Posts Tagged ‘Antonello Venditti’

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi s’inghiommano

venerdì, giugno 5th, 2015

Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi s’inghiommano (tipo il ciambellone nel gargarozzo senza il caffellatte). E’ con la solerzia tipica delle vere donnetoste che la mia amica Ale, oggi sul post prandiale, incurante dei 34 gradi che incocciavano su Roma, percepiti 38, apponevami nella bacheca del socialcoso la quiseguente:

Amarti Continuerò Ad

“Marco continuerò ad amarti anche quando ti farò da testimone al matrimonio”, tratta dal consigliato profilo zuckercosico Cronache femminili, è la summa tuologica del concetto “Amici mai” di vendittiana memoria, l’emblema di una vita passata in ostaggio del Tu-per-me-sei-sempre-l’unico, ergastolani della pietosa bugia del Certi-amori-non-finiscono. Da cui sottodiscende quella dell’indissolubilità. Non del di lui matrimonio ma del di tuo corrergli appresso.

E dunque tra i problemi irrisolti dell’umanità -insieme alla Congettura dei numeri primi gemelli e a quella di Polignac, per citarne un paio- andrebbe annesso anche quello per cui teniamo nella teca votiva da straziamento amoroso -citandola come prova a favore del fatto che certi amori non finiscono- una canzone che inizia con “Questa sera non chiamarmi no stasera devo uscire con lui”.

E’ che continuiamo a fermarci al ciambellone. Che è buono, certo. Ma, da solo, s’inghiomma. Si ripropone. Come la peperonata. Ignare del fatto che con un sorso di caffè, all’occorrenza di vinsanto, se ne cala liscio liscio. E se ne va.

e tutta la città è allagata da questo temporale

lunedì, giugno 16th, 2014

Perché una cosa che inizia con “Ricordati di me, questa sera che non hai da fare” sia diventata l’inno dell’amor perduto che giammai finisce non si sa. Che esser ricordati quando non si ha un tubo da fare non è che sia una delle migliori premesse. Non paghi di ciò gli estimatori ed estimatrici del genere di norma vedono riaffiorare dal sonno dei neuroni l’inno vendittiano in occasione di serate di condizioni meteo avverse. Sarà perché l’allagamento e la paralisi climatica favoriscono la noja o sarà perché, sempre all’incipit, quello declama che “non c’è sesso senza amore, nessun inganno nessun dolore”.

E sarà pure che non c’è inganno ma la sòla c’è e come. Quanto al “Capita anche a te di pensare che al di là del mare/ vive una città dove gli uomini sanno già volare” era evidentemente solo un’anticipazione dell’odierna odissea di quelli intrappolati nella metro Anagnina e non già un immaginario feeling sentimentale di coppia.

La nenia vendittiana risale inoltre al 1988 ma ancora oggi viene inspiegabilmente usata in funzione fustigativa dell’amor che fu ogni santa notte che lo Stivale s’allaga, inducendo torme di spajati svegli per i tuoni a ulteriormente fustigarsi da soli in assenza di un ingombro umano confinante col proprio cuscino al quale avvinghiarsi.

E siccome il tempo che passa lenisce i dolori e offusca i ricordi, si ingenera infine lo struggente e inconsolabile strazio da inconsolabile vuoto: torme di insonni agitano immaginari accendini interni al “sono niente senza amore, sei tu il rimpianto e il mio dolore/ che come il tempo mi consuma. Lo sai o non lo sai, che per me sei sempre tu la sola”, in ciò completamente dimenticando che nel 99% dei casi essa o esso è stata-stato più che altro una sòla. Quanto al “non c’è sesso senza amore” ricordatevi che ciò infatti vi disse: si certo voi eravate l’amore ma “con l’altra è solo sesso”. Voi vi concentraste sul sesso. Quello ce stava invece a dì che c’era “l’altra”.

E questo fu il motivo per cui lo mandaste a quel paese. Quello al di là del mare dove gli uomini sanno già volare. Nel senso che se so’ dati subito dopo il siluramento. Ed è bene che lì restino. Pure e soprattutto quando piove.

Ciò che il fesenjun ha unito la ribollita non divida

lunedì, novembre 4th, 2013

Accertatosi che eravamo dignitosamente sopravvissuti alle tre settimane iraniane e che nell’islamica circostanza si erano creati anche discreti vincoli di amicizia nell’italico gruppo, il professor Pi decideva di sfidare le leggi della resistenza e ci invitava a un comune raduno nelle toscane latitudini. Del valoroso originario gruppo di quindici riuscivamo ad affluire in sei presso la cinta muraria del buen retiro.

Perché il bello di certi viaggi è che, come gli amori di Venditti, non finiscono: fanno dei giri immensi e poi ritornano. E infatti Giovanna e Angelo di giri per gli sterrati della Val di Chiana ne dovevano compiere parecchi, prima di poter giungere nella località convenuta. Ove Flavio e Cinzia, nonché la qui presente e il Professor Pi, li attendevano davanti a un desco frugalmente allestito con salamini, finocchione, prosciuttelle, pere e pecorino, caciotta, pane sciocco, grissini tirati a mano originali torinesi, pomodoretti con l’olio novo, vino rosso e vin santo delle uve di Pi e altri tipi di gastronomico intrattenimento.

Ricostituito il nocciolo duro del viaggio si provvedeva immantinente a denocciolare le olive, la cui raccolta nelle campagne intorno ferveva animatamente. Radunati poi tutti i doni che i partecipanti recavano stile Re Magi (orecchiette e strascinati fatti a mano dalla mamma di Angelo, santadonna, brutti ma buoni, grissini freschi, vini piemontesi che non me lo ricordo più il nome a fiumi, santi Flavio e Cinzia) e deciso che avrebbero costituito il nocciolo duro del pranzo della domenica, essendo ancora al venerdì ci si predisponeva per la cena alla Maggiolata. Il tutto naturalmente reciprocamente annaffiandoci di chiacchiere e Chianti. Che, dopo il mese di ramadan e astinenza alcolica, non ci sembrava vero poterci rivedere con la scusa di recuperare in tappe enogastronomiche. Cosa che di norma avviene sempre, ai raduni post viaggio, anche in assenza di patimenti.

La cosa che mi preme qui sottolineare è che, al netto delle tre settimane iraniane, io questi non li avevo mai visti prima in vita mia ma ciononostante osservavo una insolita, coinvolgente, entusiasmante familiarità e sintonia con -disciamolo- teoricamente quasi perfetti estranei. Ma così succede. Non chiedetemi perché. Evidentemente il chador e il ramadan temprano e rafforzano vincoli come mai nessun’altra circostanza potrebbe.

Dal che si sarebbe tentati di evincere che in certi casi le migliori amicizie son quelle che ti capitano in giro per il mondo- o che un sistema di prenotazioni viaggi ti affibbia- piuttosto che una libera scelta. E non voglio certo trarne conseguenze -che pure mi tentano- sui matrimoni “combinati” rispetto a quelli scelti: mia nonna sosteneva convintamente che i primi statisticamente funzionano più dei secondi. Il mio avvocato potrebbe, in effetti, testimoniare in tal senso.

Ma procediamo. Si diceva della insolita familiarità che si sviluppa in una convivenza forzata tra ex estranei fino a due mesi or sono. Così è. E così è stato per tutta la durata del soggiorno, compresi Santi, morti, ponti et similia. Diciamo pure che le giornate trascorrevano infarcendo il tempo di attesa tra una libagione e l’altra con passeggiate nei suggestivi dintorni in cerca di specialità alimentari quali, per dire, il cacio di Pienza o il Nobile a Montepulciano.

E’ dunque probabile che, almeno per il gruppo qui preso in esame, sarebbe impossibile socializzare diversamente: impossibile dunque creare amicizie in presenza di partecipanti a dieta o astemi. Che infatti non mi sono mai capitati. Quindi, per restare nelle citazioni di vendittiana memoria, da “Amici mai” ad “Astemi mai”.

L’altra riflessione che sviluppavo giustappunto stamane rientrandomene nei romani confini era che ieri sera, rientrando invece in quelli fiorentini del professor Pi una volta salutatici con gli altri, si mettevano in tavola gli “avanzi” di tutti i gastronomici doni innaffiando il tutto con un vino che non avevo mai sentito nominare né mai provato e del quale mi sono invece innamorata a prima sorsata: il Carema, (portato da Flavio ivi richiestogli da Pi). Cioè quindi sostanzialmente lo stesso effetto dei miei compagni di viaggio. Per non dire del Professor Pi. E anche qui evidentemente vale il principio -che Pi illustrò a proposito del fantomatico “uomo giusto”- e cioè che le cose giuste e fulminanti non si inseguono: si incontrano.

Segue ricetta della Ribollita così come -mi pare- la fa anche il professor Pi

RIBOLLITA

cavolo nero
cavolo verza
1 porro
1 cipolla
2 patate
2 carote
2 zucchine
2 gambi di sedano
300 g. di fagioli cannellini
2 pomodori pelati
olio extra vergine di oliva
sale e pepe
250 g. di pane casalingo raffermo

Mettere a bagno i fagioli per circa 8 ore, lessateli in due litri di acqua. In altra pentola fate rosolare la cipolla tagliata a fettine nell’olio di oliva, poi aggiungendo i pomodori (freschi a pezzetti o anche pelati per risparmiare tempo). Poi sedano e carote a pezzetti, una volta passiti le patate a pezzetti poi cavolo verza e per finire il cavolo nero a pezzetti privato della costola. Per insaporirlo meglio si può fare un ciuffetto di rosmarino (o  timo e rosmarino) legato, da levare a fine cottura prima di mettere il pane. Aggiungete via via tutte le altre verdure tagliate grossolanamente e fatele appassire piano piano per circa 10 minuti, aggiungete quindi l’acqua di cottura dei fagioli nonché la metà dei fagioli. L’altra metà li aggiungerete dopo averli passati al setaccio. Regolate di sale e pepe e fate cuocere a fuoco basso per circa due ore. Aggiungete il pane tagliato a fettine, mescolate bene e fate bollire per altri dieci minuti. Lasciate riposare e servite in piatti di coccio con un filo d’olio extra vergine possibilmente “nòvo”.

La grande amarezza

giovedì, maggio 23rd, 2013

Più di dieci editoriali o delle analisi sociologiche un tanto al chilo è questa foto di Stefano Peppucci che credo esprima meglio come sia ridotta oggi Roma:

una distesa di bellezza colpita al cuore. All’inizio guardavo la foto e non vedevo altro che l’antica perfezione di quel lastricato. Che questa città è la maestà der Colosseo ma soprattutto quella der sampietrino. Quel lastricato inviso ai tacchi ma amato dal cuore. Solo dopo ho visto quella siringa nell’interstizio. Neanche sbattuta in faccia: adagiata. Lì. Tra un buco e l’altro. In tutti i sensi.

Che Roma Capoccia non è bella solo “quann’è sera,  quanno la luna se specchia dentro ar fontanone” e  “quann’è er tramonto”. E’ bella sempre. Ma oggi Roma è soprattutto ferita. Nella sua dignità. Che è anche la nostra, di noi che ci abitiamo e di noi che le vogliamo bene anche se abitiamo da altre parti. Di noi che passiamo davanti ar Colosseo e ci viene un po’ di fare l’inchino. Ma ora, ovunque passiamo, ci viene soprattutto da piangere. E non abbiamo idea di cosa fare per farla tornare a ridere. Ma una cosa è certa: nun te lasso mai. Soprattutto in mano a questi che t’hanno ridotta così.

Caro pino romano, Roma scapoccia

lunedì, febbraio 6th, 2012

Oggi siamo qui. Con questa:

Caro pino romano, minuscolo sia pino che romano,
vengo a te con questa mia per scusarmi anche a nome delle querce e del sindaco. Dopo secoli di onorata carriera botanica e musicale, alla fine è arrivata la resa dei conti pure per te. Non so se già sai, ma intanto l’abbiamo saputo noi, che questo casino della neve a Roma è pure colpa tua. Che non ci sei abituato e non hai retto. Peccato. Perché mentre ancora resta insoluto l’interrogativo di ”come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati” intanto avevamo accertato che “i pini di Roma la vita non li spezza”. E invece la neve si. Vi piega, vi spezza, vi fa cadere sulle macchine, vi mette di traverso e poi i poveri sindaci sono costretti a prendere le pale, mettersi il pile e farsi il giro di tutte le televisioni. Peccato, davvero. (continua qua)