Posts Tagged ‘Andrea Riscassi’

Se Anna

venerdì, ottobre 5th, 2012

Se il regime russo avesse impiegato un decimo delle forze utilizzate per punire il concerto blasfemo (ma soprattutto anti-putiniano) delle Pussy Riot, oggi gli assassini e i mandanti dell’omicidio di Anna Politkovskaja sarebbero a cucire guanti in qualche sperduta colonia penale della Siberia.

Se Anna non fosse stata Anna Politkovskaja, cronista implacabile, animata solo dalla volontà di vedere, capire e raccontare, noi non saremmo qui a piangere la sua morte, non perderemmo tempo a ricordarla mentre gli alberi del cimitero Troekurovskij stanno facendo cadere, come da sei anni a questa parte, le ultime foglie sulla sua tomba. Andrea Riscassi ci aiuta a non dimenticare. Oggi qui. Poi qua.

E Nomfup non ci aiuta per niente a non volergli bene più del solito. Oggi qua.

Anna Politovskaja, donna non rieducabile.

Quel gran genio del nostro amico

lunedì, ottobre 10th, 2011

Signori della Corte, l’ha detto pure Andrea Riscassi.

Però sono certa che, pure se sto Nomfup ancora non si capisce bene come se chiama, la foto che consegna alla storia, per i frequentatori di sti cuorinfranti, è questa:

Man Woman by Nomfup

 
Filì, per le royalties mandami l’Iban. Per la Royal corona inglese di danni ne hai fatti già abbastanza e quindi mobbasta.

P.S.
Filippo. Si chiama Filippo

Collezione da Tiffany

venerdì, dicembre 17th, 2010

Quante volte, figliola?
Quante volte l’hai visto, Colazione?
Quante tirate su di naso hai collezionato, a Colazione?
Quante lacrime?
Quanti videostruggimenti?
Quanto ci hai sognato, davanti a quella vetrina?
Quante volte abbiamo tenuto in mano quel cartoccio e quel bicchiere?
Quante volte hai sognato di entrarci, in quel film?
Quanto ci hai messo, sbarcata a Niuiorc, per dire al tassista “Fifth Avenue at 57th Street”?

Grazie a Black Edwards. Per tutti questi anni di pioggia. E di lacrime.

E grazie ad Andrea per questa “perla”: perché, come spiegò ai suoi studenti del corso di giornalismo, quando c’è un buon montaggio non servono troppe parole per raccontare una buona storia.