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Tasneem Alsultan, la divorziata saudita che fotografa matrimoni e guida il proprio destino

martedì, aprile 11th, 2017

Storie calme di donne inquiete/17

Sposata a 17 anni con un matrimonio imposto e combinato, a 21 aveva già due figli e a 27 è riuscita, mettendoci dieci anni, a divorziare. Oggi, che di anni ne ha pochi di più, fotografa matrimoni e storie d’amore. Sembra una legge del contrappasso e invece è una scelta di vita. Ma soprattutto è una scelta coraggiosa perché Tasneem Alsultan fa tutto questo in Arabia Saudita, uno dei paesi più conservatori e chiusi del mondo nei confronti delle donne.

Una donna saudita divorziata che fotografa nozze in Arabia. Già mi vedo il soggetto del film. E come nelle migliori vendette, silenziose ma implacabili, anche quella di Tasneem passa per un piano messo a punto con le stesse armi d’offesa: mi cancelli? Mostro le immagini. Mi chiudi tutto? Apro l’obiettivo.

E’ così che è nato Saudi Tales of Love, un progetto fotografico inaugurato sabato alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze, nell’ambito del Middle East Now festival, qui approdato con un curriculum che lèvati: pubblicato nella sezione “Lightbox” del Time prima ed esposto al festival PhotoKathmandu nonché a Paris Photo poi. Tasneem è stata inoltre selezionata tra i 10 beneficiari del Magnum Foundation Prince Claus, premio AFAC grant nel 2015, ed è stata inclusa tra i 30 fotografi da tenere d’occhio per il magazine PDN nel 2017. Fa inoltre parte di Rawiya, il primo collettivo di fotografe donne in Medio Oriente.

E’ stata Nicki Sventola, che gli assidui del blog ricorderanno dalla saga dancalica, ad intercettarla.

-Meripo’ è ora di occuparsi di Tasneem Alsultan e di prendere un treno per raggiungerla

Ed è stato così, nella città Di Dante e Beatrice, che due divorziate (cioè la Tasneem e la Meri eh, non la Sventola) agli antipodi del mondo, di cui una tenutaria di blog sentimentale e una fotografa di nozze, si sono ritrovate davanti a un succo di frutta e a due domande, quelle con le quali si apre la sua mostra:

“C’è bisogno del matrimonio per dimostrare che c’è amore? Abbiamo bisogno per forza di un marito per avere una vita piena?”. NO, OF COURSE, mi ha risposto lei dal profondo dei suoi immensi occhi neri, ridendoci su, finalmente.

“Sono una raccontatrice di storie, più che una fotografa, racconto l’intimità delle donne dentro storie e luoghi complicati, quelli del mio Paese”, mi dice ancora. Raccontare cose complicate – come le relazioni d’amore- in posti complicati come l’Arabia. Raccontare l’amore ovunque, in tutte le sue forme, belle, brutte, corrisposte, iniziate, finite. Raccontarlo in un posto in cui una donna ha senso solo nella tutela di un uomo.

Perché questa è stata la parola più forte e dirompente del nostro colloquio: il “sorvegliante”. Donne sotto custodia ovunque. “Ci ritorni anche dopo il divorzio, sotto la “tutela” di un uomo, sia padre, fratello, zio. La tua vita è sempre definita da qualcun altro: sarà comunque un uomo a stabilire cosa potrai o non potrai fare. Non puoi muoverti da sola. Mai. Devi inventarti una via d’uscita”. E la sua è stata la fotografia.

Da ragazza teneva un diario. Fino ai 17 anni, quando l’hanno costretta a sposarsi. Eccola qui, l’ultima pagina scritta:

Tasneem diario

“Fotografo le donne nella realtà, il matrimonio non è la realtà”, mi dice ancora. “Ho fatto foto in 100 matrimoni in 21 Paesi”. Fotografa le women in love fuori ma soprattutto dentro. Il riflettore che accende punta al viso ma poi intercetta l’anima.

Tasneem foto stilista

“Come madre single indipendente ho fatto pace con i sacrifici che ho dovuto fare. Ma sono anche riuscita a trovare la felicità da sola”. Nassiba, stilista di moda

Ed eccoli qui, gli occhi di Tasneem, quelli dietro l’obiettivo (ci sono foto più belle dal signor Google ma in quelle ha il velo e io la preferisco così, scapigliata, mossa, effervescente)

Tasneem Alsultan

Tasneem Alsultan, foto Meri Pop

“Le mie figlie mi dicono spesso -Mamma, non vogliamo sposarci, vogliamo solo avere figli, come te. Dopo aver visto la loro madre lottare dieci anni per ottenere il divorzio, hanno una visione negativa del matrimonio”.

Dovesse riscriverla e cantarla Barbra Streisand questa storia, direbbe che sì I am a woman in love, sono una donna innamorata e farei qualunque cosa per averti nel mio mondo… tranne sposarti (la saggezza di questi non si batte).

Poi, alla fine, mentre mi accompagna alla porta le chiedo

-Ma qual è la cosa che ti sta piacendo di più dell’Italia?

E lei sorride ed esclama

-Guidare!

Che l’Arabia Saudita è l’unico Paese al mondo che non permette alle donne di guidare. Ma anche di viaggiare, studiare, lavorare all’estero. E dunque in linea di massima Tasneem ha preso la macchina a Milano, ci ha girato tutto il lago di Como, poi è scesa, risalita, ridiscesa, zigzagato e non è ancora scesa e sì, nella vita è così: quando ingrani la marcia giusta,  specie se ti è costato tanto riuscire a farlo, poi non permetti più a nessuno di farti scendere.

E allora buona guida, Tasneem.

Figline Express

domenica, settembre 15th, 2013

Non sembrando loro sufficiente trascinarci negli angoli più impervi e scomodi dell’orbe terracqueo, succede che le Entità Supreme, volgarmente detti “capigruppo” dei viaggi quivi raccontati, ci convocassero per questo weekend in luogo ugualmente estraneo alle coordinate usuali quantomeno della qui presente: Nichi Sventola, Nicostacci, il Professor Pi e Miss Tempesta (con la quale avrete modo di familiarizzare più avanti) convocavano la sottoscritta in quel di Figline Valdarno per il Grande Raduno Anulare dei Viaggiatori Avventurosi Loro Malgrado. Figline Express, senza Costantino della Gherardesca e manco la Marchesa.

-Maaaa che è sto Raduno, Professor Pi?

-Ma niente Meripo’, ci si vede con un po’ di amici, si mangiano du’ cose insieme, un po’ di saluti evvia

Figline Valdarno. L’occasione mi era propizia per scroccare un passaggio in macchina da Firenze al Professor Pi dal quale, visto che ci stavamo, mi facevo anche invitare a cena la sera prima, dimentica del fatto che avesse ancora copiose scorte di salsa di melograno avanzate dalla spedizione iraniana. Scorte che copiosamente saccheggiava per preparare un sontuoso fessenjun del quale poi narrerovvi la ricetta.

Giunti in quel di Figline in un campeggio insolitamente a quattro stelle, vedevamo affluire masse di pellegrini dalle strade adiacenti.

-Professor Pi scusa ma “un po’ di amici” quanti, di preciso?

-Milledugento Meripo’, vi siete iscritti in milledugento

Voglio qui lasciare a verbale per il maresciallo e i posteri che io non mi ero iscritta proprio a niente, avevo solo detto a Miss Tempesta che Sì, pensocheforsefacciounsaltoancheio

Dalla capienza del parcheggio si evinceva poi che la stima di milledugento era anche approssimata per difetto. All’ingresso ci accoglievano un poveruomo con accanto Superman, Batman e Paperinik.

-Meripo’, il tema di quest’anno sono i Supereroi

Chi è al corrente dei miei trascorsi con la Marvel (una storia lunga, ve la racconto un’altra volta) sa anche, ora, che la legge del contrappasso, che il Sommo proprio in questa terra elaborò, andrebbe inserita di diritto tra le leggi fondamentali della Fisica.

Gli spietati Indiana Jones che ci trascinano impietosamente ai confini della realtà erano dunque lì, nel senso a Figline, schierati all’accoglienza in abiti supereroici. Ed è dunque ora che si sappia a chi affidiamo le nostre vite quando andiamo a giro per il mondo:

Gente alla quale ci affidiamo in viaggio -Foto Meri Pop

Ecco. Io direi che potremmo anche chiuderla qui, la blogghecronaca. Se non fosse che poi Miss Tempesta -colei la quale si trova dall’altra parte del computer ogni volta che noialtri clicchiamo lo sciagurato tasto “prenota viaggio” infine pigiando Invio- si appalesava tra stand, capannelli, gruppi, assembramenti, così identificata:

Sua Maestà Scassaminx - Foto Meri Pop

Perché va detto anche questo: dietro un grande viaggio c’è sempre una grande donna. E noi ci abbiamo Sua Maestà Scassaminx. Chi vuol capire capisca. Contestualmente a lei venivano portati al mio cospetto i fondatori della benemerita associazione viaggiante, Paolo e Vittorio, il primo profeticamente evocativo, non a caso, di una strada: la via di Damasco. Ebbene, i Padri Fondatori sono normalissime persone perbene. Delle quali mai diresti, chessò incontrandole al bar o alla fermata della metro, che si portano sulla coscienza il passaggio definitivo e irreversibile da “turisti” a “viaggiatori disperati” di migliaia e migliaia di ignari concittadini.

Nel frattempo, slalomeggiando fra mostre di foto di viaggi, caccia al tesoro, tuffi a bomba in piscina e altri irriferibili momenti ludici si scivolava velocemente verso l’happy hour.

Era a quel punto che cominciavano a farsi largo tra la folla cortei di vassoi, involucri, imballaggi, damigiane, fiaschi in una processione senza fine divisa per Regioni. La delegazione di Firenze si distingueva con

40 chili di finocchiona e 60 litri di Chianti

Ma insomma io da quel momento in poi e fino a notte fonda ne ho viste e ruminate cose che voi umani non potreste immaginarvi:

navi liguri da combattimento in fiamme al largo del pesto di Genova e della Focaccia di Recco,
e ho visto i raggi B di Bologna balenare nel buio dello stomaco vicino alla mortadella
e le mozzarelline di bufala della delegazione campana sparire in dieci nanosecondi dall’atterraggio sul tavolino
e non contenti, i liguri, scodellare pure interi cabaret di torta al cioccolato e pinoli
colate di Mojito eruttanti dal banco dei torinesi
c’era pure un bancone di cose dei milanesi ma ormai ero definitivamente andata e nonmeloricordopiù che ci fosse

E tutti quei momenti andranno perduti nella cellulite come lacrime nella Somatoline.
È tempo di Citrosodina

Rotolando nella macchina del Professor Pi, a tarda notte e con un filone da un chilo di pane toscano sotto al braccio (che -Meripo’ stranamente è avanzato, portatene un po’ a casa) andavo meditando di quando, non son ancora quattr’anni, per la prima volta -trovandomi in uno stato di incoscienza e disperazione apparentemente senza via d’uscita- cliccai il primo tasto “Prenota viaggio”, ignara del fatto che poi sta via d’uscita l’avrei effettivamente trovata. Ma portava nella migliore delle ipotesi dentro a una tenda da campeggio, porcamiseria, e comunque definitivamente dentro a un tunnel. Nel quale anche l’uscita Figline Valdarno è comunque un miraggio.

Lasciate ogni speranza o voi che Letterate

giovedì, giugno 27th, 2013

Premetto che chi parla lo fa in palese conflitto di interesse essendocisi presa l’inutil Laurea. Ma leggere della fuga in massa dalla desueta Facoltà di Lettere, con la conseguente diserzione anche per Storia e Filosofia, qualche interrogativo non letterario ma economico lo provoca. Dice che “In 10 anni gli studenti delle “aree umane” sono diminuiti del 26,8%” e va e andrà sempre peggio. Non “tira”, non serve e crea solo disoccupati. Non è questione solo italiana, sia chiaro, ma è che in Francia, per dire, è stato lo stesso Ollòn a predisporre un progetto governativo perché tornino invece in voga.

Noi no. Noi quelli di Dante, Petrarca, del Dolce Stil Novo fino a Manzoni e tutto il cucuzzaro no.

Nella mia vita precedente ho fatto un corso di sopravvivenza al Ministero della Pubblica Istruzione. Ricordo il giorno in cui si affacciò l’omino dei numeri, al quale avevo chiesto come eravamo messi a professori precari, e disse:

-Dottorè ci avemo professori di italiano pe’ 30 anni ma fra tre-quattro dovremo chiamà gl’indiani a insegnà matematica

Ricordo però anche il giorno in cui ne entrò un altro, mentre ovunque il nostro lessico si coloriva di location, feedback, start up e quant’altro dell’inglish a dire che

-L’unica cosa in crescita è il numero di richieste nel mondo dei corsi di italiano
-Scusi e perché?
-Perché vogliono leggere Dante nella lingua originale

D’altra parte è noto che “con la cultura non si mangia”. Peccato che invece il resto del mondo lo faccia e con successo mentre noi, seduti su una miniera d’oro, andiamo in cerca di patacche nel resto del mondo.

Chiudere Lettere e mettere alla porta la storia compresa quella dell’arte non vuol dire “perdere le nostre radici, il senso dell’esistere, l’identità”: vuol dire continuare a perdere anche soldi. L’Italia vanta il primato, circa il 60%, delle risorse culturali dell’intero patrimonio mondiale. Eppure è un posto nel quale gli unici dai quali si pretende la perfetta conoscenza della lingua e della cultura sono gli immigrati che chiedono la cittadinanza e dove il Bel Paese è ormai solo un formaggio.

Vuolsi così colà dove si Scilipoti

venerdì, luglio 8th, 2011

Scilipoti è simbolo della straordinaria capacitá di diffamazione di cui la sinistra è capace. Non lo conoscevo fino allo scorso anno quando le anomalie politiche ci hanno fatto incontrare“.

Così ieri il presidente del Consiglio durante la presentazione di un libro edito dalla casa editrice del presidente del Consiglio scritto da un parlamentare recentemente transitato nella maggioranza di governo del presidente del Consiglio.

(Nella vignetta un particolare delle anomalie politiche).

Non so ma oggi a leggere l’intervista di Silvio Waterloo m’è tornata in mente ‘sta vignetta fantastica. E ho pensato che la resa non porta il volto né degli arrestati, nè dei cretini e nè dei furbi:  la resa ha una copertina Mondadori. Perché se mentre infuria la battaglia uno come lui deve allontanarsi per correre a presentare il fondamentale tomo ‘Scilipoti re dei peones’ vuol dire che non siamo manco alla frutta o all’Alka Seltzer ma direttamente al Lycopodium clavatum.

E più non dimandare. Oh.

P.S.
La vignetta è di Maus
http://maus.splinder.com/

Sivio Waterloo

Lost in desertèscion

venerdì, gennaio 14th, 2011

30 dicembre 2010 

Il primo deserto di Meri Pop si inaugura, chevvelodicoaffà, con una tempesta di sabbia: diciamo che è come stare dentro a una lavatrice senza esclusione di centrifuga, in cui vedi solo bianco intorno mentre ti senti sballottolare di qua e di là. Al punto che il nostro driver, Belay, si volta in continuazione verso i passeggeri dei sedili posteriori, nella fattispecie Giorgio e Meri Pop, per chiarire subito abbastanza allarmato che “tudei is veeeri veeeeeri difficult”. Non avevo alcun dubbio in proposito, caro. 

Foto Professor Pi

Abbandonato a cento metri dalla partenza il piano A di procedere per gruppo compatto nella formazione 6 jeep e 2 pick up (le jeep portano noi, i pick up acqua, viveri e vettovaglie) si incarica il vento dancalo di offrire il piano B: ognuno come caspita può. Si tenta un primo stop di ricompattamento al quale mancano già una jeep e un pick up. In stile lavatrice si giunge non chiedetemi come or su una duna or su un cespuglio or su non si capisce un tubo. 

Ma è a questo punto che devo, e fortissimamente voglio, fare il primo mea culpa aprendo una parentesi alla Giuseppe De Rita che non intendo risparmiarvi. Si dà il caso che, nei due giorni precedenti, la spedizione dancala abbia attraversato zone che nessuno al mondo penserebbe mai di abitare. Tranne gli Afar, evidentemente. Distese a perdita d’occhio di pietre, rocce, sabbia e nulla arroventate, con temperature che non scendono mai sotto i 35 gradi e d’estate arrivano ai 50, tutto possono essere tranne che un habitat umano. Eppure ci vivono, rintanati in micro igloo di legno coperti di juta e stracci. E te li vedi comparire all’improvviso come miraggi, dalle bolle e dai vapori di afa che continuamente salgono da quell’inferno ribollente a cielo aperto: alti, asciutti, esili ma forti, neri e duri come il carbone, avvolti in stoffe di rara bellezza e colori. 

Foto Professor Pi

Guardando vagare così anche i bambini mi ero ritrovata a pensare che di tutta questa povertà dignitosissima c’era una cosa che più di tutte mi angustiava: che la povertà aggiuntiva era quella di chi trascorrerà tutta una vita senza poter ascoltare un verso di Dante o una nota di Mozart e di Bach. Lo sapete che avete una blogger scema, non è che senza la Dancalia non fosse già evidente, me ne rendo conto persino io. Ma non intendo mentirvi: da quel finestrino della jeep, col naso schiacciato al vetro e inutilmente schermato da un fazzoletto per arginare polvere e sabbia, questo andava arzigogolando nella sua evaporata testolina Meri Pop. 

E questa teoria dell’assenza dell’essenziale alla sussistenza, che nella visione Meripoppica della vita comprende Dante e Bach, la vostra Meri aveva avuto modo di illustrare al dividente tenda, nonché suo dancalian operator Professor Pi. Il quale, da par suo, aveva vuto modo di illustrarle – a ridosso di una buonanotte che stentava ad arrivare da ore- e pur comprendendo il rammarico insito nell’analisi sociologico cultural musical, la seguente controteoria: “Meripo’, non hanno Bach. Ma avranno certamente le loro musiche, le loro canzoni, le loro storie attorno al fuoco, le loro danze. In tanti secoli se ne saranno fatti una ragione di dover fare a meno di Dante. Mo’ però fattene una ragione pure tu. E dormi, Meripo’”. 

Ciò verificandosi il 29 sera è del tutto  immaginabile  la scena che si è dipanata nell’abitacolo della Toyota il 30 mattina quando, sistematasi Meri Pop con Giorgio sul sedile posteriore e il professor Pi a mo’ di navigatore davanti, Belay the driver inseriva nella radio di bordo una nuova musicassetta dopo tre giorni di nenia etiope. 

E’ a quel punto che la teoria dell’assenza ha impattato sul bel sorriso un po’ sdentato di Belay, nel momento in cui da quell’aggeggio hanno iniziato a diffondersi nella tempesta di sabbia del deserto dancalo, le inconfondibili note di un Concerto Brandeburghese di Bach. Il professor Pi, ostentando assoluta indifferenza, accennava solo un mezzo giro di capoccione ruotante verso l’ala est del sedile posteriore. E a una Meri Pop a bocca aperta e ammutolita, col ditino indicativo verso il dancalico mangianastri, diceva solo: “Meripo’, ‘sta teoria è durata si e no dieci ore”. 

Ancora basita, tipo statua di sale, Meri Pop tentava l’ultima carta:
-Bailaaaaaiiii, bat dis is classic miusic?
e con un disarmante sorriso Belay metteva il chiodo defintivo sulla bara della teoria dell’assenza con un lapidario:
-Yessssss, dis is Bach. 

 

Dunque, che stavo a dì? Ah, si, dicevo che mai più ripresasi dalla disfatta culturale abbattutasi su di lei di prima mattina, Meri Pop si attrezzava per mai più riprendersi anche dalla tempesta di sabbia che il vento dancalo sollevava -per poi abbattere congiuntamente alla batosta di Bach- sulla sua esimia persona. 

Arrivati non si sa come -ma accompagnati dalla selezione bachiana- a un sedicente “punto ristoro” (trattavasi di approssimative capannucce sgarrupate piazzate in mezzo al pietroso deserto come fossero state paracadutate dall’Unhcr) si prendeva sconsolatamente atto del fatto che, effettivamente, sì, una jeep e un pick up mancavano all’appello da oltre due ore. Ergo si erano persi ergo gli si era scassato barra insabbiato il mezzo. 

Al modico prezzo di 300 birr (15 euro, mezzo stipendio mensile locale) i due capospedizionieri decidevano, dopo estenuanti trattative con il capovillaggio, la nostra scorta armata, lo stregone, la guida, i cuochi, gli autisti e un’inimmaginabile sequela di feroci Afar materializzatisi non si capisce da dove, di affittare una delle baracchette come ricovero della spedizione italica in attesa di ritrovare i 3 componenti inghiottiti dal deserto dancalo. 

Affranti, sconsolati, preoccupati, accaldati e altro, i nostri 18 meno 3 si stravaccavano a casaccio su stuoie di indecifrabile origine ma di certa provenienza ricovero animali. Ciò non impediva loro, dopo altri due minuti di afflizione, di reagire a schiena dritta e stomaco vuoto di fronte all’imponderabile, al grido di “Vabbè, c’è qualcosa da mangiare?”. 

Foto Professor Pi

E così, mentre una truppa scelta di perlustratori, formata da due autisti, si avventurava nel nulla dancalo alla ricerca degli aghi nel pagliaio, i baraccati allestivano una sorta di estemporaneo Autogrill in cui, piazzato al centro della pulciosa stuoia come Antonello Colonna, Stefano iniziava ad affettare un tipico alimento da deserto, il prosciutto crudo, le cui proprietà notoriamente ben si attagliano alle temperature roventi nonché alla depressione dancalica. Per le temperature non lo so però vi giuro che la depressione ci era passata già al secondo giro di affettati  in vassoio. 

Vorrei che non trascuraste di considerare la situazione contingente, con gli Afar affacciati da una finestrella nella buia baracca a guardare lo spettacolo di 15 polverosi e malmessi occidentali che si agitavano attorno a un vassoio di mosche e prosciutto intervallando il rumore di ganasce con episodici “mi passeresti i crackers?”, “c’è pure della caciotta?” “no ma c’è l’emmental”. 

Nè si tralasci però di accompagnare questa surreale scena -nella quale a un certo punto è comparso anche un incredulo Afar armato che faceva segno di volerci fotografare lui a noi- con il sentimento di profonda apprensione per le sconosciute sorti dei dispersi che ben veniva riassunto nell’estemporaneo avvertimento “Oh, lasciamo qualche fettina pure per quei tre poveracci”. 

A lungo interrogatici sullo stato di prostrazione, paura, ansia barra terrore panico nel quale si stavano certamente agitando Patrizia, Max e Luca, prigionieri del deserto da oltre tre ore presumibilmente con poca acqua a bordo, veniva infine ipotizzata una finale accoglienza a base di gocce di Lexotan più che di fette di San Daniele. 

Passando le ore e non giungendo alcun rumore di jeep di ritorno, ci si apprestava sconfortatamente a valutare l’ipotesi di un pernottamento in desertica baracca dancalica. Lo sconforto di Meri Pop prendeva la via della disperazione alla sola idea. Abbinata al fumetto perfettamente intelligibile sulla capoccella reclinata sulla stuoia pulciosetta: “io vorrei solo sapere chiccaspitamel’haffattofareammè”. Sognando una Coca cola gelata ma anche solo un rumore di Toyota in avvicinamento, Meri Pop giurava a ciò che rimaneva di se stessa che “la prossima volta che mi viene in mente di partire per non so dove, piuttosto faccio Muzio Scevola anziché cliccare Prenota”. 

Ma Allah è grande. E rumoroso. Tipo come un rumore di Land Cruyser. E dunque dopo cinque ore -ripeto: cinque ore- di attesa sotto una baracca di lamiera nel tempestoso deserto dancalo, ecco il lontano muggito di una Toyota: no, non quella rotta, abbandonata al proprio destino di catorcio, ma quella dei soccorritori che restituivano finalmente all’affetto di noi cari le amate sembianze dei disperati dispersi Patrizia, Max e Luca. 

Dispersi non c’è dubbio. Avanzerei però delle obiezioni sulla disperazione visto che i 3 Lost in Dancalia apparivano niente affatto bisognosi di scolarsi un bidone di Lexotan quanto piuttosto uno di birra. Tranquilli e sereni come fossero appena sbarcati dalla Costa Crociere i nostri optavano per le fette di prosciutto e ai 15 apprensivi compagni ansiosi di sapere i dettagli del dancalo trauma era Patrizia che riassumeva: “Ciao cari”.
Alla domanda “ma non hai avuto paura?” rispondeva piuttosto sorpresa “ma di che?” specificando più avanti alla domanda “ma che pensavi mentre eri lì?” un disarmante ” Veramente ho letto un libro”. 

Rifocillati i lost in desertescion e al grido di “stringetevi nelle altre macchine che ora ce ne abbiamo una in meno” i nostri eroi si tuffavano nei rispettivi abitacoli  alla volta del denominato nel programma “Campo base dell’Erta Ale”. Trattavasi di vulcano dancalo. Ma non si capisce bene in base a quale associazione mentale Meri Pop immaginava di approdare al campo base dell’Everest così come descritto nei sublimi reportage di Krakauer, campi dotati di ogni assistenza, confort e atmosfera grandi-imprese-dell’uomo-nella-sua-perenne-sfida-alla-potenza-della-natura. 

La desolata, sporca e arroventata pietraia che si presentava, sia pur col favore dell’inoltrato tramonto, ai loro occhi contornata di fatiscenti e olezzanti capanne, segnava definitivamente la distanza tra l’Everest e l’Erta Ale ma soprattutto fra i reportage di Krakauer e quelli di Meri Pop. 

Piantata la condominiale tenda Ferrino in cui il professor Pi si era offerto sin dall’inizio di ospitarla, Meri Pop, dopo una fugace seduta alla toilette delle signore situata dietro un cespuglietto spinoso, adeguatamente sfamatasi con un gavettino di pasta al sugo, si infilava fiduciosa nella tenda. Salvo poi balzarne fuori come una molla alla prima scossa sismica provocata dalla fuoristante imperversante tempesta di vento.