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Da quando sei partita

domenica, settembre 22nd, 2013

di Gregorio Pecerin

oh, that a man might know
the end of this day’s business here it come
but it sufficieth that the day will end
and then the end is known…

(William Shakespeare, Julius Caesar, atto V, scena I)

Vorresti pensare ad altro, ma non ci riesci. Lei occupa la tua mente, il tuo cuore e tutto lo spazio che ti circonda. Sembra quasi che non ci sia più aria da respirare, senza di lei.

Giri nervoso per casa, andando a rivedere le cose che te la ricordano, a tentare di trovare segni favorevoli nei tuoi sogni, nel numero di targa di un furgone che passa, nel volo degli uccelli. Vorresti avere qualche amico con il quale sfogarti, ma sei solo in una grande città e nessuno ti può capire. Parlare di lei sarebbe utile per stemperare questa passione che ti consuma, questa tensione terribile che ti toglie la voglia di fare di parlare di vedere gente. Ma non c’è più nessuno, come in una Canzone Triste, a parlarti ancora un po’ di lei. Non esiste più nulla.

Esiste solo il conforto di sapere che la vedrai, di certo la vedrai, e che immediatamente tutto sarà chiaro. Le incertezze, i dubbi, le paure, saranno in breve squarciati nella notte dalla luce della realtà e tu saprai esattamente quello che è vero, quello che è falso, se questo amore ti porterà in cielo in una non immaginabile felicità, o ti precipiterà all’inferno in un luogo dove nulla avrà più un significato, se non l’immenso dolore.

Tratti male la gente che ti sta intorno, non capisci come possano vivere beati mentre tu sei macerato dentro da una passione malsana che da sempre tritura la tua anima e che sai benissimo non si cancellerà neanche davanti al più terribile dei tradimenti, alla più insopportabile delle umiliazioni, alla più cocente delle delusioni.

Perché anche se agli altri dici che dopo questa ultima delusione non la amerai più, anche se dici ora basta non mi posso rovinare la vita dietro chi mi fa soffrire, anche se affermi davanti al mondo intero che in fondo la vita continua, e che ci saranno mille altre cose belle che incontrerai e che ti faranno felice, sai benissimo che qualunque cosa accada, qualunque turpitudine lei commetta, qualunque dolore ti provocherà nel vederla questa ulteriore volta tu continuerai ad amarla, come è successo in passato, come succede ora, e come succederà in futuro. Come per un malvagio sortilegio, tu per sempre l’amerai. Lei è come la più antica delle tue abitudini, come una magìa perpetua, come la tua stessa vita. Per sempre.

Allora non c’è niente da fare.

Solo aspettare che la lancetta dei minuti, lenta come la maniglia de “il cuore rivelatore”, proceda piano piano, e la sabbia nella clessidra del tempo inesorabilmente si sposti nel bulbo inferiore, ed il tempo ti accompagni verso l’appuntamento fatale.

Ed al solo pensiero che la rivedrai, ti scoppia il cuore di felicità. Ma al solo pensiero che in pochi minuti capirai se sarà felicità o inferno, quello stesso cuore sembra spezzarsi per l’intollerabile peso.

Ma, nonostante tutte queste tue ambasce, questo tuo terrore cieco e disperato, il tempo passa, si muove, scorre incredibilmente anche se non sembra possibile, ma scorre. E per mano la tua paura ti porta verso il domani che pare incerto come una promessa d’amore in un mattino di aprile, mentre tu ti chiedi solo, a questo punto, se il tuo cuore saprà reggere l’attesa, più atroce essa stessa della più grande delle delusioni.

Hai paura. E non sapendo più che fare, come un bambino che nel pericolo chiama la madre per istinto, tu pensi a lei. Ai momenti belli che ci sono stati, a quel giorno di maggio di tanti anni fa in cui grazie a lei, solo grazie a lei, capisti che nella vita si può essere anche felici, felici e basta, felici in quel preciso momento senza pensare, per un lunghissimo istante, al passato ed al futuro, perché il presente è così bello da farti dimenticare tutto.

Quindi aspetti. Ti balocchi con le ore, e fiuti il profumo dell’autunno che sta per arrivare, cercando di cogliere in esso un fausto presagio.

Tu guardi intorno pensando ad altro, mentre il cuore traditore apre le porte della tua anima, di nascosto della severa ragione, ad un pensiero sottile ed indecente di antiche felicità.

E’ il derby, ragazzi. Forza che dobbiamo vincere.

Italians

venerdì, giugno 29th, 2012

Notti maaaaaagggiche

giovedì, giugno 28th, 2012

Posto che il clacsonare compulsivo in segno di gioia resta uno dei grandi misteri dell’umanità dopo il terzo segreto di Fatima, c’è che se solo non mi fossi venduta da tempo la macchina mo’ sarei uscita pure io a strombazzare come stanno a fa’ tutti i miei vicini.

E siccome sto in zona Colosseo vi avverto che dal palazzo stanno uscendo in tre con uno striscione gigante sul quale c’è scritto:

ANFITEATRO MARIO


Finale di partita

martedì, giugno 26th, 2012

Insomma io i quarti di finale l’ho visti con Mario. E oggi ve lo raccontiamo qui.

“Mario, da qualche tempo, applica il teorema Prandelli anche nella vita: nessuno è invincibile. E si comporta di conseguenza. Al momento degli inni nazionali si è alzato dalla poltrona ed è rimasto in piedi anche al God save the Queen. «L’avversario – mi ha bisbigliato al termine – lo devi rispettare dall’inizio e mai, mai sottovalutarlo». Al palo di De Rossi io ho tentato di emulare la Simeoni, Sara, con salti e giubili ma Mario, prudentemente, manco si è alzato. «Ecco, vedi, questi sono i momenti decisivi: ti sembra di avere la vittoria in tasca e invece è un’illusione. Ma è proprio qui che si costruisce il dopo: loro so’ catenacciari, noi dobbiamo attaccare, attaccare a oltranza. Anche da seduti».
Mi sembrava anche questa, come le precedenti calcistiche asserzioni, una parabola perfettamente adattabile a svariati campi della vita ed è così che ho continuato a seguire la sua telecronaca dei successivi 110 minuti. Dopo i quali però…”. (segue)

Un Diamanti è per sempre

Quella mattina che mi sentii campione del mondo

domenica, luglio 11th, 2010

 Meri Pop ha tenuto in mano la Coppa del mondo. Per un’intera mattinata. Quattro anni fa. Insieme ai bambini di tre reparti oncologici di altrettanti ospedali di Roma. Perché quattro anni fa Meri Pop lavorò col ministro della Scuola. E il ministro della Scuola, che era pure medico, disse che secondo lui quella Coppa a quei bambini gli avrebbe fatto meglio delle medicine.

Allora Meri Pop alzò un telefono e chiese ai signori del calcio: “Che ce la prestate per una mattina, la Coppa?” e quel gran figaccione che stava dall’altra parte del telefono disse: “Si, però ci vengo pure io”.

E così una mattina presto e di nascosto -perché ci sono delle cose che se le fai che lo sanno tutti non fanno così bene come quando lo sa solo chi lo deve sapere- dicevo che quindi una mattina prestissimo il figaccione del calcio, il ministro della Scuola e Meri Pop coprirono la Coppa con una coperta, tipo ET, (ché la Coppa è come le veline, che quando si sposano vendono l’esclusiva e per non farsi vedere dagli altri si coprono) e cominciarono a scarrozzarla per i tre ospedali. Solo che la Coppa pesa un accidente. Infatti la portava sempre il figaccione. Meri Pop rimboccava solo la coperta.

A differenza dei grandi, molto esagitati, i bambini fecero, invece, tutti la stessa cosa: ammutolirono, sgranarono gli occhi e poi cercarono i nostri come per dire: ma che, veramente?

Io non lo so dove stanno oggi quei bambini. Io non lo so come stanno. Però sono certa che ieri sera si sono sentiti pure loro come Cannavaro.

Perchè quella mattina ci sentimmo tutti campioni del mondo. E non solo perchè ci avevamo la Coppa tutta per noi.

E secondo me ieri sera pure a loro, come a Meri Pop, gli è scocciato parecchio staccarsene. E mollarla.