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Velo avevo detto

martedì, settembre 3rd, 2013

5 agosto – Qom, la città santa

Sfinita dallo scivolamento di teli, foulard e sciarpette che avevo portato dall’Italia uso velo islamico, due sere fa capitolavo di fronte al maqna’e.

Meriran Pop - Foto Flavio Favero

Finiva dunque la tortura di verdoniana nonnesca memoria (-E allungaje ‘e gambe a nonna, aristendije ‘e gambe, aritiraje ‘e gambe, aricoprije ‘e gambe… io jee tajerei quee gambe-) -metti il velo-aggiusta il velo, casca il velo- ma ne iniziava un’altra: non passava un filo d’aria.

Non è neanche tanto per la sensazione di calore fisico quanto quella di soffocamento emotivo. I primi venti minuti magari è pure suggestivo ma, quello che è l’abito di cotone che qui è obbligatorio per legge, dopo mezz’ora già inizia a trasformarsi in abito mentale. Ti guardi allo specchio e ti dici che in fondo non è manco tanto male e ti viene voglia, di conseguenza, di coprire anche il resto perché sarebbe impensabile sotto quello scafandro, ad esempio, scoprire le braccia. La deriva verso il chador forse inizia così: una linea Maginot friabilissima tra la libertà e l’autoclausura.

E non è poi quel che gli altri vedono o non vedono di te: è come ti ci senti dentro.Costretta. Limitata. Prigioniera. All’inizio. Ma poco a poco si insinua, subdola e silenziosa, una specie di Sindrome di Stoccolma sartoriale: inizi a non odiare più il tuo carcerieree anzi a tratti quasi te ne compiaci. Stai lì in quel bozzolo che è quasi un’armatura protettiva. E’ un attimo: un attimo per consegnare e affidare a qualcun altro la terribile responsabilità della propria autodeterminazione.

Capito, si, come funziona la paura, la paura della propria libertà?

Vabbè scusate, tutto sto pippone per dire che, arrivati a Qom, città santa, roccaforte dello sciismo più intransigente, città di tutti gli Ayatollah compreso Khomeini – insomma il Vaticano sciita-, la temperatura esterna avendo abbondantemente superato i 38 gradi, stare in un maqna’e è come stare nel microonde De Longhi. A Qom le donne erano tutte – ripeto TUTTE- completamente avvolte nei chador neri e sciamavano sulle strade in direzione del Santuario Hazrat-e-Masumeh.

Non potevo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se a scafandro e palandrana avessi anche sovrapposto un chador.

Basta spettare cinque minuti Meripo’ e lo capirai subito

I guardiani all’ingresso presidiavano un cesto pieno di chador per straniere, obbligatorio per entrare. E dunque iniziava il tentativo di ammantarmene. Guardate che non è che ti ficchi il lenzuolo in capo e poi lo avvolgi tipo il Domopak alla coscia di pollo: così facendo pendeva da tutte le parti e si strascinava sotto ai piedi in un ingovernabile, progressivo disastro.

La concitata entrata nel Santuario e nel chador - Foto Professor Pi

Il custode, mosso a pietà, correva in soccorso, si rigirava il lenzuolo e trovava un lembo che poggiava sulla mia riverita testa per poi sigillare tutto facendomi segno di tenere con la mano sotto il mento l’avvenuta chiusura-stagna.

Avete presente il Saccoccio Buitoni, meglio ancora “come il saccoccio del fusajaro”, come ha magistralmente riassunto la mia amica Pat?

Saccoccio Pop - Foto Professor Pi

Fatti venti passi iniziavo a sentire rivoli di sudore correre ovunque mentre ci chiedevano di togliere anche le scarpe per favorire anche l’arrosto pedestre. Un inferno. Infatti pare che persino Dante, per il suo Inferno della della Divina Commedia, si sia ispirato al racconto di uno scrittore e filosofo persiano del 1200, tal Sohrvadi.

Perché questo è, là dentro: l’inferno. Ma è anche che, entrando, il fiato ti manca anche per la bellezza che forse pure Proust avrebbe difficoltà a descrivervelo figuriamoci una Meripo’ qualunque. Il Santuario appariva come un trionfo di cupole, cortili, colonne, intarsi, specchi, mosaici, oro e magnificenza.

Foto Professor Pi

Figure di donne ammantate si snodavano ovunque, quasi non toccassero il terreno con i piedi e un po’ di brezza gonfiava i mantelli come vele. La cottura microonde proseguiva. Ma intanto prevaleva lo stupore. A un certo punto mi sfioravano quattro uomini che portavano una barella in spalla: sopra, semplicemente avvolto in un lenzuolo, il cadavere di un uomo. Entravano nel Santuario (che a noi era proibito, come a tutti quelli di fede non islamica) e al loro ingresso si scostava una pesante tenda nera, dalla quale sbirciavo uomini all’interno inginocchiati sui tappeti che iniziavano un lamento funebre.

Foto Tiziana Forlin

Dopo un’ora di giri e girarrosti arrivava il temibilissimo momento: il pipì-stop. L’utenza vorrà scusare l’estremo realismo ma mi sento di poter appaiare tutte le fasi preparatorie e successive di chi debba avventurarsi in una toilette alla turca con il chador ai preparativi dello sbarco della sonda su Marte: togli chador appoggia chador intanto casca pure il velo riprendi il velo il tutto in un antro stretto e oscuro. Manovre ginnico-tessili come non ci fosse domani.

Anche le donne iraniane, comunque, riprendevano fiato lì: si scoprivano e lasciavano respirare un po’ i capelli, li guardavano davanti allo specchio, spazzolavano poi, dopo un ultimo minuto d’aria, rientravano -anche loro- nell’incappucciato esilio.