Posts Tagged ‘Cecile Kyenge’

Kyenge, finché Pi greco non vi separi

giovedì, dicembre 19th, 2013

Una formula matematica ha dimostrato che all’aumentare del successo della moglie corrisponde un esponenziale rosicamento del marito e quindi la fine dei matrimoni.

Oggi, grazie alla collaborazione del Professor Pi, ne parliamo qui.

«Non negli astri è il fato ma in noi stessi», ammoniva Shakespeare. Nel caso di Cécile Kyenge, primo ministro nero della storia d’Italia, in realtà il fato o meglio quello del suo coniugal vincolo, non era scritto neanche lì ma in una formula matematica: quella che nel 2006 elaborarono il giornalista del New York Times John Tierney e il matematico Garth Sundem per calcolare il tasso di successo o fallimento di una coppia famosa nel corso degli anni.

Tra le variabili necessarie a stabilire il tasso di resistenza e resilienza del sacro vincolo c’è il fattore S, Successo, calcolato in «numero di citazioni su Google» (perché ormai anche la matematica paga dazio a Page e Brin).

E, caro ministro, il numero di citazioni della moglie sta nel denominatore della frazione: significa che più è alto quel numero, più il sogno del per sempre è destinato a infrangersi rapidamente.

La formula – fornitami e soprattutto tradottami da un italico scienziato, nell’impossibilità di avere un pronostico attendibile da Paolo Fox – ha dimostrato la sua validità in questi anni predicendo con una certa accuratezza la durata del matrimonio Demi Moore-Ashton Kutcher, Pamela Anderson-Kid Rock, Britney Spears-Kevin Federline così come nell’applicabilità retroattiva Marilyn Monroe-Joe Di Maggio.

Dunque, cara ministro e care tutte quelle radunabili sotto la fattispecie in oggetto, come inutilmente ammoniva anche Riccardo Cocciante Era già tutto previsto. E se lei ha affidato a un’intervista a Vanity Fair la messa in mora del “per sempre”, dopo le improbabili sortite del coniuge, è ancora una volta alla scienza che dobbiamo guardare per trovare oggi se non conforto quanto meno una ragione: all’aumentare del successo della moglie corrisponde un esponenziale rosicamento del marito. Fino allo svincolamento definitivo finale. È un tema che esula, a ben vedere, dal magma dei sentimenti in qualche modo influenzabile da personali scelte ricadendo invece nell’inevitabilità del principio di causa-effetto.

Non c’entra quindi Cupido. C’entra piuttosto Fibonacci. La cui successione, oltre quella tradizionale di numeri interi positivi in cui ciascun numero è la somma dei due precedenti, prevede, nella variante sentimentale, il fatto che ciascun maschil natalizio rosicamento possa essere la somma dei due precedenti femminili successi.

Ripeto: non è sociologia né senonoramai. È matematica.

Per parafrasare dunque Arthur Bloch concluderei momentaneamente affermando che «Se è verde o si muove è biologia. Se puzza è chimica. Se non funziona è fisica» e che finisca è comunque matematico.

@LaveraMeriPop


Se tu non apprezza te perché altri devono apprezzare te?

domenica, luglio 14th, 2013

A causa di un inspiegabile cortocircuito istituzionale è da stamattina che, a proposito dell’inqualificabile vicenda Calderoli-Kyenge, non trovo conforto in nessuna delle roboanti dichiarazioni di sdegno che ci accompagneranno fino ai titoli di domani mattina dopodiché non succederà, al solito, niente. Io oggi penso solo ad Aisùn. La mia estetista. Turca.

Aisùn di Turchia che  osservava e maneggiava (ha lasciato, giustamente, l’Italia) i piedi di Meri Pop come farebbe una chiromante con la mano. E della quale sempre rimarrà imperituro il ricordo della volta in cui si svolse questo siparietto:

-Lei: tu ha bei piedi. E bella forma unghie. Forma lunga, alta.
-Io: beh almeno qualcosa di alto ci voleva
-Lei, improvvisamente stupita: tu vuole per caso lamentare di come tu è?
-Io, improvvisamente imbarazzata: beh no, lamentare no, però certo…
Lei, come la Sibilla Cumana
-se tu non apprezza te perché altri devono apprezzare te?

Se tu non apprezza te perché altri devono apprezzare te? A questo penso. A questo penso prendendo atto che vivo in un Paese nel quale un vicepresidente del Senato può dare dell’orango a un ministro della Repubblica senza che accada nulla. E vivo in un Paese che pretenderebbe il rispetto internazionale quando non è in grado di farsi rispettare nemmeno da se stesso.

Non le scuse, non le dimissioni, non le pacche sulle spalle alla ministra. E neanche il rispetto per la ministra: il rispetto di sé. Questo è in gioco. E questa è la cosa più difficile da pretendere. Ma è l’unica possibilità di salvezza.

Perché
Se tu non apprezza te perché altri devono apprezzare te, cara Italia?