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Sweetgrace

mercoledì, marzo 28th, 2012

Di suo avrebbe potuto continuare a vivere come Paperon de’Paperoni a Londra. O a Niù Iorc. O a Brucsel. O indove caspita voleva continuando a fare il lavoro che faceva. All’estero. Purché non in Italia. Dove, notoriamente, siamo per il merito. Ma solo nelle dichiarazioni per i giornali: quando arriva un curriculum, fosse anche quello della Montalcini, ove non accompagnato di norma si butta nel cesso.

Vabbè insomma sto parlando di Grace. Che, una volta passata la frontiera, lavora si ma con grandissima fatica e certamente meno soddisfazioni. E dunque che ha pensato? Che vorrebbe riespatriare, riandarsene. E a me sta cosa che chi ha cervello può usarlo prevalentemente all’estero mentre spesso i decerebrati qui vanno avanti che è una bellezza, insomma a me sta cosa mi fa veramente incavolare. 

Insomma allora che ha pensato, mentre aspetta che suoni la campana, nel senso quella del Big Ben? Che mo’ basta portare curriculum: portiamo prelibatezze. Dunque al tailleurino vuole affiancare, in Italia, la sua prima passione: grembiule e cappello da chef. Per cucinare. Cucinare a domicilio. Su ordinazione. Soddisfare le voglie. E la fame, all’occorrenza. E la gola. E l’occhio. E il palato. E insomma:

tuttoquellocheavrestevolutofareincucinaenonavetevogliadifare
può farvelo Grace. Sweetgrace.

Per dire io per Pasqua le ho già ordinato questo e questa:  

Casatiello

Pastiera

Poiché, eddigiamolo, quando mai avrei potuto mangiare casatiello e pastiera fatti in casa? Che se aspettate che li faccio io state freschi. 

E, per dire, l’altra sera a casa sua ci ha fatto trovare:

Polpette di baccalà con fondutina di carciofi e aceto balsamico caramellato
Roastbeef alla genovese
Carciofi capperi olive nere e prezzemolo

E la sera dopo preparava un

Tortini mignon di alici all’arancia con trito di erbe aromatiche
 Insalata di arance, limoni e finocchi con aceto balsamico
Yorkshire puddings

Una che altro deve fa’ per alleviarvi l’esistenza?

Vabbè, se volete contattarla la trovate qui:
sweet food 1love1food@gmail.com

O a casa mia. A cucinare.

La fame. E la voglia

venerdì, marzo 23rd, 2012

Interno giorno, caffetteria
Grace, Meri, una fetta di torta caprese con la panna, un minibudino, un caffè al Ginseng e una Coca Light.

Grace al cameriere che le sta stappando la Coca light:

-Perché, vede, io mica mi rassegno al fatto che una debba ordinare sta roba per non ingrassare, sa?

Lui stappa non riuscendo a distogliere gli occhi da Grace e ivi così si allontana, a testa indietro, evitando lo stipite della porta di un soffio.
Si sviscerano le più urgenti questioni di attualità (uomini, amore, sesso – le tre cose non necessariamente concatenate fra loro).

Il minibudino è già andato quando le chiedo di assaggiare la caprese. La mangia con gli occhi. Ma con la forchettina spilucca solo l’angoletto. Senza panna. Il cameriere sta ancora con l’occhio a parabola, dall’altra parte del bancone.

Infine usciamo, mi riaccompagna, mi chiede come vadano il mio corso di formazione a distanza e quello più ravvicinato sulla cucina. Poi

-Vedi, Meri, cucinare è come fare sesso: c’è la fame e c’è la voglia
-Eh?
-La fame è la scopata. Ma fare l’amore è la voglia
-Eh. Quindi?
-Quindi non accontentarti mai di cucinare, e di mangiare, solo per fame.

 

Pop kitchen/ Elenco del minimo sindacale da comprare per una cucina minimamente degna del nome

lunedì, marzo 12th, 2012

Avendo il Professor Pi effettuato un sopralluogo nella Pop Kitchen nel giorno dello sdoganamento dall’Erasmus nell’insalata già pronta, prosciutto e parmigiano e al massimo la Zuppa del casale, e avendo eseguito l’ormai celeberrima pasta alla siciliana rivisitata, in assenza di instrumenti che mi chiedeva di passargli e per i quali regolarmente rispondevo
-non ce l’ho
egli mi ha consegnato una lista del minimo sindacale che dovrebbe essere rintracciabile in una cucina e su una tavola di qualsivoglia levatura minimamente degne di questo nome:

Mestoli di legno
Pentola per la pasta
Tegame grande
Due tegami piccoli
Pentola a pressione
Numero una padella di diametro 28
Set coltelli da cucina no dell’Ikea
(-Coltello per il battuto
-Eccolo
-Meripo’ coltello decente per il battuto
-Non ce l’ho
-Aggiungi)
Coltellini taglienti (guardate, da Ikea va bene la libreria Billy, anche la cassettiera Malm ma i coltelli lasciate perdere)
Teglia da forno tonda di vetro
Forma per plum cake (Professor Pi ma io non mi ricordo manco come si fa la frittata, mo’ il plum cake? Meripo’ io non capisco queste tue previsioni sempre al ribasso, innalzati. -Vabbè, tiremminnalz)
Teglia apribile
Teiera (Teiera? Meripo’, da dove pensi di versare il thè, mica dal bollitore?)
Boule di metallo (-Eh? -B-o-u-l-e di me-tal-lo, per gli impasti -Gli impasti, si si si m’innalzo)
Pelapatate
Grattugia
Zuppiere
Formaggiera
Posate da insalata
Saliera, pepiera, oliera acetiera
Piatti da portata
Grembiule
Bicchieri da alcol
Whisky, Rum, Grappa, Cointreau, un Amaro

Non oso pensare se ora ci passassero anche Franka e Grace (che pure ci ha cucinato una pasta con le vongole coi controcavoli), (mia sorella lo sa quindi porta già tutto da casa sua), non mi basterebbe manco l’europrestito per la Grecia.

Vabbè ora vado a chiedere un mutuo a conto Arancio, nel senso la banca non l’agrume.

Per chi suona la pastella

mercoledì, febbraio 2nd, 2011

E’ andata così: che ieri abbiamo scritto una lettera a Silvio.  All’inizio sembrava l’avesse scritta una sola e poi invece, in un clima di assoluta eleganza e decoro, gliel’abbiamo messa lì, nella cassetta della posta, in tante. Ma tante. Che a una certa ora eravamo belle che Protagoniste dopo il Blitz, co ‘sta rivoluzione della pastella.

Poi ci siamo trasferite in cucina. Quella di Zuckerberg. E lì la missiva ha iniziato a viaggiare di bacheca in bacheca, di amica in amica e a un certo punto è arrivata a darci una mano anche Nilde Iotti. Intanto qualcuna cominciava a spianare la farina. E più tardi altre sono arrivate con la parannanza e le scodelle. La lettera intando andava e il caro Silvio pure.  

Ho capito che la missione e la missiva entravano nell’elenco ingredienti del Gran Final Cucinamento quando, a sera, la staffetta Tina Anselmi-Giovanna ha suonato la campana: “Stiamo portando l’olio a temperatura”.
Ecco, volevo dirvi che pure la pastella è a buon punto.

E intanto si potrebbe tentare un primo assaggio il 13 febbraio.

Infine, nella concitazione del mescolamento, si è fatta sera. E su una piccola tv è andata in onda un’intervista a Franca Valeri.
E’ stato come avvistare una perla. Una perla in un mare di catodico liquame. Perciò ancora più splendente, in quel sorriso sghembo sul mondo che nessun ostacolo può fermare, anche quando le parole non scorrono più fluentemente, in questo oceano di intelligenza, arguzia, ironia, classe. E sono state quelle pause, quello sforzo, il lusso di potersi fermare in mezzo a una frase, restituendocela poco dopo più attesa e quindi più preziosa, che ieri l’hanno resa ai miei occhi ancora più grande.

Maddalena Carlino ha realizzato l’intervista e fra poco diventerà anche mamma,  Chiara Geloni è sempre più Marylin nonché direttora della tivvù e il link è questo:
http://www.youdem.tv/VideoDetails.aspx?id_video=b0efac00-e129-4b4e-b287-2fdadf31f7e4

E siccome di Franca Valeri la mia amica Rita mi ha regalato l’autobiografia, ieri sera, spenta la tivvù ma nell’assoluta impossibilità di staccarmi dalla compagnia di quella lezione di etica e stile, risfogliandola, ho trovato questo:

“L’educazione non è ormai una forma di rispetto umano scambievole e con le sue regole codificate, no certo, è resistenza alla maleducazione. E la maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati”.
(Franca Valeri “Bugiarda no, reticente”. Einaudi, pag. 82)

E ora, per dirla proprio con la Franca, “ho parlato abbastanza, considerando che parlo da sola”. Towanda.
E buona rivoluzione della pastella. E degli educati.

Riceviamo e volentieri non ci preoccupiamo

martedì, gennaio 25th, 2011

Vi ricordate l’annosa vicenda?

Ecco, siccome Thumper sta sempre un pezzo avanti, ci documenta come il motto che accompagna Meri Pop nella vita dalla preadolescenza, a lei l’accompagna anche nell’accesso al frigorifero e alla cabina armadio: i luoghi principe della tentazione e del senso di colpa. Quindi cedete, cedete pure senza preoccuparvi.

E lo so, un tempo era la camera da letto. E’ finita: desiderio di seduzione, complicità, piacere? Ormai o in cucina o da Braccialini. Aloha.

Il Grande Tinello/5. La più amata dagli italiani

domenica, dicembre 12th, 2010

di Tina e Nello

Prosegue la saga dei nostri innamorati eroi.

L’ape operaio è troppo vendicativo per andare in paradiso. E non ci ha messo molto per mettere in atto la sua vendetta. “Se non mi dite a che altezza volete le mattonelle, io fermo i lavori. E chissà quando li riprenderò”. Sì, una minaccia di sciopero da parte di uno che, evidentemente, del lavoro che gli stavamo commissionando poteva farne benissimo a meno. O forse semplicemente l’istinto dell’ape che immaginava tante piccole celle, tipo alveare, per la nostra cucina. Nello ha tremato. Bisognava scegliere una cucina e farlo subito. Ha tremato perché conosce i miei tempi (cfr. Episodio I de “Il Grande Tinello”) e quindi se ci sono voluti anni per scegliere la casa, chissà quanto ci sarebbe voluto per scegliere la parte più importante della stessa.

Non sapevano, né Nello né l’Ape Operaio, che stavolta avevo pronto l’asso nella manica. La marca della cucina, infatti, l’avevo già scelta da tempo. Da un giorno di fine inverno in cui sentii uno dei quattro figli di papà che presentavano il Festival di Sanremo parlare di “Scatolini” (con la “t”), la più amata dagli italiani. Avevo scelto una Scatolini ben prima che lo potesse fare G.F. per il suo Tinello di Montecarlo (comunque non lontano da Sanremo). Sollevato più del dovuto, Nello già canta vittoria. “In fondo – dice – metter su una cucina altro non è che mettere tante scatole ognuna al posto giusto”. A volte bisognerebbe fare direttamente i bambini, invece che mettersi con le persone, tanto è lo stesso…

Restava solo un piccolo particolare: trovare il modello giusto, quello che dura una vita. Scelta non facile, soprattutto perché Nello non fa che dire: “Sì, ok, mi piace, prendiamola” a qualsiasi straccio di scaffale, purché si faccia presto. E così vado avanti da sola, tra una telefonata dell’Ape Operaio che minaccia di salire sul tetto del condominio e prendere in ostaggio l’amministratore e una di Nello, che si prepara anche lui per Sanremo con il suo ritorNello: “Ne hai vista una che ti piace finalmente? Guarda che ci serve per cucinare, non da esporre”. Spento il cellulare, entro in un negozio Scatolini e finalmente la vedo. E’ lì, che aspetta solo di essere portata nel Grande Tinello. Riaccendo subito il cellulare ed esseemmeesso “E’ lei” a Nello. Tacitate le rivendicazioni dell’Ape Operaio con tutte le misure del caso, ecco la mia cucina. E’ bella, ha il profumo del nuovo e il fascino dell’antico. “Sì, carina, un po’ come le altre che avevamo visto”, dice Nello. A volte bisognerebbe mettersi con le cucine, non con le persone. Perché le Scatolini sono le più amate dagli italiani. E dai Grandi Tinelli. E da me, perché so che almeno il noce italiano durerà tutta la vita.

Chiccen

martedì, luglio 20th, 2010

di Marilla

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.
Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi.
Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.     Banana Yoshimoto

Eh si, signora Banana, hai ragione da vendere. Anche per me non esiste un posto al mondo che io ami di più. Amo, soprattutto, la mia cucina, scelta in ogni dettaglio, con cura ed amore. Il locale più grande della casa, perché, per me, da sempre la cucina è la casa.

Da bambina, pur avendo altre stanze a disposizione, la cucina era il luogo dove fare i compiti, dove giocare, dove osservare la nonna snocciolare le ciliegie o sferruzzare. Era il rifugio per le lacrime e la fucina dei sorrisi. Era tantissime cose tutte insieme ed era il centro del mondo.

La mia prima casa da adulta aveva una cucina minuscola, in pratica un armadio cucina. Non potevi viverci, non potevi annusarla. Mi mancavano le quattro mura ed appena ho potuto cambiare casa è nata lei, LA CUCINA, quella che avevo sempre sognato. Grande, con un grande tavolo, piena di pentole, piatti, elettrodomestici, e piena di profumi. Profumi di spezie, di arrosti, di pesce, di conserve. Contenitori in ordine maniacale di grandezza, cibi recuperati in ogni parte del mondo, curiosità e oggetti totalmente inutili, classificati come “mai più senza”.

Un frigo esondante, un forno sempre attivo, cucchiai di legno come segnalibri e tracce di cibo sul quotidiano. I vestiti che si portano addosso mille profumi ed odori, gli stracci da cucina scelti a seconda della stagione, l’orto degli aromi sul balcone, a portata di mano. Mille libri di cucina, mille quaderni da riempire di ricette, ma anche di pensieri e di sogni.

Ma in cucina trovi anche il PC, la stampante, i libri di scuola del figlio, piuttosto intonsi, ma comunque da utilizzarsi assolutamente in questo locale, come da tradizione familiare.

Il mio rifugio, il mio ufficio, il mio antro della strega, il mio mondo. Il primo caffè del mattino, seduta al tavolo a seguire le notizie sul TG, e la mia ultima camomilla alla sera, e in mezzo mille altre emozioni: i pranzi di Natale, le cene con gli amici, le merende coi bambini, il delirio della preparazione delle conserve, i pasti dei cani, dei gatti e dei furetti, le sigarette e le chiacchiere fino all’alba.

Attorno a quel tavolo, che era il tavolo della mia bisnonna, si srotola la mia vita. Da sempre. E anche se per sempre non esiste, è in quella stanza che io voglio vivere. Per sempre.