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Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo

giovedì, maggio 21st, 2015

Dopo aver avversato per decenni l’istituto della “festa a sorpresa” -non essendomi comunque mai sottratta al richiamo a parteciparvi compresa la mia- stavo per aggiungere un nuovo capitolo alla serie ieri sera quando però la festeggiata, sgamando le mosse, ha infine impugnato la situazione facendoci partecipare alla festa all’insaputa: partecipare a una festa a sorpresa alla quale partecipi mentre quella lo sa da mo’. E mi è piaciuta assai assai.

La convocazione segreta avveniva con appuntamento serale sul Lungotevere ove trovavasi fantomatico accesso a sottostante barcone ivi galleggiante sul romano corso d’acqua. Percorsa avanti e indietro la banchina una decina di volte in cerca di un pertugio che non trovavamo -diventate nel tempo svariate decine di genti che scendevano dalle strade affluenti- infine si sentiva la voce del barcarolo che come Caronte ci invitava:

-Aò, se scende deqquà

Tra i dieci motivi per i quali vale la pena vivere aggiungerei d’imperio dunque anche la visione che ci si spalancava una volta approdate -dopo ponti tibetani e corrimano- una volta atterrate sul barcone:

Quanto sei bella Roma quanno è er tramonto (foto Meri Pop)

Essendo la pischella in oggetto di genetliaco nata nel pieno degli anni (omissis), la serata si dipanava allietata da musicale gruppo che ripercorreva impietosamente per le nostre carte d’identità il meglio della produzione anni ’80, in ciò gettandoci nelle nostalgiche reti non dei barcaroli romani ma dei nostrani adolescenziali ricordi.

E un altro dei motivi che aggiungerei alla precedente top ten risiede nel fatto che la mia amica Bea, a me contigua di cena e di scatenamento in pista, dopo aver ceduto al richiamo di Cindy Lauper e di Michael Jackson infine, tornata a sedersi, sospirava

-Vabbè mo’ ce manca solo I will survive e poi abbiamo fatto bingo

E, manco a dirlo,  come Russel Crowe al-mio-segnale-scatenate-l’inferno,  partiva l’inconfondibile arpeggio pianistico gloriagaynoriano.

Non so dirvi perché e prima o poi qualcuno dovrebbe dedicarsi invece a scoprirlo con un fondamentale studio dal titolo “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste rialzarsi già all’innesco della prima strofa e direttamente dimenarsi al termine, facendo diventare quell’

And so your back davvero il segnale russelcrowiano. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è stato così che, guardando in pista alcune e alcuni di quelli dei quali in quota Meripo’ conosco il sentimental curriculum, mi è sembrato che fosse giunta l’ora per irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

I will survivor - Glee cast

(E grazie, gloriagaynorianamente grazie, a tutti quelli del ieriseral barcone)

M’illumino d’intenso

venerdì, marzo 27th, 2015

Prima che Papa Francesco la aprisse ai clochard, Grace una settimana fa la aprì anche a me.

In una convocazione dell’ultimo minuto (-Mi piovve un biglietto in più per i Vespri di stasera nella Cappella Sistina, prendi un taxi e vola) mi fece precipitare alla Porta di Bronzo (che dopo una settimana in cui di norma prevalgono le facce, anche appressarsi al portone -di bronzo- è un salto di qualità imperdibile). Non prima di esserci scolate un Crodino e una Coca light dissertando del mondo emerso.

Dunque, radunate anche Mercie e Clà, ci appressavamo oltre le colonne di San Pietro e ci disponevamo in una variegata coda di ordini monastici e turisti nei quali risaltavano gli occhi scintillanti di Grace e la bella sciarpa viola quaresimale mia regalata da Shylock.

Nella Cappella Sistina ci ero stata non molto tempo fa, accompagnando degli amici piovuti dal cielo, nel senso arrivati in aereo da lontano, e pensavo di essermi emozionata già abbastanza allora, rivedendola per la prima volta dopo il restauro. E ho ostentato una certa qual familiarità con lo spettacolare luogo di fronte alle mie compartecipanti.

Ma quando ci siamo assise sulle poltroncine, si sono abbassate un po’ le luci e la Schola cantorum ha iniziato a cantare i Vespri e beh ecco io io ecco ehm. Mi son mancate le parole e financo i pensieri. Un po’ atmosfera Il nome della rosa, un po’ Piero Angela un po’, anche se sei quell’incallito miscredente, il dubbio -verso la fine anche un barlume di certezza- ti assale.

Che davvero lì dentro senti -e in quel caso ascolti- cosa sia il divino.

Come ciò non bastasse, quasi tutti oscillando a testa in su verso la Creazione di Adamo e verso l’appollaiamento a metà della schola cantorum e verso il basso dall’istoriato pavimento nonché l’organista, a un certo punto Grace, che mi era incantatamente seduta accanto, mi ha preso per un po’ la mano. Non vorrei sdilinquirmi troppo perché sennò quella mi riempie di mazzate. Però, però io a quel punto mi sono sentita davvero come Adamo:

Dubitando che quel tocco potesse essere -e già era tantissimo- solo quello della mia amica (ok, Grace, mobbasta).

Insomma tutto questo per dirvi che era stata Mercie a rimediare questi foglietti verdi di invito ai Vespri nella Sistina (ci vorrebbe un instant book per spiegarvi come li avesse avuti però vi dico che Mercie è argentina, capisciammè). E che certamente, per la teoria dei sei gradi di separazione, quel foglietto verde esiste per tutti. Cercate di scalare i gradi. Scalate i gradi e regalatevi un momento così. Anche, e soprattutto, se non ci credete. Credetemi. Fatevi raggiungere da quel tocco. Anche, e soprattutto, se finora il massimo del tocco che ci è capitato in sorte è stato quello di E.T.

Se tu sei, ancora, con me

giovedì, novembre 20th, 2014

Auguri Paolè. Ovunque tu sia

“Se tu sei con me”. Bach. Ma Bach lei, Anna Magdalena.

Da Trieste in giù

mercoledì, ottobre 15th, 2014

In linea di massima le aree geografiche delle quali preoccuparmi in caso di avverse condizioni meteo, per la cerchia stretta di famiglia, fino a cinque anni fa erano geolocalizzabili fra l’agro romano, la Tuscia e il Sannio con episodiche incursioni nel Granducato di Toscana.

Giusto oggi, per la prima volta, mi sono resa conto che all’allerta del Friuli Venezia Giulia e nei giorni scorsi a quella di Genova e Liguria, ero balzata sulla sedia per andare a verificare, al di là del dovere di cronaca e della partecipazione umana, le effettive aree di emergenza, di criticità o di rischio confinanti con le mie nuove case.

Un balzo sulla sedia che ormai si estende per tutto lo Stivale. Perché, per dire, e non vorrei proprio fare nomi specifici per includere tutti, per laprima volta mi sono resa conto di aver acquisito case dalla Bisiacaria a Scilla e Cariddi (dove, e disciamolo, stanno Franca su e Maria e Luisa giù) passando da Trieste, Vale, a Napoli (lunghissimo, troppe) e risalendo e riscendendo ovunque, tarallucci pugliesi compresi.

Tipo ieri in ufficio un collega ha letto un’agenzia dicendo “aò, è cascato un pezzetto del portico di San Luca a Bologna” e mentre tutti continuavano a leggere io balzavo dalla sediola senza fiato urlando

-Ma comeeee quandooo? Come se il manufatto mi fosse appena crollato sulla cabeza

E’ perché lì c’è Marco. Questo ovviamente i miei colleghi non lo sanno per cui ormai, delicatamente, attribuiscono questi stati ansiogeni alla premenopausa. L’occasione mi è quindi gradita per fargli sapere che invece è perché ci sono dei pezzi di casa e di famiglia 2.0 -che poi son diventati in tanti casi 1-1-, sparsi da Trieste in giù.

Marescià, giusto per chiarire, ste case che ci ho sparse ovunque sono comunque le loro quindi siccome oggi scade la Tasi non si faccia strane idee. Tutto ciò premesso si tratta di una cosa impagabile. Ma gratis. Un affare. Marescià, senta a me, se metta su Facebook pure lei con nome e cognome.

Della misurazione della vita con lo spaghetto a vongole

giovedì, maggio 8th, 2014

DRIIIIINNNNNNNNN

–Meripo’ stavo pensando, siccome ho una riunione vicino casa alle 14,30 al Ministero degli Affari esteri  (Uànema, ndr), invece del solito panino mo’ passo a casa mi faccio uno “spaghetto a vongole”.

-Si Grà ma ora dove le trovi le vongole?

-Uà Meripo’ e ho telefonato a Manuela, è tuttappòst

-E chi è Manuela?

-E’ la mia fornitrice del mercato vicino casa: le ho telefonato e le ho detto “Manuè tenìss du vongole”? e lei “certo che le tengo”

La presente a conferma del fatto che, come diceva persona della mia vita precedente “La vita non si misura solo in lunghezza ma anche in profondità”

E Grace tiene ivvongole e anche la profondità

Non rinunciamoci solo perché è difficile

mercoledì, febbraio 26th, 2014

La vicenda si è svolta così. Giusto sul post prandiale, mentre dalla finestra sul cortile entrava il sole dell’abbiocco ma da quella di gmail continuano a entrare le sòle della quotidianità, riprendevo dall’archivio del Cinguettino alla voce @MrYuriOrlov questa frase:

Non rinunciamoci solo perché è difficile

Messone a parte il mio amico, collega e dirimpettaio Endriu, egli, senza staccare l’occhio dal suo ingresso di sòle, così chiosava

-Meripo’, potrebbe valere anche per l’amore, pensaci

Ancora obnubilata da un delizioso pranzetto offertomi da caro assistito supercalifragilino riuscivo ad attivare le sinapsi su un

-Non rinunciamo all’amore solo perché è difficile, intendi?

E lui, sempre occhioncollato al dirimpettante schermo sintonizzato sulla sua gmail….

-Non rinunciamo-ci nel senso l’un l’altra, solo perché è difficile

Capito, si, le piacevoli sorprese di gmail?

Così vicini, così lontani

martedì, febbraio 11th, 2014

Arriva il giorno in cui anche le porte di un blog leggero e un po’ cazzaro vengono sfondate e travolte da altro. Quindi ricevo e, senza aggiungere una parola, pubblico e affido a tutti noi.

Cara Meri

da 10 anni ho una “amica di penna”. In dieci anni la mia vita ha avuto veloci trasformazioni che hanno reso complicato e difficile anche la sola corrispondenza. Entrambi ci siamo sposati e avuto figli. La sua vita matrimoniale prosegue anche in mezzo alle tempeste, la mia è naufragata da tempo.

V. è bosniaca. Vive in una città a “pochi” chilometri da Pescara o Ancora – basta attraversare l’Adriatico -, una città conosciuta da pochi e non da tutti. Così vicina e così lontana da noi.

Mostar è nota per il ponte distrutto e ricostruito, simbolo di una guerra senza senso, tra le più cruente e sanguinose degli ultimi anni.
La faccio breve altrimenti ti annoio. Io e lei, due culture diverse, due pensieri diversi. Inutile aggiungere che nella testa della maggior parte degli italiani gli slavi sono zingari e le loro donne “di facili costumi”. Dall’altra parte del mare, invece c’è una strana considerazione degli italiani, una sorta di ricchi smidollati, tanto invidiati e tanto sopravvalutati.

Nonostante la quasi indifferenza generale, in questi giorni la Bosnia è di nuovo sulle pagine di cronaca. Rivolte, assedi ai palazzi istituzionali, violenze e disordini in piazza contro la corruzione politica e, soprattutto la miseria. Oltre la metà dei bosniaci è senza lavoro, il reddito medio è di 400 euro al mese ma sono dati falsi perché tengono conto anche dei pochi ricchi che alzano i valori. Alcuni operai non raggiungono i 100 euro al mese.

V. ha due bimbi e ora sta chiusa in casa sperando che l’incubo passi. Un incubo vero reale. Lei e la madre tra il 1992-95 erano costrette come la gran parte delle donne bosniache a vivere barricate in casa con tutti i soldi e gioielli nascosti sotto la biancheria intima. Una parvenza di speranza! Quando i soldati o i rivoltosi razzolavano le case lo stupro era sicuro, la sopravvivenza dipendeva dalla quantità di soldi nelle mutande o dalla qualità degli ori.
Ora V. ha paura, molte cose si stanno ripetendo quasi con le stesse modalità.

Questo è quanto mi ha scritto ieri e che affido a te e al cuore di tutti noi:

“Per la prima volta dopo tanti anni, sento grande distanza tra noi. Io sono di Mostar, quella città che probabilmente avrai sentito ancora tra le notizie di cronaca.
Io sono di Mostar, tu no.
Sono rimasta davanti al computer per quasi 24 ore, lasciato aperto Facebook per ogni evenienza (…). Sono terrorizzata. Sono orgogliosa di essere di Mostar. Sono inquieta. Ho paura di uscire da casa. Ho passato gli ultimi giorni a leggere notizie, su internet, in Tv, sui giornali. Sto provando a chiamare i miei genitori e i miei parenti tutto il giorno per sapere se stanno bene. E ogni volta sembra infinito il tempo prima di avere una semplice risposta “hello”.
I pensieri mi ruotano in testa vorticosi. La memoria di quanto accaduto è ancora troppo nitida. E’ un marchio nella testa. E tu dove sei? Perché non capisci cosa succede? Io ho bisogno di una voce dall’altra parte del muro. Invece non ci sei, come non ci sei mai stato, come sempre.
Sì sembra che ci sia una nuova guerra in preparazione e io sono completamente paralizzata. L’unica cosa che mi rende attiva è pensare ai miei bimbi ed essere pronta a prendere il necessario per fuggire.
Io sono di Mostar.
Noi potremmo amarci per altri milioni di anni, ma noi non saremmo mai vicini, così vicini. Tu questo non lo capirai mai. Tu non sei di Mostar. Sfortunatamente”.

Andrea

Da "Venuto al mondo" con Penelope Cruz ed Emile Hirsch

Eppure s’offre ancora

domenica, gennaio 12th, 2014

In questa settimana due amici, uno grande e uno piccolino, hanno dovuto -e ancora devono- vedersela in mare aperto con una tempesta che sferza la salute. Dell’amico grande, in tutti i sensi, abbastanza si poteva seguire perché è un po’ il tributo che in questi casi tocca pagare alle persone che per qualche motivo sono personaggi “pubblici”. Del piccolino ovviamente no. Vorrei continuare a usare per entrambi il rispetto del silenzio che invece è sempre dovuto. E dire qualcosa di quello che gli è successo attorno. Che loro non sanno. Ma che probabilmente in qualche modo, spero, abbiano ugualmente sentito e continuino a percepire anche nel mare increspato.

Sia per il grande amico che per il piccolino, in contemporanea, si è messa in moto una staffetta. Una corsa. Una corsa di pensieri. Che altro non si può fare quando nel mare in tempesta ci va necessariamente un altro. Nelle retrovie però non si è stati con le mani in mano. Qualcuno le ha giunte in preghiera, qualcun altro le ha usate per scrivere, altri ancora per stringere quelle angosciate più vicine, qualcuno non è riuscito a fare nulla di tutto ciò ma ha sentito solo che ci doveva essere lo stesso. Soffrendosene in silenzio.

E’ che in questa settimana ho visto, letto e sentito soffrire, offrire e offrirsi parole, opere e missioni come non ne sentivo da tanto, tutte insieme ma ciascuno a modo suo. Tipo ho visto riapparire i “fioretti”, non quelli della scherma ma proprio quelli religiosi, cioè un sacrificio, o una penitenza che si decide di fare a un Dio o un Santo per un’intenzione particolare. Ho visto offrire preghiere anche da chi premetteva di non farlo più dal Pleistocene o da chi, pur essendo precipitato in area scomunica, ugualmente tentava di riallacciare comunicazioni con i Piani Alti. E ho visto nascere gruppi di… non mi viene la definizione, gruppi di Daje (come dite voi in Italia.. Forza). Dice ma a che servono? Ah non lo so se possano servire in qualche modo a loro (e ovviamente credo di si) ma di certo hanno creato qualcosa di nuovo intorno all’amico grande e a quello piccolo: un’area riservata di Bene.

Proprio in mezzo alle solite nefandezze, cose sprevegoli, in mezzo a quel repertorio sempre in crescita di miserie umane si sono aperti due varchi, due ZTL, zone a traffico limitato di positività, fratellanza, sorellanza, solidarietà.

Bello. Bello trovarcisi in mezzo. Ugualmente intensi per il grande e per il piccolino. Zone dove eppure il bene soffia ancora, spruzza l’acqua alle navi sulla prora e sussurra canzoni tra le foglie e bacia i fiori, li bacia e non li coglie.

Tu scendi dall’Ikea, o re del gelo

lunedì, dicembre 23rd, 2013

Stasera, quattro anni fa a quest’ora, c’era la neve su tutta la dorsale frecciarossica della tratta Milano Roma, la Capitale era avvolta dal freddo e io mi stavo morendo di fifa. Perché la mattina dopo avrei preso un aereo con gente sconosciuta, uno dei quali stava su quel treno in ritardo stasera di quella sera. E quello di quella sera di stasera aveva scritto a tutti gli sconosciuti

-Ehi ragazzi la sera prima di partire perché, con tutti quelli che partono da Roma, non mangiamo una pizza insieme così ci conosciamo?

E io prima avevo risposto

-Si certo, bella idea

Bella idea un par di palle natalizie. Perché al primo ritardo di quel treno io mandai un sms. Quello dell’emicrania. Quello che hai paura. E invece di scrivere

-Io ho una dannata e fottutissima paura di conoscere te e tutti questi chiunquesiate perché io me ne stavo qui col mio bel dolore a piangermi addosso e mo’ domani mi tocca interromperlo per un pochetto, tipo il tempo dell’imbarco aereo. E mi costringerete a uscirmene dal mio bel monolocale di separata disperata. E io invece me ne vorrei restare abbozzolata qui dentro. E voi non mi interessate neanche un po’. Ecco quindi la pizza mangiatevela da soli. Che io non ho manco fame.

scrivi solo

-Scusate ho un’emicrania ci vediamo domani

Che poi io quel gruppo me l’ero scelto al buio in mezzo a una decina del catalogo. E mi ero fissata proprio su quel nome lì. Pi. C’era scritto Cuba pure negli altri nove. Ma a quella riga c’era scritto Cuba con il Professor Pi. E m’era presa proprio brutta: continuavo a ripetermi per non si sa qual caspita di motivo che io, disperata per disperata, devo partire con questo.

E mo’ che questo si avvicinava io non me la potevo prendere con un caspita di nessuno se non con la pazzia che m’era presa in quei cinque minuti del clic.

Quindi, ragionevolmente rinsavita, almeno la pizza con questo e con quelli me la volevo risparmiare.

E poi, quattro anni fa ma domani mattina, mi sono trascinata fino a Fiumicino. Con la valigia piena di manuali di auto aiuto, fazzolettini di carta, rescue remedy e altre amenità oltre a un paio di costumi da bagno.

Il resto lo sapete, vi ho sbomballato abbastanza.

Ma c’è che poco fa ho guardato le lucine dell’Ikea fatte a tubo bianco lungo che mi aveva regalato mia sorella, quattro anni fa, dicendo

-Meripo’ così almeno non piangi al buio

e queste lucine sostanzialmente sono l’unica cosa rimasta di quella piccolissima casetta di quattro anni fa. Le lucine. Il professor Pi. E mia sorella. E l’Ikea. E Cuba. E quegli amici. E voi.

E mi è venuto da ripensare a quella sera. All’sms della fifa. E al fatto che a me sto Natale mi ha già stufata ma le lucine no. Stanno lì tutte in fila nel tubo a sembrano quasi disegnare una parola. Serendipity. Fortuito incidente. Trovare fortunosamente qualcosa mentre se ne cercava un’altra. Sti rompibballe qua, e il capo rompibballe. Perché quando ci si riappacifica con se stessi si è pronti persino per il Natale. E per accendere le lucine Ikea.

E siccome poi nel tempo c’è stata una musica che mi ha accompagnata in tutte le peregrinazioni viaggiatorie, per non farmi mancare nulla mi sono accesa pure quella. E’ Mark Knopfler. Si chiama Going Home. Perché, pure, arriva il momento in cui sei pronto anche per tornare -o restare- a casa. Ovunque sia.

Auguri, supercalifragilini. E anche a te Professor Pi. E al catalogo dei viaggi. E pure a quello delle lucine dell’Ikea.

La coperta è gelata e l’estate è finita

martedì, novembre 26th, 2013

Buonanotte a quelle che chiudiamo la porta prima di cena e la serata finisce lì.

Buonanotte a quelle che poi invece la devono riaprire dopo due ore -la porta- per andare a buttare la munnizza. E sognano di trovare presto un fidanzato. Per farla buttare a lui quando fa -1.

Buonanotte a quelle capaci di stare a casa da sole.

Buonanotte a quelle che sanno restare a casa da sole anche quando dopocena arriva il messaggino del cretino che da solo si annoja. E non cerca te: cerca compagnia. Buonanotte a voi che manco je rispondete.

Buonanotte a quelle che “tra il telefono e il cielo” hanno capito che spesso c’è solo una sòla.

Buonanotte a quelle che “tra le stelle e la stanza” c’è sempre quello che non è che non sa stare senza di voi: non sa stare da solo.

Buonanotte a quelle che la tristezza passerà domattina. Ma intanto si risparmiano quella aggiuntiva di stasera.

Buonanotte a quelle che sanno restare a casa da sole ma poi ci si scoppia la borsa dell’acqua calda elettrica. Che la coperta è gelata e l’estate è finita. Da un pezzo. E arriva l’inverno. Ma hanno smesso di lamentarsene e si stanno attrezzando per affrontarlo. Più o meno.

Buonanotte a quelle che avevano chiuso la porta prima di cena ma il frigo era vuoto e il supermercato è vicino “e vicino non è ancora abbastanza”. Dunque buonanotte a quelle che fanno la spesa alle sette di sera un’ora prima che chiuda il super, quelle della spesa delle sìngol, le spese senza carrello solocolcestino. Poi tornano e sediovuole arichiudono la porta.

Buonanotte a quelle che per sognare non devo averti necessariamente vicino. E alla fine, sai com’è, ho imparato a sognare da sola.