Posts Tagged ‘bambini’

I bambini lo sanno

lunedì, luglio 6th, 2015

Una ragazzina di 6 anni, durante una lezione di disegno, sta seduta in fondo alla classe e disegna, disegna.

L’insegnante sa che di solito non sta molto attenta ma in questa lezione sì, molto. E allora, affascinata, va da lei e le chiede

-Cosa stai disegnando?

-Sto disegnando Dio

-Ma nessuno sa che aspetto abbia Dio…

E lei:

-Lo sapranno fra poco

Ken Robinson, TedTalks

Ho trovato questo racconto cercando sotto la parola creatività. A me, sul finale, ha suggerito anche “fiducia”. E che affrontando le cose come ci si presentano si cresce. Ma reinventandosene di nuove si vola. Così, quando ci si interrompe una strada nota, o ci si rassegna di fronte alla realtà o la si ri-immagina. La differenza non sta nella praticabilità: sta nel crederci.
Lo dico a me. E anche a Gina. Che domani mattina ha l’udienza del divorzio. E forza Gine. E Gini.

Dita che disegnano

 

Intelligenti pausa

mercoledì, settembre 3rd, 2014

Care,
vista la quantità di dementi in giro, eviterei di continuare a postare sui socialcosi lo studio scientifico secondo il quale i bambini ereditano l’intelligenza dalla mamma.

Piccole donne crescono

venerdì, febbraio 14th, 2014

Marta, 7 anni, prepara un collage per il suo fidanzato, cuoricini e fiori. Poi va dalla mamma venuta a prenderla a scuola e……

-Bene, mamma, fatto: glielo lascio sul banco. E ora andiamo da quell’altro.

Tutti giù per terra

lunedì, luglio 23rd, 2012

Oh, è tornata. Spritz. Che vi ricordate che avevo detto che era sparita in coincidenza col matrimonio e ogni giorno andavo a spizzare il suo blogghe, tipo le carte del poker, piano piano poco poco, per controllare che prima o poi tornasse e non si dileguasse col bouquet? Che poi intanto Franka me l’aveva ritrovata, la Spritz, e la neosposina ci aveva lasciato anche un commento sotto al post dicendo:
– Meripo’ stai serena che sono solo pigra, non ammaritata persa e prima o poi mi spigro.

Insomma è tornata overamente. E meno male che sbircio perché c’era un post, preso dal blog di Paolo Nori, su come conoscere e conquistare i bambini e i gatti. E io là dentro, secondo me, ci ho trovato pure il Sacro Graal.

Per entrare nel mondo di un bambino (o di un gatto) bisogna almeno sedersi per terra, non disturbare il bambino nelle sue occupazioni e lasciare che si accorga della vostra presenza. Allora sarà lui a prendere contatto con voi.

[Bruno Munari, Libri per bambini, in Arte come mestiere, Roma-Bari, Laterza 2007, p. 97]

Mo’ sapete che c’è? Che secondo me è così che si conquistano pure gli uomini. Cioè noi stavamo continuamente con la testa fra le nuvole e a far sfracelli, ci giravamo in tondo, casca il mondo casca la terra… e quelli invece stavano già tutti giù per terra.

L’insostenibile tenerezza del crescere/Lotte

lunedì, aprile 23rd, 2012

Il papà ne ha filmato un primo piano a settimana, da quando è nata fino a che ha compiuto dodici anni. Poi ha shakerato e accelerato tutto. Il papà si chiama Frans Hofmeester. (Anche su Rep, oggi è proprio giornata eh co sta Rep)

“Tutto quel dolore? E’ la guerra: per questo l’Italia la ripudia”

domenica, gennaio 29th, 2012

Per quelle strane coincidenze della vita due giorni fa vi ho parlato degli “ebbrei“. O meglio, ne ho fatto parlare quella bambina di dieci anni che è mia madre. Quella storia la raccontai in un libro (quello che ricordava Nomfup): misi mia madre davanti a un registratore e le chiesi di raccontarmi che cos’è la guerra, quando hai 10 anni. Poi chiesi a Oscar Luigi Scalfaro di scriverne una Prefazione.
Mi rispose che ormai scriveva poco ma soprattutto mi disse:  “e cosa posso aggiungere io a quel mare di dolore che parla così bene da solo?”.
Però lo fece. “Per quella bambina”. Mi mandò quattro cartelle scritte a macchina, mentre eravamo in pieno conflitto iracheno. Queste sono le ultime righe:

Tutto quel dolore? “E’ la guerra. Per questo l’Italia la “ripudia”. (…) Mentre esce questo diario così vivo e doloroso altra guerra non ha ancora cessato di insanguinare l’umanità. Ed è sorta la teoria della guerra preventiva che non trae legittimazioni nel diritto internazionale e tanto meno nei principi generali dell’etica e con le bombe intelligenti sono apparsi, nel linguaggio che tutto aggiusta, i morti e i feriti del fuoco amico! (…)
Per chi legge qui c’è il breve diario di una sofferenza dovuta alla guerra; una sofferenza piccola di fronte all’immane devastazione della guerra. Ma l’umana sofferenza può mai essere chiamata piccola?
Questo certamente non è il pensiero di Dio.
E quanti di questi piccoli e ignoti episodi di guerra? Migliaia? No, milioni e milioni, un’alluvione di umano dolore: e questo dolore quanto vale?
Quanto vale per ciascuno di noi?
Quanto vale per te che leggi?”.

Omo sopravviver

lunedì, gennaio 16th, 2012

30 dicembre 2011
Sconfinamento in Kenia per arrivare sulle rive del lago Turkana: otto ore di viaggio tra andata e ritorno. Cioè un dolon dolon su piste sgarrupate che però prevede, finalmente, anche il primo colpo d’occhio su sto caspita di Omo. Il Boss, nel senso Bruce Springsteen, forse pensava a lui, quando ha scritto The river. Che il fiume è effettivamente uno spettacolo ma lo spettacolo vero sta sulle rive: pescatori, barcaioli, bagnanti locali, fannulloni. E donne, soprattutto: cariche di fascine, con bimbi in collo e panni a mollo nelle acque limacciose.

Caricato un uomo armato a bordo si ripartiva destinazione frontiera keniota.
Che io però ve lo devo dì: manco me n’ero accorta che un soldato era salito nel bagagliaio al posto di frontiera; mi sono girata per prendere l’acqua nello zainetto e ho impattato sulla canna di un MK47, anche detto kalashnikov. Siccome il Professor Pi mi stava seduto davanti mi avvicinavo piano piano afferrandolo alle spallone e scuotendolo gli bisbigliavo:
-C’è un mitra nel bagagliaio
E lui, nel senso il Professor Pi:
-Se guardi meglio c’è anche attaccato un soldato
-Ho visto pure quello
-E’ per la nostra sicurezza
-Magari per la tua, visto che ha la canna puntata su di me
-Meripo’, non voltarti indietro e goditi il paesaggio davanti
-Ma con tutte ste buche non è che magariiiii….
La discussione veniva troncata alzando il volume della radio a palla. Forse per confondere il rumore delle eventuali raffiche di mitraglia.

(vi metto questa che Aster l’ascoltavamo sempre -a palla pure lei- e poi, tornata, mel’ha mandata anche la mia amica Barbara su FB):

Ora vorrei anche soffermare la vostra attenzione sul fatto che una schiera di macchine piene di etiopi e turisti stava entrando in uno Stato straniero con un soldato armato a bordo. Tipo come se ci presentassimo in una Ford Fiesta a Mentone con un celerino armato fino ai denti ed entrassimo in Francia. Per dire.

Evvabbè. Dunque il lago Turkana, diciamolo, era una boiata pazzesca niente di che. Certo non tale da giustificare sta giornata di chilometri, polvere e mitraglie. Ma il percorso per arrivarci beh quello si. Tribù nomadi si susseguono di capanna in capanna, in un caldo bestiale in mezzo al deserto, loro neri come ebano, ornati solo da poche pelli e acconciature di perline di tutti i colori. Che così vivono sopravvivono:

Tribù al confine tra Etiopia e Kenia (Foto Professor Pi)

Alla frontiera fra Etiopia e Kenia (che qui vi documento, cioè un filo con tre buste appese tipo stenditoio):

Confine (Foto Meri Pop)

venivamo circondati da un esercito, si, ma stavolta di bambini che iniziavano a prenderci per mano e strattonarci un po’ ovunque. 

E la mia domanda è: come mai a mezzogiorno di fuoco, con 37 gradi e sole a picco, i bambini avevano tutti -e ripeto: tutti- le mani ghiacciate? Che ste manine ghiacciate io le ho sentite addosso per tutti e quindici i giorni di peregrinazioni, ovunque andassimo.

Dunque, immersi in questo lago di caldo, afa, umidità, mosche, libellule e carcassòn di pesci, a più di due chilometri dall’arrivo al lago una delle jeep si insabbia. L’occasione ci era gradita per accorgerci che poco più in là un’asinella aveva appena partorito e il giovinotto, ancora avvolto nel sacco amniotico, scalciava che era una bellezza. Accompagnata la puerpera con applausi e foto finché il giovin riusciva a caracollarsi in piedi, la guida ci osservava imbalsamati sotto il microonde dei 38 gradi e fissando un punto indefinito dell’orizzonte, vuoto, diceva:
-Beh intanto avviamoci a piedi.

Certo, perché farsi mancare anche una bella insolazione keniota?
Con la lingua di fuori ci trascinavamo in formazione Sirvietta, Angelo, Professor Pi e sottoscritta (gli altri fermi accanto alle jeep in attesa di sviluppi disinsabbianti) fino a ste rive di sto lago che, vi informo, credo sia l’unico lago al mondo che non ha un caspita di albero o di cespuglio o di riparo ombroso nel raggio di chilometri.

Attendevo invano un “vabbè bello però mo’ andiamocene”. Niente. Tutti fotografano, si trascinano, indugiano, evaporano. Nel frattempo ci raggiungevano le jeep finché mi facevo coraggio esalando un
-S’è fatta una certa, che si fa?
Al sole dei 38 gradi si optava per una rapida risalita in macchina con destinazione luogo ove consumare pasto. Si perveniva in un’oasi ombrosa. Di spine. Dove però David e gli altri autisti si esibivano offrendoci un pentolone di fusilli al sugo strepitosi. Sugo con cipolle. Molte cipolle.

Ed era sulla strada del ritorno che la guida ci faceva deviare in uno sprofondo brullo tra sabbia e savana dove facevano capolino i tetti di paglia di alcune capanne: Silicious, villaggio Dasenege, popolazione nomade che si sposta con tutte le capanne al seguito nei periodi di siccità. Solito nugolo di bambini.
E allora chiedo:
-Ma quindi i bambini non vanno a scuola?
-No. E’ la scuola che segue loro. Formiamo insegnanti, presi dalle tribù, che li seguano negli spostamenti e nell’apprendimento.
Cioè noi qui non riusciamo a fare il tempo pieno. Per dire.

E quanto alle loro condizioni di vita vi presento lei:

Donna dei Dasenege (Foto Meri Pop)

che indovinate quanti anni ha?

Quando i bambini fanno “eeeeeehhhh”

mercoledì, agosto 25th, 2010

I bambini dell’Africa io non so perchè ho bisogno di scrivervi di loro.
I bambini dell’Africa piangono molto meno dei nostri ma ne avrebbero molti più motivi.
I bambini dell’Africa ti corrono incontro e ti rincorrono ovunque, quando passi con un camion, gridando tutti “eeeehhhhh” allo stesso modo.
I bambini dell’Africa io non lo so come fanno a essere bambini, in Africa.
I bambini dell’Africa hanno denti e occhi bianchissimi.
I bambini dell’Africa non ti chiedono soldi ma una penna. Anche un dolcetto. Ma ti dicono di non darglieli, i dolcetti, perchè una concentrazione di zuccheri tutta insieme gli farebbe malissimo.
I bambini dell’Africa ti chiedono soprattutto una penna. E quando tu gliela regali lei ti prende la mano e ti ci scrive il suo nome sul palmo, poi ti guarda fiera negli occhi e con il dito sul suo cuore ti dice “I can”, io so scrivere.
I bambini dell’Africa sono pieni di polvere.
I bambini dell’Africa portano i fratellini avvolti addosso.
I bambini dell’Africa portano secchi d’acqua in testa, fascine di legno sotto al braccio e lavano i panni al fiume e sono gli unici momenti nei quali non ti sorridono.
I bambini dell’Africa in tanti non diventeranno mai grandi.
I bambini dell’Africa diventano grandi troppo presto.
I bambini dell’Africa si ammalano e muoiono più per l’acqua che hanno che per il cibo che non hanno.
I bambini dell’Africa ti chiedono una foto.
I bambini dell’Africa ne ho incontrati che non avevano mai visto una foto.
I bambini dell’Africa ridono di sé quando non conoscono le foto, tu gliela scatti e poi gliela fai vedere. E ridono anche di te.
I bambini dell’Africa io ora vorrei dirvi che ti viene voglia di prenderli in braccio tutti. Però quando ti hanno presa per mano e la loro era tutta sporca, appiccicaticcia e piena di saliva tu hai avuto paura. E poi ti sei vergognata di te.
I bambini dell’Africa non sono mai meno di tre. Perchè i bambini dell’Africa stanno insieme tra loro.
I bambini dell’Africa sono soli e lontani dalle mamme quando giocano per strada. I bambini dell’Africa io non ne ho mai visto uno insieme al padre.
I bambini dell’Africa giocano nello stesso modo in tutta l’Africa.
I bambini dell’Africa giocano con un copertone fatto correre con un legnetto.
I bambini dell’Africa adorano le bottiglie vuote dell’acqua.
I bambini dell’Africa se tu gliene regali una piena loro buttano l’acqua e giocano con la bottiglia.
I bambini dell’Africa spesso hanno occhi cisposi. Ma molto grandi.
I bambini dell’Africa in tanti hanno la pancia gonfia. Ma non è piena di cibo.

I bambini dell’Africa io non so perchè ho avuto bisogno di scrivervi di loro.
Forse perchè l’Africa è soprattutto i bambini dell’Africa.

Quella mattina che mi sentii campione del mondo

domenica, luglio 11th, 2010

 Meri Pop ha tenuto in mano la Coppa del mondo. Per un’intera mattinata. Quattro anni fa. Insieme ai bambini di tre reparti oncologici di altrettanti ospedali di Roma. Perché quattro anni fa Meri Pop lavorò col ministro della Scuola. E il ministro della Scuola, che era pure medico, disse che secondo lui quella Coppa a quei bambini gli avrebbe fatto meglio delle medicine.

Allora Meri Pop alzò un telefono e chiese ai signori del calcio: “Che ce la prestate per una mattina, la Coppa?” e quel gran figaccione che stava dall’altra parte del telefono disse: “Si, però ci vengo pure io”.

E così una mattina presto e di nascosto -perché ci sono delle cose che se le fai che lo sanno tutti non fanno così bene come quando lo sa solo chi lo deve sapere- dicevo che quindi una mattina prestissimo il figaccione del calcio, il ministro della Scuola e Meri Pop coprirono la Coppa con una coperta, tipo ET, (ché la Coppa è come le veline, che quando si sposano vendono l’esclusiva e per non farsi vedere dagli altri si coprono) e cominciarono a scarrozzarla per i tre ospedali. Solo che la Coppa pesa un accidente. Infatti la portava sempre il figaccione. Meri Pop rimboccava solo la coperta.

A differenza dei grandi, molto esagitati, i bambini fecero, invece, tutti la stessa cosa: ammutolirono, sgranarono gli occhi e poi cercarono i nostri come per dire: ma che, veramente?

Io non lo so dove stanno oggi quei bambini. Io non lo so come stanno. Però sono certa che ieri sera si sono sentiti pure loro come Cannavaro.

Perchè quella mattina ci sentimmo tutti campioni del mondo. E non solo perchè ci avevamo la Coppa tutta per noi.

E secondo me ieri sera pure a loro, come a Meri Pop, gli è scocciato parecchio staccarsene. E mollarla.