali alle 9 davanti all’Ufficio Stranieri di Teheran, ivi ci arrivavamo alle 11 dopo esserci ripetutamente persi e avendo collezionato infrazioni stradali per cumulativi potenziali 45 anni di carcere -ciò anche dovuto al fatto che l’indirizzo fornitoci dalla corrispondente iraniana addetta all’iraniana burocrazia era stato tipo “Ufficio di Via Aurelia” senza numero civico, notoriamente l’Aurelia arrivando da Ladispoli alla Francia-  dunque che stavo a dì? ah si che in Via Aurelia nonc’ènumero non si sa come ma ci planavamo sfiniti alle 11, con l’iraniana tizia addetta all?iraniana burocrazia che ansimava al portone carica di faldoni.

A lei dunque consegnavamo fotocopie, passaporti e foto. Ella ci faceva entrare in un bugigattolo per i dovuti controlli e perquisizioni: naturalmente le femminazze si erano tirate dietro non il  marsupio con lo stretto necessario alla sopravvivenza di qualche mezz’ora ma ciascuna il corrispondente di un bagaglio a mano.

Le poliziotte delle perquisizioni, già dopo lo zaino della Tizzi -alla quale io però devo molto, come vi sarà chiaro più avanti- chiedevano l’intervento dei caschi blu Onu per liberarle. L’operazione perquisizione e sequestro dello stretto necessario femminazze richiedeva l’impiego di rinforzi dagli uffici limitrofi e financo il distacco di una taskforce di decriptazione cosmetici, le cui polveri sottili destavano più di una perplessità ma mai quanto il rinvenimento di alcuni Tampax, sul cui uso si avanzavano ipotesi di basi missilistiche bonsai racchiuse nella Samsonite di non mi ricordo manco più chi.

Esauste tutte, noi e loro, dopo due ore di perquisizione ci facevano riuscire dal bugigattolo per tornare nel cortile dal quale eravamo entrate e dunque non accedere agli uffici, nei quali era già entrata -e si trovava in ostaggio- l’iraniana addetta alla burocrazia. Dopo un giro del cortile di minuti 3, tutte le femminazze venivano invitate a rientrare nel bugigattolo, riprendersi telefonini, borse, macchine fotografiche e tutto il sequestrato e riandarsene. Dunque siamo state in presenza del primo caso di perquisizione e sequestro per farsi un giro del cortiletto senza salire in  nessun ufficio, tipo esercitazioni antincendio a scuola, sulla cui utilità ancora, certi giorni, ci si interroga.

L’attesa delle cinque ore necessarie all’esperimento della tribolata funzione venivano trascorse ciondolando da un marciapiede all’altro e sporadicamente rifugiandoci in un bagno pubblico limitrofo la cui guardiana ogni volta ci gettava addosso acqua con una pompa per -a suo dire- lavare in terra ma in realtà azionato ad altezza uomo tipo idrante antisommossa.

La “semplicissima operazione” dell’estensione visto si velava inoltre di giallo e si velava proprio di velo nel senso che il povero Iraj, in contatto telefonico costante con l’iraniana addetta alla burocrazia, ogni tanto traduceva a voce alta i contenuti delle ansiogene telefonate con allarmi tipo

-Ah, dicono che non vogliono darci l’estensione?
-Ah, stanno dicendo che forse ce lo fanno in una settimana?
-Ah, dicono che dobbiamo ripassare di qui fra sei giorni?
-Ah dicono che le foto non vanno bene perché le donne dovevano farla col velo?
-Ah, stanno dicendo che non se ne parla proprio?
-Ah, la questione si sta complicando?

No, neanche ve lo spiego le coronarie nostre come fossero ridotte dopo questo stillicidio. Ed è stato dopo quattro ore, noi ormai sfatti di caldo, afa e ansia, all’uscita dell’iraniana addetta alla burocrazia con tutti i fascicoloni della vittoria in mano, che lei stessa ci ha mostrato le prove di quanto neanche Kafka riuscirebbe a spiegarvi: le foto delle femmine erano state tutte rifatte con il photoshop per velarci, una per una.

Vorrei lasciare a verbale le prove numero uno e due:

Signori della Corte io non credo serva aggiungere molto altro. Mi ritiro, anzi mi arrendo perché mi so’ cascate le braccia pure a riscrivervela, sta storia.

A mo’ di parziale indennizzo il nostro Iraj calava l’asso e dava contestualmente istruzioni all’esausto Nasser con

-Presto, al caveau della Banca centrale!

No, non per rapinarla. Ma per rapire. Noi. Nel senso Zanichelli: rapito agg. figurato, avvincere-affascinare. Perché a me quell’overbooking di splendore racchiuso nel Museo dei Gioielli, col tesoro della corona, ancora mi sbrilluccica dentro. Per non dire dello stare al cospetto dei 182 carati di “Darya-ye Nur” (Mare di luce), il più grande diamante grezzo del mondo

O del mappamondo: 34 chili -ripeto trentaquattro chili- di pietre preziose, 51.366 per la precisione, con i mari fatti di smeraldi, le terre di rubini e l’Iran, e beh, di diamanti.

E poi, signori miei qui lo so che mi sto giocando la testa anzi la testata tendenza Novella 2000, Oggi, Gente, io davanti a questi

si, davanti ai gioielli di Farah Diba, ho appiccicato il naso e le manozze tipo geco alla vetrina e non mi sarei staccata mai più. E dunque mi costituisco a voi spontaneamente. Non prima di avervi detto che proprio mentre il professor Pi tentava di trascinarmi via con la forza staccando le mie zampine dal vetro, lì mi appariva…. la mia amica Nanda: lavoriamo a meno di un chilometro a Roma e non ci vediamo mai e io l’ho incontrata nel caveau della Banca centrale di Persia. Così come, ora che ci penso, anche il Professor Pi ce l’avevo a 300 km e per incontrarlo ho dovuto farne 9.000.

Poi dice che una ha problemi di socializzazione: ce l’ha con la geografia, altroché.