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Generazione manco Penelope

mercoledì, luglio 2nd, 2014

Mi stavo misurando, insieme a un nutrito gruppo di googlatori, con la questione della generazione Telemaco quando mi sono imbattuta nella questione Penelope.

Sia chiaro tutto sommato questa è stata pure fortunata. Penelope, intendo. Non era partita un granché: gettata in mare per ordine del padre appena nata. Però ecco che arriva un gruppo di anatre che la porta a riva, in salvo. A quel punto i suoi se la riprendono e la chiamano Penelope. Che, ve lo dico, significa appunto anatra. Una scoperta la cui ricaduta psichica è difficilmente quantificabile in danni. Ma andiamo avanti. Per la questione delle probabilità statistiche a un certo punto la sfiga molla un po’ e lei si innamora ricambiata di tal Ulisse. Viaggiatore. Perfetto.

Senonché però questo viaggia modalità fai-da-te-no-Alpitour, cioé da solo. Dunque sparisce. Vent’anni. Ripeto: vent’anni. Lo dico a beneficio di una parte dell’utenza che al massimo li vede sparire il weekend in cui stanno con la moglie. O di quell’altra parte per la quale spariscono il tempo di una “pausa di riflessione”, di un “ho bisogno dei miei spazi” che però difficilmente supera l’intervallo fra la sòla di quell’altra e la stiratura delle camicie di ricambio. C’è pure una sostanziosa parte per le quali spariscono prima ancora di essere mai stati effettivamente presenti ma di questo magari parliamo un’altra volta.

Penelope, l’anatra, dicevamo, lo aspetta vent’anni. In assenza degli smartphone e di twitter e facebook inganna l’attesa ugualmente perdendo tempo costruendo tele e sudari di giorno che si smontano di notte. Non cambia molto rispetto a noi che ci illudiamo di averli conquistati 2.0 a mezzogiorno e ricevere la sòla prima dell’eppiauar.

Quelle che aspettano -quasi tutte, chi per un motivo chi per un altro tutte sempre qualcosa aspettiamo- stan dunque a lì a sognare un ritorno, o un arrivo, di qualcosa che nella maggior parte dei casi nessuno dei poveruomini ha loro mai promesso: semplicemente l’avevamo “intuita”, ci era chiarissima. Ma continuava a non arrivare, pur essendo lì lampante in evidente avvicinamento.

Ma la cattiva notizia, bellemie, deve ancora arrivare. Lei aspetta vent’anni, è vero, ma alla fine questo torna -e già qui siamo al quasi miracolo- ma in più lei si accorge di volerlo ancora. Ma noi, al contrario di Penelope, dovremmo invece sempre augurarci di essere in attesa. Perché spesso alla fine quello che abbiamo aspettato tanto arriva. Ed è lì che invece stava da mo’ ad attendere noi la maledizione di mancoPenelope: che quello che hai aspettato tanto non ti interessa più.

Dunque ricordiamolo: l’amore di norma non finisce all’improvviso nel “dove cazzo eri?”. Finisce, un pezzetto alla volta, nel “non fa niente.

Partire è un po’ restare

sabato, aprile 27th, 2013

Come vi dicevo qualche governo fa, il Professor Pi si trova attualmente impegnato in una missione scientifica internazionale in quel di San Paolo del Brasile a studiare l’algoritmo della samba. La missione lo terrà lontano ancora -almeno- per il voto di fiducia e un paio di consigli dei ministri. Non è escluso che abbia scelto l’espatrio anche in ragione degli ultimi accadimenti geopolitici ma mi pare più probabile la tesi del richiamo scientifico delle oba oba. Va anche detto però che, in ragione delle mie caduche condizioni di psicolabilità già in situazioni normali e vieppiù alla luce degli ultimi politici accadimenti da due mesi in qua, egli -mossosi a pietà- mi abbia messo a parte della rivoluzionaria scoperta dello Skype.

Trattasi di un insondabile mistero attraverso il quale due corpi immersi in due diversi emisferi terrestri sono condannati aiutati a non perdersi mai di vista. Il corpo immerso in Brasile clicca una iconcina azzurra sul computerino e nel giro di qualche squillo si materializza in formato A4 il corpo immerso nel casino nell’Italia.

In realtà, non so per quale inceppamento, il corpo immerso in Italia lo vede ma quello in Brasile non vede quella in Italia. Il che si è rivelato provvidenziale sia quando ho trovato chiuso il parrucchiere che quando mi è scoppiato il raffreddore ciclopico.

Tutto questo per dirvi che, ora che lui sta al Tropico del Capricorno e presumibilmente io in quello delle capricorna, in realtà ci vediamo più di prima. E a fronte dei fine settimana con 300 km di separazione, ai 10.000 km ci si vede tutti i giorni, anche un paio di volte al giorno. Sostanzialmente una convidenza di fatto.

L’occasione, poco fa, gli è stata proprizia per osservare che:
-Certo Meripo’ che la tecnologia è una cosa molto bella. Ma ci ha di fatto reso impossibile andarcene da qualsiasi luogo. In qualche modo si rimane. Si rimane sempre lì. Lì da dove si è partiti.

Che ora che ci penso certe volte non succede solo coi viaggi. E con Skype. Che certe volte uno pensa di aver fatto chissà quanta strada e aver fatto chissà quali cambiamenti e poi si ritrova al punto di partenza senza nemmeno il conforto di Skype. Mh. Ora devo chiedere al Professor Pi se ha un rimedio scientifico anche per questi casi. Non so tipo l’algoritmo della capoeira.

Ora però vado che Skype sta suonando, tipo Toquinho. E gli devo spiegare che è successo oggi.

Se una notte d’estate un elettore

venerdì, aprile 19th, 2013

C’è che, tra l’altro, il professor Pi è espatriato. In Brasile. Sostiene di essere stato invitato dall’Università di Copacabana
(-Meripo’, San Paolo, l’Università di San Paolo)
Va bene: sostiene di essere stato invitato dall’Università di San Paolo dove le oba oba locali chiedevano a gran voce di saperne di più sulle equazioni differenziali. Ci resterà lo stretto necessario per trovare l’algoritmo della samba, possibilmente anche quello della bossa nova: mesi, tipo. (-No, Meripo’, ti ho detto che starò via giusto il tempo che voi troviate la quadratura del cerchio istituzionale). Ecco, mesi appunto se andiamo avanti così.

E c’è che io, nell’occasione, sto sperimentando le infinite possibilità della tecnologia avventurandomi nel mondo dello Skype. Dunque qualche volta mi aggiro per il Uaifai con l’Aipadio tenuto in alto come fosse un Ostensorio, come dovessi captare onde random del corridoio perché mi sembra strano telefonare di fronte a una tavoletta A4.

E c’è che lui in questi giorni mi chiede affranto
Meri ma che succede?
E c’è che io davvero, davvero non so come dirglielo, quello che sta succedendo perché non lo capisco neanche io qui vicino.

E c’è che è stato poco fa che mi è venuto in soccorso Italo non il treno. E oggi io, professor Pi, mi sento così’:

“Ho provato un senso di vertigine, come non facessi che precipitare da un mondo all’altro e in ognuno arrivassi poco dopo che la fine del mondo era avvenuta”.

Italo Calvino – “Se una notte d’inverno un viaggiatore”


Il rasoio di Occavolo

lunedì, febbraio 18th, 2013

Poi ci sono certe mattine in cui ti svegli ed è come se, all’improvviso, t’avessero rubato di notte “tutti gli alibi e le tue ragioni”(che i cantautori m’hanno rovinato pure a me, Gelò) e ti avessero lasciato -oltre che i postumi della seratina precedente- soltanto un: occavolo, dipende da me.

Ricordo il giorno in cui, dolorosamente, decisi di porre fine alle lezioni di pianoforte per preperarmi agli esami dell’ottavo anno del Conservatorio: voler andare oltre era davvero voler infrangere il muro del suono nel senso che la qualità del suono era tale che avrei potuto farcela solo se Maurizio Pollini avesse deciso di reincarnarsi in me nell’ora necessaria davanti agli esaminatori. E il “non ho abbastanza tempo” “sono cattivi con i privatisti” e giù fino a “che poi anche se studio passano solo i raccomandati” si infransero sul: non è qui che ho voglia di investire le sette ore al giorno necessarie.

Ugualmente accadde quando decisi di porre fine alle lezioni di autolesionismo amoroso: andare oltre, in quel caso, era voler infrangere anche il muro del buon senso e la qualità della vita. Mi alzai ugualmente di soprassalto e, come fossero entrati gli stessi ladri in casa di notte, mi ritrovai scippata di tutti i  “dipende anche da lui” “dipende da quanto cambierà questa settimana”, “non ho il quadro astrale giusto” “tanto non cambia nulla”… mi avevano lasciato, i ladri, solo: occavolo, dipende da me.

Tipo quella storia del rasoio di Occam: il principio che suggerisce l’inutilità di formulare più teorie di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare qualcosa. La rasatura perfetta del rasoio di frate Occam consiglia di evitare cioè altre ipotesi aggiuntive, quando quelle iniziali sono sufficienti.

Brutta roba. La consapevolezza di essere artefici del proprio destino. E di poterci dare un taglio, alle cose. Quando dipende solo da noi. Ora. E fra una settimana. Tipo.

Quelli che aspettano

venerdì, marzo 11th, 2011

Le ore in cui si aspetta non hanno la durata del tempo quotidiano.
E’ come navigare in un mare in cui non si vede la fine.
Non esiste pace per noi. Esiste un tempo sospeso, talvolta felice, tra due attese. Tutti aspettano nella vita, è vero. Ma ci sono persone, soprattutto noi donne, che non fanno altro che aspettare. Ogni ora e ogni giorno. Perché accettare la responsabilità, l’amore, l’affetto, l’attenzione, la solidarietà, vuol dire far parte di questa schiera dannata.
Il ridicolo, dolce esercito di quelli che aspettano.
(Stefano Benni – Le Beatrici)

Bright Star

martedì, giugno 22nd, 2010

Dopo addio alle armi mi pare che oggi ci sia un’aria di addio al cazzeggio. Ne approfitto. Solo oggi, eh, non fatevi strane idee. Domani si ricomincia.

In pillole
E’ un film sul ricamo e sul cucito. Sull’arte di trasformare il tessuto e su quella di tenere insieme le parole.

Dunque, lei si occupa solo di ruches e cappellini, lui solo di versi finchè le loro anime di incontrano e non ce ne sarà più per nessuno.

E’ un film sulla poesia e già questo sembra un azzardo sufficiente: che qualcuno possa ancora pensare di tenere testa ai Vanzina con John Keats. Senonchè qui è ancora peggio perchè, si, la storia d’amore c’è, e che storia, e c’è la passione che arriva, travolge e spazza via ogni cosa senza mai scoprire una sola parte del corpo.

Questi due neanche si baciano: al massimo congiungono o appoggiano labbra, intrecciano mani, sfiorano visi, accarezzano vestiti.

Eppure neanche Tinto Brass è mai riuscito a trasmettere una carica erotica e passionale come quella che Jane Campion (quella di “Lezioni di piano”) fa passare in due mani che si cercano attraverso un muro, da dietro una porta chiusa, sul foglio che, scrivendomi devi prima baciare perchè io che lo ricevo possa, ribaciandolo, poggiare le mie labbra dove tu hai già poggiato le tue. Una pazzia. Appunto.

E’ un amore senza sesso e senza scampo, dal quale si uscirà solo con la morte e forse neanche più con quella.

E’ una storia di lettere scritte a mano che devono attraversare anche gli oceani. Non hanno l’immediatezza dell’sms. Non ti portano l’amore di adesso ma quello di un mese fa. Un amore pieno di niente, per come lo osserviamo ormai da qui.

Eppure quando sulla poltrona di ciascuno di noi è arrivata la notizia della sua morte, la sala è ammutolita e ha iniziato a disperarsi in quel grido senza fine di Fanny Browne in una scena che, da sola, vale il prezzo del biglietto. Una scena nella quale vorresti alzarti anche tu e far spegnere i suoi singhiozzi tra le tue braccia.

E’ un film su un amore che è l’ordito e la trama, su un ago che penetra con fatica nella tela ma che, quando riesce a farsi strada, costruisce un ricamo perfetto; è un film su un amore che non ha bisogno di toccare continuamente perchè “il tatto ha memoria”; un amore che è lavoro paziente, cura costante, attesa struggente, desiderio sempre acceso, domanda che ti appaga anche senza la risposta.

E’ un film che non finisce nemmeno quando esci dalla sala, che senti ancora addosso tre giorni dopo e sai che, in quel modo, ce l’avrai sempre. Scritto sull’acqua e scolpito nel cuore.

Perchè di “una cosa” dopo queste due ore, adesso sei certa:
che “una cosa bella è una gioia eterna”.

In un minuto:

 

In cinque:

Ode to a Nightingale