Posts Tagged ‘Claudio Baglioni’

E tu

lunedì, settembre 17th, 2018

V’ho viste (e visti) sa’, sabato sera…

Un popolo di ciniche e disilluse. Fino a che parte “E tu”. E’ così da 44 anni. Ve lo ripeto: “E tu” ha 44 anni. Noi invece ne abbiamo sempre 18, quando parte lei. Sempre e ovunque.

Sì, sono 44 anni che stiamo “accoccolati ad ascoltare il mare” e 44 che siamo lì senza fiatare. Ed ed è ancora l’unico posto nel quale, a qualsiasi età, siamo “fatti di sguardi tu e di sorrisi ingenui tu”

E’ la cartina di tornasole del nostro cuore: a chi pensi, quando parte? Con chi vorresti ballarla?

E’ il nostro manuale di resistenza, di ognivvoltache “restavo zitto io per non sciupare tutto io”.

E’ il nostro fisicamente dondolarci appena ci aggredisce alle spalle per “poi fermarci stupiti”. Ed è l’unico momento nel quale ci prendiamo il lusso di dire che “io vorrei cioé” ma sì porcamiseriaccia sì “ho bisogno di te, dammi un po’ d’amore”.

E’ il nostro “fermarci stupiti” e “fermarci a giocare con una formica” (che mo’ però sta formica sulla spiaggia, maquandomai Clà, evvabbè).

Tutte le hai azzeccate in questa, tutte: parole, musica e pure il clavicembalo della prima versione.

Sono passati gli anni ma si fermano ogni volta in cui, in quei 4 minuti e 40 secondi, ovunque siamo, noi possiamo “chiudere gli occhi e non pensare più senti freddo anche tu”. E sì, siamo piene di cicatrici ma ci scopriamo “più belle coi capelli in su e mi piaci di più”.

La canzone del sogno ma anche dell’onestà finale. Quella in cui dopo esserci dette che “e adesso non ci sei che tu soltanto tu che stai scoppiando dentro al cuore mio” “però io che cosa mai farei se ora non ci fossi tu ad inventare questo amore”. Dove la presa di coscienza definitiva nonché parola-chiave non era amore: era inventare. Purtroppo il punto è che “Non ci credevo, io”
“E ti tenevo stretta, io”.

Grazie a te E tu, che hai trovato il modo di fermare il tempo con un click. Quello di “Play”. Che, forse non a caso, vuol dire anche giocare.

 

La cosmologia delle relazioni amorose e la sula dai piedi azzurri

lunedì, settembre 19th, 2016

Galapagos 9

Cos’è l’amore? Da cosa si origina? Come si evolve? E cosa diventiamo noi, quando siamo innamorati?

-Meripo’ hai esagerato col canelazo? Che c’entra ‘sta deriva cosmologica con le Galapagos?

Vado a illuminarvi. Prima di partire ero andata a cena dalla mia amica Patrizia, che alle Galapagos c’è stata un po’ di anni fa. E, tra una portata di pesce e una Falanghina, a un certo punto aveva riscartabellato le foto e me ne aveva mostrata una sola: quella della sula dai piedi azzurri. E m’aveva detto: solo lei vale il viaggio.

In sostanza, per la gioia dei feticisti, sono partita in cerca di un paio di piedi palmati blù. E, dopo alcuni trasbordi nautici con conseguenti approdi tra un’isola e l’altra, li ho finalmente trovati in quel di Espanola. Scoprendo, o meglio confermando, che non si è mai pronti a incontrare davvero ciò che si è molto desiderato. Perché in luogo di quel mitizzato uccello del desiderio (marescià stia calmo) si faceva avanti una delle cose più ridicole che abbia mai incontrato in vitamia, questa:

galapagos-sula

Una specie di Mr Bean palmato. Che raggiunge il picco del ridicolo nella danza d’amore. La sula, come tutte le donne possono ben comprendere, ritiene che il massimo della libido -per scatenare il sesso a sé avverso- risieda nelle estremità (per noi anche detta Sindrome Imelda Marcos).

Senonché qui parliamo di un maschio. Che si gioca tutto, quando va all’imbrocco, con una danza ancora più ridicola della sua espressione generale che già lo sarebbe abbastanza, sollevando a intermittenza prima una palmotta poi l’altra e contemporaneamente dandosi delle scrollatine.

galapagos-anim-sula-angela

Sula Hoop – Foto Angela Faller

E si vede che ci crede. E si sente figoassai. Per meglio dire irresistibile: e più si autocompiace e si esibisce più innesca un effetto comico parossistico.

Il punto è che la sua partner, effettivamente, ce casca e in quel Mr Bean inizia a vedere Roberto Bolle e si dice

-Anvedi che Sulo

Vi ricorda qualcosa? Vi ricorda qualcuno? Cos’è dunque -come cantava il poeta- che ci spezza il cuore tra canzoni e amore che ci fa cantare e amare sempre più? E’ l’effetto-sula: guardi Mr Bean e vedi Bolle. Poi un giorno ti svegli e dici

-..Azzo è diventato Mr Bean

No, tesoro, lo era anche prima. Ma tu eri persa nel blu dipinto di blu. Dei piedi.

galapagos-sula-sofia

Blue Footed Booby – Foto Sofia

 

galapagos-anim-sula-angela2

La sula e il sulino (figlio) – Foto Angela Faller

 

Le posate buone

lunedì, ottobre 6th, 2014

Nell’ambito del generale risveglio della Donna Letizia che mi abita dentro, e nella più generale riapertura del faldone del Galateo di monsignor della Casa, a opera del professor Pi, avendo egli -Pi, non il monsignore- constatato che a seguito della rottamazione coatta o spontanea dei precedenti cimeli denominati “avanzi dalla lista di nozze”, il professor Pi convocava un paio di cene nella mia magione in cui lui cucinava e io apparecchiavo. A seguito di suddette cene ci si accorgeva che erano venute a mancare anche le suppellettili base (tipo eravamo sei e il gelato lo poterono mangiare nelle coppette solo in quattro, noidue avvalendoci dei bicchieri Ikea) dunque egli decideva di condurmi in uno stupefacente tour nei migliori negozi di stoviglieria della Capitale.

Per chi è residente da congruo tempo a Roma specificherò che, approfittando di una svendita coi controcavoli, ci si era fiondati dalle Sorelle Adamoli di Via del Plebiscito, storico loco stovigliario contiguo con casa Berlusconi. Ne eravamo infine usciti con due scatole da sei di posate di acciaio comesideve di Villeroy e Bosch, acquistate al prezzo di quelle precedentemente prese alla Upim.

Le scatole delle posate erano dunque state scaffalate nello stanzino, reparto  “posate buone”. Accanto ai “bicchieri buoni”, sotto ai “piatti buoni”. Con ciò, vi è chiaro, automaticamente relegando allo scomparto scarrafone tutto ciò che era in quotidiano uso.

Sperimentatene consistenza, comodità ed efficacia dell’inforco, mestamente si era tornate al quotidiano uso delle Upim ma sempre rimpiangendo quelle buone. Al punto che avevo tenuto un cucchiaino del serviziobbuono per lo yogurt della mattina, cucchiaino che, non so come, dava l’impressione di rendere più buono financo il cibo che ivi conteneva.

Va altresì aggiunto che la frequenza statistica di queste “cene buone” per le quali si riteneva di dover scomodare “il serviziobbuono” era piuttosto rarefatta e, in più, quali erano i criteri per catalogare le “cene buone”? Che forse dipendeva dai commensali? Giammai.

C’è da aggiungere che ancor oggi in famiglia si narra del giorno in cui nonno Gigi aveva ricevuto una bottiglia di vino molto buono che mia nonna Aida gli aveva prontamente sequestrato e messo da parte “per le occasioni”. Dopo mesi e mesi di attesa di questa “per le occasioni”, un giorno nonno sottrasse la bottiglia alla refurtiva accantonata da nonna, la mise a tavola e veementemente disse

-Adesso basta, l’occasione è oggi. Perché chi è meglio di noi per godersi una bottiglia buona?

Insomma, signori miei, io ieri, al termine di giorni di meditazione e di adocchiamento scatole chiuse, ho disimballato le posate buone e le ho sostituite a quelle della Upim.

E mi sono autodetta alla mia famiglia

-Meripo’ adesso basta, l’occasione è oggi. Perché chi è meglio di noi per godersi le posate buone?

Dunque il vero buon proposito per l’anno è già stato realizzato: la grande occasione è ogni giorno. Perché come diceva quello La vita è adesso e la forchetta pure.

Quella sua maglietta

martedì, maggio 6th, 2014

Comunque, in linea di massima, evitate qualsiasi uomo vada in giro dopo i 18 anni indossando magliette con le scritte. Se è l’unico modo che ha per dire qualcosa stiamo fresche.

La vita è mo’

lunedì, settembre 30th, 2013

Più che durante l’udienza di divorzio la vera tempra del primate definitivamente separato emerge durante il primo weekend dopo l’udienza. Perché è lì, in quello spazio recintato tra il sabato mattina e la domenica sera, il primo da stato civile Libera, che si esprime tutta la potenza dell’ “E mo’?”.

Che anche questo va detto: dopo un definitivo No si affaccia sempre, da qualche parte, il momento dell’E mo’? E’ come se tutti i file archiviati nel “poi, dopo” si rianimassero in contemporanea dicendo “aò, dopo è mo”.

Che non è esattamente un adesso, come baglionescamente è agli atti della storia della canzone italiana. E che poi anche questo va confessato: dopo intensive ripetizioni e innamoramenti folgoranti di Bruce e di Freddie, di Springsteen e Queen, di Pink Floyd e quant’altro, poi esci dal tribunale e ti aggredisce a tradimento Baglioni, che “ti domandi adesso chi sei tu” “che spingi avanti il cuore”, ma prima di tutto l’avvocato.  E che “sei tu nel tempo che ci fai più grandi e soli in mezzo al mondo” pure “con l’ansia di cercare insieme un bene più profondo”.

E insomma è un po’ come se là, dentro ai polverosi faldoni della giustizia civile, fossero stati definitivamente archiviati anche tutti gli alibi.

Dunque la vita è mo’. E tu hai tutto un intero weekend libero da riempire di sti mo’. E’ così che parte la convocazione ai rinforzi: le amiche, il Settimo Cavalleggeri dell’ “E mo’?”. Perché nessun tomo di autoaiuto e nemmeno le 503 pagine di Donne che corrono coi lupi possono eguagliare la chiarezza di idee che proviene dallo stare fermissima un’ora con Dani, per dire, davanti a una biretta. Nè Robin Norwood e il bodyscanner delle Donne che amano troppo potrà mai competere con la presa in ostaggio di Patrì davanti a un pollo arrosto di domenica a pranzo.

E al “non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso” meglio impiegarne due di seguito a ritrovare loro. Che sareste pure voi. Cioè l’oro.

Infine consegnerei alla storia -ivi condensando tutti gli sms, le ore al telefono, i messaggini sui socialcosi e i regalini e le supercalifragilistichespiralidose cose che vi siete inventati in questo e nei precedenti weekend comprensivi delle molteplici cazzate che pure con voi ho fatto e per le quali sono stata da voi graziata, specie da uno-  dicevo vi consegno il fatto che alla fine di una giornata di sfinimento chiacchiere, andando via da casa sua, Patrì è tornata indietro, ha aperto il freezer e mi ha detto

-Meripo’ ti piacciono gli hamburger?

-Si perché?

-Beh visto che non ti piace cucinare almeno fai questo arrosto stasera, è facile, ce la puoi fare

con ciò infilandomi nella borsa un pluriavvolto hamburger biologico doc ghiacciato

Ed è così che arrivata a casa ed eseguite tutte le operazioni di cottura, salato, insaporitolo con le erbette provenzali, sfumatolo col vino francese, mi godevo quella deliziosa vista della crosticina sopra e sotto in mezzo alla quale sarebbe sgorgato il buon sughino. E una volta messolo nel piatto con una pioggerella di insalatina stare lì per inforcarlo dicendo

-oh, certo mi dispiace rovinare questa crosticina

e poi accorgersi che si, l’avevo cotto con i dischetti di plastica sopra e sotto