Posts Tagged ‘Auschwitz’

Caro professore

venerdì, gennaio 26th, 2018

Stretti tra torme di cinici e di somari. Questa è la lettera che un preside di liceo americano scriveva ad ogni inizio di anno scolastico ai suoi insegnanti.E grazie a tutti gli insegnanti, gli insegnanti così.

«Caro professore,
sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con  veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università. Diffido – quindi – dall’educazione.

La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.

La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani».

(Anniek Cojean, Les mémoires de la Shoah, in Le Monde del 29 aprile 1995).

Barbed wire in black and white. Symbol of danger.

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

venerdì, gennaio 27th, 2017

Ve lo ripropongo praticamente ogni anno. Perché non trovo ancora altre parole che queste.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

Il posto in cui ogni giorno è sempre il 16 ottobre

giovedì, ottobre 15th, 2015

Sarà stato prima dell’estate, quattro mesi fa. Ero dal fornaio e me ne uscivo col mio pacchetto di pizza bianca fumante. Fuori gente in fila (la pizza è veramente speciale) e anziane signore romane veraci che si intrattenevano parlando del più e del meno. Tutto intorno l’allegro vociare di piazza Costaguti.

Ed è stato uscendo che mi è arrivato un frammento di conversazione fra due di quelle signore, una sulla sessantina l’altra parecchio più in là

-E voi siete riuscita a scappare?
-Si si per fortuna m’aveva portata via mamma quando sono arrivati loro
-Ma avete avuto morti, a casa vostra?
-Quelli ce l’abbiamo avuti tutti, qua
-Eh si. Ora devo andare, allora ci vediamo. E saluti a casa

Il fatto è che ne parlavano con lo stesso tono con cui avrebbero potuto raccontarsi dell’assemblea del condominio: normale.

Perché piazza Costaguti sta nel Ghetto di Roma. E il giorno in cui arrivarono loro era il 16 ottobre. Il 16 ottobre 1943. Il giorno della razzia del Ghetto. Quando, alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partono da Tiburtina verso Auschwitz. Solo quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino, torneranno a casa. Nessuno dei duecento bambini.

Un perfetto, ordinario racconto di normale orrore. Entrato in circolo nelle vene di quella discendenza. Assimilato, quasi. Ancora vivo tra un Signora oggi come va buongiorno e il riaffacciarsi di quel 16 ottobre che, qui, non è passato mai e vive ancora in chi ancora vive. Il Ghetto di Roma. Il posto in cui ogni giorno è ancora, e sempre, il 16 ottobre.

Ghetto Roma

Ghetto, Roma

Professoré, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

martedì, gennaio 27th, 2015

Ve lo ripropongo ogni anno, da due anni. Perché non trovo ancora altre parole che queste.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

Noemi Cingoli. Quando la storia dà i brividi

giovedì, maggio 23rd, 2013

E’ successo che stamattina a Roma, al liceo artistico di Via di Ripetta, tutti i ragazzi della scuola si siano ritrovati nell’Aula Magna. Per ricordare un’ex compagna di scuola che non c’è più. Che non c’è più da 69 anni. Si chiamava Noemi. Noemi Cingoli. Noemi si innamora di Mario, Mario Segre. Tutti e due, nel 1939, sono costretti a firmare la dichiarazione di appartenenza alla razza ebraica. Nel 1941 si sposano. Nel 1942 nasce Marco e nel 1943 scampano al rastrellamento del Ghetto. Ma non scampano nel 1944 all’avidità di due ex compagni di Università di Noemi. Che li vendono alla Polizia Repubblicana per cinquemila lire. La mattina del 23 maggio 1944 il loro treno entra a Birkenau.

“Senza neanche il tempo di salutarsi, Mario raggiunge la fila di sinistra, Noemi e il piccolo Marco quella di destra. Non si rivedranno più”.

La loro storia è anche qui, sul sito del liceo. E stamattina c’erano tutti, nell’Aula Magna. A vedere le foto di Noemi, di Mario e di Marco. A sentire il racconto di Sami Modiano, Sami sopravvissuto ad Auschwitz, Sami che racconta la sua storia in un libro che si intitola “Per questo ho vissuto” e dice che “quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo”.

Cinquemila lire. Nella tragedia di questa storia è da stamattina che ho in mente queste cinquemila lire. E i due ex compagni di Università che li hanno venduti come una pagnotta al mercato nero. Però dice mio padre che il tempo è galantuomo. E la storia, dice quell’altro, “non si ferma davvero davanti a un portone, la storia entra dentro le stanze”. E stamattina la storia è entrata dentro a un portone di scuola. E a un’aula. Un’aula lunga 69 anni. Piena di gente. “Perché è la gente che fa la storia e, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti”.

Ed è per questo che la storia dà i brividi. Perchè nessuno la può fermare

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

domenica, gennaio 27th, 2013

“Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene”. Che disdetta, giusto sul fnale sta scivolata, eh Berluscò?

Dunque l’occasione mi è invece propizia per ricordare con chi la storia l’ha studiata un po’ meglio. Un ragazzo del liceo. E’ vecchio, questo post. Di due anni. Ma a ogni fermata dell’autobus ritorna. E soprattutto a ogni fermata del cervello de Berluscone.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

Oggi

martedì, ottobre 16th, 2012

“Non ho più avuto una vita normale. Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre allo stesso posto. E’ come se il “lavoro” che ho dovuto fare laggiù non sia mai uscito dalla mia testa. Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio”.
Shlomo Venezia

È il 16 ottobre del 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato. (da qui)

Gli ebbrei

venerdì, gennaio 27th, 2012

Io in questa masseria poi alla fine non è che ci sto tanto male. Certo fa un sacco freddo. E non c’è tanto da mangiare. Però mia nonna quando trova un uovo mi mette sotto alla sua mantella e me lo fa mangiare. L’uovo alla mantella: me lo fa così per non farmi vedere dagli altri bambini che stanno qua e non ci hanno manco l’uovo.
Mamma e papà e Carlo e Teresa non lo so dove sono. Però dice nonna che fra poco li ritroviamo.
Pure quelli vestiti di nero con gli stivali che si sono presi casa mia poi si vede che avevano freddo. Perchè hanno fatto un fuoco. E però hanno bruciato pure la casa. E poi anche tutto il paese.
Noi l’abbiamo visto da quassù che bruciava. E nonna piangeva. E anche questi altri qui sfollati nella masseria. Però pure loro la sera si fanno il fuoco e ci mettiamo tutti intorno per scaldarci. Ma non abbiamo bruciato la masseria. Ancora no.

E ieri sera diceva la comare che ci abbiamo tante sciagure ma per fortuna non ci abbiamo gli ebbrei da nascondere, che sono già scappati. Gli ebbrei li prendono sui treni, ha detto. E poi ha abbassato la voce. E allora io ho capito: gli ebbrei sono una malattia contagiosa e perciò nessuno la vuole prendere e, se la prende, la deve nascondere.

Allora ho chiesto a nonna: come sono fatti gli ebbrei? E i bambini ebbrei? E lei è stata zitta. E quando nonna sta zitta sulle malattie vuol dire che è una cosa grave.
Speriamo che non mi prende pure a me gli ebbrei. Che ci manca solo questo. Speriamo che gli ebbrei non gli venga a nessuno.

Io mi chiamo Tilde. E sono  la mamma di Meri Pop. Ho 79 anni. Ma il 27 gennaio, ogni anno, ne ho di nuovo 10. Per dimenticare. Che questo è stato.

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

giovedì, gennaio 27th, 2011

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz. 

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.