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Se Maga Maghella diventa la condanna di una vita

Thursday, February 6th, 2014

Gli piacciono Maga Maghella e le Barbie e i maglioncini viola e fucsia. Troppo. Troppo se sei un bambino. Maschio. Pure se ti senti un maschio femmina. E quindi mamma e babbo decidono che serve il dottore. Una bella “terapia correttiva”. Ammazzadesideri. La terapia del dottor G. (Al secolo il dottor George Rekers della National Association for Research and Therapy of Homosexuality: garantiva di poter “guarire” un bambino in massimo 22 mesi dai comportamenti omosessuali).

Questa bella pensata del dottor G associa il desiderio al dolore, per cui ogni volta che proverai desiderio proverai anche atroce dolore fisico. Una bella anestetizzata e via. Via le Barbie, via Maga Maghella e avanti con Goldrake e le mitragliette tatatatatatatà. Da quel momento in poi la vita del nostro piccolo amico diventerà una lotta continua e dolorosa per riprendersi personalità e desideri.

Sissy boy. Si chiama così il monologo teatrale scritto da Franca De Angelis. Sissy non è la principessa: deriva da sister (sorella) associato a boy (ragazzo) e indica, con una connotazione negativa, un bambino o ragazzo che si pone in contrasto alle tradizionali regole di condotta del sesso di appartenenza. E’ la storia, vera, ispirata a Kirk Andrew Murphy che qui diventa Sergio Bello. Galliano Mariani, l’attore, è lui piccolo, lui grande, lui felice, lui disperato, lui fiducioso, lui distrutto. Se ti va brutta se ti va bella.

E la domanda che per tutto il tempo si fa chi sta in sala a soffrire con lui è: cosa siamo senza il desiderio? La terapia del dottor G i desideri li anestetizza: via tutto. E quando qualcosa si riaffaccia vai col dolore. Questo vale per Maga Maghella e il maglioncino ma anche per il tiramisù, per dire. Per la bilancia che mal di pancia.

Sergio ci prova, a compiacere mamma e tutti noi. Ci prova in ogni modo. Diventa un “bimbo talpa”: nascosto a sé e al mondo. E poi un ragazzo talpa e un uomo talpa e un marito talpa e un bancario talpa e un amante talpa poi piano piano ci prova, ci prova a riprendersi la sua vita. Maga Maghella se ti va brutta se ti va bella. Che fatipeso stancante.

E’ uno spettacolo duro, Sissy boy. Di fronte al quale si resta prima di tutto increduli. Increduli del fatto che Maga Maghella e Barbie possano diventare la condanna di una vita. O che la lotteria della vita possa passare per quando il Padreterno distribuiva le X e le Y.

Non ha il lieto fine, Sissy Boy. E quando le luci si chiudono sull’ultima scena si fa fatica ad alzarsi dalla poltrona. Si resta lì un po’ frastornati. Poi magari ci si alza e si vede passare l’autrice, Franca De Angelis. Ci si fa forza, le si va incontro per salutarla, la si guarda negli occhi e si tenta un

-Che storia

e lei che già ti sa, ti mette una mano sulla spalla e dice

-Lo so, anche io ogni sera mi auguro che possa finire diversamente

Sissy Boy
Di Franca De Angelis
Regia di Anna Cianca
Teatro Lo Spazio, Via Locri – Roma
Fino al 9 febbraio

Però alla fine dello spettacolo si esce con le note di Stand by me. E almeno questo spiraglio godiamocelo.
When the night has come
And the land is dark
And the moon is the only light we’ll see
No I won’t be afraid, no I won’t be afraid
Just as long as you stand,
stand by me

Ci basta?

Wednesday, April 11th, 2012

Il presente post è lungo, mooolto lungo, ma credo ci riguardi moooooolto da vicino. Come l’amore. Parla di quello che dobbiamo aspettarci dalla riforma del lavoro. Che qua in bianco non ci sono solo  le dimissioni. Inoltre l’hanno scritto insieme un gruppo di blogger. Donne. Insomma un post a bloggher unificate. Compresa la mia amica Rob. E tanto mi è bastato…

E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Ne l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità.

Togliamo subito di mezzo il Moloch: l’articolo 18 e l’accordo finale che lo ha avuto ad oggetto. Non perché non conti: sotto la voce “economici” potevano passare anche i licenziamenti discriminatori. Adesso i pesi sono stati un po’ riequilibrati, si sono rafforzate le tutele in uscita, buttando la palla nel campo dei giudici. Ma tutto questo dibattito ha continuato a oscurare l’altra faccia della riforma, la questione dell’entrata al lavoro. Su questo ci vogliamo concentrare. Perché a noi interessano quelle che l’art. 18 non ce l’hanno e non lo avranno mai, le non-posto-fisso, senza tutele. Era per loro la riforma, no? Allora qualche numero, e i nostri 5 punti.

Uno. Non tutti i disoccupati sono uguali. Ci sono quelli che hanno appena perso un lavoro e quelli che invece cercano il primo lavoro, o escono da un periodo in cui (vuoi per scoraggiamento, vuoi per altri accidenti della vita, tra i quali – per dire – un figlio) non l’avevano e non l’hanno cercato. Tra i primi (disoccupati ex-lavoratori) i maschi sono la maggioranza: 56%. Nel secondo gruppo (nuovi entranti sul mercato del lavoro) primeggiano le donne: 63%. (dati Istat, riportati nell’articolo di redazione di inGenere.it “Lavoro, una riforma che guarda al passato“. Tutti gli ammortizzatori sociali oggi esistenti sono per il primo gruppo, gli ex. Motivo forte per sperare nella riforma. Che però non prevede niente per i nuovi entranti: hai un’indennità, di qualche tipo, in caso di disoccupazione, solo se hai perso un lavoro.

 Due. Anche quelli che hanno perso un lavoro non sono tutti uguali. Ci sono i tempi indeterminati, quelli del posto fisso, poi i tempi determinati, posto a termine ma comunque da dipendente, e tutti gli altri, i precari (co-co-pro, partite Iva, prestatori occasionali, ecc). La riforma allarga le tutele solo ai dipendenti, rispetto a prima quel che cambia è che ci sono gli apprendisti e gli artisti. Per loro sarà l’Aspi. Mentre la mini-Aspi rafforza un po’ la vecchia “disoccupazione a requisiti ridotti”, ma ancora una volta riguarda solo quelli che escono da un lavoro dipendente (e hanno almeno 2 anni di contributi versati). Rimangono invece esclusi da qualunque tutela “tutti gli altri” e le donne – manco a dirlo – sono qui le più numerose. Una ricerca Isfol ha, infatti, calcolato che tra i lavoratori “non-standard” ci sono più donne che uomini. Se poi si va a guardare per fasce d’età troviamo che è sotto i 40 anni che c’è la maggiore disuguaglianza tra uomini e donne con un’alta concentrazione di precarie. Lo confermano anche i dati Inps sulla gestione separata. Discriminazione per fertilità? A questo proposito, nella riforma non c’è traccia dell’assegno di maternità universale, cavallo di tante battaglie (si veda la proposta elaborata dal gruppo Maternità e paternità.

 Tre. Quel che c’è sono alcuni paletti e vincoli all’uso dei contratti precari. Che daranno più rogne amministrative e costeranno di più. I contributi per gli atipici infatti salgono, e parecchio: per i co-co-pro arriveranno al 28% l’anno prossimo e al 33% nel 2018. Se le imprese saranno costrette a pagare i contributi ai co-co-pro quasi quanto quelli dei dipendenti, alla fine potrebbero trovare conveniente assumerli, dice il governo. Ma il ragionamento cade se questi contributi, formalmente a carico dei datori di lavoro, alla fine saranno scaricati sui precari stessi, abbassando il loro compenso netto. Lo dicono i precari dell’associazione Tutelare i lavori, e lo ha scritto Tito Boeri: “in assenza di un salario minimo, nel caso di lavoratori a progetto e altri lavoratori parasubordinati, il maggiore carico contributivo potrà facilmente essere fatto pagare al dipendente sotto forma di salari più bassi. I lavoratori parasubordinati stanno già ricevendo lettere dai datori di lavoro in cui si annunciano riduzioni del loro compenso nel caso di riforme che aggravino i costi delle imprese”). Morale: i precari avranno contributi più cari senza nessuna tutela in più.

Quattro. Eccoci alla voce “ulteriori”, zona donne. La legge contro le dimissioni in bianco, abolita dal governo Berlusconi nel 2008, prevedeva che le dimissioni volontarie potessero essere firmate solo su particolari moduli degli uffici del lavoro, numerati e datati: in questo modo si poteva evitare la pratica, appunto, della firma preventiva su fogli bianchi senza data. Procedura troppo complicata, secondo il governo, che ne ha predisposto un’altra (v. art. 55 del ddl): salutiamo la buona notizia, sperando di essere finalmente passate dal simbolo alla realtà. (Anche se qualcuno teme che alla fine i datori di lavoro colpevoli di aver fatto firmare le dimissioni in bianco possano cavarsela solo con una multa: ma su questo, sarà opportuno aspettare i dettagli tecnici del testo e analisi più approfondite). Mentre è di certo solo un simbolo l’art. 56, quello sui congedi obbligatori di paternità: 3 giorni in tutto, “anche continuativi”, di cui due “in sostituzione della madre”. Alcuni contratti di lavoro già prevedono congedi di paternità, ma sarebbe la prima volta che ne viene introdotto, per legge e in Italia, l’obbligo. E questo è un passo avanti. Ma così piccolo e così puramente simbolico da poter sembrare quasi un inciampo. Ovunque si discuta seriamente di congedi di paternità, si va ben oltre la soglia – abbastanza risibile – dei tre giorni (si veda il dossier di InGenere). Forse consapevole del fatto che le misure proposte sono poca roba, il ministro Riccardi si appresta a rafforzare il pacchetto “congedi” nell’iter parlamentare, mettendoci dentro anche quelli per i nonni: perché allora non preparare in parlamento un assalto trasversale al congedo di paternità, portandolo da 3 a 15 giorni?

 Insomma, il primo atto del governo Monti-Fornero ha aumentato l’età della pensione, nuove regole per tutti ma con effetti prevalenti sulle donne. Dal secondo atto – la grande riforma del mercato del lavoro – era lecito aspettarsi una fase due un po’ women friendly, dato che la titolare del lavoro ha anche le pari opportunità, dato che le analisi sull’aumento del Pil che può portare il lavoro femminile si sprecano, dato che il vecchio sistema degli ammortizzatori sociali era studiato sul maschio-adulto-e-garantito. E invece, di gender mainstreaming nella riforma non c’è traccia (si veda anche l’analisi  di Snoq). Finisce che portiamo a casa solo un articoletto che, ben che vada, impedisce di buttarci fuori quando abbiamo la pancia. Ci basta?

Postato in contemporanea da Giovanna Cosenza, Ingenere,   Ipaziaè(v)viva Marina Terragni , Lorella Zanardo, Femminile Plurale, Roberta Carlini.

Le blogger che condividono questo post pubblicano periodicamente thread comuni, in particolare sul tema della rappresentazione pubblica della donna e su quello della rappresentanza politica.

Yes, we Ken: io e la Barbie

Thursday, October 28th, 2010

Io da piccola ero povera. Ma non lo sapevo.

Il giorno in cui lo scoprii fu terribile. Andai a giocare a casa dell’amichetta del piano di sopra, che era figlia di un Generale, e lei mi disse: “Portati le tue Barbi”.
Io di Barbi ne avevo una sola, di seconda mano. Era rotta, che non si piegavano le gambe ma siccome finalmente pure io avevo “la Barbi” non sono stata lì a farle le radiografie ortopediche. Non aveva manco i vestiti e me li faceva mia nonna, che era sarta, con gli scarti delle stoffe.

Insomma io ero tipo la piccola fiammiferaia ma siccome non lo sapevo ero felice lo stesso.

Finché quella cretina non mi ha detto: “Portati le tue Barbi”. E io sono salita con quell’unica dell’usato sicuro che avevo.

Lei le sue le aveva tutte schierate sul letto, in mezzo a una montagna di vestitini di tulle, pizzo, lurex, coroncine, scarpette, borsine e pure un Ken per una.

Io non lo so se quando ero piccola c’era il Censis. Però l’ho capito lo stesso che qualcosa mi stava irrimediabilmente cacciando dal mondo della cretina. E ’sto qualcosa non era la casa più grande, più bella, con i mobili antichi e le cofane d’argento: erano le Barbi.

Io la mia manco la tirai fuori e dissi che me le ero scordate tutte alla villa al mare, con ciò certificando che l’attitudine alle bugie, a volte, se non salva la vita salva almeno il portafoglio, che avrei dovuto saccheggiare nei dieci anni a venire a favore di un bravo psicanalista.

Questa cosa della sfilata delle Barbi me l’ero persa in qualche anfratto del mio stremato cervello. Finché ieri sera Nomfup ha pubblicato questo:

Ecco, lo spot della Barbie tipo campagna elettorale di Obama mi ha fatto riaprire la porta della cretina del piano di sopra: ammazza, quanta strada hai fatto, Barbi. Ma pure io, eh. E finalmente ora lo posso dire:  Yes, we Ken.