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Cosa ci salva

lunedì, gennaio 12th, 2015

Due cose ci salvano nella vita: amare e ridere. Se ne avete una va bene. Se le avete tutte e due siete invincibili.

Tarun Tejpal

Tre donne intorno al cor

giovedì, aprile 24th, 2014

C’è Maria, che faceva la parrucchiera in un bel salone very cool e sempre very pieno. E tagliava, creva, spuntava, tingeva, arricciava, lisciava e shatushava. Poi un giorno la lavata di testa gliel’ha fatta un clic da qualche parte nella sua, di capoccetta. E si è vista scorrere velocemente il tempo, invecchiare e ritrovarsi a non aver avuto mai lo spazio per sé. Così ha mollato il certo per l’incerto. E ora è la montagna che va da Maometto: è lei che, da free lance, va dalle sue clienti a casa.

-Guadagno meno soldi, Meripo’ ma ho guadagnato una cosa incalcolabile: del tempo per me
mi ha detto quando l’ho rincontrata, più bella che mai, con la sua borsa piena di spazzole.

C’è Dona, che lavorava tranquilla e sicura in un bell’ufficio pieno di rassicuranti e grigi faldoni. Ma nella testa aveva un’altra cosa: ricamare, tagliare, cucire, creare. Si è guardata intorno e ha deciso che a quella vita a tinta unita voleva dare una sterzata di colore. Un giorno si è alzata dalla sua grigia sediola,  è andata dal suo principedigalles capoufficio e ha chiesto il part time. Poche settimane fa l’ha ottenuto. E io, che non la conosco di persona ma la sbircio sul socialcoso, ho visto la sua bacheca iniziare a riempirsi di foto  a cotone, lino, taffetà a righe, a pois, a fiori, a strisce, a punto croce e punto catenella. E ogni volta che ne appare una sto là come fossi fuori da una sala parto ad aspettare il nipotino nuovo. E quando mi manca la vena di fare delle cose vado a sbirciare le sue tovagliette, orecchini e cuciti. E sbircio pure il suo coraggio.

C’è Aurora, che  se ne stava in una redazione di quotidiano a, tutto sommato, veder passar carte più che notizie. Ma lei, fin lì, aveva fatto di tutto per arrivarci non certo per quello. Dice ma guarda che ormai funziona tutto così. No. Un giorno mi ha mandato un messaggio in cui annunciava che, sostanzialmente, gnaafacevapiù. E’ stato così che si è aperta una redazione in casa passando da dipendente a libera, si, ma anche da “certo” a Incertissimo me. Ha iniziato a postare qualche foto di quell’angolo di Rischio che, tra il tinello e il balconcino, già ha ricevuto i primi nuovi ingaggi, bella la mia Woodward&Bernstein.

Tre donne. Intorno al cor, avrebbe detto il Poeta. Tre donne che, proprio in una delle crisi economiche più buie e lunghe, hanno deciso di investire su se stesse e di lasciare l’argine tranquillo delle poche sicurezze per mettersi nel fiume del rischio. Tre donne che hanno deciso di ricominciare. Di ricominciare da sè. Che anche questo è il tempo che ruota attorno alla Pasqua: il tempo della ripartenza e del cambiamento. In sostanza, guardandole, mi è venuto in mente un aforisma di tal Georg Lichtenberg, che non so chicaspitasia:

“Non so dire se la situazione sarà migliore quando cambierà; posso dire però che deve cambiare se si vuole che diventi migliore.

Auguri di buon cambiamento a tutti. Che la festa, da questo punto di vista, inizia quando per tutti gli immobili sta finendo, cioè ora, ogni giorno.

Foto Chicche di Do

Ma basta, fra noi, una parola

mercoledì, aprile 16th, 2014

Oggi sul socialcoso del cinguettìo c’è un giochino che, con la parola d’ordine lì denominata hashtag, #ScrittriciAmate -promosso dal benemerito @CasaLettori- ha invitato l’utenza tutta a indicare nei 140 caratteri una scrittrice. Amata. Nome e qualcosa.

A lungo tormentata nella moltitudine alla fine ho chiuso gli occhi e la prima che mi è venuta in mente -e da lì non s’è più spostata- è stata Natalia Ginzburg. L’ho scoperta da grande, chiariamolo subito, da parecchio grande. Alcuni anni fa. E incontrandola con “Lessico famigliare” poi ho cercato di recuperarli tutti.

Senza farla troppo lunga dirò che una frase, di quel lessico, mi ha accompagnata da quell’incontro:

“ma basta, fra noi, una parola”

(vi metto tutta la frase, dai:
“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico“, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole”. Natalia Ginzburg, Lessico famigliare).

Per dire che, anche a non vedersi, mai anche a rincontrarsi dopo tanto per strada, anche a stare bendati in un luogo senza vedersi… “ma basta, fra noi, una parola” per ritrovarci.

Lei parlava della sua famiglia. Io l’ho sempre legata al senso dell’amore profondo in generale: se dovessi, anche oggi, definire cosa sia amare qualcuno, anche a dispetto delle incazzature che ci provoca e che gli provochiamo, delle differenze, delle distanze, io direi che amore è quella cosa in cui basta fra noi una parola per ritrovarci. Ognuno ha la sua e ciascuno, con ciò che a un certo punto inizia a sentire come “parte di sé”, sviluppa prima che un sentimento un linguaggio. Che lega. E fa riconoscere.

Ma basta fra noi una parola. Anche solo una. Quella. La nostra.

E quindi per me, al contrario, il segno che l’amore finisce non è quando finisce il sentimento: ma quando finiscono le parole. Quando le “nostre” smettono di appartenere a noi due. E mestamente se ne ritornano allo Zanichelli.