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L’infinita lezione di don Roberto

mercoledì, febbraio 20th, 2019

Di don Roberto Sardelli avevamo parlato qui, l’11 dicembre scorso, presentando il libro di Matteo Amati sulla storia della Cooperativa Agricoltura Nuova.

Matteo che è un ragazzo di famiglia destinato a diventare ingegnere ma a 20 anni conosce un prete che si occupa dei baraccati -184 famiglie- accampati all’Acquedotto Felice, a Roma, in condizioni estreme, emarginati dagli abitanti del quartiere Don Bosco. Sono soprattutto immigrati dal Sud Italia. Quando gli immigrati erano gli italiani con gli italiani ma nessuno diceva “prima gli italiani”, tutti. Che si è sempre immigrati di qualcuno.

Quel prete era don Roberto Sardelli, morto ieri. In silenzio e nel silenzio. Don Roberto che in quelle baracche si era trasferito. E quello studente, Matteo, si ritroverà di lì a poco a seguirne le orme abbandonando casa, genitori, fratelli e passando dal comodo letto della sua stanza a una brandina poggiata in una cucina di una baracca.

E’ questo, anche questo, il 1968. Le barricate di don Roberto hanno i confini di una baracca, la 725, nella quale insegna a ragazzi senza speranza. Perché don Sardelli su questo non transige: “il povero che non prende coscienza della sua condizione è fottuto”. E il povero ha un’unica strada per riscattarsi: studiare. Non c’è elettricità, nella Baracca 725, alle quattro del pomeriggio è già buio, e non c’è acqua, nonostante stiano accampati sui muri dell’Acquedotto. Ma nessuno si tira indietro, tantomeno Matteo. Davanti c’è don Sardelli, dietro c’è don Milani.

In quella Baracca i ragazzi imparano a conoscere e amare Martin Luther King, Gandhi, Malcom X, a leggere i libri editi dalla casa editrice fondata da Adriano Olivetti, stanno sì nelle baracche ma in sottofondo ascoltano Beethoven e Vivaldi. Quei ragazzi si interrogano, chiedono, apprendono, crescono, si riscattano.

Quanti ne ha riscattati, don Roberto? Incalcolabili.

Stamattina la mia amica Tiziana mi ha mandato questa lettera (pubblicata da Giuliano Santoro sulla sua bacheca Facebook). Mi sembra il modo migliore per ridargli voce:

Ad un’insegnante che si ostinava a mettere il voto ZERO a tre bambine delle baracche e che aveva detto che i metodi della scuola di strada erano da “pazzi”, Roberto Sardelli fece recapitare un biglietto con queste parole:

“Cara signora,
ho 33 anni e ancora nessuno mi ha spedito al manicomio. Ho altri acciacchi, ma la mente mi regge ancora bene. Per quanto riguarda Antonella, Francesca ed Antonia, io vorrei che lei ne conoscesse un po’ la vita e la storia. Vedrà allora che esse sono di una saggezza invidiabile. Lei nelle stesse condizioni si ammalerebbe, darebbe in isterismi, minaccerebbe suicidi ed omicidi. Niente di tutto questo per le tre ragazze. Esse sono di un equilibrio eccezionale e posseggono un senso della vita che lei mostra di non possedere ancora. Quindi, almeno in ciò, Antonella, Francesca ed Antonia potrebbero esserle insegnanti. Non umili più questa loro saggezza con ‘zero’ perché lo prenderemmo come una pugnalata di cui, prima o poi, ci vendicheremo”.

La scelta

martedì, dicembre 11th, 2018

Pochi sono gli incontri veri, quelli capaci di cambiarti la vita. E pochi sono gli incontri che trasformano la vita in un destino. Non lo sa ancora, Matteo, ragazzo di famiglia destinato a diventare ingegnere, quando a 20 anni conosce un prete, don Roberto Sardelli, che si occupa dei baraccati -184 famiglie- accampati all’Acquedotto Felice, a Roma.

Eccola, l’altra Roma del 1968, che di questo parliamo:

Quanto ci vuole a cambiare il corso di una vita?
Un attimo. QUELL’attimo. L’attimo in cui ogni volta ciascuno di noi compie una scelta.

E quello studente si ritroverà di lì a poco ad abbandonare casa, genitori, fratelli (e con quanto dolore, sapendo che li avrebbe persi sul serio per un’incomprensibile e ai loro occhi folle scelta) e passare dal comodo letto della sua stanza a una brandina poggiata in una cucina di una baracca.

E’ iniziato così, il suo 1968. Le sue barricate hanno i confini di una stanzetta dalla quale esce la mattina per andare a coltivare i campi e rientra la sera, stremato, aprendosi una brandina in cucina per dormire, dopo aver insegnato nel pomeriggio alla Baracca 725 -cioè la scuola per i ragazzi baraccati. Perché don Sardelli su questo non transige: “il povero che non prende coscienza della sua condizione è fottuto”. E il povero ha un’unica strada per riscattarsi: studiare. Non c’è elettricità, nella Baracca 725, alle quattro del pomeriggio è già buio, e non c’è acqua, nonostante stiano accampati sui muri dell’Acquedotto. Ma nessuno si tira indietro, tantomeno Matteo. Davanti c’è don Sardelli, dietro c’è don Milani.

In quella Baracca i ragazzi imparano a conoscere e amare Martin Luther King, Gandhi, Malcom X, a leggere i libri editi dalla casa editrice fondata da Adriano Olivetti, stanno sì nelle baracche ma in sottofondo ascoltano Beethoven e Vivaldi. Quei ragazzi si interrogano, chiedono, apprendono, crescono, si riscattano.

E no Matteo non si farà prete, si farà anzi parecchio comunista (che allora, in certi casi, era la stessa cosa). E paladino della lotta all’emarginazione, ovunque la veda. Mai però in solitaria, sempre “con”, “insieme a”: ai suoi compagni, a sindacati, braccianti, disoccupati, contadini. Dopo la Scuola 725 arriveranno le lotte accanto ai cavatori di pietra, l’inclusione nel lavoro dei portatori di handicap, degli ex detenuti, sarà Direttore della Comunità di Capodarco e molto altro ancora.

Come non bastasse tutto questo putiferio a un certo punto si accorge che ci sono dei terreni incolti tra la Laurentina e la Pontina: immense distese in completo abbandono dove transita solo qualche pecora randagia. Si chiama Le Tre Decime. E’ considerata terra di nessuno. E per questo stanno per metterci le mani i palazzinari, per sventrare tutto e costruire selvaggiamente. E’ terra piena di reperti archeologici, resti di insediamenti romani ed è terra buona da mettere a frutto.

Ora però, dicoio, già hai messo in campo attività che basterebbero a riempire dieci vite, ma pensa a quelle, no? NO. E dunque insieme ai suoi compagni che fanno? E’ il 2 luglio del 1977 quando una strana colonna di braccianti, contadini, disoccupati e volontari si mette in marcia sulla Pontina.

La madre di Matteo sta davanti al Tg1 quando rivede quel figlio “scomparso”: sta occupando insieme agli altri quelle terre. Pacificamente ma convintamente, diciamo. Per poco non ci rimane secca, racconta oggi lui.
Ed eccola la foto delle tronchesi che tagliano i lucchetti: sta nascendo la Cooperativa Agricoltura Nuova.

Chi è di Roma forse sa di cosa parlo e agli altri dico Venite a conoscerla. Io ci ho abitato accanto un matrimonio fa, per dodici anni. E dico Venite a vedere.

Oggi quei 180 ettari di terreni incolti sono diventati un’azienda agricola all’avanguardia, che ha introdotto il chilometro zero e il biologico e il rispetto dei tempi della natura quando nessuno sapeva neanche cosa significasse. In quell’azienda-comunità lavorano anche portatori di handicap, ex detenuti, i fondatori accanto ai nuovi operai.

In quell’azienda -e accanto a Matteo a ai suoi fondatori- è passata la storia. Sì, la storia. Tu dici Agricoltura Nuova e stai parlando di Giulio Carlo Argan, di Luigi Petroselli, di don Di Liegro, Pio La Torre, Antonio Cederna, Danilo Dolci, Emanuele Macaluso, Natalia Ginzburg, Carlo Lizzani, Ennio Calabria, Liliana Cavani, Tullio De Mauro e ancora Clara Sereni e Raffaele Paganini (sì lui, il ballerino) e perdonatemi ma sono una marea.

Questo signore si chiama Matteo Amati e su questa storia collettiva e su tutti questi incontri ha scritto un libro che si chiama “Animali abbandonati in pascoli abusivi”:

il titolo arriva proprio da un ragazzo della Comunità di Capodarco, con un grave handicap motorio, che Matteo portò con sé a vendere i prodotti agricoli su un banchetto all’Appio. Lui osservò, chiese, si informò su tutto quello che stava dietro quelle patate e quei broccoletti e insomma alla fine esclamò: “mi sembrate animali abbandonati in pascoli abusivi”.”E io pensai -scrive Matteo Amati- che aveva proprio ragione”.

Se penso di dover spiegare cosa sia stato il 1968, se penso di doverlo raccontare oggi a mia nipote, cinquant’anni dopo, io penso soprattutto a questo ’68, quello di questi ragazzi sognatori che volevano cambiare il mondo. E un po’ l’hanno cambiato davvero.

E se penso a Matteo Amati io penso a quell’attimo. Quello nel quale abbiamo perso un ingegnere. E abbiamo guadagnato questo pezzo di storia del quale andare orgogliosi. Accanto, e insieme a lui, il libro restituisce l’immagine e la testimonianza di un’Italia che si rimbocca le maniche e rischia in prima persona e aiuta e sogna in grande e raggiunge i propri sogni e cambia la qualità della vita di chi incontra.

E’ un’Italia aperta, generosa, impegnata, quella che troverete in questo libro. Un’Italia che oggi più che mai avrebbe bisogno di essere intercettata, valorizzata, rappresentata, moltiplicata. “Un’Italia -scrive Guido Crainz nella Prefazione-  che non potrà mai vincere, forse, ma neppure essere sconfitta”. Viva l’Italia. Questa Italia.

Matteo Amati
Animali abbandonati in pascoli abusivi. Un ’68 diverso
Edizioni Viella