Posts Tagged ‘Bere Ale’

Alcatraz era Disneyland in confronto

martedì, gennaio 25th, 2011

Avviso all’utenza: in seguito ai disagi verificatisi con l’autosdoganamento del post del 5 gennaio in luogo di quello del 4, rendo noto che il qui presente segue dunque quello del chenyon che è il migliore amico dell’uomon. 

4 gennaio 2011 – Bere Ale  

Dopo ben 20 minuti di birrette, cerimonie, cocacole e derive emozionali, ci pensava il capoguida Daniel a riportare tutti a una sana e consapevole botta di realtà irrompendo nel bar al grido di
“TUTTI ALLA POLIZIAAAA”. 

Tre paroline che unite alle altre due costanti della zona (ferocia e Afar) inquietavano ulteriormente l’ipotiroidea Meri Pop già in astinenza forzosa da tiroxina per le note vicende. 

Giunti compostamente in fila davanti alla locale sede di Polizia dancala, i nostri avvistavano nere e scheletriche braccia protese da finestre a sbarre: trattavasi dei detenuti della locale prigione.  

Agghiacciati dal cambio panorama i nostri 18 intrepidi, memori di “Fuga da Alcatraz”, prefiguravano una altrettanto inquietante “Fuga da Bere Ale”. 

Ho sin qui, ma scientemente, trascurato di presentarvi ufficialmente uno dei componenti la spedizione: Giorgio, detto “il Nesbitt“. Dovendo sintetizzare direi che Giorgio è un’enciclopedia Treccani ambulante ma niente affatto noiosa: una Treccani sagace e godibilissima, il cui  eloquio chic&vintage irrompe a sdrammatizzare i contesti più complessi e i cui siparietti viaggiano arricchendosi spesso di Mario come volontaria spalla, essendo i due appaiati – oltre che da un ormai sperimentato repertorio di successo- anche dalla contiguità territoriale toscana. 

E dunque lì, davanti alla stazione di Polizia in quel di Bere Ale, impietrito come il resto del gruppo in osservazione delle galeotte braccia protese, Giorgio chiosava:
“Eh si, cari amici, la situazione potrebbe complicarsi in un Amen e non a nostro favore”. 

Non pago poi specificava: “Siamo forse al corrente del motivo per il quale si è stati convocati da questa gente?”. 

Non avendo ricevuto alcun cenno di riscontro dalle imbalsamate facce dei suoi 15 compagni di Avventura, vigilati a vista nel cortile da due poliziotti, mentre dei due coordinatori sapevamo solo che si trovavano all’interno della stazione di Polizia da almeno venti minuti, a Piz che coraggiosamente allungava un paio di sigarette alle protese mani dei galeotti, il Nesbitt senese infine proferiva: 

“Caro, siamo sicuri che questa tua iniziativa umanitaria, pur lodevole, possa essere apprezzata anche da questi due esponenti delle locali forze dell’ordine che qui ci trattengono contro la nostra volontà?”. 

Due sigarette, un accendino, una decina di ansiose domande rimaste inevase dopo, i nostri vedevano riapparire le amate sembianze dei due capigruppo nonché quella di Daniel che, senza dare ulteriori spiegazioni, comunque pronunciavano le uniche cinque parole in grado di fare da spartiacque fra “viaggio” e “incubo” nonché segnare la differenza fra Alcatraz e Bere Ale: “ragazzi-ce-ne-possiamo-andare”. 

Coffee break al Bereale's bar - Foto Professor Pi

L’entusiastico dietrofront veniva accompagnato da un passaparola che si condiva di minuto in minuto di ipotesi e arrovellamenti sul motivo della nostra convocazione, culminanti nella seguente teoria: “Pare che la jeep di Daniel abbia la targa davanti legata con la corda anziché inchiodata e quindi dobbiamo pagare una multa di 500 birr”. 

Ora, per carità, lungi da me l’idea di giustificare chi tratta la targa davanti della jeep dancalica come una valigia da emigrante italiano anni ’50. Però scusate eh: ma l’avete visto in che caspita di condizioni viaggiano in Africa? No, dico, ma avete presente da che razza di catorci è costituito di norma il locale parco macchine? Avercela, la targa: non ci hanno manco i sedili e la leva del cambio, a volte. Ecco noi, sia chiaro, ‘sti 500 birr (25 euro) ve li avremmo portati pure con le orecchie. Ma dico io ci volete fa’ morì d’infarto a quel modo, EH? Che poi a quell’ora ‘manco c’era il poliziotto cassiere e quindi il Professor Pi, visibilmente turbato dalla mezz’ora trascorsa nella sede dei dancalici poliziotti Afar, mezz’ora della quale a tuttoggi nessuno ha ancora saputo un italico tubo, dicevo che il Professor Pi specificava: “ragazzi, domattina la partenza slitta dalle 7 alle 8,30 circa, perchè alle 8 dobbiamo tornare qui a pagare la multa”. 

Nel frattempo fattasi ‘na certa (ora) i nostri erano in grado di potersi trasferire armi e bagagli, soprattutto armi, nel cortile della locale scuola per prendere possesso dei propri alloggiamenti e dare inizio alle operazioni di allestimento cena a cura dell’ormai unico cuoco sopravvissuto all’ammutinamento dancalo, cioé il nostro Stefano, avendo i due cuochi ufficiali nonché lautamente pagati praticamente deciso di dedicarsi ad altre più interessanti attività. 

Afar school - Foto Meri Pop

L’apparente tranquillità degli ultimi 10 minuti veniva quindi interrotta da inequivocabili grida di dolore provenienti da un locale ragazzino Afar, dell’apparente età di anni 13, che non ho capito bene in base a quale procedimento mentale aveva improvvisamente deciso di saltare come un ossesso sul nostro instabile tavolino da campeggio sul quale si era infine sfracellato un piede. 

Alla vista del copioso sangue e all’udito dell’ululante ragazzo Meri Pop si chiudeva nuovamente in uno sconsolato silenzio fatta eccezione per un iniziale “Ommioddio” seguito da un forzoso strattonamento del Professor Pi versione Hugh Laurie-Dr.House con pila-cerotti-garze e disinfettanti-munito verso il luogo dell’incidente ove il saggio Pi provvedeva con incredibile perizia a rabberciare il disastroso esito della inspiegabile giovanil cazzata. 

L’occasione era gradita a Meri Pop per un’ulteriore riflessione sociologica: arrivato anche un altro gruppo di italici pazzi a soggiornare nottetempo nel cortile, avendone individuato un medico all’interno, esso veniva convocato per un consulto sull’operato del professor Pi. Ottenuto anche l’imprimatur ufficiale con un “ottimo-proprio-ciò-che-andava-fatto”, si chiedeva al medico se non fosse stato però il caso di chiudere la ferita con dei punti. “Si – affermava stentoreo- Ma poi chi glieli toglie, visto che noi partiamo tutti domani?”.
Ecco, l’idea che il piede sgarrato di quel ragazzino non avesse diritto manco a qualche punto di sutura, in totale assenza di medici nel raggio di centinaia di chilometri, improvvisamente imponeva a Meri Pop la forzosa inclusione di latitudine e longitudine rilevabili alla nascita tra i fattori determinanti dei diritti fondamentali dell’uomo. Male. Molto male. 

Esaurite le formalità poliziesche, chirurgiche e infine culinarie, alle ore 21,30 il dancalico gruppo decideva, avendo presoci il caffè ma saltato l’happy hour, di recarsi al bar dei rifugiati per l’ammazzacaffè. Nella fattispecie giurerei 1) di aver visto in quel bar nel pomeriggio due ragazze locali strepitose e 2) di aver visto Matteo e Gianni cambiarsi abito prima di andare al dopocena al bar. Ma non vorrei andare all’Inferno per rispondere di spergiuro né in tribunale a rispondere di querela per diffamazione. Dunque nulla vidi. 

Tavola calda dancalica: l'injera - Foto Professor Pi

Meri Pop invece svaniva in tenda dove, sopraffatta dagli eventi, sveniva anche in un profondo sonno. Svenimento dal quale si ridestava di soprassalto ad una imprecisata ora della notte in preda a un dancalo incubo del quale ricorda solo fantomatici sgozzatori di capre che decidevano di diversificare gli sgozzamenti anche con italici umani cercando di irrompere nella tenda. 

L’appena addormentatosi Professor Pi, nonché suo condomino di tenda, anziché assecondare il riflesso condizionato di riagevolare il sonno di Meri Pop con una botta in testa, cercava invece di ricondurla alla ragione tramite dibattito. 

All’agitatissima nonché improvvisamente balzata a sedere nonché urlante: “ecccoliii, vogliono entrare nella mia tendaaaa”, il Professor Pi sfoderava doti di oratoria e sintesi nonché di pazienza bloccandola prima che si precipitasse fuori dal sacco lenzuolo e così apostrofandola: 

“MERIPO’, primo la tenda -semmai- è mia,
secondo non c’è nessuno,
terzo ho avuto una giornata pesante,
quarto mi ero appena addormentato,
quinto rimettiti giù
e sesto dormi” 

con ciò riavvolgendola nel sacco lenzuolo ma più che altro legandocela dentro come in una camicia di forza di ospedale psichiatrico tipo “Qualcuno volò sul nido del cuculo“. 

Niente affatto convinta della sequenza logico matematica delle precedenti motivazioni addottele, Meri Pop si rassegnava comunque al sonno ripromettendosi però di contestarle punto per punto. Ma magari un’altra volta. Anche perché della leggendaria ferocia degli Afar si è  fin qui diffusamente disquisito ma di quella, eventuale, di un Professor Pi esasperato oltre un certo limite Meri Pop preferiva né suscitare esperimenti nè provocare inutili dimostrazioni. 

Chiusa nel suo incompreso panico e nel sacco lenzuolo, a quel punto a Meri Pop non restava altro se non abbandonarsi nelle braccia di Morfeo nonché in quello destro del Professor Pi in versione Joe Montana che la bloccava sul materassino con un esemplare placcaggio

Gli sgozzatori di capre avrebbero continuato comunque a inseguirla e tormentarla nottetempo nell’indifferenza generale.

La sindrome di star là

domenica, gennaio 23rd, 2011

5 gennaio 2011 – Bere Ale-Makallè

L’attraversamento della linea Maginot che li restituiva al territorio etiopico in quel di Makallè veniva salutato all’ora di pranzo del 5 gennaio con lodi, inni, canti, salmi, l’acqisto di svariati caschi di banane, manghi, papaye e una corsa all’Ethiopic Bank per cambiare altri euro in locali Birr dopo che l’avidità degli Afar aveva assestato il colpo definitivo alla cassa comune con il pagamjento di ulteriori dazi,  mance, prebende, pedaggi e incoraggiamenti che in confronto Mario Chiesa era un sagrestano.

Il punto è questo: in Dancalia potreste essere rapiti. Dalla bellezza, chiaro. Ma anche dagli Afar. Non necessariamente potreste notare il peggioramento nel passaggio dai nostrani barbari ai locali dancali. Però, indipendentemente dai vostri orientamenti, per evitare guai ovunque, di norma, c’è uno strumento diretto e di immediata comprensione in tutto il mondo che risiede su banconote di piccolo e grande taglio che vengono opportunamente dislocate lungo tutto l’itinerario come il sale nelle ricette: q.b. Quanto Basta. “Adesso basta” ha invece provato inutilmente a dire, di tappa in tappa, il nostro delegato Onu alle trattative con le maestranze locali, Professor Pi. Perché, più che altro, non gliene bastava mai. 

E però vorrei vedere voi a fare trattative di fronte a gente armata fino ai denti, contornati da schiere di feroci guerrieri ma soprattutto di Mk47 e di ananas. Bombe ananas. Consapevole di poter opporre solo il coltellino milleusi della Ferrigno, oltre che il suo possente corpaccione ovvio, il professor Pi di norma cedeva dopo che la trattativa inchiodava sull’inequivocabile gesto di una mano destra poggiata sulla gola dell’interlocutore mimante il di lui sgozzamento (io ve l’avevo detto che dopo le capre… Hai voglia a salvare capra e cavoli: Pi avendo già assistito alla efferata fine della capra aveva infatti detto “Ora sono cavoli” non a caso). Vabbè insomma avete capito, no? Pagate e zitti.

Dice: ma mi hanno imposto e fatto pagare 12 uomini di scorta armati e se ne sono presentati solo 3, poi delle 4 guide solo 1 e a volte manco si è presentata quella. Mbeh, ecchè mica penserai che mo’ ci intavoli una trattativa sindacale. Vuoi forse chiamare il Codacons? No, ditemi, che volete fa’? Quello che ha fatto il professor Pi: gli ha allungato ‘sti 1000 bir (50 euri) per 3 guide, percepita 1, e crepi l’avarizia anziché il viaggiatore. Dice: ma di quei 12 della scorta, che se ne sono presentati solo 3, mi hanno fatto pagare pure pranzi, cene e viaggio di ritorno per quelli che non si sono mai mossi da casa. Ripeto: che caspita vuoi fare? Un bel ricorso al Tar del Lazio?

E dunque dicevo che, manco il tempo di arrivare a Makallè che stavamo già in banca a prelevare “birr” in cambio della nostra incolumità. Uno scambio vantaggioso in ogni caso e a qualsiasi tasso di cambio, su questo credo che si possa concordare anche in sede di Corte Costituzionale.

E dunque di questa amena cittadina mi è qui gradito ricordare che, a proposito di priorità e in ossequio a quel motto secondo il quale “Non c’è inferno tanto scatenato quanto una donna offesa” (Shakespeare) “o senza tiroxina sodica” (Professor Pi) si decideva di procedere alla ricerca del farmaco. Il Professor Pi prendeva in ostaggio l’autista, la jeep e anche Giorgio che era distrattamente rimasto seduto sul sedile posteriore della jeep -e dunque si ritrovava in uno di quei pezzi di cronaca nera dal titolo “Gli rubano la macchina col bambino dentro”- dicevo che Pi si rivolgeva all’autista con il seguente itinerario: “Belay, lissen tu mì: non ripartiremo da questo caspita di posto finché non avremo trovato queste caspita di pillole (agitando la scatola vuota)”.

Meri Pop oggi è quindi in grado di fornirvi  la mappa e la dettagliata descrizione di TUTTE -ripeto: tutte- le farmacie presenti nella città di Makallè. Il viaggio della speranza iniziava con una serie di capoccioni di farmacisti -tipo i cagnolini che si mettevano nelle macchine quando eravamo piccoli- che oscillavano facendo nonnonnò. Alla farmacia numero 5 un flebile lampo di speranza intercorreva fra la faccia soddisfatta del commesso col fumetto “ho capito benissimo che state cercando” e la seguente conclusione a voce alta “però purtroppo no, non ho questo farmaco per il Parkinson”. Alla farmacia numero 7 (e lo so, sembra tipo la canzone dell’osteria, mo’ che devo fare?) persino Pi sembrava un po’ provato dopo  la frase “difficult, it will be veeeery veeeery difficult, probably impossible”.

Avviso alla nuova utenza del blog: “impossible, traduzione: termine con il quale è possibile minare definitivamente il sistema nervoso di Meri Pop ma non la testa dura del Professor Pi”. Infatti, alla farmacia numero 10 paraponziponzipò, il farmacista esordiva tipo il ritrovamento di Bin Laden nella grotta con un liberatorio “We got it”: Ce l’abbiamo in pugno. Il nome era diverso ma comunque l’aveva preso dallo scaffale Endocryne.

Sistemata la tiroide di Meri Pop il gruppetto raggiungeva il resto della spedizione per la sistemazione in chiamiamolo albergo. Ove però Nichi Sventola, alla vista della boccetta etiopica dalla quale Meri Pop finalmente estraeva la pasticca esclamava “MA SIAMO SICURI CHE SIA LA STESSA MEDICINA?”. Con ciò iniziando a compulsare un sms a “un mio amico chimico farmaceutico in Italia”. Alì il chimico ci faceva arrivare l’italico conforto con un: “Si, il principio attivo è lo stesso ma il dosaggio è doppio. Quindi, a questa scema, (Nichi, tanto lo so che te l’ha scritto, l’inciso) le pasticche spaccategliele in due. E la testolina pure. Baci. Ciao”.

Dunque dei prodotti tipici di Makallè dei quali lasciare traccia ai posteri, oltre le pasticche, direi che possiamo segnalare lo shopping compulsivo di: berberè, sciarponi avvolgenti, croci, icone, san giorgi, sante cunegonde e altri esponenti tipici del religioso luogo. Ma soprattutto direi che ci si riforniva nuovamente di abbeveraggi freschi tipo cocacole e, soprattutto, frullati di manghipapayeavocadibanane con i quali Patrizia, Massimo e Luca confesseranno più tardi di aver effettivamente raggiunto la sazietà e anche il nirvana.

Prima di abbandonare definitivamente la Dancalia, però, mi consentirete di osservare prima un minuto di silenzio e poi che, per essere gente che usciva da otto giorni senz’acqua nè luce nè specchi nè un caspita di niente, tutto sommato nonn eravamo ridotti come potreste immaginare: peggio, mooooolto peggio. Però confesso che dopo 8 giorni anche senza saponi o detergenti o cosmetici la qui presente aveva una pelle liscia e bella che manco JesuìCatherineDeneuve.
Mi portavo in dote dalla Dancalia, oltre ‘sta pelle che lèvati, anche la prova e la controprova che nel deserto spesso è utile e anzi consigliabile fare esattamente il contrario di quello che invece avresti una gran voglia di fare (il concetto potrebbe essere pericolosamente estendibile ad altre regole di vita oltre quelle che andrò ad elencare ma ci andrei piano prima di rinunciare ad alcunché):
se fa tanto caldo meglio coprirsi che spogliarsi
se hai tanta sete meglio bere a piccoli sorsi che a garganella
un té caldo può far meglio di una Cocacola o una birretta fredda (a trovarle) e inoltre ti evita una congestione
per tenere un po’ più fresca l’acqua devi infilare la bottiglia in un calzino bagnato (ma questo non me l’ha insegnato il deserto: me l’ha insegnato Mario).

Ho poi fatto trasmigrare una nutrita serie di cose dall’elenco “indispensabili” a “inutili”, a volte addirittura in “dannosi”.

Ho infine capito che viaggiare può diventare una sindrome inguaribile. Dalla sindrome di Stendhal a quella di “star là”.

E che però per viaggiare servono sostanzialmente due cose: la salute e la curiosità. Della prima si può, in parte, anche fare a meno. Della seconda, assolutamente, no.