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A Bologna, dove ogni cosa è illuminata

lunedì, novembre 19th, 2012

E’ stato quando mi ha presa in consegna il mio amico Marco (che a Bologna, sabato scorso, ho fatto una sentimentalstaffetta con alcuni amici di Zuckercoso ma questo ve lo racconto dopo) che,  arrivati all’angolo fra via Rizzoli e piazza Nettuno, lui ha alzato gli occhi, mi ha indicato un grande lampione liberty (e la stolta per una volta ha guardato proprio il lampione e non il dito di Marco) e mi ha detto:
-Meripo’, se siamo fortunati, mentre sei qui potrebbe illuminarsi almeno una volta

Io non volevo contraddirlo e soprattutto non volevo fare la figura della babbiona un po’ rinco e quindi prima ho accennato un poco convinto
– Aahh
poi ho ceduto e ho chiesto
-E perché si illumina?
E lui
-Si accende ogni volta che a Bologna nasce un bambino

Io a Bologna c’ero stata, c’ero stata e come, ma questa storia del lampione appeso a Palazzo Re Enzo, non l’ho saputa mai: l’hanno collegato alle sale parto del Sant’Orsola e dell’Ospedale Maggiore e, giorno e notte, si illumina ogni volta in cui arriva un cittadino nuovo.

Che poi il lampione è stato giusto il coronamento di una giornata vissuta pericolosa mente, nel senso che ci sarebbe da uscire scemi a pensare com’erano certi miei weekend prima di trasferirmi su Zuckercoso: che giusto tra oggi e domani cade l’anniversario di quando andai a conoscere Lamicamia e conobbi pure il marito del Lamicamia e Gilduzza e Giorgio e un po’ di cucuzzaro che avevo visto solo nelle fotine su Facebook per mesi e mesi.

Fu l’inizio di una serie di appuntamento al buio fino alla Carinzia, marescià stia calmo, dei quali il lampione di Bologna fa giustamente da coronamento e accendimento. E raccontarvi  tutta la Bologna che ho visto sabato, nella staffetta Mara-Arianna-Marc ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura soprattutto a loro all’idea che possa tornarci. è evidente.

Si sappia che, dal balcone di Lucio Dalla, al bar più affollato del globo che è l’Impero di via Indipendenza, a certi angoli belli belli glamourfèscion che solo con una donna si possono scoprire, al goccetto all’Osteria del sole (che invece poi ce ne sono altri che solo con un uomo si possono scoprire, dove tutti entravano con dei cartocci e io chiedo -Ma che si portano? e Marco -Da mangiare. E io -E qui che ci vengono a fare? – Meripo’ a bere. E il mangiare se lo portano da casa. Insomma posti ancora così poi non mi dite che quando si prendono i treni non si entra nella macchina del tempo) io sabato quando ho ripreso il treno per andarmene ci ho pensato: Santichepaganoilmiopranzononcen’è e invece Marco, per dire, me lo ha pagato al Roxy Bar. E mai avrei pensato di vogliounavitaspericolata e ho trovato in qualche modo pure quella.

P.S.
Ah, il lampione mentre ero lì non si è illuminato mai. Però, credetemi, ogni cosa era illuminata, caro Jonathan Safran Foer.
Grazie a Mara, Arianna, Marco e tutti quelli che m’hanno acceso st’illuminazione di andare in viaggio anche su Zuckercoso.

I cinquemila scalini

lunedì, giugno 11th, 2012

E’ stato durante il Pop tour in Carinzia. Quando Vale e Gigio mi hanno portata a vedere la Grotta gigante sul Carso: la cosa più immensa che abbia mai visto sottoterra. Cioè 500 scalini a scendere, altrettanti a risalire (400mila metricubi di volume, una cosa che potrebbe contenere la cupola di San Pietro). Per scendere ci attendeva una guida. Donna, giovane, sulla trentacinquina, buona stazza, gote rosse alla Heidi, maniere spicce, gambe in spalla e pedalare. Appunto: pedalare. Mille scalini a botta, tasso di umidità da acquario.

Le chiedo:
-Ma quanti gruppi accompagna, in un giorno? Cioè quante volte se li fa sti mille scalini?
-In media cinque ma a volte sei, sette al giorno

Cinquemila scalini. Quando va bene. Sennò pure sette ottomila. Tipo l’Everest. Nel senso di Ottomila. Cinquemila volte le ginocchia su e giù, l’umidità nelle ossa, il fiato che manca, i viaggiatori da soccorrere. Che ti avvertono, prima di scendere:
-Guardate che poi dovete pure risalì, regolateve se ce la fate
(vabbè lo dice in triestino carsese, io traduco). Insomma c’è chi si avventura e poi non je la fa, c’è chi si sente male, chi ha l’asma, chi s’incricca e lei-loro lì a portarli a braccia o addirittura a imbracarli con le corde.

Intanto scendevamo scendevamo e le meraviglie di stalattiti e stalagmiti ci avvolgevano ma pure il freddo e l’umido. E allora le ho guardato l’anulare sinistro: aveva una fede e presumibilmente un marito, forse dei figli. Dunque dopo i cinquemila o gli ottomila torna a casa e cucina, che ne so, i canederli o guarda i compiti dei pupi.

Non riuscivo a pensare ad altro che a sti cinque-ottomila e intanto scendevamo e scendevamo. E allora ho insistito:
-Senta eeeeee da quanto lo fa questo lavoro?
-Dieci anni

Ora io mi so’ scordata di chiedere al professor Pi maquantofà 5.000×6 (giornate lavorative)x10 anni? Però tanto. Fa tantissimo.

E’ da quel giorno che ogni tanto ci penso, ad Heidi. E al lavoro. Penso a cosa ci sia, certe volte, dietro la parola “lavoro”. E perchè l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul: perché senza gli invisibili come Heidi che a botte di cinquemila scalini ci riportano continuamente a galla sprofonderemmo. Tutti. Ed ecco perché, ancor di più di quando cresce la percentuale del lavoro che non c’è, mi sento tremare la terra sotto i piedi quando sale quella dei giovani che hanno smesso pure di cercarlo.

Ho imparato a sorellare. E non smetterò

domenica, maggio 20th, 2012

Sono giorni dolorosi. Molto. Molto dolorosi. E però sono anche giorni nei quali s’avanza ancor di più la sorellanza. Non ho trovato il significato preciso di questa parola. Nel vocabolario. Invece lo sto trovando in parecchie case. Case di donne. Nelle quali arrivo, sbarco, sorello e riparto. Apripista fu Lamicamia, sempresialodata. Seguì il viaggio in Carinzia, sempresianlodatepure Frà&Vale too.

Stavolta ne ho fatto uno apparentemente più corto. Nel quartiere accanto. Ma per arrivarci ho dovuto fare un sacco di strada. Nel senso che 1) io fino a due anni fa una cosa del genere me la sognavo e 2) che prima di aprire sto blogghe e di andare sui socialcosi non avevo una movimentatissima vita. Cioè se ce l’avevo era perché pedinavo la vita di un altro. Ma che potessi permettermi io di averne una per i fatti miei questo poi figuriamoci (e, sia chiaro, non è che fosse colpa del poveruomo. Era miaebbasta).

Insomma c’è che io sono stata invitata. A casa. Di… Ippazia. La mia amica Ippazia. Che come Lamicamia e Franca e Vale io non l’avevo vista mai. Ma ci seguivamo sul socialcoso. Ippazia me l’aveva raccomandata la mia amica Nì e Nì un’altra Nì e insomma na specie di effetto domino di amiche.

C’è che Ippazia faceva il compleanno. E aveva invitato le amicheamiche. E poi pure Meri Pop in quota “sparigliatrice”. Tra le referenze di Ippazia c’era che cucina che in confronto Ferran Adrià je spiccia casa. E io vi voglio solo ricordare che mia sorella -quella anche di Dna- mi ha regalato il curriculum adesivo “Bacio meglio di come cucino”.

Capite? Insomma io vado. E arrivo in una casa che lì proprio lì ci ha abitato venti anni la mia zia del cuore. Me stava a prende un colpo. Citofono, salgo, lei apre, ci abbracciamo, entro, mi abbraccio pure le altre insieme a un calice di Berlucchi e -non so come dirvelo- io mi sono sentita tutta una cosa emozionante nello stomaco. Era fame. Perché era dalla sera prima che facevo posto. E avevo ingurgitato solo un Bifidus Actiregularis. Ma me ne sono sentita pure un’altra di cosa emozionante. In testa. Era il Berlucchi. Rosè.

Ed è stato dal secondo bicchiere che si è aperta una delle più memorabili Woodstock del palato e della chiacchiera che si ricordino. A ricordarsele, appunto. Che dopo il Berlucchi è arrivato il Verdicchio e un altro buonissimo che non mi ricordo e poi i liquorini e gli elisir e i nettari degli dei.

Ippà, mi ricordo che quando sono uscita da casa tua-vostra-nostra ero più vicina al Nirvana che a Lungotevere. Ma che caspita ci siamo dette in quelle quattro ore a tavola io proooooooprio non me lo riesco a ricordà. Uomini, di sicuro. Tacco. Tacco 12 di sicuro pure lui. Poi tipo i rossetti. I rossetti, i tacchi e gli uomini (nell’ordine, che di solito così si conquistano). Mannaggia, poi?
So solo che, uscendo, mi sono detta:
-Meripo’, qualsiasi sia stato il prezzo per arrivare fino a qua ne valeva la pena. Ahssì, se ne valeva la pena.

Segue elenco parziale delle meraviglie patrimonio dell’umanità (che ora devo far aggiungere dall’Unesco) consumate dalle otto sorelle:

Bavaresina di gorgonzola (un piccolo Ayers Rock) con sopra una gelatina di squisitezza e uvetta al Marsala
Ravioli (fatti a mano) di melanzane e ricotta salata con confit di pomodorini
Timballino di pesce azzurro all’arancia, zenzero e cannella su letto di patate
Mozzarella sbottonata con bottarga e Saba
Tiramisù che lèvati
Parfait di mandorle glassate con squaglio di cioccolata calda
Rotolo al cioccolato con bucce di arancia candite

I dolci di Ippazia - Foto (e stomaco) Meri Pop

Carinzia3/fine: della Banda della magliaia assisa ovunque

mercoledì, maggio 16th, 2012

Complicato raccontare cosa sia l’amicizia fra donne. Molto più semplice attovagliarle a quei caffè  e stare ad osservare la scena: le tre arciduchesse di CoburgoSassonia assise tra un vassoio di delizie di pasticceria asburgica, contornate da austroungarici bicchieri pieni ora di infusi al ghiaccio ora di cappuccini frappati, padrone di quella distesa a perdita d’occhio di piazza che veniva sommersa, oltre che da un sole che manco la costiera amalfitana, di chiacchiere, ciacole, petteguless e varie  

Caffè degli Specchi, Trieste

ivi trascorrean liete sto par d’orette stile tricoteuse, sorta di Banda della magliaia mitteleuropea assai.

Ancora sotto l’effetto dell’imperituro amore fra Maria Carlotta Amelia Augustina Vittoria Clementina Leopoldina di Sassonia-Coburgo-Gotha detta Carlotta del Belgio con Massimiliano D’Asburgo, racchiuso nelle imperiali stanze del Miramar castello, si procedeva invece a sezionare il periturissimo nei nostri tempi amor, escluso quello dei presenti. 

Esaurite le formalità conviviali e dopo aver attraversato pedibus calcantibus tutta la città, che il cammino di Santiago di Compostela in confronto fa ridere (ah, mi raccomando, entrate nella Chiesa greco ortodossa, San Nicolò dei greci: se non vi piace vi risarcisco io, eccovela)  

Chiesa greco ortodossa San Nicolò

dicevo, dopo aver battuto palmo a palmo la città finalmente ci attovagliavamo di nuovo attorno, stavolta, a un tavolaccio di legno sturmunddrang, per coerentemente chiudere l’austroungarica giornata con:
prosciutto cotto (no, non Fiorucci, una cosa mastodontica und buonissima)
porzina con capuzi (bollito di porcina con crauti) col kren
patate in tecia
ri-crauti
birretta 

Per capirse: mai avrei ritenuto possibile, prima di essere assisa con le altre due arciduchesse, che tutto ciò potesse essere contenuto in un unico stomaco. Roba che quando te la magni te ga come un tsunami en nel estomaco.
A questa quantità serale va inoltre aggiunta la colazione de mattina che me ciapa fame:
capo in B (eh, questo l’adoro: caffè macchiato al vetro, mittelgenii)
cornetto tipo presnitz
pasta crema di Basovizza (una specie di diplomatico ma a tre piani e lungo come il ponte di Calatrava a Venezia). 

Si consideri che nel frattempo la sera prima la Frà mi aveva lasciata nelle amorevoli cure della Vale e del povero Gigio, che della Vale è il coniuge (che amor xè amor, no xè brodo de fasoi – trad: che anfatti l’amore certe volte sono cazzi cavoli crauti amari, no barzellette, lo stesso valga per il marito della Frà, sempresianlodati).  

Si sappia, inoltre, che a fronte dell’estate di venerdì e sabato, per il sabato sera c’era l’allerta della Protession Sivil per la Bora e, uditeudite,  pure i Santi de iazo, che marzo e otobre per matìo, i se somea come pare e fio e anche maggio comunque no schersa eh.
Nottetempo udivansi tormente. Ma era la porzina en el stomaco.
Invece il povero Gigio, all’albeggiar, era già in giro a verificare la situazione metereologica e al suo rientro, en el coridoio, se sentia
-Gigio, neverin?
-No, Bora  

Chevelodicoaffà, na tragedia: ma quale vento, è come stare sulla pista di Formula 1 solo non ai bordi ma proprio sull’asfalto, ghiacciato, mentre ti trapassa una fucilata alla velocità della Williams con Maldonado a bordo. La Vale mi prestava uno scafandro per tentare di uscire. Mi zavorravano con pesi di varia caratura e in cotal modo mi scortavano prima al caffè poi sul Carso, nella Grotta gigante (e anche qui, vi prego, andate): una cosa sottoterra così immensa che potrebbe contenere la cupola di San Pietro. Cinquecento scalini a scendere, altrettanti a risalire (400mila metricubi di volume, 10 milioni di anni, 167 metri di lunghezza, 98 di altezza). 

Perché, infine, negarci lo sconfinamento in Slovenia (e vi dico che erano appena le 11 del mattino) ove a Lipizza giustamente sconfinavamo sui cavalli lipizzani

Vi dico solo che quando, alfin, Gigio e Vale mi han sbarcata al binario nove e tre quarti con destino Venezia, i miei piedi hanno inviato un cablogramma di ringraziamento all’Onu. 

Conclusioni:
1 – Io a Zuckercoso je devo effettivamente fa’ un momumento, sennò ste due col cavolo crauto che le avrei mai incontrate
2 – Venezia è ancora piena di acqua ma pure di amore
3 – Trieste pure
4 – I bisiachi guai a chi me li tocca
5 – “Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza”. Aò l’ha detto Claudio Magris. Quindi se mi vi presento un’altra volta prendetevela con lui.

e pure De Gregori, l’ha detto: “Come del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare”. Poveravvoi, amichemie.

Carinzia2/La via più breve tra te e il desiderio non è una retta né un arabesco ma una miscela arabica

martedì, maggio 15th, 2012

La Bisiacaria non è come la Dancalia. I bisiachi sono un popolo pacifico, ospitale. E FANNO PURE IL PANE IN CASA, santocielo. Buono come loro. E pure il caffè. E’ assai buono. Va detto che io ho fatto la splendida con la macchinetta di Clooney (chediolobenedica) ma la Frà ci ha una Ferrari testarossa, che le fa il caffè. E quando la mattina dopo mi ha portata al bar, a prenderlo, alla signorina ha detto:
-Il mio (tipo una cosa del genere) e uno normale
E allora ho detto
-Ma il tuo in che senso?
-Come quello di casa
-Allora anche io il tuo
-Bene, allora due miei

I bisiachi sono buoni ma secondo me è meglio non contraddirli. Così, per precauzione. E comunque il “suo”, caffè, effettivamente merita. Ci terrei anche a specificare che sto caffè l’abbiamo preso a Pieris che E’ IL PASESE DI FABIO CAPELLO. L’ha scritto pure Gimbo, ieri, nei commenti su sto blogghe: che in sostanza tutti sapevano dei bisiachi, evidentemente anche per via tricologica, tranne la qui presente tenutaria.

Dunque the day after la Frà mi scarrozzava  in lungo e in largo nella Bisiacaria e nella Veneziagiulia (non prima di avermi messo un pane fatto in casa con la pasta madre nella valigia), compresa una patriottica sosta a Redipuglia e infine imboccava una strada bellissima lungo il mare per recarci entrambe a Trieste, dalla Vale. Senonchè, sotto un piccolo tunnel scavato nella roccia, la Frà e tutti quelli avanti e dietro la Frà-mobile, strombazzavano il clacson. Io subito pensavo “ci deve essere un matrimonio” invece la Frà così mi spiegava:
-Sotto il buco si suona

Ora, così come Venezia era “Oddiomaquaèpienod’acqua”, è impossibile capire perché ma oltre una certa latitudine, per me, il nord nel senso da sopra Firenze era tipo un’unica pianura padana. Col mare, si, perché almeno le foto della Barcolana le avevo viste. E dunque, da circa dodici ore, l’unico intercalare che riuscissi ad avere erano vocali stupite variamente declinate che attraversavano la gamma soprattutto degli “ooooohhhh” e anche “uuuuhhhhhh”.

Arrivate a Trieste finalmente la finivo. Restavo a bocca aperta e punto: mi era sbocciata Trieste, l’estate, la Franca, la Vale, la piazza Unità d’Italia, insomma la primavera del Botticelli in confronto sembrava una mentecatta. Aggiungo inoltre che st’appuntamento al buio fra me e Franca lo sarebbe stato anche per Franca e Vale che oltretutto, poracce, entrambe già conoscevano singolarmente la qui presente, che è roba eh, ma non tra loro. E un po’ me ne stavo rendendo conto quando ormai era troppo tardi, cioè al momento dell’impatto tra le due.

Si sappia che le bisiache son gente davvero a modo e così anche le triestine: esse non si picchiavano, non si -neanche- insultavano, non si ignoravano. Esse, signore e signori, si piacevano. Forse anche unite dal comune problema della meripoppica gestione. Ma tant’è. Tipo come se anche loro due non avessero fatto altro nella vita che vedersi il sabato a Trieste a giocare alle signore.

Devo dire che, recandoci al castello di Miramare -altra meraviglia che madovecaspitaso’andataper50anniinvecedivenirciprima,qua?- anche noi tre assumevamo progressivamente un portamento regale anzi granducale anzi arciduchessale: scese dalla macchina in modalità tradizionale ci trovavamo al cospetto di cotal magnificenza

al punto che, immantinente, procedevamo in modalità Meri, Franca und Vale di Sassonia-Coburgo d’Asburgo Serpelloni Mazzantiviendalmare. E ivi sostavamo per un frugal arciduchessico paninozzo nei giardini all’taliana che lo circondano, a picco sul mare. Io, ve lo dico, a guardarmi da fuori, assisa con cotante amiche in quella imperialasburgica cornice, mi autocomunicavo:
-Anvedi però Meripo’ che casino regal piccola casa che hai combinato

Ed è a quel punto che ha trovato appagamento, con una trentina d’anni di ritardo, una cosa che ho sempre sognato di fare e vorrei proprio sapere perché caspita non abbia mai fatto: sedermi a tutti i caffè storici di trieste: il Caffè degli Specchi in piazza dell’Unità e il Tommaseo là dietro. Là, insieme: la Franca, la Vale, Meri Pop con Stendhal, Joyce, Svevo, Saba e pure Magris che lo sa che “il caffè è il luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente”.

Passi per i sogni impossibili tipo il centrosinistra unito o un centrodestra decente o un deficit pubblico sotto controllo o mangiare senza ingrassare ma voi me lo sapete dire perché una insegue trent’anni un caffè, per quanto storico? Che quello non è che chissà dove fosse: era lì. Dalla Vale. Per dire. Ci si arriva comodamente con un treno due treni.

Il punto è che il treno dei desideri -e dei miei pensieri- fino a poco tempo fa è andato proprio come diceva Celentano: all’incontrario. Più volevo qualcosa più me ne allontanavo. Finchè una volta, per prendere finalmente sto treno dei desideri, in realtà ho dovuto prima prendere un aereo e andarmene a rifletterci un po’ su. A Cuba. Che a volte la linea più breve tra due punti non è necessariamente la retta, via, ma l’obliqua.

E dunque la via più breve per arrivare da te al desiderio può essere, parafrasando Flaiano, pure un arabesco. Anzi, a volte persino una miscela arabica. (segue)

P.S.
“In Italia la linea più breve tra due punti è un arabesco”. Ennio Flaiano

Carinzia1: com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles

lunedì, maggio 14th, 2012

Cioè io per andare in Carinzia ho preso talmente tanti treni e vi ho risparmiato una mole tanta di Co2 che può essere che se sia richiuso un pochetto pure il buco nell’ozono. E’ che io avevo proprio detto all’omino
-Senta allora Roma-Veneziasantalucia e poi Venezia Monfalcone e poi Gorizia e poi Trieste e poi avojaaviaggiare….

E’ che io con Venezia ho un conto in sospeso. Cioè ma se po’ andà a Venezia con l’innamorato, che era il poveruomo ex, esattamente nel passaggio della sfiga in equinozio? Che quando finalmente noi eravamo riusciti ad arrivare a Venezia l’amore già se n’era andato da un’altra parte. Tra l’altro, la volta della sfiga in equinozio amoroso, faceva un freddo che non vi dico e insomma com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles. Aznavour.

E dunque, mentre facevo il biglietto, dico all’omino che volevo scendere a Venezia e aspettare la coincidenza del trenino quell’altro (tipo un’ora…) affacciata sul canal Grande. Che, ora va detto anche questo, quella volta che mi ci aveva portata il poveruomo ex, egli era uscito con me dal portone della stazione e io, mollata la valigia a terra con gran tonfo, avevo esclamato

-Oddio ma qua è pieno d’acqua (dunque sto poveruomo poi ha avuto anche i suoi bei perché se s’è, infine, dato)

Ciò detto, dopo aver frecciarossato per cinque ore, passata Mestre metto mano al biglietto e leggo che, invece, l’omino mi aveva fatto il biglietto fino a Mestre. MESTRE. Dico io cosa mi mandi a Mestre? Ed è lì che, infine, ho acchiappato il cellulare nel panico da persafermatadovedovevoscendereperandaredalleCarinzieamichemie, e faccio il numero della Franca
DRIIIIIIIIIIIIIINNNN
-Siii??? dice la vocina scoppiettante veneziagiuliana
-Franca cara, comincia a familiarizzare con ciò che ti attende: ho sbagliato fermata, non sono scesa a Mestre, disastroooooooo
Ed è a quel punto che con calma olimpica la vocina ha detto
-Meri, stai tranquilla, alla prossima c’è il mare: non puoi comunque andare oltre

Rassicurata dall’ineluttabilità dei grandi spazi acquatici e riflettendo sul fatto che io la voce di Franca non l’avevo sentita mai, che noi solo voce di tastiera ci scambiavamo su Facebook, mi predisponevo dunque a scendere dovevolevoscendere per prendere ugualmente la coincidenza perdovemiaspettavalaFranca.

Dunque la vostra qui presente scendeva a Santalucia come sulmareluccica, attraversava i pochi passi di atrio e si affacciava su “Oddiomaquaèpienod’acqua”. Vi dico la verità: pure stavolta ho mollato la borsina meripoppica con gran tonfo di stupore epperò stavolta ho detto:
Cazzo Caspiterina!

E mi sono fermata lì, a guardarla. A bocca aperta. C’era un sole che lèvati. L’arietta. Insoma ammazza quanto sei bella, Venè, le ho proprio detto. E mentre me ne stavo imbambolata come una scema a guardare i vaporetti e il ponte e San Simeon Piccolo (effinalmente ho pure scoperto come caspita si chiama il cupolone verde di fronte) mi è scivolato in acqua pure il tempo e già dovevo farmi il biglietto per Mestre e andarmene. Non prima di dirle pure:
-Venè, la prossima ci torniamo insieme. Io e l’amore. Nel senso prima che lui se ne vada. L’amore

E dunque, salita sul regional local veneziagiulian, me ne stavo bel bella a leggermi Claudio Magris (che triestino è) e mi leggo che, da qualche parte qua intorno, esistevano anche i ciribiri (giuro) e i bisiachi. I bisiachi della Bisiacaria. Bi-sia-ca-ri-a. Pensino ora i miei 25 lettori che impressione dovesse fare sull’animo della poveretta qui presente quel nome. I bisiachi mi sembravano una cosa tipo gli Afar della Dancalia, popoli duri e all’occorrenza spietati con indesiderabili stranieri. I bisiachi. Marò.

Ma mentre mi terrorizzavo coi bisiachi ecco che infine arrivava la mia fermata. Mi sentivo parecchio emozionata. Sono scesa e lei stava lì. Ad aspettarmi. Tipo da sempre. Una cosa che come con Lamicamia tu la vai a incontrare ora ma lei c’era già.

E allora adesso potrei dirvi che mi ha proprio presa in consegna, mi ha spalancato casa sua (che invece di “Ma qui è pieno d’acqua” io ho detto “Ma qui è pieno di prato!”), mi ha portata a cena in un posto che io non so come ho fatto fino ad oggi a non sapere che c’era, e che si chiama Grado, che mi ha portata a cena da Ovidio e chevelodicoaffare quanto ho mangiato, compreso il boreto. E a tavola lei mi ha chiesto

-Meri domani dove vuoi andare?
-Frà, dove ti pare. Certo però mi devi dire una cosa: ma (tirando fuori il libro e sfogliandolo alla pagina incriminata) sti capita di bisiachi dove stanno? Sono molto ostili? Accettano lo straniero? Sta Bisiacaria ci ha il filo spinato?

E lei, sempre con calma olimpica
-Meri, in Bisiacaria ci dormi stasera. Che io lì sto

(segue. segue pure figura del cavolo crauto, mannaggia)

Di appuntamenti al buio in Carinzia

venerdì, maggio 11th, 2012

Ristorante, interno giorno. Meri Pop e mamma Pop

-Allora che fai questo weekend, cara?
-Mamma parto, vado in Carinzia
-Dove vai, cara?
-In Carinzia: dalle CAReINZIeme amiche mie
-E, volendo circoscrivere meglio questo concetto, chi sono, cara?
-La mia amica Franca e la mia amica Vale: direzione Mitteleuropa
-E la tua amica Franca io l’ho mai vista?
-No, mamma, ma neanche io
-EEEHHH????
-Perciò ci vado, vado a conoscerla: siamo amiche su Fèisbuc
-ODDIO MERIPO’, MA UN ALTRO APPUNTAMENTO AL BUIO???

Il cameriere, tutto il tavolo accanto e anche la cassiera si voltano e scrutano questo bel pezzo di metroemezzo scarso.

Mia madre abbassando la voce:
Oddio Meripo’ maunaltroappuntamentoalbuio? (nel senso che io già l’altra volta ero andata a trovare Lamicamia un’altra chenon la conoscevo)

-ECCERTO, VISTO COM’è STATO ECCITANTE L’ALTRO

Il cameriere vacilla insieme al cabaret dei tiramisù e un po’ però anche sghignazza. Poi

-Signò vadavada, tanto co sto casino de crisi che c’è alla luce der sole, che altro cazzo de peggio je po’ succede, ar buio?

E allora io quasiquasi lo prendo, sto treno.