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L’insostenibile provvisorietà dell’essere

venerdì, gennaio 20th, 2012

3 gennaio 2012
E’ giusto il caso di osservare che il risveglio al Mago Park mi trovava impreparata all’improvviso raduno di autisti, guardie e guardaparchi intenti a un albeggiante confabulamento a capannello.
-Che succede, Professor Pi?
-Stavano raccontando del leone
-EEEHH?
-Del ruggito del leone che hanno sentito stanotte qua fuori
-EEEEHHHHHH??
-Meripo’ , lo dico in amicizia e però a voce alta: tu hai dei problemi di udito, acutizzatisi, quest’anno
-Professor Piiiii, come il leone?? Ma non erano Fabio e Angelo che russavano, stanotte? Il leoooooneeeeeee??? Che ruggivaaaaaaa??
-Calma: io non ho sentito nulla, loro il leone, tu due russi. Mi sembrano dati insufficienti per trarne conclusioni di qualche fondamento.

Ecco a me st’uomo piace per questo: perché quand’anche una mattina uscendo si trovasse fuori dalla tenda il mostro di Lockness sarebbe capace di dirgli “Salve, bentrovato. A una prima, sommaria analisi mi duole però informarla che temo lei abbia sbagliato lago”.

E dunque dopo il ruggito del leone e quello del coniglio, a colazione fatta, babuini sugli alberi fotografati in ogni angolazione, bagagli pronti è lì, dicevo, nel sottobosco savanico a 42 km dal primo luogo semicivilizzato, che mi giravo e vedevo Elio, companero già del viaggio cubano, che si teneva una mano gonfia come un’arancia e, piano piano sbiancando, diceva “non riesco a respirare”.

Avete presente il mondo crollare addosso sotto quattro parole? Ecco. Quelle. Il resto è un attimo: lui che aggiunge “mi ha punto una vespa”, poi lui sdraiato per terra, il dottor Kildare che scatta come una molla sul borsone dei medicinali e inizia a rovistare furiosamente mentre impartisce le prime disposizioni all’unità di crisi testè convocata, sua moglie Sandra: “Cortisone”, “presto”, “siringa”, “fai presto”. Si precipita su Elio e gli spara in vena un qualcheccosa.

Dunque Elio ancora steso per lo choc allergico, noi imbalsamati in piedi intorno a lui per quello emotivo, si incaricava il Professor Pi, osservati i primi cenni di miglioramento, di cacciarci tutti come galline dall’aia, modalità sciò sciò, al grido di “Bene, ora avviatevi pure a piedi che, smontate le tende e rimontato Elio, passiamo poi noi a prendervi su con le macchine”.

Una carovana di viandanti silenziosi, ancora increduli e con i pensieri a forma di “porcapaletta che strizza” , si avviava verso le due guide riflettendo ognun per se’ sull’insostenibile provvisorietà dell’essere.

Fatta una tappa all’imperdibile museo del Mago Park, uno stanzone in un hangar pieno di scalpi di giaguari, leopardi, corna di varia metratura e reperti florofaunistici, ivi Laura ed io lasciavamo traccia del nostro epistolare passaggio:

Fatta poi a ritroso la Gimkana road, finestrini serrati per la sempre incombente mosca a tse tse -anche se, provenendo da ciò che sapete, addormentarsi sarebbe stato al confronto un sollievo- continuavo a interrogarmi su un’inutile serie di “e se”. E se non che alla fine, all’ora di pranzo, pervenuti in quel dell’Orit Hotel (del quale vi parlo oggi) dopo aver visitato i Mursi (dei quali però vi parlo domani), apprestandoci a gustare un piatto di pasta e fagioli nel caldaione della sala ristorante (tavolaccio sgarrupato con sediole vintage in salsa moschicida) mi ritrovavo una Coca Cola ed Elio seduti di fronte. E al mio sguardo ansiogeno-apprensivo ma finto normale, lui rispondeva sorridendo con un:
-Meripo’, stamattina mi ero un po’ preoccupato
E siccome qua non è che stiamo a staccà pungiglioni alle vespe, a quel punto rispondevo, sollevata:
-Ambeh, allora pure tu, eh?