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L’estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda

venerdì, settembre 18th, 2015

Una volta chiesi a mio padre, munito di una invidiabile saggezza in testa e di alcuni bypass al cuore, cosa avesse provato la volta in cui finì in sala rianimazione. E lui rispose

-Meripo’, sai quanto voglia bene a voi. Ma in quel momento mi son passati davanti in un lampo tutti i bei posti che avevo visto viaggiando

Ora, vista la maratona alla quale vi ho sottoposti, mentre cerco una formula di congedo mi corre l’obbligo di confessare che anche stavolta io mica l’ho poi veramente capito macchiccaspita me lo faccia fare ogni volta. Ma probabilmente è quello che dice papà: mettere da parte cose ed emozioni da ripescare nella memoria all’occorrenza.

Quanto al fatto di come le si vada raccattando a giro per il mondo so solo che non vedo l’ora di decollare quando parto ma soprattutto non vedo l’ora di riatterrare quando torno. Il punto è che il mobbasta dura poco e piano piano si riaffaccia l’insano perquantoeffettivamente.

E’ chiaro che ci troviamo di fronte a un problema non geografico ma psichiatrico. E dunque che dire per chiudere l’avventura maora?

Nonostante il sabbatico che da alcuni anni mi sto prendendo nei confronti della fede, nel senso anche quella del credere oltre che di quella al dito, inizio seriamente a pensare che il padreterno, quando ha deciso di creare il mondo, sia partito dalla Nuova Zelanda e qui abbia concentrato il meglio di ciò che gli è venuto in mente. Poi nel prosieguo, in qualche circostanza, è altrettanto probabile che si sia rotto i cabasisi pure lui.

Ma qui, qui ha fatto con la natura ciò che Brunelleschi ha fatto con la Cupola di Santa Maria del Fiore e Michelangelo con la Sistina. Si sta ancora qui a chiederci come caspita abbiano fatto.

Un viaggio in Nuova Zelanda è un po’ un viaggio a matrioska: come farne dieci, uno dentro all’altro.

NZ dall'alto

Queenstown, skyline (Foto Meri Pop)

Sono un pezzo di Hawaii in Irlanda. Con accanto la Norvegia. E subito dopo le Ande. Come trasportare il Cervino sopra ai Grandi laghi americani o assemblare il Grand Canyon in mezzo al Pacifico.

E perché risparmiare sugli arcobaleni? Piazzatene un paio, anche doppi, ovunque, di quelli in cui si veda anche l’indaco. Poi prendete un po’ di zucchero a velo e spargetelo col colino intorno alle scogliere di Dover su quelli che per me ormai sono i monti del Pandoro e chissà se mai saprò come caspita si chiamino davvero.

Surfate, surfate pure alla HotWater beach hawaiiana ma con intorno cime di Lavaredo per centinaia di chilometri.

In tre settimane attraverserete otto paralleli e assaggerete parecchio del mondo, geyser e pozze sulfuree comprese (ricordando però che a Dallol, in Dancalia, dovete andare. Perché quello, davvero, non lo troverete manco qua).

Perderete la nozione spazio temporale (e te credo dopo una frullata di 48 ore di viaggio). E vi piacerà.

NZ Paola

Foto Paola Gallorini

Vi piacerà attraversare tre Continenti in uno e quattro stagioni in due giorni. E i Mohai nel mare. E Stonehenge nell’Oceano. Qui dove riescono a stare insieme la palma e l’abete.

Quindi, al netto di tutto ciò che vi ho fin qui raccontato e che dovrebbe scoraggiare qualsiasi persona sana di mente ad andarci, volevo dirvi, parafrasando Mark, che sì: la mia estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda.

E ora sipario e numeri:

5.085 km
1.000 litri di benzina
19 strade sbagliate
2 strade chiuse
4 strade interrotte
13.482 foto di Paola Gran Canon
18 ostelli
22 tipi di birre neozelandesi
8 tipi di vino tra australiani e neozelandi
3 siti importanti mai raggiunti (Milford Sound, Fly beach, Elephant rock)
1.800 metri di dislivello superati nei trekking
da +20 a -6 le temperature attraversate
3 ombrelli comprati
2 ombrelli rotti
1 pastora incazzata
6 foche avvistate
1 leone marino
3 pinguini. Questi:

NZ pinguini

Penguins (Foto Meri Pop)

 

P.S.
Grazie a Agostino, Bianca, Maci, Marina, Paola, Pietro, Roberta.

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore”

domenica, aprile 19th, 2015

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, quasi quattro anni fa.Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia.E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende da come vivi”

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache. Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale, Ahmed Ela - Foto professor Pi

Cose che avere senza conquistarsele è come non possederle mai

sabato, novembre 30th, 2013

A un certo punto, tra la pioggia e il traffico, mi è sembrato che fosse più difficile raggiungere la Tuscolana che Dallol. Che così funziona: in Dancalia sopravvivono a intere estati a 50 gradi meglio di come noi si riesca a prevalere sulla pioggia a Roma. Una volta presa la salitina di via Assisi, da sola per strada nonostante non fossi al corrente di alcun proclama di coprifuoco in città, andavo meditando sul perché stessi sfidando di venerdì sera gli elementi capitolini e atmosferici per vedere  una mostra fotografica sulla Dancalia invece di tornarmene a casa a farmi un bel thè.

Ed è stato quando sono entrata nella sala che ho capito che stavo andando a riprendermi un’emozione. La prima grande foto era una carovana di cammelli. La seconda il bivacco della carovana del sale. La terza la strada salata verso Ahmed Ela. E lì già mi era salito il nodo in gola. Poi sono arrivate le gialle e viola meraviglie di Dallol. E insomma quando sono comparsi i volti degli Afar, con la pupa uguale alla figlia della nostra guida, mi sono piantata lì davanti come una statua di sale con le mani sul viso tipo Mammahopersolaereo e mi sono detta

-Cazzeruolameripo’ fino a dove sei arrivata

Ed era la prima volta che andavo a vedere una mostra fotografica di un posto in culoallaluna capo al mondo potendo dire: “Io c’ero. E l’ho visto”

Che io non sapevo neanche cosa caspita fosse e dove stesse, la Dancalia.

Afar al risveglio - Foto Professor Pi

E mi pare di avergliene dette anche quattro, al Professor Pi, quando mi ci ha trascinata.

Meri Dancal Pop - Foto Professor Pi

Che poi lì ho incontrato pure Niki Sventola. E tanti altri sconsiderati che hanno allietato giornate invero un po’ complesse. Ma indimenticabili. Ed è stato il posto nel quale ho scoperto che niente è gratis. Quantomeno nulla di ciò che valga la pena avere. Che avere senza conquistarselo è come non possederlo mai.

Insomma si vi ci trascinano andate. In Dancalia. Anche a Via Assisi. Alla mostra. Avete tempo fino al 2 dicembre: è tantissimo. Tempo. In Dancalia.

Meri Pop a Dallol - Foto Professor Pi

Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

giovedì, ottobre 3rd, 2013

Lo so che uno dovrebbe stare solo in silenzio. Ma è che certe volte certe storie escono da sole. E oggi è la storia di Daniel. Qui. E qua:

Da qualche tempo ogni volta che arriva lo stillicidio di notizie degli sbarchi io penso a Daniel: è stato uno degli angeli custodi di un viaggio in Dancalia, due anni fa. Che io non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. Era il capoautisti, caposcorta, capoesploratore. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere.

Daniel ha 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non vi fate un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

E insomma Daniel una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -ripeto tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache. Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e neanche che altro pensare. Quindi penso a Daniel.

Lost in Colesterolèscion

lunedì, marzo 21st, 2011

Che uno direbbe: vabbè, ringraziate il Padreterno (Marx, Professor Pi, Marx) che ve ne siete usciti vivi da , fatevi il segno della croce (l’addizione, Professor Pi, l’addizione) e non pensateci più, no? E invece noi non solo ci pensiamo, a lei là, ma ci pensiamo pure fra noi qui. E allora Niki Sventola ha detto “e vabbè e allora vediamoci pureqquà”.

E così venerdì, in occasione dei festeggiamenti dei 150 dell’Italia e dei 105 di Strafanto (eddai, stiamo a scherzà), abbiamo rifatto lo zainetto e siamo atterrati dal Professor Pi che ci aveva invitati e mal gliene incolse: aò, tutti puliti, azzimati, pettinati, improfumati, benvestiti mica ci riconoscevamo, eh. Al punto che Matteo ha dovuto esibire la carta d’identità (le infradito nere) e Giorgio le fotocopie dei diari del Nesbitt. A Rosetta abbiamo invece chiesto il replay dell’indimenticabile acuto esibito nella hall dell’etiopico albergo a seguito della locale inospitalità.

Insomma ci siamo blindati in quel della Valdichiana per tre giorni, che sembravamo l’anello di congiunzione fra Little miss Sunshine e Il grande freddo. Che in effetti ieri tirava una giannella mica da poco.

E comunque diciamoci la verità: io questi l’avevo visti una volta sola in vita mia, per 15 giorni, e che caspita di quindiciggiorni lo sa solo Dio (Engels, Professor Pi, Engels) con tutto quello che abbiamo passato là. E mo’ lo sapete pure voi, però, dopo quelle 57 puntate di resoconto del viaggio che in confronto Sentieri vince il festival del corto.

Epperò a me questi mi sembra che siamo amici da quando ero piccola (Strafanto, non è però che non si può fare manco una  battuta, eh. Lo so che tu non eri nato quando io ero piccola, sennò mo’ le amiche lettrici pensano che tu sia un babbione e quando ti sistemiamo attè?). E allora abbiamo deciso di vederci anche senza gli Afar, le guardie del corpo, i kalashnikov, le munizioni, gli interpreti, le guide, i cuochi, i tagliatori di sale e quelli di teste, gli sgozzatori di capre e quelli di cristiani. Poi però per non perdere l’abitudine soprattutto alle ultime quattro categorie abbiamo visto bene di trastullarci con lo sbranamento di una quantità inenarrabile di sanguinolente fiorentine. Nel senso di bistecche, Mario, bistecche, si hai ragione lo specifico. Che sennò non ci tiri fuori dalle patrie galere manco se sei Ghedini.

Mo’ però sarà che a ogni corpo immerso nella Dancalia corrisponde una spinta uguale e contraria allo stesso corpo immerso nella Valdichiana, fatto sta che vi volevo tanto raccontare di questo elenco di amarcord di affetti del cuore ma non riesco a ricordarmi altro che elenchi di affettati nello stomaco; che abbiamo spazzolato via come fa la lava sull’Erta Ale, bruciando in meno di 48 ore anni di palestra, pilates, trekking e corsa campestre. Quindi come lì si era fatta praticamente l’alimentare fame qua si è fatta concretamente la gastrica strage.
E dunque vogliate gradire la Pop Ten della gastronomica emozione, elencata non già per scalata di bontà ma come i contestuali, svariati tipi di alcol riescono a farmeli vagamente ricordare in ordine di transito nel palato:

10) sfogline alle noci, cioccolata e uvetta traslate dalla Padania dai Lost in Traslèscion Patrizia e Massimo
9) collane di salsiccette e salamini traslati da Voghera da Antonello Colonna, alias Stefano
8 trancio XXL di mortadella traslato dal giovin bolognese Strafanto
7) Morellino di Scansano traslato dal senese Giorgio insieme ai biscottini di riso della Hoppe (la Coop quando la pronuncia il Giorgio)
6) Pici all’aglione, al pecorino e pepe e al ragù d’anatra
5) Stracotto al Chianti
4) Gnocco alla crema
3) Oh Susina (marmellata autoprodotta dal Professor Pi)
2) Vinsanto (laico, professor Pi, laico) autoprodotto dal padrone di casa o eterodiretto dal proprietario della Maggiolata sul tavolino del ristorante
1) mi repelle la sola idea delle fauci mai sollevate dal fiero sanguinolento pasto ma pare che ‘ste fiorentine di ieri a pranzo fossero paradisiache (spaziali, Professor Pi, spaziali).

E quindi, come cantavano quelli, “No, non puoi avere sempre ciò che vuoi. Ma se cerchi a volte trovi. E trovi ciò di cui hai bisogno”.
E insomma io mi sa che l’ho trovato. Non (solo) nel palato.

E buona primavera a tutti. Ovunque vi sia spuntata.

Auguri anche a te, Daniel

giovedì, marzo 17th, 2011

E insomma, si, caro Daniel, noi oggi festeggiamo i 150 anni da quando ci siamo messi tutti insieme.
Chi è Daniel? E che non ve l’avevo presentato? Ma come, tutta quella sbrodolata sulla Dancalia e non vi avevo parlato di Daniel? Ossantocielo.

Daniel è stato uno degli angioletti custodi di quelle due settimane di iradiddio, il capoautisti, caposcorta, capodanno, capoesploratore. Quello che ci aiutava a uscire indenni dalla leggendaria ferocia degli Afar, per dirne una.

Daniel ha 29 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non vi fate un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

E insomma Daniel una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -ripeto tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.
Quale viaggio, Daniel?
“Quello sul barcone”
Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
“Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia”
E allora?
“E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito”
E com’è che stai di nuovo qua?
“Eh, perchè mi hanno preso”
Ma dove?
“A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, essì che ci sono arrivato”
E poi?
“E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia”
Oggesù
“Allah”
Allà e aqquà, figliomio. E in Libia che è successo?
“Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia”
Mi dispiace molto
“Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io riparto, io arrivo, io resto”

Ecco si. E allora io ti aspetto.
E sai che c’è? Già che ci sei inizia a imparare l’inno, che quando arrivi almeno una cosa già te la trovi fatta. Che qui purtroppo, invece, c’è gente che esce quando si canta.
No, Daniel, non è perché sono stonati: è perché sono cialtroni. Che vuol dire cialtroni? Te li faccio conoscere quando arrivi, lo capirai subito che vuol dire.
Allora auguri anche a te, Daniel, futuro italiano.

Andando verso ciò che ci fa stare bene

mercoledì, gennaio 19th, 2011
Caro amico di email che mi hai scritto un’email due giorni fa ma che avevo capito fosse una cosa tipo “di lavoro”,

l’avevo vista sì la tua mail, caroamicodiemail, ma, nella concitazione da rientro con evasione pratiche arretrate,  mi ero detta: la leggo con un po’ di calma appena posso.

“Un po’ di calma” più “appena posso” è stato poco fa (che, sia chiaro, l’allegata riflessione tipo “di lavoro” non l’ho ancora letta ma il testo della tua mail finalmente si).

E poco fa in realtà io dovevo planare qui sul blog e premere “Edit” sulla puntata dancalica di “Sopore di sale”.

Senonché sono atterrata sulla tua mail. Che sempre di un viaggio si tratta, in effetti.

Però non avevo allacciato la cintura di sicurezza, né avevo tirato su lo schienale, avevo pure il cellulare acceso: insomma le peggiori condizioni per un atterraggio.
Che infatti sulla pista della tua email, dopo delle belle riflessioni sul mio viaggio in Dancalia, ne sono arrivate anche altre sul mio viaggio nella mia nuova vita, che anche tu c’eri quando l’ho iniziato.
Che viaggiare, ovunque, a questo forse più di tutto serve: essere pronti ai cambiamenti.

E in Dancalia, cavolacci se ce ne sono stati, di cambiamenti.

Ma, da quando sono tornata, mi sono accorta che quelli erano solo l’antipasto di altri, cambiamenti, che dovevano avvenire qui dove mi aspettavano sì, finalmente, la comodità di una casa, il confort e l’innegabile benessere e pienezza della mia vita , ma sarebbero stati altrettanto impegnativi rispetto alle prove di sopravvivenza logistica dancalica.

Roba che forse qualche volta ci sarà da rimpiangere la facilità di socializzazione con i feroci Afar. Ma roba che, purtroppo, quando hai innescato un viaggio -per ovunque sia- fermarlo è impossibile. Tipo il decollo dell’aereo.

Solo che io l’ho capito con un atterraggio, che ‘sta Dancalia è stata, in qualche modo, il mio punto di non ritorno: l’atterraggio sulla tua mail.

Tra i feroci Afar è successo qualcosa che va oltre i feroci Afar e forse ha più a che vedere con i normali italiani. Qualcosa che non so. Che non so ancora.

Così, quando poco fa ho aperto la tua mail, mi sono stupita, ma solo fino a un certo punto, di trovarci il Grillo Parlante che qualcuna di queste cose che forse sono successe me le elencava.

Un po’ mi spaventa, un  po’ mi conforta, un po’ mi diverte il fatto che tu abbia messo nero su bianco la mia agenda 2011, della quale io sono  coscientemente e incoscientemente ancora all’oscuro ma assolutamente consapevole.

Un’agenda che, caro amico di email, ha il suo unico punto fermo nella riga:

“Ricordati sempre di fare ciò che ti fa stare bene”.

Non so come ti sia venuto in mente di scrivere una cosa del genere dovendo allegare una riflessione tipo-di-lavoro-politico-social-global-chissàchecistadentro.

Ma è questo ciò che volevo essere supportata a fare.

Magari non lo farò proprio stamattina. Magari non so ancora proprio bene che devo fare.

Ma finalmente so quale deve essere il prossimo viaggio.
Finalmente so dove andare. 
Dove dovremmo andare, sempre, tutti: a fare ciò che ci fa stare bene.

Perché, ve lo volevo dire, una Dancalia dentro non si nega a nessuno e infatti cel’abbiamo tutti, secondo me. Io mi sono dovuta fare seimila chilometri. Voi magari ci arrivate prima. Senza manco muovervi dalla scrivania.

Per andare dove dobbiamo andare: a fare ciò che ci fa stare bene.

Buon viaggio a tutti.

Meri

P.S.
Non è che essendovi sorbiti tutto ‘sto pippone sui viaggi interiori vi risparmierete il prosieguo del diario dancalo: non vi sarà risparmiato nulla, almeno questo ormai vi è chiaro.

Avviso all’utenza

lunedì, gennaio 17th, 2011

Riguardo alle continue richieste del numero di cellulare di Nichi Sventola mi è gradito informarvi che la Sventola è, effettivamente, molto avvenente, ma è anche molto sposata. A un culturista. Nel senso uomo di molta cultura. Ma anche campione di karate. Che ha tenuto testa per 20 giorni ai feroci Afar. E’ del tutto evidente, miei cari utenti, che qualsiasi vostra curiosità sulla Dancalia potrà essere ampiamente soddisfatta tramite, eventualmente, il numero di cellulare dell’ambasciatore dancalo in Italia. Che però non ho. Nè credo esista. Però magari c’è una nipote del governatore dancalo. Chissà. Mo’ chiedo a palazzo Grazioli e vi faccio sapere.

Rockin’ Around The Professor Pi

mercoledì, dicembre 22nd, 2010

Caro Professor Pi,
vengo a Lei con questa mia per significarLe che, a fronte di ripetuti e insistiti tentativi protrattisi fino alla tarda notte di ieri, ogni ipotesi di collocare tutta l’attrezzatura da Lei richiesta per il viaggio in Dancalia -del quale mi è gradito ricordarLe che Lei alla mia domanda “scusa ma sei sicuro che sono in grado?” ha risposto “Meripo’, dopo quello che hai fatto quest’estate puoi andare pure sulla luna”- dicevo ogni tentativo di collocare tutto il contenuto dell’elenco attrezzatura, medicinali, abbigliamento, presìdi igienico sanitari, in uno zaino del peso massimo di 15 chili si sono rivelati non infruttuosi, DE PIU’: un casino.

Professor Pi, Lei che è uno scienziato, ora mi deve spiegare come si fa a far pesare 15 kg una cosa che -nel peso totale dei singoli elementi obbligatori- fa almeno 25. E guardi Professor Pi che non è che ne pesa 25 perché ci ho da farci entrare la collezione di stivali a stiletto di Jimmy Choo. Ennò io, che gli altri anni a quest’ora me ne andavo in giro per Galleria Colonna con la busta di Braccialini o, come prova estrema di atletismo provavo a mettere il puntale sull’albero, ora vado solo per ferramenta in cerca di gavette e teli copri tenda o, proprio in una botta di vita, al “Paradiso del campeggiatore” in cerca di torce da fronte, ecco io a fare questo zaino pieno di materassini, teli, torce, mascherine antiesalazioni pestifere, sacco a pelo, sacco lenzuolo, sacco, scarponi da trek, io non ci riesco.

Ecco. Oh.

Meri

P.S.
Professor Pi, ma tipo uno di quei Natali e Capodanni al Paradiso dei Tropici invece che del campeggiatore no, eh?

Ol ai uon for Crismas is iù

martedì, dicembre 21st, 2010

-Ramon?
-Eh
-No, dico, è il nostro primo Natale
-Ma direi proprio de no, tu te ne sarai fatti almeno ‘na cinquantina
-Una cinquantina tua sorella
-Che c’è, Meripo’, che devo finì l’albero
-No, ecco, volevo fare una cosa speciale per il giorno di Natale e mi servi tu
-E perché non ti basta lo speciale casino che hai fatto tutto l’anno?
-Beh io volevo fare tutto un bel post che tu apri il sito e arriva una musichina e contemporaneamente si accendono pure le lucine e poi appena entri c’è un Babbo Natale che….
-Meripo’ è un blog, no la Rinascente
-Ah. Ma io parto il 26 e volevo lasciare gli auguri supercalipersonalizzati a tutti i nostri lettori e lettrici pure per Capodanno eee..
-Eee Meripo’ mandagli un presente a casa
-Ramon sei insopportabile
-No, Meripo’, sei tu che stai fuori, anzi che vai fuori e io qua me devo controllà tutto da solo. Ma si può sapè, poi, ‘ndo caspita vai?
-Non ho capito bene ma in Dancalia, sta tipo in Etiopia
-Come non hai capito bene? Non te sei letta il programma?
-No, figurati, non lo leggo mai, prima. E’ come il bugiardino delle medicine: se ti metti a leggere non ti prendi più manco il Benagol. E io clicco “prenota il Benagol” e basta.
-E con chi vai lo sai?
-Col Professor Pi
-Poraaaaccio. E se po’ sapè almeno quando torni, da ‘sto Benagol?
-Il 12 gennaio
-Azz. E se po’ sapè almeno che vai a fà, nel Benagol?
-Boh. C’è tipo una grande depressione
-Apperché non te  bastava quella de qua?
-Ma questa dancalica sta sotto al livello del mare, poi ci sono le piane di sale, i laghi magmatici e un vulcano che ci si sale col favore della notte
-Meripo’ tu il favore me lo devi fa’ a me: mandarmi a finì l’albero sennò stasera a casa mia so’ guai
-Insomma allora per questi auguri di Natale alle nostre lettrici e lettori?
-Meripo’ sai che fai? Te metti lì e te fai ‘sta decina de telefonate e così li saluti tutti proprio tutti, uno per uno
-Occhei. Ciao Ramon
-Ciao Meripo’
CLIC