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Il modo peggiore per dirsi addio? Non dirsi niente

venerdì, agosto 3rd, 2012

Cara Meri,
un anno. Un anno pieno di un sacco di cose. Anche di due case diverse nelle quali vivevamo insieme un po’ da me un po’ da te e anche un po’ ciascun per se’ che non fa mai male.
Poi una mattina dice “ci sentiamo dopo”. L’hai più sentito, tu? Dovevamo vederci la sera, ha annullato. “Ci risentiamo”. L’ho cercato e non ha risposto. Inutile proseguire, hai capito, no?
Insomma sparito. Smaterializzato. Da allora sono passati tre mesi. Di silenzio. E smaterializzazione. E ho scoperto che le parole più dolorose sono quelle che non si dicono. Perché un “non ti amo più, ho un’altra, ho un altro, sono sposato”, nulla, nulla mi avrebbe ferita tanto come il silenzio.
Meri, ora che si fa?
Tua
Renata

Cara Renata,
e dunque manco la scoperta della particella di Dio che dà corpo a tutto il creato è riuscita a risolvere, invece, il problema della smaterializzazione improvvisa degli amanti. Nonostante i continui progressi sul bosone resta intatto il mistero sul fifone, il  pusillanime di turno che, nell’impossibilità di articolare tre parole consecutive “scusami è finita” preferisce dire addio nel modo peggiore: non dicendo niente.
Sono certa che la sindrome colga anche nostre gentili colleghe fimmine anche se personalmente non conosco casi di smaterializzazioni fimmine ma non mettiamo limiti alla Provvidenza.
Il presente appello vale dunque per tutti: qualsiasi cosa abbiate da dire, ditela. Si fa un po’ di casino lì per lì ma poi passa. Giuro: passa tutto, anche l’impensabile. Anche se dovete dire che ne avete altre due dalle quali avete avuto due gemelli cadauna, anche se -per dire- dovete confessare che volete votarvi solo alla politica iscrivendovi a un partito di centrosinistra, anche se dovete dire che vi piaceva il nome “Polo della speranza”.

Ditelo. Fatevi questo regalo: uscitene da statisti. Tre paroline ed entrerete nella Hall of Fame di quelli che un giorno andremo a ripescare nello specchietto retrovisore della nostalgia. Perchè, credeteci, arriva il giorno in cui si sente che un po’ ci mancano persino il puttaniere e il bugiardo. Ma l’ameba e il codardo no.
Meri

Il Popolo dell’ameba

martedì, febbraio 21st, 2012

Quindi oggi è la parola del giorno. L’invidia. Anche “ti denuncio”, se è per questo. Insomma il rilancio del Pdl dovrebbe iniziare da “Gente che non prova invidia”. E da una causa.

Ora però l’elenco delle virtù del novello pidiellino sarebbe questo: «Gente che ama la luce, che non prova invidia e odiare non sa. Gente che non ha rancore e ha come valore la sua libertà. Gente che non si arrende e non si arrenderà, che lotta sempre per la verità. È questo il popolo della libertà!””.

Sorvolando sul problema della paura del buio (che di norma si supera vero i 6-7 anni) e sull’evidente assenza di Sandro Bondi dal brainstorming che ha partorito l’ode, ditemi voi se può mai esistere o vi accompagnereste a uno che sta sempre nello stato emotivo “ebete”, senza provare mai passioni sia pur incazzose. Ma, nel caso, vi informo che quand’anche si andasse fieri di non aver mai provato un tubo, questa non sarebbe la prova provata di un’appartenenza al Popolo della libertà ma a quello delle amebe.