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Mille giorni di the e di me

venerdì, marzo 9th, 2012

Per una serie di motivi che sarebbe complicato riassumervi in meno di un paio di tomi, e che quindi diamo per acquisiti, negli ultimi tre anni non ho più cucinato. Che a scrivervelo e leggermelo ora mi fa pure un po’ impressione. Stiamo parlando di un circa mille giorni. Non che questo abbia minimamente intaccato la poderosa struttura che sorregge sto metro e mezzo di conturbanza. Diciamo che ho diversificato l’approvvigionamento sperimentando un federalismo culinario che, comunque, consiglio. Dovendo riassumere i diversi sistemi di rifornimento calorico, glicemico e adiposo direi che possiamo elencarli nella seguente cinquina:

5 Inviti a cena fuori (aperitivi rinforzati, osterie, ristoranti) con amiche e o amici
4 Inviti a casa di amiche provette cuoche (ho scoperto che lo sono tutte, ma dico proprio tutte)
3 Vernissage, presentazione di libri, mostre con RIC, ricaduta in culinaria
2 Sperimentazione di piatti la cui preparazione non superi i cinque minuti riscaldamento compreso
1  Convenzione con il takeaway e con i Tupperware di mia sorella e o mia madre

Dei mille giorni così distribuiti non c’è stata una sola sera nella quale abbia sentito la mancanza di un protratto spadellamento, impastamento, infornamento, fritturamento. Ci tengo comunque a precisare che in mille giorni, tutte le sere, non ho mai rinunciato alla mia tisana o al mio the. Mille giorni da bollita, quindi. Per altro vivendo in 25metri quadri compreso il corridoio del pianerottolo in comune col vicino ho sempre ritenuto sleale occuparne anche un solo metro con casseruole e mestoli.

Ora, per un’altra serie di motivazioni che sarebbe complesso riassumervi entro il fine settimana, ho un po’ più di spazio. Ma la cucinotta, minuscola, sempre bonsai resta. Però questa me la sono scelta io, mattonellina per mattonellina. Non posso più accampare altri tipi di scuse che non siano la verità: non ne ho voglia.

Senonché, dopo una quindicina di giorni in cui le passo davanti e un po’ la ignoro un po’ la spio un po’ mi ci affaccio distrattamente e un po’ mi ci soffermo, dopo averci visto all’opera mia sorella la mia amica Grace e persino il professor Pi, che fa la sua figura anche senza tenda e sacco a pelo ma con tegame e schiumarola e che ha interrotto le ricerche del bosone di Higgs a favore del pentolino di Meri, dicevo dopo aver osservato muovercisi dentro persone che amano cucinare e si amano cucinando, e dopo aver seguito un corso di formazione a distanza via mail della mia amica Fiorella sull’insalata di cannellini, gamberetti, cuori di sedano e balsamico, finalmente ieri sera mi sono sentita pronta per un invito a cena della suddetta Fiorella e di un’altra eroica volontaria.

Beh la pasta alla siciliana era venuta meglio al professor Pi ma le due poracce avendo assaggiato direttamente la mia hanno detto “uh, buona” (so’ amiche, amiche vere). In più si erano premunite portando una un boccione di Ferrari e l’altra un vassoio XL di cassatine e cannoli di Ciuri Ciuri: dunque, nell’orgia di bollicine e ricotta dolce variamente declinata, avrei deciso che l’Erasmus nel takeaway può essere momentanemante interrotto.

Certo, stasera si fa tardi e quindi ho già avvistato un ultimo Tupperware di mia sorella, domani se dio vuole sto dal Professor Pi, domenica da Nicki Sventola, lunedì si rifà tardi e non è che una si può mettere a fare rumori in cucina, lo dico per i vicini, quindi purtroppo mi trovo costretta già a interrompere il master.

Però, certo, confesso che mentre ieri sera l’aglio si rigirava tutto felice nella padella sfrigolandosi nell’olio e ogni tanto si sbaciucchiava col peperoncino e quando sono arrivati i pinoli hanno cominciato a ciarlare tutti felici, chevvelodicoaffà che è successo quando sono planati pure i filetti di acciuga, beh ecco io mi sono sentita un po’ un direttore d’orchestra. Il pangrattato tostato, nel crescendo rossiniano, ha coronato un’esecuzione direi soddisfacente.

E ho pensato che se la spinta definitiva non me la darà la voglia di pappa almeno lo farà quella di sentirmi Pappano.