Posts Tagged ‘Chiara Geloni’

Il rasoio di Occavolo

lunedì, febbraio 18th, 2013

Poi ci sono certe mattine in cui ti svegli ed è come se, all’improvviso, t’avessero rubato di notte “tutti gli alibi e le tue ragioni”(che i cantautori m’hanno rovinato pure a me, Gelò) e ti avessero lasciato -oltre che i postumi della seratina precedente- soltanto un: occavolo, dipende da me.

Ricordo il giorno in cui, dolorosamente, decisi di porre fine alle lezioni di pianoforte per preperarmi agli esami dell’ottavo anno del Conservatorio: voler andare oltre era davvero voler infrangere il muro del suono nel senso che la qualità del suono era tale che avrei potuto farcela solo se Maurizio Pollini avesse deciso di reincarnarsi in me nell’ora necessaria davanti agli esaminatori. E il “non ho abbastanza tempo” “sono cattivi con i privatisti” e giù fino a “che poi anche se studio passano solo i raccomandati” si infransero sul: non è qui che ho voglia di investire le sette ore al giorno necessarie.

Ugualmente accadde quando decisi di porre fine alle lezioni di autolesionismo amoroso: andare oltre, in quel caso, era voler infrangere anche il muro del buon senso e la qualità della vita. Mi alzai ugualmente di soprassalto e, come fossero entrati gli stessi ladri in casa di notte, mi ritrovai scippata di tutti i  “dipende anche da lui” “dipende da quanto cambierà questa settimana”, “non ho il quadro astrale giusto” “tanto non cambia nulla”… mi avevano lasciato, i ladri, solo: occavolo, dipende da me.

Tipo quella storia del rasoio di Occam: il principio che suggerisce l’inutilità di formulare più teorie di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare qualcosa. La rasatura perfetta del rasoio di frate Occam consiglia di evitare cioè altre ipotesi aggiuntive, quando quelle iniziali sono sufficienti.

Brutta roba. La consapevolezza di essere artefici del proprio destino. E di poterci dare un taglio, alle cose. Quando dipende solo da noi. Ora. E fra una settimana. Tipo.

A questo mondo vi sono solo due tragedie: una è l’Umberto

lunedì, giugno 20th, 2011

Io mica l’ho capito che è successo ieri a Pontida. Però mi sa niente. E’ che ormai siamo drogati di attesa e di attese, da gente che minaccia, parla, straparla e urla illudendoci che, per ciò stesso, stia dicendo qualcosa. E quindi alla fine, parafrasando Fortebraccio, a un certo punto del raduno aspettavano il Carroccio invece si fermò un’auto blu, si aprì la portiera e non scese più nessuno: era l’Umberto.

Insomma oggi in tivvù a commentare il nessuno di ieri c’era invece qualcuno, che è la mia amica Chiara, che -al contrario del nessuno- sa parlare in italiano, fa un uso disinvolto del congiuntivo, legge buoni libri -pure perché ha un fratello con annessa libreria che glieli spaccia- ed è anche bella, pure se non ha mai abitato all’Olgettina. Non so perché Chiara sia andata a commentare nessuno, però la chiamano. E Chiara è pure molto educata. Fatto sta che a un certo punto lei dice una cosa: dice che quello lì, nessuno, non riesce più a dare -appunto- alcuna prospettiva, nessuna idea nuova, a questi del prato. E infatti, a pensarci: voleva tanto arrivare a Roma e ci è arrivato. Voleva tanto espugnarla e poi ci si è accasato, voleva prenderli tutti a calci in culo e invece lì ci ha piazzato il suo, col Bostik. E pure quello di suo figlio, che non bisogna mai essere egoisti.

E Chiara a un certo punto dice che, a volte, raggiungere una cosa tanto desiderata è quasi peggio che non raggiungerla mai.

Che come diceva Oscar Wilde, e stamattina pure Chiara, “A questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole. L’altra è ottenerla. Questa seconda è la peggiore. La vera tragedia”.

Che giustappunto, in amore, quante volte siamo lì a sospirare qualcosa che non abbiamo? Poi capita persino che arrivi, ma noi che facciamo? Ci mettiamo a fare il “più uno”: e non mi dice mai che mi ama. E poi me lo dice però non sempre. E poi me lo dice più spesso però si vede che non è tanto convinto. E poi è convinto però non risponde subito all’essemmesse. E poi e poi maporcamiseria eccheè.

E’ che dovremmo essere così grate e grati a quei piccoli e grandi ostacoli che ci tengono un po’ a distanza dai sogni: quel non sentirsi dire la parola “amore” con la stessa frequenza dell’intercalare di un “cioè”, quel non vederlo così spesso, quel non sentirlo in continuazione, quel fatto che quel poveruomo non è mica il pesce pagliaccio con l’anemone, eh. Dovremmo esser grati a ciò che fa rimenere i sogni sempre un po’ sogni. E ce li avvicina ma non ce li fa afferrare.

Perchè spesso, quando li afferriamo, è tale l’entusiasmo che dopo poco ce li ritroviamo, sì, tra le mani. Ma stritolati.

Oddio che stavo a dì? E com’è che stavo a parlà di Bossi e so’ finita al pesce pagliaccio? Sarà mica colpa del Trota?

Per chi suona la pastella

mercoledì, febbraio 2nd, 2011

E’ andata così: che ieri abbiamo scritto una lettera a Silvio.  All’inizio sembrava l’avesse scritta una sola e poi invece, in un clima di assoluta eleganza e decoro, gliel’abbiamo messa lì, nella cassetta della posta, in tante. Ma tante. Che a una certa ora eravamo belle che Protagoniste dopo il Blitz, co ‘sta rivoluzione della pastella.

Poi ci siamo trasferite in cucina. Quella di Zuckerberg. E lì la missiva ha iniziato a viaggiare di bacheca in bacheca, di amica in amica e a un certo punto è arrivata a darci una mano anche Nilde Iotti. Intanto qualcuna cominciava a spianare la farina. E più tardi altre sono arrivate con la parannanza e le scodelle. La lettera intando andava e il caro Silvio pure.  

Ho capito che la missione e la missiva entravano nell’elenco ingredienti del Gran Final Cucinamento quando, a sera, la staffetta Tina Anselmi-Giovanna ha suonato la campana: “Stiamo portando l’olio a temperatura”.
Ecco, volevo dirvi che pure la pastella è a buon punto.

E intanto si potrebbe tentare un primo assaggio il 13 febbraio.

Infine, nella concitazione del mescolamento, si è fatta sera. E su una piccola tv è andata in onda un’intervista a Franca Valeri.
E’ stato come avvistare una perla. Una perla in un mare di catodico liquame. Perciò ancora più splendente, in quel sorriso sghembo sul mondo che nessun ostacolo può fermare, anche quando le parole non scorrono più fluentemente, in questo oceano di intelligenza, arguzia, ironia, classe. E sono state quelle pause, quello sforzo, il lusso di potersi fermare in mezzo a una frase, restituendocela poco dopo più attesa e quindi più preziosa, che ieri l’hanno resa ai miei occhi ancora più grande.

Maddalena Carlino ha realizzato l’intervista e fra poco diventerà anche mamma,  Chiara Geloni è sempre più Marylin nonché direttora della tivvù e il link è questo:
http://www.youdem.tv/VideoDetails.aspx?id_video=b0efac00-e129-4b4e-b287-2fdadf31f7e4

E siccome di Franca Valeri la mia amica Rita mi ha regalato l’autobiografia, ieri sera, spenta la tivvù ma nell’assoluta impossibilità di staccarmi dalla compagnia di quella lezione di etica e stile, risfogliandola, ho trovato questo:

“L’educazione non è ormai una forma di rispetto umano scambievole e con le sue regole codificate, no certo, è resistenza alla maleducazione. E la maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati”.
(Franca Valeri “Bugiarda no, reticente”. Einaudi, pag. 82)

E ora, per dirla proprio con la Franca, “ho parlato abbastanza, considerando che parlo da sola”. Towanda.
E buona rivoluzione della pastella. E degli educati.