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Richard nel Paese delle Meraviglie

martedì, aprile 23rd, 2013

Nel disastro generale, e dopo la speranza di poterci aggrappare ai capelli di Maria D’Antuono per la risalita, informo che volendo potremmo anche agganciarci a una teiera Ginori. Che l’unica notizia sulla quale vorrei concentrarmi stamattina è che, quand’anche fosse tutto perduto, la stoviglieria  e un pezzo della nostra storia -oltre a 230 posti di lavoro- pare siano salve: Gucci ha acquistato la Richard Ginori di Sesto Fiorentino salvando teiere, piatti e un pezzo dei nostri corredi di porcellana dal baratro di un ignominioso fallimento. Me l’ha scritto Grace stanotte. Che una volta io postai sul socialcoso la foto di un servizio di piatti del Museo di Sesto e la ricoprirono di mi piace più di Justin Bieber. Oasi di intenditori in un mare di altro. E tutti, appena sanno qualcosa di Richard non Burton, mi avvertono.

E’ che qualche mese fa, andando a trovare il Professor Pi, mi portò a visitare il Museo della Richard Ginori, già data per spacciata, a Sesto Fiorentino appunto. Mi ci portò con la stessa aura di rispetto e reverenza con la quale mi aveva già introdotta alle magnificenze di quello del Bargello e degli Uffizi. Perché probabilmente l’unità d’Italia l’hanno fatta non solo Garibaldi e Mike Bongiorno ma anche i servizi di piatti “buoni” della Ginori.

Certo è che io stamane proprio come Alice mi sono sentita: che questo un Paese delle Meraviglie è. Ma a volte preferiamo non saperlo. E mentre le case reali di tutto il mondo apparecchiano italiano noi nel frattempo siamo in fila da Ikea per accaparrarci il Fargrik e l’Overens. Che, ve lo dico, all’outlet di Sesto Fiorentino costano quasi uguale. Ma a Sesto c’è meno fila. Anzi, vi dico anche questo, le ultime due volte che ci sono andata non c’era nessuno.

Fatevi questo regalo: andateci. Per altro non mi stupirei affatto se incontraste il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile. Perché prima o poi si si scoprirà che anche il servizio sulla tavola di festeggiamento del non compleanno di Alice arrivava da Sesto Fiorentino.

Aggrappati per i capelli

lunedì, aprile 22nd, 2013

Nell’assoluta impossibilità di trovare da giorni un qualsiasi appiglio barra punto di riferimento barra lumicino barra spiraglio per risalire dal gorgo, sono appunto giorni che continuano a tornarmi in mente solo i capelli di Maria D’Antuono.

Maria D’Antuono, 98 anni, fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che sconquassò L’Aquila.

Appena la tirarono fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori trovò pure l’assedio di telecamere  e giornalisti che, nell’assoluta impossibilità di tacere, le chiesero cosa avesse fatto in quelle 30 ore là sotto. Che un bel tacer non fu mai scritto e meno ancora televisionato.

Lei, frastornata ma più lucida degli interlocutori, non si sottrasse e replicò: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto, ho mangiato qualche cracker”. Poi sbottò: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Da giorni mi aggrappo a quei capelli, a quell’uncinetto e quella spazzola. Non necessariamente in quest’ordine. Cioè mi aggrappo all’idea, o quantomeno alla speranza, che dalle macerie si possa non solo riemergere ma farlo con dignità e vigore. Certo ci vorrebbe non dico una corda di sicurezza ma almeno una spazzola. Quantomeno un uncinetto.

Di quello che ci passa per la testa

martedì, febbraio 19th, 2013

Uno dei motivi per i quali è auspicabile ma altamente improbabile che ci si possa prima o poi capire

Lei
Delle volte la ragione se ne va da qualche parte laggiù e io faccio il contrario di quello che ho sempre fatto. Istinto puro. Pensavo fosse tradimento (di affetto, di abitudini, di prassi). Invece no. È come quando Camilla pur avendo un giardino a disposizione vuole esplorare quello che c’è al di là del cancello. Ecco, ho esplorato e m’è piaciuto

Lui
Ah e poi sono andato a tagliarmi i capelli

(Grazie a Stefania, poeta, e Marina, pure)

Vidal Sasson (Foto Vogue)

La foto è tratta da qui

Meri Vintage

venerdì, novembre 19th, 2010

E comunque la mia piccoletta punk è andata a Londra. A fare un corso. Da Vidal Sassoon. Me lo ha raccontato mentre massaggiava la capoccella di Meri nel lavabo del saloon post Sassoon.

Diciamo che nel borsino delle giornate oggi-non-è-giornata si stava piuttosto alte in classifica. E dunque sono i casi nei quali o, come Marilla, si sniffa Nutella o si entra da un coiffeur.

Meri optava per il piano B marciando di prima mattina, e in coincidenza con l’apertura delle Borse e dei saloon, verso la sua guru di riferimento che, raggiante nel suo dark total look -nel quale spiccavano un paio di stivaletti con micro borchie- l’accoglieva con un trionfale
-“eeehhiii, abbiamo bisogno di una sistemata, mi pare”.  
-“Possiamo cavarcela con una piega in mezz’ora o devo prendermi un periodo di aspettativa?”

Rassicurata dalla prospettiva di un apprezzabile miglioramento, almeno capillare, raggiungibile nel lasso di tempo della mezz’ora successiva, Meri si affidava fiduciosa alle cure del caso.

La capillatrice raccontava dunque del viaggio nella City al corso di perfezionamento di Vidal, quello dei capelli non del bagnoschiuma. E altresì raccontava di strepitosi acquisti – fra i quali rilucevano gli appena indossati stivaletti borchiati- in un mercatino vintage di nonsochequartiere.

Senonché a un certo punto la piccoletta sferra il colpo finale: “Insomma, un posto fantastico, il tempio del vintage: tutto anni ’60-’70. Deve essere stata un’epoca fichissima. E comunque ‘sto mercato ti sarebbe piaciuto molto”.

Ecco. Gli anni ’60 e ’70, cioè i miei, sono vintage. E io sono già il prodotto di “un’epoca”, seppur “fichissima”.

A volte, nella vita, i sensibili miglioramenti esigono prezzi altissimi.
Tutto sommato io me la sono cavata con 20 euro. E l’esaltante sensazione di far già parte della storia.

Diamoci un taglio

martedì, ottobre 12th, 2010

Quando una donna cambia taglio di capelli vuol dire che sta cambiando uomo. O che un uomo sta cambiando lei. Perchè temo che un uomo c’entri comunque, quando si cambia taglio. Ma prima o poi riusciremo a entrare da un parrucchiere anche senza tutto il condominio amoroso, dateci tempo.

In attesa di quel giorno Meri Pop ha cercato comunque di portarsi avanti con il lavoro e sabato mattina, per prepararsi adeguatamente alla presentazione del “peso irragionevole”, ha ritenuto maturi i tempi per liberarsi di un altro, irragionevolissimo peso, nonchè suo personale fardello. Tricologico.

Che il punto è questo: quanto dura un lavaggio? No, non uno shampoo, un lavaggio di cervello: quel sottile, subdolo riflesso condizionato che scatta ogniqualvolta dobbiamo decidere a chi piacere. Ed è statisticamente provato che poche volte siamo le prime destinatarie delle decisioni che prendiamo.

Insomma, Meri Pop era proprio convinta di non volersi tagliare i capelli perchè si piaceva così. E si è gettata come un kamikaze nell’impresa di “riuscire a fare una messa in piega di sabato mattina a Roma senza appuntamento”. Dopo un paio di “oggi manco a pensarlo”, si è imbattuta proprio sotto casa in un non meglio identificato salone nuovo di pacca nonchè deserto il cui unico pezzo di arredamento ben visibile era un contrabbasso. 

Ma siccome una donna è donna quando decide ecco che dopo essersi sguerciata ben bene a spiare dalla vetrina, infine apriva la porta prorompendo in un cordialissimo “Saaaalve. Questo è per caso un parrucchiere?”.

Due pischellissimi lui-e-lei dark PUNK con musica di sottofondo ROCK sfoderavano un irresistibile sorriso a Meri POP. Compiuto questo rapido giro dei generi musicali si passava al dunque in un coiffeur inusualmente vuoto, per essere sabato mattina a Roma.

Meri Pop: “Vorrei fare una messa in piega, è possibile?” (domanda retorica risuonava nel deserto).
Punk lei: “Certo. Ma (ammiccante) è sicura di aver bisogno solo di una messa in piega?”
Meri Pop: “Tesoro (affabile),  non sono sicura di nulla, soprattutto di ciò di cui ho bisogno. Però pensavo di aver sistemato almeno il fronte dell’acconciatura. Riapriamo anche quello?”
Punk lei: “Riapriamo. Al massimo ricrescono. E richiudiamo”.

Ed è così che, come in un lampo, al primo ZAC ho visto passarmi la vita davanti allo specchio. Quantomeno gli ultimi due anni. E mi sono accorta lì, su quella poltrona bordeaux, spalle al contrabbasso e alla pischella che imbracciava le forbici come un bisturi, con una professionalità che poche volte ho visto all’opera così, che era ora di recidere anche quel cordone. Quelle doppie punte, quantomeno.

Che troppo spesso accade di pretendere grandi cambiamenti dal mondo e dagli uomini. Salvo poi partecipare alla causa non essendo disposte a investirci nemmeno qualche ciocca di capelli.