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Scusate se resisto

lunedì, novembre 24th, 2014

Quando ho visto Paola Cortellesi annunciare ai colleghi inglesi del grande studio di architettura made in London “Beh io torno in Italia” ci ho rivisto Grace. Stesso sconcerto dei colleghi inglesi, stessa nostalgia sua.

Quando la Cortellesi l’ho vista spacciarsi per l’architetto Bruno Serena, rinunciando ad essere Serena Bruno per poter presentare un piano di risanamento architettonico di Corviale, Roma, ho pensato a Shylock, che per altro avevo seduta accanto.

Quando ho visto vomitare di nascosto una delle architette nel megastudio romano, ho pensato a tutte quelle che ancora devono firmare dimissioni in bianco e assicurare che No, non tengo e non terrò mai famiglia.

E quando ho visto Lunetta Savino sacrificare la sua vita per vivere all’ombra del suo capo, essendo lei la vera mente e suggeritrice delle strategie urbanistiche, ma relegata ufficialmente a portargli caffè e distribuire bottigliette d’acqua alle riunioni, ho visto e rivisto una schiera di silenziose ancelle ombra che passano la vita a rendere celebri altri, a coprire le loro cazzate, a intestarsi i loro fallimenti.

E’ un film da ridere. Ed è un film da piangere. Soprattutto non è un film: c’è tanta verità. Vera è Serena Bruno alias Bruno Serena, nata “ad Anversa, no non quella del Belgio, quella degli Abruzzi”, capofila di tutti quei cervelli e cervellesse in fuga dal Bel Paese per arricchire di soldi e intelligenza il mondo salvo poi follemente decidere di tornare  in Italia arrabbattandosi alla meno peggio. Vero è il progetto di Chilometro verde

la riqualificazione di Corviale approvata dal Comune di Roma e realizzata da un architetto donna che esiste veramente e si chiama Guendalina Salimei. Vero, e particolarmente figo da quando si è separato è Roul Bova-Francesco, omosessuale con ex moglie e figlio a carico, che ci porta con sé nella corsa a ostacoli di un surrogato di omogenitorialità.

E vero è quel senso di rivincita, di riscatto, di rivolta che Serena-Bruno-Serena mette in moto in tutto il cast fino all’ultima fila di spettatrici e spettatori del cinema. Che davvero alla fine ti alzi dalla poltrona con un unico intento programmatico: mobbasta. Mo’ veramente basta.

Non è un film femminista: è un film mobbastista. Dunque potete andarci anche se, adagiate sulle conquiste pagate da quelle di prima, ora siete libere di dire “Basta femminismo”. Lo capisco, la parola non entusiasma neanche me e pure il contenuto avrebbe bisogno di una cura d’urto. Purché si tenga comunque presente che “la sfida delle ragazze del Basta femminismo” rischia di infrangersi al primo conato di vomito da gravidanza di una di loro in uno studio notarile, legale, di architettura e quant’altro.

Magari ne riparliamo quando dovrete spacciarvi per altri, maschi, per poter arrivare da qualche parte. Scrivere al posto loro. Mettervi in ombra per non destabilizzarli. Accollarvi le responsabilità dei loro fallimenti lasciandogli sempre il proscenio illuminato. Costituire l’alibi preferito per i loro personali insuccessi. A casa come al lavoro.

Non so dove vogliate arrivare e con quali mezzi, ragazze. Intanto -per vedere qualcosa di ciò che potrebbe aspettarvi- cominciate con l’andare al cinema. Magari anche a Corviale.

Tropico del CapriPOPcorn

lunedì, settembre 12th, 2011

12 agosto – Tropico del Capricorno, Wycliff Well, Marble Devis

Non si capisce perché, dopo aver attraversato confini tipo quello tra Zambia e Zimbabwe, tra scapola e ammogliata, tra ammogliata e felice e tra Portuense e Corviale poi una sta lì che s’emoziona quando attraversa una linea immaginaria parallela all’Equatore da esso distante 23° 27′ in direzione sud.

Ma così è. E quando, alle ore 7,30 del 12 agosto i tre esimi guidatori di laustraliane gippone inchiodavano innestando una retromarcia chilometrica e ivi annunciando “Oh ma c’era scritto Tropico?”, tutti gli equipaggi scendevano festanti a lasciare il segno del passaggio ai Caraibi ovviamente indossando un pile da Polo che faceva un freddo che lèvati.

Meri CapriPopcorn (Foto Professor Pipcorn)

Ripreso il frizzante cammino si approdava nell’alienante sito alieno di Wycliff Well: trattasi di loco nel quale, pare, ci sia stato il più grande avvistamento di Ufo, dopo il Parlamento italiano. Nella foto un particolare dei locali alienici cessi.

Alienic toilets for femaliens (Foto Meri Pop)

Alle ore 11,20 superato indenne il sito alieno si procedeva ad altro tipo di avvistamento luminoso intermittente: trattavasi della polizia stradale nel numero di due terrestri. Essi si esprimevano gesticolando e invitando inequivocabilmente le nostre tre navicelle Apollo ad accostare. Il terrestre policeman n.1 iniziava a esprimersi anche verbalmente, con ciò disorientando vieppiù gli Apollo. Si intuiva che voleva la patente. Trovandosi in quel momento Paola Darwin alla guida, il poliziotto invitava invece il professor Pi a scendere. Al suo stupore spiegava: “E’ per quelli dietro, non capiscono un tubo di quello che dico io nè capisco un accidenti di quello che mi dicono loro, che mi traduce grazie?”.

Intanto Paola Darwin cercava di geolocalizzare mentalmente la lochéscion della internazionale patentèscion che, infine, trovava incartata nel Domopak nella cartellina formato A4 accanto ai tomi scientifici sulle laustraliane, velenose irediddio insettivore.

Superato l’esame cartaceo elle veniva invitata a farsi anche una pompatina di palloncino (che nel pub degli alieni servivano birra alle 11 di mattina ai nostri vicini di tavolo a tutto spiano). Trattandosi delle 11,15 del mattino, ma soprattutto dell’unica astemia di tutta l’italica spedizione, le venivano scovate solo tracce di cannella del biscotto della colazione più la salsiccia di canguro della cena precedente.

Dopodiché il laustrale policemen, dopo aver ammonito Carlina, sorpresa seduta dietro senza cintura di sicurezza, le spiegava che per ora la ammoniva ma che alla prossima avrebbe estratto il cartellino rosso. La sventurata rispondeva.
“Yes” “Oh yes”, che Carlina tre cose sa di inglese ma sa usarle al momento e nel luogo geografico opportuno.
A Cuba, per dire, la parola chiave fu “strong”. Era riferito al mojito.
Lei il mojito lo voleva?
Yes. Ma strong, very strong.

ROLLED STONES
Col sangue aromatizzato alla cannella e alla salsiccia di canguro (che anche Mariella e Ago uscivano indenni dall’etilometro ma non dal colesterolo) si riprendeva la strada con destinazione Marble Devis.
Trattasi, in mezzo a desolata landa piatta con un caspita di piatto niente a perdita d’occhio, dell’apparizione improvvisa di immensi, maestosi, imponenti cumuli di grosse pietre tonde. Le uova del serpente, dicono gli aborigeni. Le biglie del diavolo, dicono i laustraliani. I palloni di Gulliver pensavo io.

Rolled stones (Foto Professor Pi)

Dice: vabbè, embeh? Embeh un par di ciufoli perché sembrano spuntate davvero dal cu sedere di un serpente dell’età del sogno, su una delle vie dei Canti.
Tempo altre tre ore e dalle vie dei canti si ripiombava, tramite quelle sgarrupatissime, alle vie dei campeggi di Elliott -amena località a 250 km a nord da Tennant Creek- 700 anime, 1 solo campeggio. Scrauso. Very scrauso, Carlì.

Però in quel di Elliott, al very scrauso camping, al femminile cesso (io voglio vedere dove la trovate un’altra che vi fa fare il dettagliato giro dei cessi australiani, manco Susy Blady la sanguinaria) entrata Cris al bagno e richiusasi la porta alle spalle, si sentiva l’ineffabile urletto:
“uuuuhhhhhhhmammamia c’è una ranaaaaaa, due raneeeeee”, che le rane smeraldine laustrali si rifugiano al fresco e all’umido della sottotazza cessica. Che infatti a un’approfondita analisi noialtre in fila scorgevamo, infine, questo:

Pliiiis chiudi sta tavoletta che scappano le rane (foto Meri Pop)

Io ora voglio sapè quanti ne conoscete che stavano in fila al cesso con le rane smeraldine. Che Paola Darwin ci farà conferenze a scuola per il prossimo quinquennio di maturandi.