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Anche i Ris sulle tracce di Magris

giovedì, giugno 20th, 2013

Oggi siamo qui con questo che inizia così:

Ragazzi, abituatevi: sarà sempre così da ora in poi. Appena pensate di sapere le risposte vi cambieranno le domande. E quando anche Pirandello sembrava finalmente acquisito, ecco che da Viale Trastevere vi piazzano Magris. Così la sindrome di Carneade riesplode: chi era costui?  State tranquilli: le tracce del triestino Magris non le troverebbero nemmeno i Ris, nei programmi scolastici, figuriamoci agli esami. Ma a voi è stato chiesto di riuscirci.

«Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere». Il punto infatti è la dogana. Abituatevi. Abituatevi a fare del vostro meglio con ciò che avete a disposizione. La maggior parte delle volte sarà poco, a tratti niente.

Dunque quale migliore prova di maturità che dimostrarsi principi dell’arte di arrangiarsi con ciò che si ha, quand’anche fosse solo nebbia fitta? Bora, in questo caso. Che non è la strappona della Quinta B. (continua cliccando qua)

Carinzia1: com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles

lunedì, maggio 14th, 2012

Cioè io per andare in Carinzia ho preso talmente tanti treni e vi ho risparmiato una mole tanta di Co2 che può essere che se sia richiuso un pochetto pure il buco nell’ozono. E’ che io avevo proprio detto all’omino
-Senta allora Roma-Veneziasantalucia e poi Venezia Monfalcone e poi Gorizia e poi Trieste e poi avojaaviaggiare….

E’ che io con Venezia ho un conto in sospeso. Cioè ma se po’ andà a Venezia con l’innamorato, che era il poveruomo ex, esattamente nel passaggio della sfiga in equinozio? Che quando finalmente noi eravamo riusciti ad arrivare a Venezia l’amore già se n’era andato da un’altra parte. Tra l’altro, la volta della sfiga in equinozio amoroso, faceva un freddo che non vi dico e insomma com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles. Aznavour.

E dunque, mentre facevo il biglietto, dico all’omino che volevo scendere a Venezia e aspettare la coincidenza del trenino quell’altro (tipo un’ora…) affacciata sul canal Grande. Che, ora va detto anche questo, quella volta che mi ci aveva portata il poveruomo ex, egli era uscito con me dal portone della stazione e io, mollata la valigia a terra con gran tonfo, avevo esclamato

-Oddio ma qua è pieno d’acqua (dunque sto poveruomo poi ha avuto anche i suoi bei perché se s’è, infine, dato)

Ciò detto, dopo aver frecciarossato per cinque ore, passata Mestre metto mano al biglietto e leggo che, invece, l’omino mi aveva fatto il biglietto fino a Mestre. MESTRE. Dico io cosa mi mandi a Mestre? Ed è lì che, infine, ho acchiappato il cellulare nel panico da persafermatadovedovevoscendereperandaredalleCarinzieamichemie, e faccio il numero della Franca
DRIIIIIIIIIIIIIINNNN
-Siii??? dice la vocina scoppiettante veneziagiuliana
-Franca cara, comincia a familiarizzare con ciò che ti attende: ho sbagliato fermata, non sono scesa a Mestre, disastroooooooo
Ed è a quel punto che con calma olimpica la vocina ha detto
-Meri, stai tranquilla, alla prossima c’è il mare: non puoi comunque andare oltre

Rassicurata dall’ineluttabilità dei grandi spazi acquatici e riflettendo sul fatto che io la voce di Franca non l’avevo sentita mai, che noi solo voce di tastiera ci scambiavamo su Facebook, mi predisponevo dunque a scendere dovevolevoscendere per prendere ugualmente la coincidenza perdovemiaspettavalaFranca.

Dunque la vostra qui presente scendeva a Santalucia come sulmareluccica, attraversava i pochi passi di atrio e si affacciava su “Oddiomaquaèpienod’acqua”. Vi dico la verità: pure stavolta ho mollato la borsina meripoppica con gran tonfo di stupore epperò stavolta ho detto:
Cazzo Caspiterina!

E mi sono fermata lì, a guardarla. A bocca aperta. C’era un sole che lèvati. L’arietta. Insoma ammazza quanto sei bella, Venè, le ho proprio detto. E mentre me ne stavo imbambolata come una scema a guardare i vaporetti e il ponte e San Simeon Piccolo (effinalmente ho pure scoperto come caspita si chiama il cupolone verde di fronte) mi è scivolato in acqua pure il tempo e già dovevo farmi il biglietto per Mestre e andarmene. Non prima di dirle pure:
-Venè, la prossima ci torniamo insieme. Io e l’amore. Nel senso prima che lui se ne vada. L’amore

E dunque, salita sul regional local veneziagiulian, me ne stavo bel bella a leggermi Claudio Magris (che triestino è) e mi leggo che, da qualche parte qua intorno, esistevano anche i ciribiri (giuro) e i bisiachi. I bisiachi della Bisiacaria. Bi-sia-ca-ri-a. Pensino ora i miei 25 lettori che impressione dovesse fare sull’animo della poveretta qui presente quel nome. I bisiachi mi sembravano una cosa tipo gli Afar della Dancalia, popoli duri e all’occorrenza spietati con indesiderabili stranieri. I bisiachi. Marò.

Ma mentre mi terrorizzavo coi bisiachi ecco che infine arrivava la mia fermata. Mi sentivo parecchio emozionata. Sono scesa e lei stava lì. Ad aspettarmi. Tipo da sempre. Una cosa che come con Lamicamia tu la vai a incontrare ora ma lei c’era già.

E allora adesso potrei dirvi che mi ha proprio presa in consegna, mi ha spalancato casa sua (che invece di “Ma qui è pieno d’acqua” io ho detto “Ma qui è pieno di prato!”), mi ha portata a cena in un posto che io non so come ho fatto fino ad oggi a non sapere che c’era, e che si chiama Grado, che mi ha portata a cena da Ovidio e chevelodicoaffare quanto ho mangiato, compreso il boreto. E a tavola lei mi ha chiesto

-Meri domani dove vuoi andare?
-Frà, dove ti pare. Certo però mi devi dire una cosa: ma (tirando fuori il libro e sfogliandolo alla pagina incriminata) sti capita di bisiachi dove stanno? Sono molto ostili? Accettano lo straniero? Sta Bisiacaria ci ha il filo spinato?

E lei, sempre con calma olimpica
-Meri, in Bisiacaria ci dormi stasera. Che io lì sto

(segue. segue pure figura del cavolo crauto, mannaggia)