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Gerda Taro, la metà dimenticata di Capa

giovedì, aprile 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/20

Gerda Taro. Alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare ma la alzi prima di andare su Google. Gerda Taro, reporter di guerra morta a 27 anni schiacciata da un carro armato durante la guerra civile spagnola. Ancora nulla? Neanche io. Allora Robert Capa: meglio? E dunque Gerda Taro, l’altra metà di Robert Capa. Che non era Robert Capa ma Andrè o Endre Friedmann, l’uomo che riuscì a fotografare la guerra facendocene sentire, oltre che vedere, l’orrore. E Robert Capa, attenzione, non è mai esistito: è il personaggio che entrambi, lei e Andrè, inventano per sbarcare il lunario, una sorta di Sveva Casati Modignani della reflex, invenzione che funziona perché grazie a questo inesistente fotografo americano ricco, famoso e momentaneamente europeo,  moltiplicheranno ordini e commesse.

Ma neanche Gerda Taro è Gerda Taro. Gerta Pohorylle, nata da una famiglia di ebrei polacchi nel 1910, bella, ribelle, appassionata. Nel 1933 già l’arrestano, sospettata di distribuire volantini antinazisti. Quando incontra Andrè, nel 1934 a Parigi, lui è scappato dall’Ungheria ed è un bravissimo quanto sconosciutissimo fotografo, il colpo di flash e di fulmine è inevitabile: lui le insegna tutto quello che sa, lei diventa fotografa di prima grandezza, entrambi con Robert Capa decollano. Il marchio Capa lo usano all’inizio tutti e due poi solo lui. Si amano. Moltissimo. Ma lei di sposare lui non vuol proprio sentir parlare, vuole “rimanere un essere libero”, Gerda vuole essere “la sua compagna, pari in ogni campo, compreso l’amore: non sua moglie”.

Gerda e Capa

Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola, ci vanno entrambi, nel 1937 sono ancora lì quando Andrè rientra a Parigi, lei resta a Madrid ed è proprio allora che realizza il suo reportage più importante, sulla battaglia di Brunete.

Il generale non era affatto contento della visita di Gerda Taro, ordinò loro di sparire immediatamente. Di lì a poco sarebbe scoppiato l’inferno. L’obiezione di Gerda che quella fosse l’ultima occasione per fare delle fotografie prima della sua partenza non interessò minimamente il comandante. Ripeté brusco e conciso che Ted e Gerda dovevano tornare indietro immediatamente, che lui non poteva assumersi alcuna responsabilità. Lei decise di ignorare l’ordine e convinse il suo accompagnatore a sgattaiolare in un ricovero”.

Il culmine della sua bravura ma anche della sua vita, che perde di lì a poco: “dopo ore passate in un buco a fotografare aveva terminato i rullini, così aveva trovato un passaggio per rientrare a Madrid viaggiando aggrappata al predellino di un’auto colma di feriti”. E’ a quel punto che gli aerei tedeschi attaccano il convoglio: Gerda con le sue macchine fotografiche finisce sotto ai cingoli di un carrarmato amico. Letteralmente spezzata in due continua a chiedere solo “Avete messo al sicuro le mie macchine? Sono nuove”. Resta qualche ora tra la vita e la morte. Se ne va all’alba del 26 luglio 1937. Ha solo 27 anni.

Gerda Taro, donna libera, fotografa rivoluzionaria, la prima a morire mentre lavora, su un campo di guerra. Morta e dimenticata troppo presto.

Gerda Taro(Gerda Taro mi è arrivata da Raffaello Conti)