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Di come la tristezza delle arance può aiutare la felicità delle persone

giovedì, aprile 28th, 2011

Il presente post è un po’ lungo. Ma contiene ipotesi di formula risolutiva delle incomunicabilità sentimentali (insomma, sono quarant’anni che ve state a disperà di domande, senza manco una risposta: potrete ben perdere altri quattro minuti, no?)

E insomma è successo che una mia amica ha scritto un libro. Un libro di economia, mi aveva detto. Che io sto all’economia come Berlusconi alla democrazia. Però lei è molto mia amica. E io il libro l’ho comprato l’altroieri che pioveva (Robè, io te voglio bene però te l’ho già spiegato come sto io con l’economia) e costretta in casa, mi sono detta, leggo. Che almeno il titolo, in quanto tenutaria del presente blog sentimentale, mi intrigava: “L’economia del noi”.

E che ti trovo? Ti trovo che intanto, scusa eh, ma mica è un libro di economia: ma di storie di persone. Che si sono messe insieme a cercare di risolvere cose che non riuscivano a risolvere da soli: fare la spesa pure per i vicini (i gruppi d’acquisto, che si risparmia un sacco), abitare un po’ insieme un po’ no (il cohousing, ognuno la sua casa ma anche spazi comuni tipo la cucina, che se ti capita Marilla vicina di casa hai svoltato, tipo), altri che prestano soldi a tasso zero alle Piagge perché c’è chi li presta a loro, insomma cose così.

Ma il libro non inizia parlando del pil e manco delle stock opscion ma della “tristezza delle arance”: “A un certo punto gli alberi cominciano a perdere le foglie, gli aranceti si spogliano e muoiono”. E’ un virus degli agrumi. Ma a me è venuto in mente che è un virus pure degli uomini: io, per dire, ce l’ho avuta un po’ di tristezza sentimentale delle arance e ce l’hanno tutti, a periodi, nella vita: si comincia a perdere la fiducia, si spoglia il cuore e un po’, giorno per giorno, dentro si muore. Ma senza accorgersene, eh. Anzi, ci sembriamo dei gran fighi, rinchiusi nel nostro cinismo d’ordinanza. Certamente ci sentiamo più al sicuro. E intanto gli aranceti si spogliano e invece noi sempre meno, nel senso figurato -che non ci apriamo più con l’altro- e poi pure letterale, che quando l’amore avvizzisce manco ci va più di spogliarci per fare avete capito bene cosa.

Insomma, a 106 pagine di distanza dalla tristezza delle arance, che ti scrive? Scrive che, tirando le somme, sono tre le cose che hanno portato al successo tutti quelli che hanno dato fiducia all’economia del “noi” e non dell’io: 1) dare importanza alle relazioni tra le persone 2) sostituire la logica del dono a quella dello scambio 3) individuare un bene comune da raggiungere.

Ma non è che niente niente vi risuona pure a voi? No, dico, nel senso che un po’ è vero che viviamo in un tempo e in una società sfigati per l’amore ma un po’ siamo pure noi che abbiamo smesso di crederci, di spenderci, di investirci, di pensare un po’ più in grande. E, oltre al rassicurantissimo tempo indicativo del “per ora”, magari ci farebbe bene cedere e dare credito, poco e in stato di massima allerta sia chiaro, anche un pochino al futuro.

Vabbè mica lo so se mi sono spiegata. Sapete che c’è? Comprateve sto libro e poi mi dite: al massimo, se non risolvete manco stavolta i problemi sentimentali, vi potete aggregare a un gruppo di acquisto solidale o andare a vivere in cohousing.