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Ada Lovelace, Nostra Signora dell’algoritmo incantatrice di numeri

martedì, marzo 14th, 2017

Storie calme di donne inquiete/7

Ogni volta che accendiamo un computer è a lei che dovremmo pensare: ad Augusta Ada King, contessa di Lovelace, nata a Londra il 10 dicembre del 1815, figlia di Lord Byron, donnaiolo e spendaccione col quale trascorrerà solo un mese dopodiché lui mollata Anne Isabella baronessa di Wentworth,madre di Ada,  tornerà a dileguarsi in giro per il mondo.

Non proprio un inizio folgorante. Senonché Lady Wentworth, la mamma, inizia a spingerla non solo verso le materie da donne ma pure verso quelle da uomini: la matematica e i suoi derivati. A 8 anni compulsa uno studio sulle abitudini della sua gatta, a 10 si mise in testa di volare e ne compulsò un altro sull’equilibrio perfetto tra dimensioni delle ali e il peso corporeo, un libro id appunti e disegni che chiamò Volologia. Non l’aiuta la società e non l’aiuta manco la salute: nel 1829 passò diversi mesi ferma a letto a causa del morbillo e solo dopo due anni tornò a camminare, aiutandosi con le stampelle Non si ferma davanti a niente e non fa niente di ciò che una futura signora borghese inglese dell’800 avrebbe dovuto fare.

Ada non decollò in aria ma spiccò il volo quando, a 17 anni a una festa, conobbe un vecchio matematico burbero tal Charles Babbage. E lui, invece di invitarla a vedere la sua collezione di farfalle, la invitò a vedere la sua idea di “Macchina Analitica”, risolutrice di funzioni polinomiali cioè l’antenatissimo del computer.

Possiamo affermare in maniera del tutto appropriata che la Macchina Analitica del signor Babbage tesse motivi algebrici, proprio come il telaio Jacquard tesse fiori e foglie“, scrive.

E’ lei ad alzare il tiro: e se sta macchina riuscisse a fare calcoli ancora più complessi? E se suonasse anche la musica? E se mostrasse pure le lettere oltre ai numeri? Scrive, scrive scrive di tutto, compreso un algoritmo per il calcolo dei numeri di Bernoulli, algoritmo che viene oggi riconosciuto come il primo programma informatico della storia. Altro che quello di Zuckercoso.

Insomma Ada si stava facendo un mazzo tanto per spianare la strada ad Alan Turing e Bill Gates. Meriti che non le verranno mai riconosciuti e nei suoi scritti metterà nero su bianco questo procedere a botte di frustrazione, dispiaceri, umiliazioni quotidiani. Bisogna aspettare il 1979, ripeto 1979, perché il Ministero della Difesa degli Stati Uniti onori la sua memoria e il suo lavoro chiamando ADA un linguaggio di programmazione.

Ada Lovelace, la donna che immaginò il computer. E immaginò che su puoi immaginarlo puoi farlo.

E buon Pi greco day a tutti.

Ada Lovelace

Non pensare all’orso

martedì, gennaio 6th, 2015

Si intitola “The imitation  game” e racconta la storia di Alan Turing, matematico inglese che con altri analisti riuscì a decrittare i codici segreti dei nazisti durante la Seconda Guerra mondiale. Ma non è quello nazista l’unico enigma che ci si trova ad affrontare una volta planati sulla poltrona del cinema. Turing è una personalità che oggi definiremmo borderline e a un certo punto, descrivendo la difficoltà di rapporto che ha con gli altri, dice che anche il linguaggio fra le persone è un problema di codici e, al contrario del rompicapo nazista, i linguaggi degli uomini lui non è in grado di decifrarli. Turing, in sostanza, è il babbo del computer. E quando gli chiederanno, ad inizio avventura

-Ma perché affronti questa sfida impossibile?

lui risponderà

-Perché a me piace risolvere problemi

Non per vincere la guerra, non per la gloria, non per la fama ma per un irrefrenabile desiderio di affrontare, capire, risolvere.

Ed è a un certo punto che si narra una storiella: ci sono due uomini in un bosco e a un tratto si imbattono in un enorme orso. Il primo comincia a tremare e pregare, il secondo inzia ad allacciarsi gli stivali. Il primo gli dice
“Guarda che non ce la farai mai a correre più dell’orso..”.
“Lo so -risponde l’altro- ma sarà sufficiente che riesca a correre più di te”.

Al netto del cinismo mi è venuto in mente che questo potrebbe essere un buon metodo per affrontare problemi più grossi di noi. Che dice la storiella? Che se devi battere l’orso non devi pensare all’orso. Ma a te. O meglio alle tue risorse.

Perché è questo che alla fine fa Turing: mette in campo la matematica per sconfiggere il nemico. E, in qualche modo, vincerà anche la guerra.

P.S.
La frase-guida:
Sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.