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Stupore di sale

giovedì, gennaio 20th, 2011

3 gennaio 2011 

A Mario non è venuta manco una foto di Dallol. Possiamo ignorare l’impressionante dipartita. O approfittarne per tornarci. 

Dallol, the day after.
Arifacciamo l’impettata di sole e di sale. Ma, attenzione, arispuntati sulla cima, qualcuno nottetempo deve aver cambiato le quinte teatrali dello spettacolo del giorno prima: e quindi, sotto ai nostri stropicciati occhi nonché lessati piedi si rispalancano nuovi scenari di colori, nuovi azzurri più intensi, via i fumi dentro i gialli carichi, violetti e ocra sconosciuti fino a 24 ore prima.
E soprattutto: perché caspita non ci sta nessuno?
Ci tuffiamo nella caleidoscopica vallata e, rifatte da capo pure noi le foto, storditi dai vapori e dalle immagini nuove di Zecca, i driver ci ricaricano di peso nelle jeep e puntiamo dritti al lago salato. 

Gli Afar pare stacchino pezzi della locale roccia ciucciandosela per bene: dicono aiuti la fertilità. 

Afari vostri - Foto Meri Pop

A questa notizia i maschi dell’italico gruppo -che, qui va finalmente detto e specificato, erano tutti discretissimi strafighi, robetta niente affatto male che tutti gli altri gruppi ci hanno invidiato e con i quali abbiamo fatto la nostra figura ovunque- dunque dicevo che alla notizia delle proprietà fertilizzanti di quel minerale i nostri maschietti, che pure si stavano avvicinando per le foto, prendevano un inspiegabile e rapidissimo fugone, stile Beep Beep inseguito da Wile Coyote. 

Poco più avanti, dopo la distesa, arrivava anche il salato lago: a quel punto, bandite le atee timidezze, schiere di camminanti sulle acque si producevano in evangeliche imitazioni modello Jesus Christ Supersal. 

Camminanti sulle acque - Foto Professor Pi

L’entusiasmo era destinato ad affondare dopo circa tre ore dalla rimessa in jeep, allorquando si giungeva in prossimità di Asso Bhole, punto di partenza del trek nel Canyon di Saba.
Non è chiaro perché, con questo nome che trovava assai evocativo, Meri Pop -senza alcun né fondato né affondato motivo, sia ben chiaro- aveva immaginato di planare in uno scenario da colossal della Paramount. Non dico che pensava di trovarci Lara Croft o Angelina Jolie però certo ‘sto Canyon di Saba le evocava, eccome. 

Non credo sia il caso di soffermarsi più di tanto sulle solite traversìe per raggiungere Asso Bohle , con il consueto repertorio di slalom tra pietraie arroventate intervallate dal nulla assoluto nel quale si riusciva comunque,  nell’ordine, a : infangarsi, impantanarsi, insabbiarsi, sgommarsi, trascinarsi, forarsi, trainarsi, stressarsi, accaldarsi, spingersi, disincagliarsi, aripartirsi. 

Fango street - Foto professor Pi

E di nuovo sterpaglie infuocate a tutta callara e vapori di afa e Afar, o meglio bagliori di afa e apparizioni improvvise di Afar che, come miraggi nel deserto, si materializzavano all’improvviso, nella sempre rassicurante versione con un kalashnikov a mo’ di bastone poggiabraccia dietro al collo. 

Dunque dicevo che nel mezzo di questa via Crucis ecco che all’improvviso le jeep inchiodano nella dancalica pietraia deserta, al cospetto di un’unica capannuccia sgarrupata, di rinsecchite frasche coperta, tutto ciò alle ore 15 del dì 3 gennaio 2011 nostro, 2003 copto, con temperatura costante 38 gradi, percepibili 53. 

Si pensa a un attraversamento improvviso di cammelli cui cedere il passo e la zampa, forse un pipì stop, forse un ricompattamento carovana. Invece il sorridente Belay si gira verso il sedile posteriore e dancaliamente serafico annuncia: “We arrived”. Della serie: Meripo’ è inutile che resti seduta e ti guardi intorno, fattene una ragione in tempi afarianamentre accettabili e scendi, pliiiiss. 

Meri Pop protestava veementemente: “CHECCOSAAAA?? ERRAIVD DE CHE? DOVE? SIETE PAZZI SE PENSATE CHE IO POSSA FERMARMI QUI PER OLTRE DUE MINUTI”. No, non gliel’ho detto, a loro. Protestavo intimamente, ecco. Ma veementemente.
No, dal caldo non ci avevo manco più la forza di protestare.
La prospettiva di un arrostimento minimo di tre ore, almeno fino al calar del sole, in quel luogo con successivo accampamento tende su sperone desolato e desolante con notturno effetto fachiro -e vorrei vedere voi, a piantare la Quechua di Decathlon là sopra, adagiandovi sulle rocce, essendoci di morbido in alternativa solo le cacche di cammello- dunque dicevo questa allettante prospettiva infernale veniva ottimisticamente salutata da Nichi Sventola con la postilla: “ragazzi, comunque ho affittato per 300 birr ‘sta capannuccia, finchè cala il sole”. 

Diciotto statue di sale si affacciavano incredule all’interno capannuccia, dalla quale la Sventola aveva già cacciato con piglio deciso da nuova affittuaria i precedenti 2 indigeni stazionanti, capannuccia nella quale mai e poi mai si sarebbe entrati in più di 6 barra 8. Intanto faceva la sua comparsa la cassa viveri, sempre più esangue e stabilmente assestatasi per il pranzo al menù “scatolette tonno, simmenthal, crackers n.1 pacchetto a testa e arance”. 

Solo per completezza dell’informazione gastronomica, a oltre una settimana dall’italica partenza,  è giusto il caso di specificare che dei 18 pionieri ben 2, rispondenti ai nomi di Piz e Michela, risultavano anche a una superficiale analisi “non mangianti”. Essi infatti da giorni si nutrivano esclusivamente di qualche fetta di pane locale, ove trovabile e non ammuffito, e arance. A una seconda superficiale analisi Piz e Michela risultavano essere in quota “vegetariani”. Ma alla terza, approfondita e definitiva analisi, si specificava che essi erano “vegani” cioé l’incompatibilità assoluta con l’italica cassa viveri. 

Dunque, consumato il frugale pasto noi e l’inesistente loro, si sollevavano dalle parti della squillante e piemontese voce di Rosetta le seguenti, condivise, obiezioni: “MA, MA, MA ma saremo mica matti? ECCHE’ possiamo restare così fino a stasera, NE?”.  Ora, se fossi sicura che non s’incavola, direi che, all’apice della vis polemica, Rosetta potrebbe anche situarsi come punto di incontro tra la Littizzetto e Fassino. Però mi sa che, vada per la Littizzetto, ma se non voglio passare un guaio è meglio che mi sforzi di trovare qualche altro piemontese come coordinante di riferimento.

Dalle coordinate ai coordinatori, invece, i capoccioni annuenti degli altri 15 astanti -esclusi quindi i 2 dei coordinatori intenti con le mani fra i polverosi capelli a cercare una legge ad soluzionem, un lodo Vinelli, insomma qualcosa per tirarci fuori dal casino- convincevano uno sparuto drappello capitanato dal professor Pi, cui si aggregava coraggiosamente la giovane marmotta Rosetta, a procedere a ulteriore perlustrazione della desolata zona a un certo punto della quale la stessa Rosetta aveva ravvisato, come oasi nel deserto, addirittura le sembianze di numero 4 cespugli verdi adagiati su similpratino di metri 2×3. 

Il tutto, eventualmente, poteva essere raggiunto, manco ve lo sto a specificare, solo guadando un simil rigagnolo di paludosa acqua stantìa, appena attraversato il quale risuonava il rassicurante ululato di nonmiricordochì  “attenti alla bilarziosiiiiii“.

Un’emiparesi bilaterale attanagliava immediatamente le atletiche zampette di Meri Pop appena giunte in mezzo al guado, zampette che a quel punto non volevano più saperne di andare né avanti né indietro nonostante gli affettuosi incoraggiamenti da più parti provenienti, al grido di “A Meripo’, alloraaa??? Ci vogliamo dare una mossa o resti qua come un busto bronzeo?”. 

Meri Pop già si vedeva dilaniata dagli schifosi vermetti di africana palude nonché possibili sanguisughe quando con la coda -dell’occhio, il suo- percepiva la naturale eleganza di Mariò esibirsi in un bagnetto rinfrescante con annesse abluzioni ascellari e, di seguito, procedere a un personale bucato dei capi delicati. Nell’assoluta impossibilità di svenire nella palude, Meri ripiegava sul suo rapido attraversamento sempre ripetendo a se stessa e agli dei: “mai più, veloggiuro, mai più prenotazioni finché non vedrò scritto Maldive Holiday Inn”. 

Traslate tende e bagagli dalle jeep appozzatesi nel ruscello per un approssimativo lavaggio, alla riva della divina oasi, la già esausta spedizione veniva ridestata dalle urla belluine di una ferocissima donna Afar intenta a inseguire con i bastoni i nostri autisti, colpevoli di lavare macchine nella sua acqua. Completava l’offerta il continuo arrivo fra le appena installate tende di: capretta, agnellino, capretta, insetti non meglio identificati e, a sera, volo di pipistrelli. 

Per nulla scoraggiati da questa successione di eventi, individuati i bagni delle signore dietro una palma nana e quelli degli uomini ‘ndo cojo cojo, alcuni nostri eroi si recavano a rendere omaggio alle capanne del vicino villaggio, nelle quali venivano lasciate alcune tshirt e camicie tipo di Mariò e forse pure di Luciana, mi pare, in segno di pace e fratellanza fra i popoli. Quelli rimasti a guardia del bidone dispiegavano velocemente sul tavolino le mappe territoriali del tressette dancalico:

Tressette dancalo - Foto Meri Poker

Antonello Colonna alias Stefano, intanto, continuava senza successo a dare indicazioni e impartire direttive alla scuola alberghiera dei nostri 2 cuochi Afar, alla fine ripiegando sul “chi fa da sè fa per tre” e nella fattispecie approntando una bella pasta al sugo Barilla. Sugo che cucinava anche per il nostro drappello di maestranze Afar al seguito – dagli autisti alla guida ai cuochi- le quali, però, trovavano più consono uccidere lì per lì una capra di passaggio, appenderla, scuoiarla e seduta stante cucinarla nonché offrirla. 

Un ennesimo brivido correva lungo la schiena XS di Meri Pop e su quella XXL del Professor Pi, alla sola idea che tanto efferata battuta di caccia potesse in qualunque momento riguardare non più solo le capre ma anche gli umani, come più volte Giorgio aveva avuto modo di sottolineare leggendo le agghiaccianti cronache del Nesbitt. E’ giusto il caso di mettervi a parte del fatto che, oltre le cronache, Giorgio trascinava seco da Siena, a perpetuo monito, anche un pacco di foto e fotocopie immortalanti Afar recanti come trofeo di guerra inquietanti sacchi pieni di maschili attributi di nemici. 

E dunque sulla capra appesa, e sugli inusitatamente gentili Afar, calava il gentile diniego dell’invito a cena del professor Pi: “Grazie, grazie ma stasera vorrei tenermi leggero”. E soprattutto in vita. Anche giro vita. 

Ad Antonello Colonna, Stefano anche detto l’uomo Micropur, veniva invece stabilmente appaltata, oltre alla cena, anche la certificazione Iso 9002 afferente alle condizioni igieniche dei locali cucina e dell’interno pentole d’acqua. 

Finalmente rilassati, gambe sotto ai risicati e sempre scarsi in posti tavolini da camping, sederi sugli ancor più scarsi nonché anche precari seggiolini,  uno dei quali aveva appena ceduto di schianto sotto l’esimio ma pur sempre pesante pur se adeguato all’altezza fondoschiena del professor Pi, i nostri venivano prontamente richiamati alla nuova emergenza che andava a verificarsi sul seggiolino occupato dal riverito fondoschiena di Meri Pop, emergenza tradotta in un disperato e sconcertato nonché lamentoso “Ohhhhnnnòòòòòò”, accompagnato da un furioso ma infruttuoso rovistare nel marsupio porta necessaire.

Dallol, dove niente è gratis

martedì, gennaio 18th, 2011

2 gennaio 2011  

Alle ore 5,40 antelucane risuonava nell’accampamento simildancalo l’inno del risveglio: “forza, che andiamo a vedere la carovana che riparte”. E dunque, trascinatisi tra le altre capanne del villaggio Afar intento pure lui nelle operazioni di lento risveglio, i nostri planavano nella radura sottostante dove centinaia di cammelli, cammellieri, asini, basti, carichi e suppellettili si rimettevano in marcia alla volta di Bere Ale con il salato carico.  

Carovana al risveglio - Foto professor Pi

Saltando tra un fuoco del caffè e uno atto alla preparazione della locale e ogniorapresente injera, Meri Pop e i suoi compagni di viaggio vedevano sorgere il sole contornati da uno spettacolo che pure qua ci vorrebbe Emilio Salgari e non Meri Pop.  

Salutate le carovane si ripassava tutti tra i risvegliantisi Afar che, qui è ora di specificarlo, già quando sono svegli di norma non si contraddistinguono  per affabilità, socievolezza e tantomeno per ospitalità, figuriamoci prima del caffè.  

Afar di buonumore al risveglio - Foto professor Pi

E’ però anche qui il caso di specificare che Meri Pop ha visto con i propri occhi una bellissima donna Afar, affusolata in un regale tendaggio che le lasciava scoperti solo i magnetici occhi, prendere vigorosamente e più volte a calci una polverosa copertaccia arrotolata fuori dalla mesta capanna contenente presumibilmente suo marito.  

Sempre questa mi sembra la sede adatta per finalmente chiarire che se Meri Pop avesse trovato il coraggio di leggersi prima di partire qualcosa della destinazione che pur aveva scelto e prenotato avrebbe, ad esempio, appreso questo illuminante proverbio Afar:  

“E’ meglio morire
che vivere un giorno senza uccidere”.  

Non so se ora vi sia più chiara la cornice generale del viaggio.
Dice: ma perché non l’hai letto prima? Siete pazzi? ‘Sti viaggi sono come il bugiardino delle medicine, se ti metti a leggere il foglietto illustrativo non te le prendi più.  

E dunque se avesse letto il bugiardino della Dancalia, Meri Pop ugualmente avrebbe appreso, con certa qual comodità sfogliando guide sulla poltrona, che gli Afar “sono noti per la leggendaria ferocia”. Tanto per aggiungere un dettaglio gli Afar non amano essere fotografati. Amano molto, invece, rendere esplicita questa loro avversione con lancio di pietre e bastoni contro i faranji – stranieri- cioè noi.  

Sempre consultando una qualunque guida ma pure solo Wikipedia, nel caso avesse trovato il coraggio di farlo prima di cliccare “prenota”, Meri Pop avrebbe appreso anche che “posta a 100 metri sotto il livello del mare la Depressione della Dancalia è forse il luogo più caldo e inospitale della terra”.  

Ecco, facciamo che togliamo quel forse.  

E a questo punto è ovvio che ve lo stiate chiedendo. Ed è sempre a questo punto che ci è arrivata la risposta alla fin qui anche mia fissa e ricorrente domanda del “macchiccaspitamel’hafattofareammè”, intervallata dal “maddovecaspitasonofinita” e soprattutto “perché”: il perché sta esattamente al punto in cui si arriva, chevvelodicoaffare dietro ennesima impettata sotto il sole a picco nel solito temperatura minima 35,5 in aumento, alla piana di Dallol.  

Perché è proprio lì, ai confini della realtà e della resistenza fisica-psichica ed emotiva, quando ormai sei certo di stare più al cospetto dell’inferno che della Dancalia che improvvisamente, sotto ai tuoi occhi, ai tuoi piedi, alle doloranti gambe, alla tua ribollente testolina e in mezzo al cuore, appare qualcosa che, davvero, manco Jules Verne, Emilio Salgari, Proust e Piero Angela messi insieme potrebbero descrivere mai.  

Dallol, il luogo più inaspettato della terra - Foto Meri Pop

Paesaggi lunari, forse marziani, certamente da stati di allucinazione, da post festino a base di peyote, da ingestione contestuale di Aspirina e whisky e anche eruzione Mentos in Coca Light, ma non roba di questo pianeta.  

Sale e scende - Foto Meri Pop

Dallol, il luogo più caldo della terra, è in grado di ripagarvi con gli interessi – garantito- di qualsiasi tipo di casino, disperazione, fatica, sacrificio umano necessario per arrivare al suo cospetto.  

Foto Meri Pop

Formazioni di sale, sulfuree, pozze salate e fumanti a cielo aperto risplendenti di ogni sfumatura di giallo, verde, azzurro, rosso, blu, turchese, indaco, violetto, vi accolgono mentre bianchi accecanti si ergono da incrostazioni di sale che prendono forme mostruose e divine, fiori, funghi, corolle, arabeschi, ricami, trine, merletti.  

Dallol - Foto Meri Pop

Le esalazioni sulfuree vi stordiscono, tossite, a tratti lacrimate, il caldo che ve lo dico a fare,vi annocca ma mai, mai, mai, mai ho visto qualcosa di così incommensurabilmente bello ed emozionante.  

Meri Salad - Foto Professor Pi

“Troppo”, ha riassunto Luciana con quella sua calma e concisa saggezza che mi ha accompagnata e rassicurata per tutto il viaggio.  

Si, troppo.  

Esaurito lo stordimento della piana non ci siamo fatti mancare, a seguire, l’attraversamento del contiguo nonchè di roccia friabile e salino Canyon, ovviamente alle ore 12 con sole trafiggente a picco sui capoccioni.  

Piedi che camminano su un continuo scricchiolio di sali e cristalli, testa a fuoco, fiato corto, vampe di calore.
Eppure.
Eppure è vero che niente è gratis e che, di norma, quando la natura ti fa conquistare qualcosa a caro prezzo sa ricompensarti con gli interessi.  

Ed è proprio questa ricompensa che ho continuato a incassare poco dopo, quando allontanatici da Dallol ci siamo improvvisamente ritrovati, soli, su una spianata a perdita d’occhio di perfetti esagoni di sale che, tenuti a braccetto l’uno con l’altro, formavano un pavimento sospeso nel cielo di graniglia abbagliante e surreale.   

Meri Boh - Foto Professor Pi

  

E ancor più mi sono sentita una Meri Pop fortunata, ripagata, indennizzata, privilegiata, dalla natura molto amata, quando sono approdata su uno sconfinato, bianco quadrivia che apparentemente porta verso il nulla ma che lì ti porta dritta dritta verso una piena e inspiegabile felicità.

Da dove veniamo, dove andiamo - Foto Meri Pop

Avete visto cose che noi umani

mercoledì, gennaio 12th, 2011

Me lo sono chiesto quasi ogni giorno e anche due volte al giorno: macchimmel’haffattofareammè. E quasi ogni giorno o due volte al giorno ho trovato da qualche parte una risposta convincente. Spesso più di una. Non dove la stavo cercando, però. Tipo le pillole di cui vi parlerò dopo.

Inutile girarci intorno: è stata un po’ dura. Ma era l’unico modo per farlo: vedere cose.

E voi le avete viste.

Ne avete viste cose che noi umani non potremmo immaginarci.
Cammelli da combattimento trasportare sale al largo dei bastioni di Ahmed Ela.
E avete visto i raggi di fuoco dell’Erta Ale balenare nel buio vicino alle porte di Afdera.
Avete marciato con i cammellieri e dormito nei villaggi.
Avete conosciuto la durezza e la dignità degli Afar. Ma anche la loro avidità.
Avete visto la maestosità della piana di Dallol ma anche bambini di 4 anni portare le bestie al pascolo e ragazzini di 15 accecarsi ogni giorno alle saline scavando e scolpendo lastre.

Avete avuto caldo. Avete avuto caldissimo. Avete avuto freddo. Avete avuto sete. Avete avuto fame. Avete avuto soprattutto paura. Di tutto. E soprattutto dell’acqua. Di quella che bevevate, di quella che attraversavate, di quella che stava finendo, di quella che non vi dissetava mai, di quella che poteva farvi ammalare, di quella che forse non è stata bollita bene, di quella che non sai come è diventata caffè, di quella che non sai come è diventata tè, di quella che ha innaffiato l’arancia che stai sbucciando, di quella nella tanica con la quale ti fai finalmente una doccia dopo quattro giorni, di quella con la quale vorresti lavarti anche i capelli ma evitando che te ne entri anche una sola goccia in bocca. E quando avete avuto paura dell’acqua vi siete sentiti persi. Ma vi siete anche ritrovati.

Avete invece definitivamente perso le medicine salvavita. Ma non il taccuino degli appunti.

Avete avuto dei compagni di viaggio che sono usciti di notte con le torce a cercare sto caspita di astuccio di pillole in mezzo al pietroso deserto dancalo facendo lo slalom tra le carovane dei cammelli che rientravano. Senza trovarle. Le pillole. Ma poi si sono messe a ferro e fuoco tutte le farmacie etiopiche e alla fine ste cazzo di pillole di Eutirox africano il Professor Pi ve le ha fatte finalmente trovare, in quel di Makallè. E Nicki Sventola ha mandato un sms al suo amico chimico in Italia per verificare che effettivamente Meri Pop non si trasformasse di lì a poco in un visitors. E lui ha risposto: si, il farmaco è lo stesso, lo accendiamo. Ma il dosaggio è doppio: quindi spaccatele a metà le pillole. E anche la capoccella evaporata.

E tutti quei momenti non andranno più perduti nel tempo. Tipo le pillole.
Come lacrime nella pioggia.
È tempo… di raccontare.

P.S.
Ammazza se mi siete mancati, comunque. Siete tipo le pillole: salvavita. Che per un po’ vi avevo persi. Ma ora vi ho ritrovati. Spero: forza un po’, vuvvuvvùsupercalifragilipuntocom, la ricreazione è finita, pelandroni.

P.P.S.
E comunque quando poi ieri sera avete riacceso un televisore dopo venti giorni e avete visto Ballarò, Cota e la Gelmini avete avuto ancora più paura che dei feroci Afar e dell’acqua. E avete spento subito. Poi vi siete fatti un tè con i chiodi di garofano e la cannella e vi siete riascoltati questa, che Belay ve la metteva sempre, la cassetta, in macchina.