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La suola delle mie scarpe

giovedì, febbraio 2nd, 2017

VIET POP The End

Ora, per concludere degnamente la saga, forse dovrei parlarvi dell’incommensurabile stupore che mi prendeva quando, dopo un percorso di infinito pulmino e di infine aliscafo, si sbucava ai confini con la Cina sbarcando nella baia di Ha Long, che letteralmente significa “dove il drago scende in mare” e dove effettivamente si capisce perché sia considerata una delle Sette Meraviglie del Mondo. E magari un giorno ve ne parlerò diffusamente.

Invece oggi ho bisogno di parlarvi delle mie scarpe. Delle mie scarpe da trekking, queste:

Viet scarpe

In my shoes (Foto Meri Pop)

quelle che comprai per il mio primo viaggio della mia seconda vita, Cuba. Lì dove in qualche modo tutto ri-iniziò. Quelle che mi hanno accompagnata per questi sette anni, quelli che Brad Pitt passò in Tibet e io negli scarponi.

Sono scarpe che hanno attraversato mezzo mondo e sono sopravvissute al deserto della Dancalia come ai ghiacci della Nuova Zelanda, alla terra rossa dell’Australia e a quella arancio dell’Omo River. Hanno sfidato le guardie della moralità in Iran e i feroci Afar in Etiopia e si sono inchinate davanti alla magnificenza della sula dai piedi azzurri alle Galapagos.

Mi hanno fatto fare quello che, presumibilmente, nessun altro paio di scarpe mi farà fare, non foss’altro perché per alcuni Continenti la prima è stata anche l’ultima volta. Che quaranta ore di aereo per la Zelandia anche mobbasta eh.

Sono state la mia casa quando casa mia distava millemila chilometri. Hanno camminato insieme ai cammellieri in Etiopia, ai monaci scalzi in Laos e ai bambini in sandali di pneumatico in Mozambico. E non mi hanno mai tradita.

E’ per questo che le ho indossate e portate anche in Vietnam. Certo l’usura si sente, una cucitura che cede al lato, un rialzino scomparso dietro. Ma hanno continuato, pur sofferenti, ad aiutarmi su ogni strada. Nella fanga però ho iniziato a notare che scivolavo più del previsto. Un pochino ogni giorno. Ogni giorno di più.

Ed è stato proprio sbarcando nella bellezza mozzafiato di Ha Long che, per la prima volta, le ho girate dalla parte della suola. E mi sono accorta di quanto si fossero consumate: i millemila chilometri avevano allisciato la suola scolpita, tipo gli pneumatici a fine corsa.

Le mie scarpe. Proprio loro, così comode, così casa, così mie mi stavano abbandonando. E, peggio, stavano diventando pericolose. Perché avrebbero potuto darmi il colpo di grazia senza altro preavviso, mentre io mi concentravo solo sulla loro immutata comodità.

Non c’era molta scelta. Perché di questo passo, è il caso di dirlo, ci saremmo solo fatte male. Ho pensato che, proprio per il bene che ci siamo volute e per la strada che mi hanno aiutato a fare, meritassero rispetto e soprattutto meritassero di finire in un posto all’altezza della loro storia, non nel cestino dell’albergo scrauso di Hanoi.

Eravamo o no in una delle Sette Meraviglie del mondo? Ed è così che ho aspettato di rimanere da sola, mentre gli altri rientravano dall’impettata rocciosa di turno, e me le sono tolte. Qui:

Viet scarpe1

Cioè, aspè, quella è dall’alto. Qui:

Viet scarpe3

Le ho guardate per un po’ e le ho ringraziate, cose che Marie Kondo -la vestale del butting- m’avrebbe dato un bacio in fronte, e poi… me le sono rinfilate, che sulla barca mica ci potevo risalire scalza eh. Ma poi sì, le ho lasciate. Le ho lasciate andare.

Insomma questo volevo dirvi: forse viaggiare è un esercizio di vita perché impari a lasciarti andare ma anche a lasciar andare. Arrivi in posti che ti riempiono di immensità ma non te ne appropri, non ti impossessi mai di quello che incontri per strada: ne godi finché ci sei ma poi devi lasciarlo andare. E ripartire, per continuare a goderne in altro modo.

Dice Meripo’ sei andata a finire fino al Vietnam per dirci questo? No no, la cosa più importante ve la manda a dire dalla Baia di Ha Long la suola delle mie scarpe. Spesso non è quello che sentiamo, a farci più male: è quello che non vogliamo vedere.

Grazie a: Christian, Claudia, Lorena, Luisa, Monica, Pietro e Vincenzo

Regreso de Cuba cuando quiero

lunedì, novembre 28th, 2016

Andò più o meno così. Esausta da giorni di straziacuoramenti derivanti dal mio stato di neoseparata, trovandomi in zona Avvento e con ciò sentendo sul collo la fiatella del Santo Natale, sola come un gambo di sedano e prosciugata come na piantina sul balcone durante le vacanze estive, decidevo la mossa della disperazione:

-Basta. Basta, parto. Basta, parto con Avventure nel mondo

il che per me equivaleva a una sorta di estremo gesto, modalità Tosca da Castel Sant’Angelo. Occorreva trovare una destinazione in cui non sembrasse inverno, non sembrasse Natale e non si sembrasse tristi. Fu così che l’occhio cadde sulla pagina Cuba. Cuba “Cuba prima che muoia Fidel Castro che poi chissà che succederà”.

Contemporaneamente, nel Granducato di Toscana, anche il Professor Pi, avendo già visto mezzo mondo, riteneva maturo il tempo di recarsi a Cuba, “Cuba prima che muoia Fidel Castro che poi chissà che succederà”.

Sul catalogo del viaggio c’erano le date 25 dicembre-8 gennaio e accanto il nome del capogruppo: PROFESSOR PI (più o meno, io manco ero ancora Meri Pop). Decisi dunque l’estremo click. “Prenota”. Prima però telefonai all’ignaro.

DRIIIIIIINNNNN

-Pronto buongiorno sono Meripo’. Sentanpo’ io ho letto di questo viaggio e tenterei l’estremo gesto ma volevo chiarire due cose: primo io sono abituata a viaggiare come la gente normale e secondo mi trovo in una condizione psicologica piuttosto precaria per cui non voglio creare problemi a voi a settemila chilometri di distanza e soprattutto non vorrei me ne creaste voi, dunque Le chiedo: secondo lei quanto sarà disagevole questo viaggio?

Si sentì solo una lunga pausa. Poi

-Dunque se la destinazione fosse l’Irian Jaya  (non ho ancora idea di dove stia), con fango alle ginocchia e sanguisughe in ogniddove, le direi Se ne resti a casa. Però, scusa eh, ma stiamo parlando di Cuba. Ripeto: Cuba, la bellezza e la rivoluzione permanente. Tu devi dirmi solo una cosa: ma per te è più importante quello che andremo a vedere, l’incanto che andremo a scoprire o se esce l’acqua calda dalla doccia?

Fu così che mi fregò. Perché è del tutto evidente che la cosa più importante era la caspita di acqua calda dalla doccia. Ma sentii solo una voce che al posto mio rispondeva

-E beh certo, la rivoluzione permanente

cuba

E dunque per me Cuba è stata “Cuba prima che muoia Fidel Castro che poi chissà che succederà” da casa fino all’imbarco di Fiumicino, ove poi si appalesò il professor Pi in tutti i suoi due metri di longitudine. Dopodiché Cuba è stata solo la nueva vida. Una vita più libre, più Cuba libre.

Ma soprattutto Cuba è stato quel posto in cui, a 48 ore dagli ultimi straziamenti e lacrimamenti, mi ritrovai in una fumeria di sigari spippacchiando un Montecristo con un bicchiere di rhum nell’altra mano (spippacchiava Pi ma tentai pure io un paio di intossicate) e avendo già prenotato una lezione di salsa con un cubanero locale.

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Cuba, foto Professor Pi

Portai un taccuino di appunti sul quale ancora oggi è possibile ammirare una sola paginetta scritta, la prima. Dove ci si può fare un’idea della mia lungimiranza:

“Partenza ore 10 Fiumicino. Zaino, no bagagli rigidi. Dice che ci sarà questo Pi ad attenderci. Quello del telefono. Comunque se non mi trovo bene VUELVO QUANDO QUIERO. Torno quando voglio”.

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Cuba, Foto Professor Pi

Dunque cosa altro dire di Cuba? Nulla, bellimiei. Ricordate solo una cosa: le peggiori sole si preannunciano con la frase “smetto quando voglio”.

Pse natalizio urgente/Hasta la partenza siempre

giovedì, dicembre 18th, 2014

Interrompiamo momentaneamente il Via con l’Avvento per un Pronto Soccorso Emotivo Urgente. Dunque, la nostra amica e utentessa Sconsy (Sconsolata momentaneamente) si è svegliata qualche mattina fa e, dopo due anni di mestizia e mortificazioni da di lui micragnosità sentimentale, s’è fatta coraggio e gliel’ha detto: “Mobbasta. Mo’ anche basta”.

Al coraggio leonino è seguita la fase di euforia che sempre ci accompagna nelle svolte vere, seppur dolorose, della vita.  Salvo poi, or sono due settimane, piombare nella più assoluta sconsolazione rimorsiva piangente e disperante. Perché sì, questo va detto, ora sono cavoli. Che so’ capaci tutti a fare le single con le separazioni degli altri, sotto Natale. E lei è tentata di allungare la mano sul telefono per richiamarlo.

Ricordo all’utenza che la quippresente, giusto a ridosso della sentenza separativa a Natale, prese invece la decisione più azzeccata in carriera, dopo quella di cambiare stato civile: cambiare aria.

Giustappunto dopo un mese di attacchi di incontrollabile e ingiustificato pianto capii che stavo al capolinea. Di un autobus che così non sarebbe ripartito mai. Dunque decisi di prendere un aereo. Al buio. Con 19 sconosciuti con destinazione L’Avana. Quarantott’ore dopo buttavo le boccette di Rescue Remedy per tuffarmi nei bicchieri di Mojito e a tratti anche in qualche fumeria di sigari.

Cara Sconsy, credimi: non c’è problema che non possa essere risolto in una fumeria cubana davanti a un bicchiere di Mojito.

E oggi per te io ho due sole parole: Jordan Axani, il canadese che “Compra viaggio con la fidanzata che lo lascia. E lui parte con un’omonima”.

Ricorda, Sconsy: Jordan Axani. Viaggio. Con laqualunque. Noi qui a cantar Tu scendi dalle stelle. E tu lì a riprenderti la vita mentre Tu scendi dalle scale. Dell’aereo. Daje

Separarsi all’Avvento si è rivelata una svolta

martedì, dicembre 24th, 2013

Qui. Su Donneuropa. Ribadimmo il concetto. Perché non si dica Ma non avevo mica capito che dovevo fa’.

I Natali più insieme che abbia mai trascorso sono quelli da quando sono sola, nel senso spajata. Per quei meccanismi ancora non codificati da un algoritmo ma ben certificati nelle statistiche dei mollati, di norma il periodo nel quale si concentrano separazioni, divorzi e lasciamenti di sorta, coincide con le festività natalizie (seguono quelle pasquali). Dunque quella che aveva tutte le caratteristiche per rivelarsi la madre delle mazzate, cioè la separazione durante l’Avvento, si rivelò in realtà la svolta.

Dopo un mese di piagnistei e auto fustigazioni optai per la mossa della disperazione (che se ci sono i viaggi della speranza ci sono ancor più questi altri): parto. Da sola. Cioè con un gruppo di sconosciuti ma da sola. Dove vado? Dove non sembri Natale, tanto per cominciare, dove faccia caldo, siano atei e non arrivi il tg1. Fu così che l’Havana dispiegò proprietà terapeutiche inaspettate: intanto già a ventiquattr’ore dall’atterraggio al posto della boccetta di Rescue Remedy pasteggiavo col mojito e posso assicurare che la prospettiva vista da un bicchiere è senz’altro migliore di quella osservata da una boccetta.

Poi ci fu il fatto che con me viaggiavano diciannove sconosciuti che ancora oggi sono una delle migliori compagnie che mi sentirei di consigliare a chiunque. E c’è che mentre cammini, ovunque, invece di sentire Capezzone al telegiornale senti Guantanamera per strada. Il che in certi frangenti fa la differenza.

Al punto che quando tornai e mi riappalesai ai miei familiari, un giorno alcune amiche di mia sorella si riunirono a casa sua e mentre una si lamentava variamente di sventure maritali, l’altra disse

“Senti, secondo me dovresti andare in erboristeria, farti dare qualcosa”

A quel punto si avvicinò mia nipote, anni 8, e disse

“Senti secondo me dovresti andare a Cuba”

E lei “Perché tesoro cosa c’è a Cuba?”

“Ah non lo so ma a mia zia ha fatto benissimo”

Il primo essendo stato sfangato in questo modo, decisi di confermare l’andazzo per i Natali successivi. In ogni posto, inoltre, qualcuno del gruppo della situazione – e ogni volta ho viaggiato con partecipanti diversi e nuovi – si è sempre premurato di tirarsi dietro dall’Italia un pandoro. Particolarmente apprezzato fu quello che Silva estrasse in piena Etiopia da uno zainetto, completamente acciaccato fino a sembrare un panforte.

Ed è così che, da qualche anno, dal mio pranzo del 25 essendo definitivamente estinta la lasagna in brodo di nonna e mamma, mi è capitato di mangiare ‘njera in Dancalia e vermi caramellati e carne di coccodrillo nell’Omo river ma mai come in questi anni mi sono sentita “a casa”. Ovunque fossi. E mai come da quando me ne sono allontanata ho riprovato persino nostalgia, del Natale. Che, sia chiaro, resta l’allarme Defcon uno (Attacco in corso) per chiunque abbia ingaggiato dolenti battaglie con il proprio stato civile.

Ma alla fine, quando hai fatto pace con te stesso, è probabile che tu sia pronto per farla persino con il Natale. Dunque Auguri. Auguri a tutti. Anche quest’anno nel quale mi sento pronta a riaffrontare la festaiola orgia qui. Con l’opportuno indennizzo della lasagna in brodo.

@LaveraMeriPop

Tu scendi dall’Ikea, o re del gelo

lunedì, dicembre 23rd, 2013

Stasera, quattro anni fa a quest’ora, c’era la neve su tutta la dorsale frecciarossica della tratta Milano Roma, la Capitale era avvolta dal freddo e io mi stavo morendo di fifa. Perché la mattina dopo avrei preso un aereo con gente sconosciuta, uno dei quali stava su quel treno in ritardo stasera di quella sera. E quello di quella sera di stasera aveva scritto a tutti gli sconosciuti

-Ehi ragazzi la sera prima di partire perché, con tutti quelli che partono da Roma, non mangiamo una pizza insieme così ci conosciamo?

E io prima avevo risposto

-Si certo, bella idea

Bella idea un par di palle natalizie. Perché al primo ritardo di quel treno io mandai un sms. Quello dell’emicrania. Quello che hai paura. E invece di scrivere

-Io ho una dannata e fottutissima paura di conoscere te e tutti questi chiunquesiate perché io me ne stavo qui col mio bel dolore a piangermi addosso e mo’ domani mi tocca interromperlo per un pochetto, tipo il tempo dell’imbarco aereo. E mi costringerete a uscirmene dal mio bel monolocale di separata disperata. E io invece me ne vorrei restare abbozzolata qui dentro. E voi non mi interessate neanche un po’. Ecco quindi la pizza mangiatevela da soli. Che io non ho manco fame.

scrivi solo

-Scusate ho un’emicrania ci vediamo domani

Che poi io quel gruppo me l’ero scelto al buio in mezzo a una decina del catalogo. E mi ero fissata proprio su quel nome lì. Pi. C’era scritto Cuba pure negli altri nove. Ma a quella riga c’era scritto Cuba con il Professor Pi. E m’era presa proprio brutta: continuavo a ripetermi per non si sa qual caspita di motivo che io, disperata per disperata, devo partire con questo.

E mo’ che questo si avvicinava io non me la potevo prendere con un caspita di nessuno se non con la pazzia che m’era presa in quei cinque minuti del clic.

Quindi, ragionevolmente rinsavita, almeno la pizza con questo e con quelli me la volevo risparmiare.

E poi, quattro anni fa ma domani mattina, mi sono trascinata fino a Fiumicino. Con la valigia piena di manuali di auto aiuto, fazzolettini di carta, rescue remedy e altre amenità oltre a un paio di costumi da bagno.

Il resto lo sapete, vi ho sbomballato abbastanza.

Ma c’è che poco fa ho guardato le lucine dell’Ikea fatte a tubo bianco lungo che mi aveva regalato mia sorella, quattro anni fa, dicendo

-Meripo’ così almeno non piangi al buio

e queste lucine sostanzialmente sono l’unica cosa rimasta di quella piccolissima casetta di quattro anni fa. Le lucine. Il professor Pi. E mia sorella. E l’Ikea. E Cuba. E quegli amici. E voi.

E mi è venuto da ripensare a quella sera. All’sms della fifa. E al fatto che a me sto Natale mi ha già stufata ma le lucine no. Stanno lì tutte in fila nel tubo a sembrano quasi disegnare una parola. Serendipity. Fortuito incidente. Trovare fortunosamente qualcosa mentre se ne cercava un’altra. Sti rompibballe qua, e il capo rompibballe. Perché quando ci si riappacifica con se stessi si è pronti persino per il Natale. E per accendere le lucine Ikea.

E siccome poi nel tempo c’è stata una musica che mi ha accompagnata in tutte le peregrinazioni viaggiatorie, per non farmi mancare nulla mi sono accesa pure quella. E’ Mark Knopfler. Si chiama Going Home. Perché, pure, arriva il momento in cui sei pronto anche per tornare -o restare- a casa. Ovunque sia.

Auguri, supercalifragilini. E anche a te Professor Pi. E al catalogo dei viaggi. E pure a quello delle lucine dell’Ikea.

Agguanta na mela. E na valigia

lunedì, ottobre 7th, 2013

Cara Meri,

ho letto il tuo post al Giudice. Noi gli compariremo davanti fra dieci giorni, dopo undici anni di matrimonio. La maggior parte dei quali vissuti in due, il resto fino ad oggi anche con le sue “distrazioni”. Nonostante ciò non sono mai riuscita a dire Basta io e ho lasciato che alla fine lo facesse lui. Ora mi sento a pezzi. Che non so come ricomporre. Hai qualche suggerimento per il “dopo” visto che ormai il prima è andato?
Lucia

Cara Lucia,
io direi che si può ripartire da due prenotazioni: una dal pedicure e una all’agenzia di viaggi. La prima perché sono mesi che mi stanno a sbomballare dicendo che dopo il divorzio c’è il mondo ai nostri piedi e allora facciamo almeno che li si trovi presentabili. La seconda perché, senza aspettare l’udienza del divorzio, già per quella della separazione fu un viaggio che mi salvò. Che se ci sono i viaggi della speranza ci sono ancor di più quelli della disperazione. E quello aveva tutte le caratteristiche per rivelarsi il fiasco della vita.

Nella valigia avevo più fazzoletti di carta, manuali di auto-aiuto e boccette di Rescue Remedy che magliette e costumi, nonostante stessi partendo per Cuba. Eppure, ci sono anche qualificati testimoni che posso esibirti in ogni momento, fu una delle migliori idee della mia vita.

Intanto già a ventiquattr’ore dall’atterraggio al posto della boccetta di Rescue Remedy pasteggiavo col mojito e ti assicuro che la prospettiva vista da un bicchiere è senz’altro migliore di quella da una boccetta.

Poi ci fu il fatto che con me viaggiavano numero 19 sconosciuti che ancora oggi sono una delle migliori compagnie che mi sentirei di consigliare a chiunque. Certo conobbi anche il Professor Pi, il che ha poi prodotto altri tipi di conseguenze ma non stiamo a sottilizzare. Anche per via della mole.

E c’è poi che mentre cammini, ovunque, invece di sentire Capezzone al telegiornale senti tipo Guantanamera per strada. Il che, credimi, in certi frangenti fa la differenza. Al punto che quando tornai e mi riappalesai ai miei familiari, poi un giorno alcune amiche di mia sorella si riunirono a casa sua e mentre una si lamentava variamente di sventure maritali, una disse

-Senti, secondo me dovresti andare in eroboristeria, farti dare qualcosa

A quel punto si avvicinò mia nipote, anni 8, e disse

-Senti secondo me dovresti andare a Cuba

E lei -Perché tesoro cosa c’è a Cuba?

-Ah non lo so ma a mia zia ha fatto benissimo

Ammazza quanto l’ho fatta lunga. Vabbè Lucì fammi sapere. Quando parti.
Tua Meri

La porti un viaggione a Firenze

martedì, marzo 12th, 2013

Come i più assidui frequentatori di questo blogghe ormai sanno o risanno, nel mezzo del cammin di nostra sfiga mi ritrovai per una Cuba sola, che la diritta via era smarrita. Apposi un clic a “prenota viaggio” con un gruppo di sconosciuti capitanati da ancor più ignoto capogruppo poi rivelatosi essere l’attuale Professor Pi. Ciò accadeva tre anni e mezzo or sono.  Le principali scoperte del viaggio furono tre: il valore terapeutico del mojito e l’utilità delle palle. Di cioccolata. Non necessariamente in quest’ordine. (Quelle di cioccolata le fanno a Baracoa).

-Meripo’ queste sono due e la terza?
La terza è che a volte hai la soluzione sottomano ma devi spostarti qualche migliaio di chilometri e svariati trekking per trovarla. Dunque, per dirne una, gli sconosciuti sparsi per l’Italia sono entrati nel girone (per restare nell’aleggio dantesco) “amici”. E conseguentemente, ogni anno, troviamo il modo di ritemprarci in maratone enogastroalcoliche di prima grandezza.

La parte migliore del raduno di solito è la preparazione, che può durare da qualche settimana a intere stagioni. Ma, si sa, l’attesa aumenta il desiderio. E, come dice uno dei componenti, anche sto desiderio andrebbe indagato. In attesa che qualche emulo di Freud si dedichi allo studio del perché un viaggio possa creare dei legami così forti e duraturi (che l’amore dura tre anni ma a volte anche tre e un po’) mi è intanto gradito  rendere noto che stavolta, più che un raduno, è stato quasi un flashmob: convocazione urgente e chi c’è c’è.  A Firenze come fosse Teano. Due giorni. Ed eravamo praticamente tutti.

Chevvelodicoaffare che dopo vent’anni sono rientrata a visitare Santa Croce

e non ricordavo quanta sapienza e bellezza fossero racchiuse là dentro, roba che da sola basterebbe per tutta l’umanità e tutti i tempi. E poi il Museo del Bargello, ma ve lo racconto per bene un’altra volta. E poi ancora e soprattutto sperdersi per i vicoletti chiacchierando ora a coppie ora a trio e poi scambiarsi il posto con quello davanti, con l’amica dietro e tu come stai e che hai fatto nel frattempo e cosa hai visto e che ti aspetti dalla vita e cosa dal prossimo viaggio. E ognuno mette la sua tesserina del pezzetto di mondo che ha visto e tutti insieme a sentircelo raccontare sembra che lo abbiamo visto anche noi e che alla fine si esce che si è fatto il Giro del mondo in due giorni, quattro osterie e una ola al colesterolo.

Riassumendo direi questo: in linea di massima non c’è problema che non possa essere momentaneamente affogato in una ribollita o in un mojito. La maggior parte delle volte non sopravviverà al weekend. E ve ne potrete tornare più leggeri da dove siete partiti. Al netto di sti due chiletti da finocchiona, pici e -appunto- tiramisù.

Via con l’Avvento 15/ Tiempo y silencio

sabato, dicembre 17th, 2011

Oggi non possiamo fare altro che inchinarci alla signora di Besame mucho. Che se ne è andata lasciando dietro di sè schiere di dolci baci e languide carezze.

La qui presente le deve molto, che l’ultima volta che si disse tenacemente “mai più, mo’ basta ” fu travolta nelle dodici ore successive proprio dalla voce calda di questa bella signora. E dall’irresistibile profumo del rum cubano che le offrì un bel signore.

E dunque ora che non potrò neanche mai più citarla per danni non mi resta che dirle: Cesaria cara, grazie per aver riassunto da un’altra parte quello che a tutt’oggi dovremmo riconsiderare come il Bignami dell’amore, quello che sta nel titolo di un’altra suadente canzone “Tiempo y silencio”. E che alla domanda “ma che è sto caspita di amore?” così ci trafigge nella risposta:

Nacer en tu risa
Crecer en tu llanto
Vivir en tu espalda
Morir en tus brazos

Addio, bella signora, ora che hai “Una casa nel cielo, un jardin en el mar”.

Zero Stimuli

sabato, maggio 15th, 2010

Ecco, è una di quelle giornate che ….  Che piove …. Che piove …. E si dovrebbe stare da un’altra parte. Tipo qui:

Cuba - Capodanno 2010

Cuba – Capodanno 2010