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Annie Smith Peck, la “quota rosa” che voleva i pantaloni

lunedì, luglio 24th, 2017

Storie calme di donne inquiete/38

Non avrebbe sfigurato nel campionario delle mie amiche ArcheoGnok, Annie Smith Peck, archeologa e insegnante di latino, da Providence, classe 1850. Vorrebbe frequentare la Brown University ma è donna e le porte per lei sono sbarrate. Va in quella del Michigan che, bontàssua, le donne le accetta. Lì si laurea con onore in lingue classiche, specializzazione in greco. Ed è la prima donna a frequentare la Scuola Americana di Studi Classici di Atene, mentre continua a studiare anche archeologia, francese, spagnolo e portoghese. Vette culturali altissime nel curriculum. Che però non le bastano. Perché lei di vette vorrebbe scalarne altre, proprio in quota. E nel 1885 inizia da Capo Miseno, Italia, poi prosegue in Svizzera e Grecia e insomma a un certo punto molla trowel, pala, picchetti e picconi e decide che la sua vita sarà tutta in salita. In ogni senso ma soprattutto in montagna.

Annie Smith Peck Miss

Solo che scalare il Cervino con la gonnella è, oltre che problematico, anche molto rischioso. Cosicché lei si mette i pantaloni. E apriti cielo. Perché portare i pantaloni per una donna, nel Milleottocentosuo, signorimiei, non è sconveniente: è proprio un reato, che prevede l’arresto. Lei non si arrende e la questione pantaloni scala, oltre che le montagne, polemiche, dibattiti e litigate e arriva fino al New York Times.

Annie Smith Peck

Annie tiene lezioni, promuove il panamericanesimo -la pace in America Latina- e scala, scala, scala. Scala il Pico de Orizaba e il Popocatepetl in Messico nel 1897. Ha già più di cinquant’anni ma Annie vuol fare a tutti i costi una salita molto speciale. Cerca una montagna più alta dell’ Aconcagua argentina (6960 m). Nel 1908 con una spedizione americana sarà la prima donna a salire sull’Huascarán in Perù (6768 m).

Annie non si sposerà mai con un uomo: il “finché morte non ci separi” lo pronuncerà solo alle montagne, fino alla fine. Ha 65 anni quando conquista una delle cime della Coropuna in Perù nel 1911. E quando raggiunge finalmente la cima cosa ci pianta? Una bandiera, sì. Ma sopra c’è scritto “Women’s Vote”. Là in cima rende omaggio alla lega delle Suffragette di  Joan of Arc Suffrage, di cui diventerà poi presidente. Lo fa perché capisce che anche quel passaggio lì, quello del voto alle donne, sarà arduo, faticoso, pericoloso. Ma senza quello non potrà arrivare mai nessuna vera indipendenza per le donne.

La sua ultima montagna sarà il Madison del New Hampshire, a 82 anni .

Annie inizia un tour mondiale nel 1935 a 84 anni ma si ammala mentre si arrampica sull’Acropoli di Atene. Torna a casa a New York dove morirà di polmonite bronchiale il 18 luglio 1935. 

Ciò che Annie pensava delle arrampicate probabilmente potrebbe essere un buon viatico per esplorare anche le strade controcorrente della vita: “L’arrampicata è un lavoro duro e ostico. L’unico vero piacere è la soddisfazione di andare dove nessun uomo è stato prima e dove pochi potranno seguirti”.

Single Bells

lunedì, dicembre 12th, 2016

Quando pensi che tutto sia perduto e che il fondo sia stato toccato ecco che basta girarsi e trovare los escavadores che accorrono. Nella fattispecie la escavadora se presentaba proprio con tutto il suo materiale da cantiere da scavo, essendo essa una archeologa -e che archeognocca- dunque Picozza malepeggio 400 grammi manico legno, martello, nastro segnaletico e paletta inclusi. Ed è con parole accoratissime -“Meripo’, vista la tua tostissima giornata mi pregio di girarti questo link che sono certa riuscirà a produrre acute riflessioni nella tua mente impicciatissima”- che Astrid del ciel mi girava questo:

sagoma-single

lo sconto dell’88% su Groupon del sagomato a dimensioni naturali (marescià l’altezza, l’altezza) della sagoma del partner perfetto da presentare ai tuoi parenti a Natale se sei single. E vado ad illustrare:

UOMO
-Il bravo ragazzo: il classico fidanzato che ogni figlia vorrebbe presentare alla mamma. Lui fa sport (e si vede) ha un ottimo posto di lavoro, fa attraversare le vecchiette e canta nel coro del quartiere. Altro?

-Mr Eleganza: per le cene dove i cugini si vantano perché guadagnano di più, tu porta lui: super manager cravattato, anni di esperienza nelle migliori corporation, parla 4 lingue e abita nella via più chic del Monopoli.

-Il fisicato (quello mezzo nudo): può parlare di fisica quantistica come del Nobel a Bob Dylan; può discutere del mercato immobiliare di New York e della ricetta migliore per riso-patate-e-cozze ma potrebbe benissimo non dire nulla. Noi saremmo felici comunque

DONNE
-La ragazza della porta accanto: acqua e sapone, sa cucinare quasi come la mamma, ha un gatto e fa yoga due volte la settimana. Insomma la fidanzata perfetta

-La seducente: gamba lunga, sorriso smagliante e abitino sexy. Cosa vuoi di più per suscitare l’invidia di amici e parentado?

-L’aiutante di Babbo Natale: impacchettare i regali è più divertente in buona compagnia! Ti convinceremo dicendoti che prepara ottimi biscotti e ha vinto il premio per il miglior pacchetto di Natale del 2015.

Ora il punto non è tanto il sagomato ma lo sconto. Ciò significa che c’è pure chi se l’è comprato a prezzo pieno. Più di 40 acquistati, recita entusiasticamente Groupon. Che sto sagomato costava 83 euro. OTTANTATRè EURO.

Che in effetti, visti i costi di manutenzione -non solo economici- di quelli reali non è poi tanto. Per cui se in un primo momento mi sembrava una follia, più analizzavo le fattispecie disponibili più mi convincevo che, sai che ti dico?, secondo me potrebbe essere addirittura un affare.

Laureate che fissano ruspe

martedì, settembre 22nd, 2015

“Non è vero che l’archeologia è avventura e mistero o improbabili scoperte di lavoro alieno sfuggito ad anni di ricerche. L’archeologia può essere, e anzi, nella maggior parte dei casi è, un laureato che fissa una ruspa”.

Io le ho conosciute che fissavano insieme a me un bicchiere di “Pensavo fosse amore” (London dry gin, sciroppo di rosa,  succo di limone, aria di lavanda, gocce di assenzio)

Pensavo fosse amore

Pensavo fosse amore cocktail

Antonia e Paola, le due laureate che di norma fissano ruspe. Sono due archeologhe. E me le ha presentate Astrid, nome da stella, tenacia da ruspa, archeo pure lei.

Che se ti dicono archeologo io penso sempre a Heinrich Schliemann che legge Omero e scopre Troia. Loro invece, le mie intendo, leggono tipo la cartina delle buche dell’Italgas e controllano che siamai emergesse Atlandide non la ruspino insieme al resto. La chiamano “archeologia d’emergenza: ci sono dei lavori, pubblici per lo più, e l’archeologo controlla che nel corso degli stessi vengano tutelati i beni archeologici”.

Di cosa sia fatta la quotidianità di un archeologo lo raccontano in questo bellissimo articolo qua che inizia così:

“La sveglia suona improrogabilmente alle 5.30. Capelli arruffati, occhi semichiusi e il desiderio che una tazza di caffè si materializzi sul comodino. Inizia una nuova settimana di lavoro. Destinazione odierna: suburbio romano. Lavagna, palina, freccia del nord, macchina fotografica sono pronti nello zaino, insieme a block notes, cappellino e crema protettiva. Il sole scotta in cantiere se non c’è neanche un albero a farti ombra e rischiare un’insolazione con il pericolo di stare a casa qualche giorno non è cosa da mettere in conto, soprattutto ora, dopo mesi di pausa forzata. Eh sì perché non tutti i giorni si lavora, ci sono periodi in cui non parte un cantiere neanche se si pregano i Lari”.

Archeologhe

Archeowomen (Foto Antonia Falcone)

Sole, pioggia, caldo, freddo, neve. Là. “In piedi, bardata con casco, giubbotto ad alta visibilità, antinfortunistiche e borsa di Mary Poppins a tracolla inizi a controllare il lavoro”.

Là. Con metro a stecca e matite, filo a piombo e compasso, mazzuolo e picchetti. Ferme. Una vita passata ad aspettare il preciso momento in cui poter dire “Fermate la ruspa”. Eppure. Eppure amano sconsideratamente ciò che fanno.

La sera del “Pensavo fosse amore” io, guardandole e ascoltandole descrivere un lavoro così ingrato e precario e incerto pensavo fosse seminfermità mentale. Invece si chiama passione. Ed esiste ancora. Ecco io quella sera, davanti a quella bontà alcolica, a parlare con loro di cuori infranti e sentimenti nascosti ma anche di quelli riemersi e tornati a vivere, ho pensato per un attimo che facevamo lo stesso lavoro: provare a inabissarci nel cuore della terra o delle persone e stare attente che improvvidi avventori di passaggio non spazzino via i preziosi frammenti rimasti del passato con i quali, un giorno, ricostruire.

Archeologhe, vi dobbiamo molto. Anche noi meripoppe.

Anche la storia bussa sempre due volte

giovedì, febbraio 26th, 2015

Dura cinque minuti e mostra la distruzione, in sostanza, della nostra infanzia passata sul sussidiario. E’ un video. Un video diffuso dall’Is nel quale per cinque interminabili minuti i miliziani si accaniscono con picconi, mazze e trapani sui reperti archeologici di Mosul, città irachena considerata l’antica Ninive.

E Ninive nella mia testolina di ottenne e novenne era abbinato a Mesopotamia e Assurbanipal, il re degli Assiri. Nomi che ci misi mesi a imparare e ricordare ma che ancora oggi son lì fermi e granitici, senza per altro aver mai capito chi caspita fossero e dove si trovassero né Assurbanipal e né gli Assiri, possedendo all’epoca un’autonomia geografica compresa fra casa mia, il Grande Raccordo Anulare e al massimo l’A24 per andare dai nonni.

Cinque minuti di mazzate contro migliaia di anni di cultura. Non avevo mai visto la storia presa a martellate così bene e così in diretta. Ma il momento surreale, in cui il dramma è sfociato nel grottesco, è stato quello in cui uno di questi figuri acchiappa un trapano elettrico e inizia ad accanirsi sul fianco di una millenaria statua come fosse stato il ripiano della libreria Billy da imbullonare. Lì il cuore squaccherato ha dovuto cedere il posto per un attimo allo strabuzzo d’occhi e all’incredulo sorriso amaro del “ma che davero?”.

Sì purtroppo, davvero. Davvero “la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. (Karl Marx). E qui siamo anche oltre la farsa. Senza sapere quale baratro ci attende subito dopo.