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Da Trieste in giù

mercoledì, ottobre 15th, 2014

In linea di massima le aree geografiche delle quali preoccuparmi in caso di avverse condizioni meteo, per la cerchia stretta di famiglia, fino a cinque anni fa erano geolocalizzabili fra l’agro romano, la Tuscia e il Sannio con episodiche incursioni nel Granducato di Toscana.

Giusto oggi, per la prima volta, mi sono resa conto che all’allerta del Friuli Venezia Giulia e nei giorni scorsi a quella di Genova e Liguria, ero balzata sulla sedia per andare a verificare, al di là del dovere di cronaca e della partecipazione umana, le effettive aree di emergenza, di criticità o di rischio confinanti con le mie nuove case.

Un balzo sulla sedia che ormai si estende per tutto lo Stivale. Perché, per dire, e non vorrei proprio fare nomi specifici per includere tutti, per laprima volta mi sono resa conto di aver acquisito case dalla Bisiacaria a Scilla e Cariddi (dove, e disciamolo, stanno Franca su e Maria e Luisa giù) passando da Trieste, Vale, a Napoli (lunghissimo, troppe) e risalendo e riscendendo ovunque, tarallucci pugliesi compresi.

Tipo ieri in ufficio un collega ha letto un’agenzia dicendo “aò, è cascato un pezzetto del portico di San Luca a Bologna” e mentre tutti continuavano a leggere io balzavo dalla sediola senza fiato urlando

-Ma comeeee quandooo? Come se il manufatto mi fosse appena crollato sulla cabeza

E’ perché lì c’è Marco. Questo ovviamente i miei colleghi non lo sanno per cui ormai, delicatamente, attribuiscono questi stati ansiogeni alla premenopausa. L’occasione mi è quindi gradita per fargli sapere che invece è perché ci sono dei pezzi di casa e di famiglia 2.0 -che poi son diventati in tanti casi 1-1-, sparsi da Trieste in giù.

Marescià, giusto per chiarire, ste case che ci ho sparse ovunque sono comunque le loro quindi siccome oggi scade la Tasi non si faccia strane idee. Tutto ciò premesso si tratta di una cosa impagabile. Ma gratis. Un affare. Marescià, senta a me, se metta su Facebook pure lei con nome e cognome.

Delle sorgenti dell’Isonzo e di quelle del Sauvignon

martedì, luglio 1st, 2014

C’è sempre un momento, attorno al solstizio d’estate, nel quale una sera, da una piccola folata di ponentino dalla finestra, si sente entrare anche che è ora di andare. E’ il momento Vento dell’est, il peggiore per le mie amiche sparse per lo Stivale: vento dell’est la nebbia è là,qualcosa di strano fra poco accadrà, troppo difficile capire cos’è ma penso che un ospite arrivi per te. E poi, poracce, io arrivo.

Senonché stavolta tra il messaggino di Franca

-Meri perché non vieni a trov…
e il mio atterraggio in Bisiacaria non c’era stato manco il tempo per lei di finire il clicco INVIO che già stavo sulla banchina della stazione di Cervignano. Opportunamente mobilitati anche il Santuomo e la Santafiglia ella organizzava uno sbarco che marines scansàtevi proprio.

Senonché entrare nel dettaglio delle quarantottore vere ma cinquecentoventisei percepite sarebbe arduo però una cosa ve la voglio raccontare perché è ascrivibile in quel capitolo così raro e prezioso classificato alla voce “emozione”. Contingentato il Santuomo alla guida di un fuoristrada la mattina dopo, la Santafranca mi faceva attraversare valli, boschi, laghi, fiumi, Redipuglia, Bisiacaria, Slovenia, Caporetto, boschi, boschi, boschi e a un certo punto mi depositava ai piedi di una montagna incantata che davvero Thomas Mann scansati pure tu. E davanti a quella meraviglia, guardando la cascata e infilandomi una felpa addosso esclamava

-Meripo’, siamo alla sorgente dell’Isonzo

E beh signori miei è stato come entrare nel sussidiario e pure nella storia, oltre che nella geografia. A me questo Isonzo fa venire -come direbbe la mia amica Carla insieme alla schiera delle mie altre tostissime partenopee- il fredd nguoll. Che effettivamente tirava una giannetta niente male.

Dopo un ristoro di caffè bollente e panino prosciutto formaggio e cetriolini si iniziava l’ascesa al sussidiario in un percorso Camel Trophy che naturalmente il Santuomo aveva definito

-Ma figurati celafaibenissimo è una passeggiatina, giustounpochettoinsalita

Aggrappata alla ferrata come un geco al soffitto della casa al mare mi inerpicavo agevolmente nella selva slovena e finalmente, all’ultimo aggrappo, ci si sgorgava questa robina qua:

Sorgenti dell'Isonzo - Foto Meri Pop

Che vi devo dire? Sovvecchia. Io un po’ mi sono internamente commossa, che esternamente con la posa plastica di Tarzan sulla liana di ferro c’era poco da distrarsi. E dunque hai voglia a rimembrar sempre del sussidiario de I Fiumi di Ungaretti, che sì L’Isonzo scorrendo Mi levigava Come un suo sasso Ho tirato su Le mie quattro ossa, che erano pure parecchio provate dall’artrosi dell’umidità mattutina.

Il romantic moment veniva comunque ricondotto al più congeniale filone trigliceridico quando il Santuomo, ricaricatici in macchina, ci depositava in un posto che non mi ricordo come si chiama ma è un ristorante sloveno dove fanno una cosa che si chiama pljeskavica (si pronuncia “plièscaviza”, nds, nota della santafranca). In realtà io e la santafranca prendevamo una piramide di carni e sloveniche bontà in mezzo alle quali si rintracciavano anche due plieskacose.

Alle sorgenti del pranzo - Foto Meri Pop

E sì, l’emozione alle sorgenti dell’Isonzo è stata davvero unica ma non vi dico quella quando mi hanno portata alle sorgenti del prosciutto di San Daniele alla Festa del prosciutto appunto a San Daniele del Friuli.

Alle sorgenti dei trigliceridi - Foto Meri Pop

Paragonabile solo a quella registrata quando la mattina dopo il Santuomo ci ha accompagnate alle sorgenti del Collio, che gli affluenti dell’Isonzo sono certamente notevoli ma non vi dico gli affluenti del Traminer, del Riesling e del Ribolla Giallo per non dire del Sauvignon.

Ora, dovendo trarre un insegnamento o quantomeno un finale da tutta questa vicenda, apporei qui la scarna conversazione intercorsa internamente con me stessa, allorquando ho visto postare minuto per minuto su Facebook il resoconto di viaggio da santafranca e me lo sono ripercorso poco fa
-Meri ma dove sei stata?
-Ospite della mia amica santafranca
-Beh mi pare tu abbia ormai completato la fase di passaggio del pompelmo
-Eh??
-Oscar Wilde: “Il  pompelmo è un limone cui si è presentata un’occasione e ha saputo approfittarne”. Solo che tu eri partita da un cetriolo. Vedi? Mai mai mai sottovalutare le innegabili chance che può offrire una sfiga d’amore.

Carinzia2/La via più breve tra te e il desiderio non è una retta né un arabesco ma una miscela arabica

martedì, maggio 15th, 2012

La Bisiacaria non è come la Dancalia. I bisiachi sono un popolo pacifico, ospitale. E FANNO PURE IL PANE IN CASA, santocielo. Buono come loro. E pure il caffè. E’ assai buono. Va detto che io ho fatto la splendida con la macchinetta di Clooney (chediolobenedica) ma la Frà ci ha una Ferrari testarossa, che le fa il caffè. E quando la mattina dopo mi ha portata al bar, a prenderlo, alla signorina ha detto:
-Il mio (tipo una cosa del genere) e uno normale
E allora ho detto
-Ma il tuo in che senso?
-Come quello di casa
-Allora anche io il tuo
-Bene, allora due miei

I bisiachi sono buoni ma secondo me è meglio non contraddirli. Così, per precauzione. E comunque il “suo”, caffè, effettivamente merita. Ci terrei anche a specificare che sto caffè l’abbiamo preso a Pieris che E’ IL PASESE DI FABIO CAPELLO. L’ha scritto pure Gimbo, ieri, nei commenti su sto blogghe: che in sostanza tutti sapevano dei bisiachi, evidentemente anche per via tricologica, tranne la qui presente tenutaria.

Dunque the day after la Frà mi scarrozzava  in lungo e in largo nella Bisiacaria e nella Veneziagiulia (non prima di avermi messo un pane fatto in casa con la pasta madre nella valigia), compresa una patriottica sosta a Redipuglia e infine imboccava una strada bellissima lungo il mare per recarci entrambe a Trieste, dalla Vale. Senonchè, sotto un piccolo tunnel scavato nella roccia, la Frà e tutti quelli avanti e dietro la Frà-mobile, strombazzavano il clacson. Io subito pensavo “ci deve essere un matrimonio” invece la Frà così mi spiegava:
-Sotto il buco si suona

Ora, così come Venezia era “Oddiomaquaèpienod’acqua”, è impossibile capire perché ma oltre una certa latitudine, per me, il nord nel senso da sopra Firenze era tipo un’unica pianura padana. Col mare, si, perché almeno le foto della Barcolana le avevo viste. E dunque, da circa dodici ore, l’unico intercalare che riuscissi ad avere erano vocali stupite variamente declinate che attraversavano la gamma soprattutto degli “ooooohhhh” e anche “uuuuhhhhhh”.

Arrivate a Trieste finalmente la finivo. Restavo a bocca aperta e punto: mi era sbocciata Trieste, l’estate, la Franca, la Vale, la piazza Unità d’Italia, insomma la primavera del Botticelli in confronto sembrava una mentecatta. Aggiungo inoltre che st’appuntamento al buio fra me e Franca lo sarebbe stato anche per Franca e Vale che oltretutto, poracce, entrambe già conoscevano singolarmente la qui presente, che è roba eh, ma non tra loro. E un po’ me ne stavo rendendo conto quando ormai era troppo tardi, cioè al momento dell’impatto tra le due.

Si sappia che le bisiache son gente davvero a modo e così anche le triestine: esse non si picchiavano, non si -neanche- insultavano, non si ignoravano. Esse, signore e signori, si piacevano. Forse anche unite dal comune problema della meripoppica gestione. Ma tant’è. Tipo come se anche loro due non avessero fatto altro nella vita che vedersi il sabato a Trieste a giocare alle signore.

Devo dire che, recandoci al castello di Miramare -altra meraviglia che madovecaspitaso’andataper50anniinvecedivenirciprima,qua?- anche noi tre assumevamo progressivamente un portamento regale anzi granducale anzi arciduchessale: scese dalla macchina in modalità tradizionale ci trovavamo al cospetto di cotal magnificenza

al punto che, immantinente, procedevamo in modalità Meri, Franca und Vale di Sassonia-Coburgo d’Asburgo Serpelloni Mazzantiviendalmare. E ivi sostavamo per un frugal arciduchessico paninozzo nei giardini all’taliana che lo circondano, a picco sul mare. Io, ve lo dico, a guardarmi da fuori, assisa con cotante amiche in quella imperialasburgica cornice, mi autocomunicavo:
-Anvedi però Meripo’ che casino regal piccola casa che hai combinato

Ed è a quel punto che ha trovato appagamento, con una trentina d’anni di ritardo, una cosa che ho sempre sognato di fare e vorrei proprio sapere perché caspita non abbia mai fatto: sedermi a tutti i caffè storici di trieste: il Caffè degli Specchi in piazza dell’Unità e il Tommaseo là dietro. Là, insieme: la Franca, la Vale, Meri Pop con Stendhal, Joyce, Svevo, Saba e pure Magris che lo sa che “il caffè è il luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente”.

Passi per i sogni impossibili tipo il centrosinistra unito o un centrodestra decente o un deficit pubblico sotto controllo o mangiare senza ingrassare ma voi me lo sapete dire perché una insegue trent’anni un caffè, per quanto storico? Che quello non è che chissà dove fosse: era lì. Dalla Vale. Per dire. Ci si arriva comodamente con un treno due treni.

Il punto è che il treno dei desideri -e dei miei pensieri- fino a poco tempo fa è andato proprio come diceva Celentano: all’incontrario. Più volevo qualcosa più me ne allontanavo. Finchè una volta, per prendere finalmente sto treno dei desideri, in realtà ho dovuto prima prendere un aereo e andarmene a rifletterci un po’ su. A Cuba. Che a volte la linea più breve tra due punti non è necessariamente la retta, via, ma l’obliqua.

E dunque la via più breve per arrivare da te al desiderio può essere, parafrasando Flaiano, pure un arabesco. Anzi, a volte persino una miscela arabica. (segue)

P.S.
“In Italia la linea più breve tra due punti è un arabesco”. Ennio Flaiano

Carinzia1: com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles

lunedì, maggio 14th, 2012

Cioè io per andare in Carinzia ho preso talmente tanti treni e vi ho risparmiato una mole tanta di Co2 che può essere che se sia richiuso un pochetto pure il buco nell’ozono. E’ che io avevo proprio detto all’omino
-Senta allora Roma-Veneziasantalucia e poi Venezia Monfalcone e poi Gorizia e poi Trieste e poi avojaaviaggiare….

E’ che io con Venezia ho un conto in sospeso. Cioè ma se po’ andà a Venezia con l’innamorato, che era il poveruomo ex, esattamente nel passaggio della sfiga in equinozio? Che quando finalmente noi eravamo riusciti ad arrivare a Venezia l’amore già se n’era andato da un’altra parte. Tra l’altro, la volta della sfiga in equinozio amoroso, faceva un freddo che non vi dico e insomma com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles. Aznavour.

E dunque, mentre facevo il biglietto, dico all’omino che volevo scendere a Venezia e aspettare la coincidenza del trenino quell’altro (tipo un’ora…) affacciata sul canal Grande. Che, ora va detto anche questo, quella volta che mi ci aveva portata il poveruomo ex, egli era uscito con me dal portone della stazione e io, mollata la valigia a terra con gran tonfo, avevo esclamato

-Oddio ma qua è pieno d’acqua (dunque sto poveruomo poi ha avuto anche i suoi bei perché se s’è, infine, dato)

Ciò detto, dopo aver frecciarossato per cinque ore, passata Mestre metto mano al biglietto e leggo che, invece, l’omino mi aveva fatto il biglietto fino a Mestre. MESTRE. Dico io cosa mi mandi a Mestre? Ed è lì che, infine, ho acchiappato il cellulare nel panico da persafermatadovedovevoscendereperandaredalleCarinzieamichemie, e faccio il numero della Franca
DRIIIIIIIIIIIIIINNNN
-Siii??? dice la vocina scoppiettante veneziagiuliana
-Franca cara, comincia a familiarizzare con ciò che ti attende: ho sbagliato fermata, non sono scesa a Mestre, disastroooooooo
Ed è a quel punto che con calma olimpica la vocina ha detto
-Meri, stai tranquilla, alla prossima c’è il mare: non puoi comunque andare oltre

Rassicurata dall’ineluttabilità dei grandi spazi acquatici e riflettendo sul fatto che io la voce di Franca non l’avevo sentita mai, che noi solo voce di tastiera ci scambiavamo su Facebook, mi predisponevo dunque a scendere dovevolevoscendere per prendere ugualmente la coincidenza perdovemiaspettavalaFranca.

Dunque la vostra qui presente scendeva a Santalucia come sulmareluccica, attraversava i pochi passi di atrio e si affacciava su “Oddiomaquaèpienod’acqua”. Vi dico la verità: pure stavolta ho mollato la borsina meripoppica con gran tonfo di stupore epperò stavolta ho detto:
Cazzo Caspiterina!

E mi sono fermata lì, a guardarla. A bocca aperta. C’era un sole che lèvati. L’arietta. Insoma ammazza quanto sei bella, Venè, le ho proprio detto. E mentre me ne stavo imbambolata come una scema a guardare i vaporetti e il ponte e San Simeon Piccolo (effinalmente ho pure scoperto come caspita si chiama il cupolone verde di fronte) mi è scivolato in acqua pure il tempo e già dovevo farmi il biglietto per Mestre e andarmene. Non prima di dirle pure:
-Venè, la prossima ci torniamo insieme. Io e l’amore. Nel senso prima che lui se ne vada. L’amore

E dunque, salita sul regional local veneziagiulian, me ne stavo bel bella a leggermi Claudio Magris (che triestino è) e mi leggo che, da qualche parte qua intorno, esistevano anche i ciribiri (giuro) e i bisiachi. I bisiachi della Bisiacaria. Bi-sia-ca-ri-a. Pensino ora i miei 25 lettori che impressione dovesse fare sull’animo della poveretta qui presente quel nome. I bisiachi mi sembravano una cosa tipo gli Afar della Dancalia, popoli duri e all’occorrenza spietati con indesiderabili stranieri. I bisiachi. Marò.

Ma mentre mi terrorizzavo coi bisiachi ecco che infine arrivava la mia fermata. Mi sentivo parecchio emozionata. Sono scesa e lei stava lì. Ad aspettarmi. Tipo da sempre. Una cosa che come con Lamicamia tu la vai a incontrare ora ma lei c’era già.

E allora adesso potrei dirvi che mi ha proprio presa in consegna, mi ha spalancato casa sua (che invece di “Ma qui è pieno d’acqua” io ho detto “Ma qui è pieno di prato!”), mi ha portata a cena in un posto che io non so come ho fatto fino ad oggi a non sapere che c’era, e che si chiama Grado, che mi ha portata a cena da Ovidio e chevelodicoaffare quanto ho mangiato, compreso il boreto. E a tavola lei mi ha chiesto

-Meri domani dove vuoi andare?
-Frà, dove ti pare. Certo però mi devi dire una cosa: ma (tirando fuori il libro e sfogliandolo alla pagina incriminata) sti capita di bisiachi dove stanno? Sono molto ostili? Accettano lo straniero? Sta Bisiacaria ci ha il filo spinato?

E lei, sempre con calma olimpica
-Meri, in Bisiacaria ci dormi stasera. Che io lì sto

(segue. segue pure figura del cavolo crauto, mannaggia)