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Qualcuno volò sul nido della cicogna nera

martedì, giugno 26th, 2018

Partirei dalla fine. Cioè dalla cima. Partirei cioè da quella frazione di secondo nella quale -dopo due ore di impettata, un dislivello di 600 metri, i primi chilometri sotto una pioggia battente, 12 gradi di temperatura e 45 di inclinazione del terreno- ho detto il mio solito MOBBASTA. Mancavano poche centinaia di metri al tuppo (alla cima) e io avevo già esaurito tutto il fiato, la pazienza, le energie, il menisco anche quello di scorta e i chitemmuorti.

Però.

Però stavolta è successo qualcosa. E’ successo che mi son passati davanti in un attimo tutti i Mobbasta detti a cento metri dal traguardo. Il primo è stato nel Wadi Rum (tipo nel 2006), l’ultimo in Vietnam (tipo nel 2016).

Dieci anni di cime in vista ma mai raggiunte. Perché la cima è così: non è gratis e va bene. Inoltre ti sembra di aver già dato tutto, tutto. E invece quella, pur sapendo che ti sei spantecata e sfrantummata, proprio a un passo da lei ti chiede quella nticchia di più. E io di quel di più ho sempre pensato di averlo già esaurito.

E così stavolta il Mobbasta l’ho detto a Saby, che sarebbe la mia autosabotatrice professionale, anni e anni di successi nel campo. Dunque dopo due “Vi aspetto qui” mi sono veramente incazzata e le ho detto Adesso ti faccio vedere io. La cima. Ho mosso il fondo schiena e ho continuato ad aggrapparmi alla qualunque per arrivarci. E sì, quel momento, quel preciso momento in cui dal pietrame, dai rovi, dalle vertigini e dal caldo è spuntato quel picco, io non lo dimenticherò. E manco lei, la cima. Poveraccia.

Si chiama Lu tupp dell’uv, La cima dell’uovo. Fa parte delle piccole Dolomiti lucane e sta a Castelmezzano. Ci sono arrivata perché Patrizia mi ci ha invitata e sostenuta, Pierfrancesco mi ci ha condotta, Giuliana mi ci ha sorretta, io mi ci sono incaponita. Quattro ore. Quattro ore e seicento metri di dislivello è costato quel momento.

Panorama da Lu Tupp dell’uv

Ma.

Ma a un certo punto Pierfrancesco, che è praticamente StarTrek nel senso è il re del trekking, guida, naturalista e tutto il cucuzzaro, mentre attraversavamo nonmiricordopiù quale passaggio, passati dalla pioggia al fango al sole che incocciava, ha alzato lo sguardo al cielo e ha urlato

-MADò ECCOLA!

Sopra le nostre riverite teste volteggiava un coso nero che con la mia perizia ornitologica classificavo in “un aquilone (nel senso grande aquila) gigantesco”: era la cicogna nera. Una che non è proprio socievolissima e che anche lui che di impettate se ne è fatte, ha incontrato pochissimo in vita sua. E no, la foto non ce l’ho…

Giusto il tempo di darci l’illusione di averla con noi e puf, spariva dietro uno dei giganti di pietra.

Che così è sempre: tutte le cose magiche, per durare, devono sparire in fretta. O farsi vedere poco. E soprattutto deve esserci costato molto conquistarle.

P.S.
Una volta ridiscesi ci siamo accasciati sul tavolino di Spadino, un ristorante che quel piatto di cavatelli cacioricotta e peperoni cruschi ora lo segnalo all’Unesco.
Lì Rocco ci ha elencato i nomi in dialetto dei vari passaggi di quell’impettata tra i Giganti. E, già che siamo in tema di ristorante, siccome “Usare le parole per descrivere la magia è come usare un cacciavite per tagliare il roast-beef”
(Tom Robbins), le parole usiamole solo se necessarie e qui lo sono.
Il percorso quindi è:
Punta della difesa
L’aja trignita (lì dove ballavano le streghe)
L’arm pizzuta (arma per difendersi dai Saraceni)
Cannata marchesa (valico tra due rocce, e non voglio sapere altro)
Tupp dell’uv
E allora, questa sequenza le merita o no quattro ore del vostro tempo e dei vostri mobbasta?