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La signora degli ombrelli

martedì, settembre 1st, 2015

5 agosto

Acqua. Elemento fondamentale di tutte le forme di vita conosciute. Che però quando ti si riversa addosso dal cielo, oltre a stazionare nella baia poi ritrasformandosi in nebbia e quindi in aripioggia, diventa elemento fondamentale di scassamento di cabasisi. Il campione molestamente piovoso di Auckland sarà nulla in confronto alle secchiate che i giorni a venire ci riserveranno. Ed è meglio chiarire sin d’ora che i detrattori del fondamentale elemento è bene cerchino altre mete.

Insomma io della baia di Auckland, avvolta da nebbia pioggia e vento

NZ Auckland Paola

Cinquanta sfumature di grigio a Auckland (foto Paola Gallorini)

posso dirvi solo che c’è un bar strepitoso sotto ai portici. Si chiama BarAbra (Area5 Shed 23 Princess Wharf, nel caso decideste), era l’unico aperto e ci siamo andati a fare colazione la mattina dopo.

In concomitanza con l’ultimo atterraggio a Auckland avevo poi trovato il modo di complicare vieppiù lo sbarco facendomi venire una congestione da succo d’arancia del secondo breakfast del caspita di Emirates.

Senonché dopo un digiuno di una ventina di ore la tarte tatin di Barabra entra di diritto nella Hall of Fame. Fame in tutti i sensi. Ma anche chi non proveniva dai sopracitati smottamenti gastrici confermava che sì, la colazione da BarAbra meritasse una menzione.

Barabra

Bar-Barabra ciccì cocò (foto professor Pi che infatti non vi è)

Le tre ore complessive trascorse ad Auckland, di cui una passata in banca a cambiar denari, ci costavano 80 dollari di colazione più 48 per due ore di parcheggio per un totale di 128 dollari neozelandi pari a circa 80 eurini. Voi capite che con questi ritmi qui non sopravvive mezza giornata in Zelandia manco Warren Buffet, checché ne scriva Forbes.

Comunque mentre io mi misuravo con i cessi dell’ostello, una coraggiosa parte del gruppo fuoriusciva nottetempo e vide addirittura questo:

NZ Auckland3 Paola

Auckland by night (Foto Paola Gallorini)

Ma non distraiamoci. Dunque Rob, la nostra cassiera, anche detta Christine Lagarde, intimava non già di ripartire da Auckland ma di fuggirne immediatamente. Già che ci siamo provvederei a rendervi edotti, oltre che sulla composizione dell’acqua, anche su quella del gruppo di viaggio.

Capitanata dal professor Pi la formazione comprendeva:
Massimo detto Maci
Rob detta Christine Lagarde ma anche Emergency per motivi che non vi sfuggiranno
Paola detta Gran Canon data la compulsione fotografica (ma la troveremo protagonista anche di indimenticabili amatriciane)
Marina detta Marina
Bianca detta laNonna
e Agostino detto Ago che i più assidui ricorderanno per l’indimenticabile performance dell’entrata a Normanton, Australia, in jeep trainata con cordino da bucato.

Fuggiti da Auckland si percorrevano agevolmente quei 400 e passa chilometri di strada e d’acqua che ci separavano da Ahipara ove si giungeva stremati di notte, dopo aver chiesto aiuto pure ai vigili del fuoco per cercare il caspita di ostello sperduto nelle brume. Ma ci si giungeva soprattutto dopo chilometri di tornanti che davano il colpo di grazia anche al granitico stomaco del professor Pi. Il quale professor Pi, finalmente arrivato alla recinzione del caspita di ostello, scendeva, ci lasciava le chiavi della macchina rantolando un

-Bene, procedete pure che io devo fare una cosa

e con ciò signorilmente avviandosi verso una staccionata come dovesse dirigersi sul confinante green del golf center, si affacciava alla balaustra e ivi vomitava pure i confetti della Prima Comunione che non ha mai fatto.

L’acqua riiniziando a scendere a secchiate, noi dirigendoci nel bungalow con cucina annessa, pioggia e vento come non ci fosse un domani, effettivamente iniziavo a rivedere il mio imperativo categorico dell’ “Ovunque fuorché rimanere ai 39 gradi di Roma”: che tutto sommato anche sventagliarsi dona un’illusione di nobiltà.

Non riuscendo a ingurgitare più di 7 penne all’olio osservavo invece la disinvoltura con cui il professor Pi, completamente ristabilitosi dopo l’affacciata di balaustra, si faceva fuori il suo piatto di penne all’amatriciana, con successivo rabbocco e scarpetta, sublime opera del periodo coppa&spada di Paola Gran Canon. Pi rifiutava solo il calice di rosso che il sommelier Maci gli porgeva, ivi specificandogli

-No, grazie, non vorrei appesantirmi

Vorrei risparmiarvi il rito dell’immissione in letto umido di bungalow non riscaldato in inverno australe. Ma non lo farò. L’opera di svestizione notturna veniva seguita da una subitanea rivestizione con il seguente equipaggiamento:

-pantalone di pigiama di pile
-maglietta della salute
-sopramaglia termica a maniche lunghe
-pile da notte
-calzini della Emirates
-2 gocce di Chanel numero 5 e 200 di pioggia

Così percosso e attonito il Professor Pi augurava infine la buonanotte:

-Meripo’, se hai bisogno anche della papalina non fare complimenti

Ventimila leghe sotto i fari

domenica, agosto 30th, 2015

4 agosto

Si comincia con un atterraggio di emergenza a Perth. Per sbarcare un ragazzo che si è sentito male in volo, ha vomitato anche l’anima e alla fine è sotto ossigeno da ore, tre sedili dietro al nostro. Dunque si comincia con la prima lezione: qualsiasi tipo di lamentazione sul fatto che qui non si arriva mai (e ne avrei, e come se ne avrei) è superata dal constatare che noi ci stiamo comunque arrivando. E’ a questo ragazzo che ho poi pensato per tutta la durata del viaggio. E ancora oggi vorrei scrivere al signor Emirates per chiedere come sta.

Al complesso sbarco e al rifornimento di ossigeno seguiva l’annuncio che avevamo ghiaccio sulle ali e dunque aspettiamo gli sbrinatori di ali. Dopo due ore e mezza -che arrivavano dopo le 6+12+3 di volo effettivo esclusi scali e altre attese- si era ancora a far su e giù per i corridoi. Intanto in prossimità dei bagni veniva allestita l’area stretching. Capannelli di passeggeri improvvisavano corner di conforto culinario internazionale: a me arrivava un pezzo di cioccolata fondente all’arancia gran cru da tre americani. Alla terza ora e mezza il comandante annunciava che forse jelapotevamofare. Destinazione Melbourne. E poi Auckland.

Ad Auckland si arriva dall’acqua. Anche se si scende dal cielo. L’aeromobile sorvola la baia, si accosta e sul ciglio della costa tiene un’ala sempre sull’acqua. La mia. Di ala. Per cui dopo le nostre 5+12+3+4+nonmeloricordo ore di volo effettivo, atte a coprire i ventimila chilometri di distanza, guardo il Professor Pi e lo dico:

-Ma che, si atterra in acqua??

Già il fatto che parti il 2 e atterri il 4 dovrebbe spiegare abbastanza della ulteriormente compromessa situazione fisica e mentale che già di norma è quello che è.

Auckland. Sedici gradi, nuvoloni, pioggia. Ma ho promesso di limitare le lamentele all’essenziale quindi riserviamole per l’ostello. La Nuova Zelanda è carissima. Un caro direttamente proporzionale alla distanza, diciamo: il professor Pi avvertiva sin dall’Italia che il nostro permanere notturno si sarebbe svolto negli ostelli (e avendoci fatto passare un mese in tenda in Australia, credetemi, questo sembrava già un gran passo avanti nel lusso). Ci invitava dunque a fare la tessera degli Ostelli Internazionali della Gioventù (YHA), lasciapassare per sconti nei suddetti e per il wi-fi gratis.

E’ del tutto evidente però che la locuzione OSTELLO DELLA GIOVENTù, dopo l’immediata lusinga della parola “gioventù” nella mia testa si associava piuttosto a lasciapassare per potenziali topaie. Iniziamo allora col dire che quello di Auckland era decisamente spartano ma pulito e dignitoso. Non vedendo la porta del bagno si incaricava il professor Pi di specificare

-Meripo’ ora ti ci accompagno
-Mi accompagni dove?
-Al bagno
-Guarda che sono sì provata dalle 48 ore di viaggio ma ce la faccio ancora ad entrarci da sola, al bagno, voglio solo sapere dov’è la porta
-E’ in corridoio
-EEEEEEHHHHH??
-Meripo’ il corridoio: per quanto dignitoso è un ostello e il bagno è in comune.

Per fortuna sua dopo 5+12+3+4+varie ore di volo una non è che abbia la forza di stare a fare simposi su cessi, accatastamenti e classificazione degli ostelli per cui, saltata anche la cena, svenivamo direttamente sul letto dopo una fugacissima pipì nel comune cesso che però, va detto, risultava anch’egli pulito e dignitoso.

Concludendo, per dirla con Italo Calvino, “Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda”.

E questa domanda, convenivo con me stessa, almeno la prima sera non poteva essere: “Dov’è il cesso?”.

NZ Emirates