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La casa del mago

mercoledì, giugno 27th, 2018

Sostiene Butler Yeats che “Il mondo è pieno di cose magiche, pazientemente in attesa che i nostri sensi si acuiscano”. La pazienza della Basilicata nei confronti dei miei sensi si è allungata fino a che, due anni fa, arrivò ad opera di Lorenza il trascinamento a Matera. Ora il trascinamento è avvenuto ad opera di Patrizia, Scassaminx per gli amici. E capite che il potere di convincimento di una che si chiama così è indiscutibile.

La parola-chiave, stavolta, non è stata però né viaggetto, né peperone crusco e nemmeno “A Meripo’ se non vieni te meno”. No, stavolta la parola-chiave è stata “La casa del mago”.

Si può dire di No a una che ti dice

-Meripo’ ci vieni con me alla Casa del Mago di Castelmezzano?

Il punto è che in ciascuno di noi, a qualsiasi età, sonnecchia un pupo che aspetta di essere stupito. Ma l’altro punto è che spesso l’incantesimo dimora nei posti più impensati. E, onestamente, mai avrei associato l’idea di magìa con il nome di Castelmezzano. Che, detto tra noi, non sapevo neanche dove fosse. Senonché è in Basilicata. E senonché per arrivarci bisogna faticare un po’. Perché il treno vi farà sbarcare a Potenza. E lì noi abbiamo trovato perlappunto il santuomo, Pierfrancesco, che ci aspettava con un coso mobile comodissimo con il quale ci ha scarrozzate fino a Castelmezzano e senonché La casa del mago è la sua. Ora.

Perché in realtà prima era di un mago veramente, molto conosciuto in Basilicata,  Giuseppe Calvello, detto  il Ferramosca. Un guaritore dai metodi non proprio ortodossi, uno che preferiva guarire le femmine anziché i masculi e insomma signorimiei un bel filibustiere. Al cui fascino e alla cui notorietà si sottrassero in pochi e alla cui porta un giorno bussò financo Ernesto De Martino, sissignori l’etnologo, che lo fece finire ampiamente citato -insieme alla sua Casa- nel celeberrimo saggio  “Sud e magia”, che giustamente troneggia nell’ingresso della casa.

Senonché Pierfrancesco ci ha raccontato che la Casa è molto più antica e risale ai tempi in cui erano ancora visibili le mura del castello dell’antico Castro Mediano, attorno all’anno Mille. E fu a quei tempi che nerborute braccia scavarono a mano il cuore della casa: ed ecco le tre nicchie in roccia che ora compongono le camere da letto e la cucina ma anche le scale che dal portone di pietra portano su.

E sarà la suggestione, sarà l’aria (15 gradi a giugno, regolatevi) saranno i peperoni cruschi con la birretta che avevano preceduto l’impatto, appena sono entrata ho sentito che le nerborute braccia che avevano scavato erano in qualche modo rimaste ad accogliere gli ospiti dei secoli dei secoli.

La Casa del Mago è stata abitata anche  dalla mamma, di Pierfrancesco, Teri Volini, ospite della zia Marietta durante le vacanze estive. Ed è proprio lì che, neanche a dirlo, una strega buona le ha fatto l’incantesimo artistico: e Teri prima ha iniziato con la serie pittorica de “La Montagna Stregata” ma a un certo punto si è messa in testa di cucire il cielo.

Sissignori, questa donna nel 1999 ha realizzato una grande “tessitura” tra le Piccole Dolomiti: una gigantesca Ragnatela in filo rosso, a rappresentare il senso di unione tra tutti gli esseri e la natura e il rispetto che le dobbiamo.

Teri Volini, La ragnatela

Un’installazione tra i picchi rocciosi, oltre 6000 metri quadrati. Nastro rosso, corda, chiodi e materiale da alpinismo.

Ed eccola, mentre tesseva il cielo come una Penelope volante.

Non è forse magìa anche questa? Teri ha tessuto il cielo come una Penelope volante. Ed è la prova di quanto avesse ragione anche il caro Goethe:

“La magia è credere, e credere in se stessi: se riusciamo a farlo, allora possiamo far accadere qualsiasi cosa”. Anche cucire il cielo.

Quasi tutto, a Castelmezzano, vi parlerà degli incantesimi. Li troverete in ogni pietra e soprattutto li ascolterete nel Percorso delle Sette Pietre. un antico sentiero contadino di 2 km, che collega Pietrapertosa e Castelmezzano (che a farli in macchina di chilometri sono 20. In volo uno e mezzo ma del volo riparleremo) e che sale e scende a mammamia, da 920 metri a Pietrapertosa fino a 660 metri nella valle attraversata dal torrente Caperrino e risale a 770 metri a Castelmezzano.L’impettata di turno prende ispirazione dai racconti tramandati oralmente di generazione in generazione e dall’immaginario collettivo su cui si fonda il testo Vito ballava con le streghe di Mimmo Sammartino. Mentre vi spantecate su e giù troverete sette punti per rifiatare, ciascuno con una pietra sulla quale è incisa una parola. E no eh, mica ve le dico, ve le dovete andare a leggere anche perché mentre starete lì a leggere sentirete alzarsi una musica e una voce, sì è l’altoparlante ma la prima volta là in mezzo al bosco con tutto quel silenzio ve piglia un colpo, santocielo. Comunque questo è l’Antro delle streghe

Antro delle streghe, Percorso delle Sette Pietre

E vorrete forse voi farvi sfuggire il ponte nepalese e l’accidentato percorso per arrivarvicivisi?

La buona notizia è che, alla fine dell’inghianata e del saliscendi sbucherete a Pietrapertosa, incantevole e incantata come Castelmezzano, dove arrancando per un’altra manciata di gradoni impettati arisbucherete alla pasticceria della signora Anna e lì potrete scofanarvi i mini bignè di pasta choux alla crema: io solo uno per via dell’LDL che non è una sostanza stupefacente ma il colesterolo cattivo. Ma chi può abbondi.

Qualcuno volò sul nido della cicogna nera

martedì, giugno 26th, 2018

Partirei dalla fine. Cioè dalla cima. Partirei cioè da quella frazione di secondo nella quale -dopo due ore di impettata, un dislivello di 600 metri, i primi chilometri sotto una pioggia battente, 12 gradi di temperatura e 45 di inclinazione del terreno- ho detto il mio solito MOBBASTA. Mancavano poche centinaia di metri al tuppo (alla cima) e io avevo già esaurito tutto il fiato, la pazienza, le energie, il menisco anche quello di scorta e i chitemmuorti.

Però.

Però stavolta è successo qualcosa. E’ successo che mi son passati davanti in un attimo tutti i Mobbasta detti a cento metri dal traguardo. Il primo è stato nel Wadi Rum (tipo nel 2006), l’ultimo in Vietnam (tipo nel 2016).

Dieci anni di cime in vista ma mai raggiunte. Perché la cima è così: non è gratis e va bene. Inoltre ti sembra di aver già dato tutto, tutto. E invece quella, pur sapendo che ti sei spantecata e sfrantummata, proprio a un passo da lei ti chiede quella nticchia di più. E io di quel di più ho sempre pensato di averlo già esaurito.

E così stavolta il Mobbasta l’ho detto a Saby, che sarebbe la mia autosabotatrice professionale, anni e anni di successi nel campo. Dunque dopo due “Vi aspetto qui” mi sono veramente incazzata e le ho detto Adesso ti faccio vedere io. La cima. Ho mosso il fondo schiena e ho continuato ad aggrapparmi alla qualunque per arrivarci. E sì, quel momento, quel preciso momento in cui dal pietrame, dai rovi, dalle vertigini e dal caldo è spuntato quel picco, io non lo dimenticherò. E manco lei, la cima. Poveraccia.

Si chiama Lu tupp dell’uv, La cima dell’uovo. Fa parte delle piccole Dolomiti lucane e sta a Castelmezzano. Ci sono arrivata perché Patrizia mi ci ha invitata e sostenuta, Pierfrancesco mi ci ha condotta, Giuliana mi ci ha sorretta, io mi ci sono incaponita. Quattro ore. Quattro ore e seicento metri di dislivello è costato quel momento.

Panorama da Lu Tupp dell’uv

Ma.

Ma a un certo punto Pierfrancesco, che è praticamente StarTrek nel senso è il re del trekking, guida, naturalista e tutto il cucuzzaro, mentre attraversavamo nonmiricordopiù quale passaggio, passati dalla pioggia al fango al sole che incocciava, ha alzato lo sguardo al cielo e ha urlato

-MADò ECCOLA!

Sopra le nostre riverite teste volteggiava un coso nero che con la mia perizia ornitologica classificavo in “un aquilone (nel senso grande aquila) gigantesco”: era la cicogna nera. Una che non è proprio socievolissima e che anche lui che di impettate se ne è fatte, ha incontrato pochissimo in vita sua. E no, la foto non ce l’ho…

Giusto il tempo di darci l’illusione di averla con noi e puf, spariva dietro uno dei giganti di pietra.

Che così è sempre: tutte le cose magiche, per durare, devono sparire in fretta. O farsi vedere poco. E soprattutto deve esserci costato molto conquistarle.

P.S.
Una volta ridiscesi ci siamo accasciati sul tavolino di Spadino, un ristorante che quel piatto di cavatelli cacioricotta e peperoni cruschi ora lo segnalo all’Unesco.
Lì Rocco ci ha elencato i nomi in dialetto dei vari passaggi di quell’impettata tra i Giganti. E, già che siamo in tema di ristorante, siccome “Usare le parole per descrivere la magia è come usare un cacciavite per tagliare il roast-beef”
(Tom Robbins), le parole usiamole solo se necessarie e qui lo sono.
Il percorso quindi è:
Punta della difesa
L’aja trignita (lì dove ballavano le streghe)
L’arm pizzuta (arma per difendersi dai Saraceni)
Cannata marchesa (valico tra due rocce, e non voglio sapere altro)
Tupp dell’uv
E allora, questa sequenza le merita o no quattro ore del vostro tempo e dei vostri mobbasta?