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Lost in giunglèscion

martedì, settembre 11th, 2012

19 agosto – Turtle Bay

“Mattinata di relax sulla spiaggia e/o camminata verso Turtle Bay”. L’opzione giusta era la prima, questo è chiaro. Perché allora è sul concetto di “camminata” che ora vorrei aprire un confronto col professor Pi, pacatamente e serenamente. La camminata si rivelava infatti un trekking di 7 km attraverso la giungla del Borneo, con partenza ore 7,30, di saliscendi su radici, gradoni e massi.

Dice: e ma poi siete sbucati su una baia incantevole.

Turtle splendid Bay (Foto Professor Pi)

E facciamo pure che faceva schifo gliela tagliavo io, la testa e gliela piazzavo sulle fondamenta di quegli altri al posto di quelle dei pigs.
Fatto sta che sbuchiamo, appunto, e dopo tre ore di cammino, nella solita modalità cast-away coperti di insetti, formiche morte (che c’era da attraversare anche un passaggio tipo alligalli sotto tronchi infestati di formicai) su sta meraviglia qua nella quale però sarei volentieri sbarcata da, appunto, un natante, non necessariamente quello di Onassis.

-Meripo’, oggi qui è festa nazionale e le barche, anche volendo, non ci sono
Così ha detto. Cioè ha detto che non è che era colpa sua che m’aveva detto “Meripo’ vuoi fare la perla di Labuan?” ma del Ramadan. Evvabbè.
Comunque sia, una volta sbucati, ci spogliavamo scompostamente gettandoci a pesce nell’azzurro Mar della Cina gialla, io sfoggiando il mio nuovo costume Oviesse da 5 euro. Che lo sapevo come andava a finire e dunque quello di Jackie Onassis può attendere.
Allora: 3 ore per arrivare, mezz’ora per riprendere fiato, togliersi le formiche morte, bere e fare un bagnetto e via ripartire perché per le ore 15 la nostra nuova, incredibile guida Rymon detta Lemon, ha prenotato un ennesimo pulmino bollywoodiano per ripartire.

Sguazzando nei cinque minuti restanti si apprende en passant che, intanto, Mariaterè ha avuto il primo incontro ravvicinato con una locale sanguisuga. Me lo dice a mezza bocca, il professor Pi, tra un “bene, è ora di tornare indietro” e un “Meripo’ che mi passi un po’ d’acqua grazie”.
Rendo noto che il mio abbigliamento da “camminata” è composto da minigonna pantalone fiorata hawaiiana (porcamiseria se non me la metto al mare ma se non ora quandomai?), magliettina rosa della Freddy Dance e i caspita di sandali Teva d’ordinanza, zainetto e bandana malese. Memore dell’inutile raccomandazione della Carlina da Firenze
-Meri, tranquilla per le sanguisughe: quando andrai nella giungla basta che ti metti le ghette antisanguisuga
Io infatti stavo andando AL MARE, a Turtle Bay, no tra i Vietcong. Inizio dunque a realizzare che queste stanno ovunque.
Ci riavviamo e io stoicamente non dico una parola, non un lamento. Anche perché il terrore me lo impedisce. Io avanti e Professor Pi dietro:
-Meri, tranquilla che le gambette te le controllo io, casomai ci vedessi sopra una sanguisuga

Tranquilla un par di omissis. Io so solo che nella via del ritorno ci abbiamo messo la metà del tempo dell’andata perché a quel punto io il sentiero me lo sono fatto alla velocità di Beep Beep.

A un certo punto, impigliatici in una felce spinosa e segante, ripartiamo lui avanti e io dietro. Di guardia sulle sue, di riverite gambette che, per la cronaca, sono lunghe un par di metri e dunque manco col periscopio le posso controllare tutte. Comunque sia vigilo. E infatti. E’ stato dopo l’attraversamento dell’alligalli di formiche che l’ho vista apparire lì, sul suo polpaccio destro, bella spaparanzata e nera. E’ stato un attimo. Io che mi getto come un kamikaze sul suo polpaccio spruzzando Autan pronta a estirparla urlando “AAAhhhhh eccolaaa” e il povero professor Pi che, appena in tempo, mi blocca e dice:
-Meripo’o’o’o’… è un neo.

Che stavamo a dì? Ah si che alle 15 dovevamo ripartire. Alle 14,25, quasi tutti pronti, a conti fatti ne manca una: Miss Nikon non si trova. L’ultimo avvistamento risalendo a 3 ore e 2 km dall’arrivo alla mèta prima, iniziano i primi pattugliamenti attorno alla stanza, al bar, sulla spiaggia e in riva al mare. Niente. Nessuno l’ha più vista e incontrata. Neanche chi avrebbe dovuto per forza, essendo partito dopo di lei per tornare indietro. Il punto è che l’ultimo avvistamento consisteva nell’ineffabile Miss Nikon modalità romantica donna inglese con Nikon al collo anziché con retino per farfalle ma ugualmente svagata lì per boscaglie malesi a raccoglier foto come fosse però nell’orto botanico di Glasgow, chioma riccia rossa, occhio azzurro oceano, dito prensile sul compulsivo click.

Ad ore 15,15 ancora nulla partiva la prima squadra di emergenza per rifare il percorso: professor Pi, Patrizio e Sven, come fossero appena usciti dalla Beauty farm di Messeguè anzichè dai 14 km della mattina si imboscavano ululando
“Sirviettaaaaaaaa Sirviaaaaaaa ma indove caspita seeeeiiii?????”

Alle ore 16 in assenza assoluta di notizie anche dei tre cercatori o di qualsivoglia capoccella facesse capolino dalla giungla recando la gentil donzella in salvo, si staccava -come da precedenti accordi- la squadra 2 Chiara, SilviaB e Filippo cassetta prontosoccorso muniti. L’attesa dei restanti -già snervante di suo- si arricchiva delle continue molestie acustiche di Rymon radiotrasmettitoremunito -na nticchia d’uomo pallido con voce in modalità sintetizzatore- che continuava ad incalzarci con molestissimi
-Please, put your baggage on the bus
nell’assoluta impossibilità nostra di fargli capire che, senza ritrovare la missed Miss, quei nostri bagagli poteva agevolmente ficcarseli ove ritenesse più opportuno tranne che sul bus.
Intanto, sedie a cerchio riuniti sotto la lamiera del bus stop, noi restanti, in ossequio alla celebrazione della Giornata Mondiale dell’Ottimismo, avanzavamo le seguenti ipotesi di scuola:
A) si è persa
B) si è fatta male
e C) la più gettonata A+B
La mozione “prima si è persa poi ha avuto un colpo di calore e ora giace svenuta in chissà quale dirupo” veniva approvata alla semiunanimità dei restanti.

Alle 16,10 due turisti giapponesi da noi sottoposti a interrogatorio come tutti quelli che uscivano dalla boscaglia, testimoniavano -come fossero collegati con Federica Sciarelli a Chil’havista- un
-Aahhh de italian lediii? con conseguente avvistamento di sospetto vagabondaggio su un sentiero sbagliato che, per quanto ne sapevamo, avrebbe potuto farla sbucare direttamente ad Atlantide.

Alle 16,15 una barcollante ma nonmollante sagoma femminile paonazza, rispondente all’identikit diffuso, appariva da strada laterale e a noi opposta vociando, anche piuttosto incazzata stranita:
-E allora? Sono andata in camera mia ma è già chiusa a chiave
Riportata sulla retta via da altri due giapponesi era infine stata intercettata dalla squadra 2 che aveva, a quanto pare, riseminato e dunque ci appariva unica e sola.

Nell’occasione sperimentavo con evidenze scientifiche inattaccabili quanto il concetto di autocontrollo sia ormai insito nell’essere umano evoluto al punto da evitarmi di metterle le mani al collo e procedere a una rapida e indolore neautralizzazione.
Rientrata anche la squadra A, accompagnata d aun variegato florilegio di imprecazioni in idioma toscancatanromantetesko, unite alla sempre molesta irrefrenabile cantilena di Rymon, si procedeva alla forzosa chiusura dei bagagli di Miss Nikon alla bell’e meglio spingendo infine essa e tutte le bagattelle sul caspita di bus coi caspita di bagagli nostri evocati per ore da Rymon.

E qui questa ci sta tutta, eh:

Stupore di sale

giovedì, gennaio 20th, 2011

3 gennaio 2011 

A Mario non è venuta manco una foto di Dallol. Possiamo ignorare l’impressionante dipartita. O approfittarne per tornarci. 

Dallol, the day after.
Arifacciamo l’impettata di sole e di sale. Ma, attenzione, arispuntati sulla cima, qualcuno nottetempo deve aver cambiato le quinte teatrali dello spettacolo del giorno prima: e quindi, sotto ai nostri stropicciati occhi nonché lessati piedi si rispalancano nuovi scenari di colori, nuovi azzurri più intensi, via i fumi dentro i gialli carichi, violetti e ocra sconosciuti fino a 24 ore prima.
E soprattutto: perché caspita non ci sta nessuno?
Ci tuffiamo nella caleidoscopica vallata e, rifatte da capo pure noi le foto, storditi dai vapori e dalle immagini nuove di Zecca, i driver ci ricaricano di peso nelle jeep e puntiamo dritti al lago salato. 

Gli Afar pare stacchino pezzi della locale roccia ciucciandosela per bene: dicono aiuti la fertilità. 

Afari vostri - Foto Meri Pop

A questa notizia i maschi dell’italico gruppo -che, qui va finalmente detto e specificato, erano tutti discretissimi strafighi, robetta niente affatto male che tutti gli altri gruppi ci hanno invidiato e con i quali abbiamo fatto la nostra figura ovunque- dunque dicevo che alla notizia delle proprietà fertilizzanti di quel minerale i nostri maschietti, che pure si stavano avvicinando per le foto, prendevano un inspiegabile e rapidissimo fugone, stile Beep Beep inseguito da Wile Coyote. 

Poco più avanti, dopo la distesa, arrivava anche il salato lago: a quel punto, bandite le atee timidezze, schiere di camminanti sulle acque si producevano in evangeliche imitazioni modello Jesus Christ Supersal. 

Camminanti sulle acque - Foto Professor Pi

L’entusiasmo era destinato ad affondare dopo circa tre ore dalla rimessa in jeep, allorquando si giungeva in prossimità di Asso Bhole, punto di partenza del trek nel Canyon di Saba.
Non è chiaro perché, con questo nome che trovava assai evocativo, Meri Pop -senza alcun né fondato né affondato motivo, sia ben chiaro- aveva immaginato di planare in uno scenario da colossal della Paramount. Non dico che pensava di trovarci Lara Croft o Angelina Jolie però certo ‘sto Canyon di Saba le evocava, eccome. 

Non credo sia il caso di soffermarsi più di tanto sulle solite traversìe per raggiungere Asso Bohle , con il consueto repertorio di slalom tra pietraie arroventate intervallate dal nulla assoluto nel quale si riusciva comunque,  nell’ordine, a : infangarsi, impantanarsi, insabbiarsi, sgommarsi, trascinarsi, forarsi, trainarsi, stressarsi, accaldarsi, spingersi, disincagliarsi, aripartirsi. 

Fango street - Foto professor Pi

E di nuovo sterpaglie infuocate a tutta callara e vapori di afa e Afar, o meglio bagliori di afa e apparizioni improvvise di Afar che, come miraggi nel deserto, si materializzavano all’improvviso, nella sempre rassicurante versione con un kalashnikov a mo’ di bastone poggiabraccia dietro al collo. 

Dunque dicevo che nel mezzo di questa via Crucis ecco che all’improvviso le jeep inchiodano nella dancalica pietraia deserta, al cospetto di un’unica capannuccia sgarrupata, di rinsecchite frasche coperta, tutto ciò alle ore 15 del dì 3 gennaio 2011 nostro, 2003 copto, con temperatura costante 38 gradi, percepibili 53. 

Si pensa a un attraversamento improvviso di cammelli cui cedere il passo e la zampa, forse un pipì stop, forse un ricompattamento carovana. Invece il sorridente Belay si gira verso il sedile posteriore e dancaliamente serafico annuncia: “We arrived”. Della serie: Meripo’ è inutile che resti seduta e ti guardi intorno, fattene una ragione in tempi afarianamentre accettabili e scendi, pliiiiss. 

Meri Pop protestava veementemente: “CHECCOSAAAA?? ERRAIVD DE CHE? DOVE? SIETE PAZZI SE PENSATE CHE IO POSSA FERMARMI QUI PER OLTRE DUE MINUTI”. No, non gliel’ho detto, a loro. Protestavo intimamente, ecco. Ma veementemente.
No, dal caldo non ci avevo manco più la forza di protestare.
La prospettiva di un arrostimento minimo di tre ore, almeno fino al calar del sole, in quel luogo con successivo accampamento tende su sperone desolato e desolante con notturno effetto fachiro -e vorrei vedere voi, a piantare la Quechua di Decathlon là sopra, adagiandovi sulle rocce, essendoci di morbido in alternativa solo le cacche di cammello- dunque dicevo questa allettante prospettiva infernale veniva ottimisticamente salutata da Nichi Sventola con la postilla: “ragazzi, comunque ho affittato per 300 birr ‘sta capannuccia, finchè cala il sole”. 

Diciotto statue di sale si affacciavano incredule all’interno capannuccia, dalla quale la Sventola aveva già cacciato con piglio deciso da nuova affittuaria i precedenti 2 indigeni stazionanti, capannuccia nella quale mai e poi mai si sarebbe entrati in più di 6 barra 8. Intanto faceva la sua comparsa la cassa viveri, sempre più esangue e stabilmente assestatasi per il pranzo al menù “scatolette tonno, simmenthal, crackers n.1 pacchetto a testa e arance”. 

Solo per completezza dell’informazione gastronomica, a oltre una settimana dall’italica partenza,  è giusto il caso di specificare che dei 18 pionieri ben 2, rispondenti ai nomi di Piz e Michela, risultavano anche a una superficiale analisi “non mangianti”. Essi infatti da giorni si nutrivano esclusivamente di qualche fetta di pane locale, ove trovabile e non ammuffito, e arance. A una seconda superficiale analisi Piz e Michela risultavano essere in quota “vegetariani”. Ma alla terza, approfondita e definitiva analisi, si specificava che essi erano “vegani” cioé l’incompatibilità assoluta con l’italica cassa viveri. 

Dunque, consumato il frugale pasto noi e l’inesistente loro, si sollevavano dalle parti della squillante e piemontese voce di Rosetta le seguenti, condivise, obiezioni: “MA, MA, MA ma saremo mica matti? ECCHE’ possiamo restare così fino a stasera, NE?”.  Ora, se fossi sicura che non s’incavola, direi che, all’apice della vis polemica, Rosetta potrebbe anche situarsi come punto di incontro tra la Littizzetto e Fassino. Però mi sa che, vada per la Littizzetto, ma se non voglio passare un guaio è meglio che mi sforzi di trovare qualche altro piemontese come coordinante di riferimento.

Dalle coordinate ai coordinatori, invece, i capoccioni annuenti degli altri 15 astanti -esclusi quindi i 2 dei coordinatori intenti con le mani fra i polverosi capelli a cercare una legge ad soluzionem, un lodo Vinelli, insomma qualcosa per tirarci fuori dal casino- convincevano uno sparuto drappello capitanato dal professor Pi, cui si aggregava coraggiosamente la giovane marmotta Rosetta, a procedere a ulteriore perlustrazione della desolata zona a un certo punto della quale la stessa Rosetta aveva ravvisato, come oasi nel deserto, addirittura le sembianze di numero 4 cespugli verdi adagiati su similpratino di metri 2×3. 

Il tutto, eventualmente, poteva essere raggiunto, manco ve lo sto a specificare, solo guadando un simil rigagnolo di paludosa acqua stantìa, appena attraversato il quale risuonava il rassicurante ululato di nonmiricordochì  “attenti alla bilarziosiiiiii“.

Un’emiparesi bilaterale attanagliava immediatamente le atletiche zampette di Meri Pop appena giunte in mezzo al guado, zampette che a quel punto non volevano più saperne di andare né avanti né indietro nonostante gli affettuosi incoraggiamenti da più parti provenienti, al grido di “A Meripo’, alloraaa??? Ci vogliamo dare una mossa o resti qua come un busto bronzeo?”. 

Meri Pop già si vedeva dilaniata dagli schifosi vermetti di africana palude nonché possibili sanguisughe quando con la coda -dell’occhio, il suo- percepiva la naturale eleganza di Mariò esibirsi in un bagnetto rinfrescante con annesse abluzioni ascellari e, di seguito, procedere a un personale bucato dei capi delicati. Nell’assoluta impossibilità di svenire nella palude, Meri ripiegava sul suo rapido attraversamento sempre ripetendo a se stessa e agli dei: “mai più, veloggiuro, mai più prenotazioni finché non vedrò scritto Maldive Holiday Inn”. 

Traslate tende e bagagli dalle jeep appozzatesi nel ruscello per un approssimativo lavaggio, alla riva della divina oasi, la già esausta spedizione veniva ridestata dalle urla belluine di una ferocissima donna Afar intenta a inseguire con i bastoni i nostri autisti, colpevoli di lavare macchine nella sua acqua. Completava l’offerta il continuo arrivo fra le appena installate tende di: capretta, agnellino, capretta, insetti non meglio identificati e, a sera, volo di pipistrelli. 

Per nulla scoraggiati da questa successione di eventi, individuati i bagni delle signore dietro una palma nana e quelli degli uomini ‘ndo cojo cojo, alcuni nostri eroi si recavano a rendere omaggio alle capanne del vicino villaggio, nelle quali venivano lasciate alcune tshirt e camicie tipo di Mariò e forse pure di Luciana, mi pare, in segno di pace e fratellanza fra i popoli. Quelli rimasti a guardia del bidone dispiegavano velocemente sul tavolino le mappe territoriali del tressette dancalico:

Tressette dancalo - Foto Meri Poker

Antonello Colonna alias Stefano, intanto, continuava senza successo a dare indicazioni e impartire direttive alla scuola alberghiera dei nostri 2 cuochi Afar, alla fine ripiegando sul “chi fa da sè fa per tre” e nella fattispecie approntando una bella pasta al sugo Barilla. Sugo che cucinava anche per il nostro drappello di maestranze Afar al seguito – dagli autisti alla guida ai cuochi- le quali, però, trovavano più consono uccidere lì per lì una capra di passaggio, appenderla, scuoiarla e seduta stante cucinarla nonché offrirla. 

Un ennesimo brivido correva lungo la schiena XS di Meri Pop e su quella XXL del Professor Pi, alla sola idea che tanto efferata battuta di caccia potesse in qualunque momento riguardare non più solo le capre ma anche gli umani, come più volte Giorgio aveva avuto modo di sottolineare leggendo le agghiaccianti cronache del Nesbitt. E’ giusto il caso di mettervi a parte del fatto che, oltre le cronache, Giorgio trascinava seco da Siena, a perpetuo monito, anche un pacco di foto e fotocopie immortalanti Afar recanti come trofeo di guerra inquietanti sacchi pieni di maschili attributi di nemici. 

E dunque sulla capra appesa, e sugli inusitatamente gentili Afar, calava il gentile diniego dell’invito a cena del professor Pi: “Grazie, grazie ma stasera vorrei tenermi leggero”. E soprattutto in vita. Anche giro vita. 

Ad Antonello Colonna, Stefano anche detto l’uomo Micropur, veniva invece stabilmente appaltata, oltre alla cena, anche la certificazione Iso 9002 afferente alle condizioni igieniche dei locali cucina e dell’interno pentole d’acqua. 

Finalmente rilassati, gambe sotto ai risicati e sempre scarsi in posti tavolini da camping, sederi sugli ancor più scarsi nonché anche precari seggiolini,  uno dei quali aveva appena ceduto di schianto sotto l’esimio ma pur sempre pesante pur se adeguato all’altezza fondoschiena del professor Pi, i nostri venivano prontamente richiamati alla nuova emergenza che andava a verificarsi sul seggiolino occupato dal riverito fondoschiena di Meri Pop, emergenza tradotta in un disperato e sconcertato nonché lamentoso “Ohhhhnnnòòòòòò”, accompagnato da un furioso ma infruttuoso rovistare nel marsupio porta necessaire.