Posts Tagged ‘Africa’

Donne senza mutande

mercoledì, settembre 29th, 2010

Se avete sobbalzato al titolo vi capisco. L’ho fatto anche io: quando sono andata a controllare le chiavi di accesso a questo blog sentimentale su tacco 12. E dunque che parola compulsano i visitatori occasionali? Dopo i classici riconducibili a Mary Poppins, il catalogo – in ordine di preferenze – è questo:

donne senza mutande
hai incontrato Ligabue
ricostruire un amore
fidanzamento non consumato
sex
amore spiegato
come bucare ruote camion
marina bsex foto
è sincero il dolore di chi piange in segreto
ti prende in africa
ultime grida dalla savana

Bene, immagino che le smutandate siano giustificabili con questo che a tuttoggi risulta infatti uno dei post più cliccati. Palpati, per meglio dire. Particolarmente graditi anche le ruote bucate del camion e le grida dalla savana – grazie Professor Pi per il devastante viaggio africano senza il quale avremmo perso metà dei lettori- mentre anche Ligabue offre un discreto contributo travasando fan e qui lo sapete tutti grazie a chi.
Sto ancora cercando di individuare, invece, la “marina bsex foto”: se la trovate fatemi un fischio grazie.

E’ del tutto evidente, vista la mole di compulsamento su Google, che da ora in poi prenderò in seria considerazione l’ipotesi di iniziare qualsiasi post con “donne senza mutande”.

E comunque benvenuti pure su questo, cercatori di donne senza mutande, donne senza mutande, donne senza mutande, donne senza mutande.

P.S.
Per la parte musicale, in linea con il trend del “senza”, opterei invece per un altro grande classico.

Going home – Diario africano/Fine

mercoledì, settembre 8th, 2010

19-22 agosto – Zambia e Zimbabwe: Victoria Falls           

Per la serie “nella vita niente è gratis” ci è gradito comunicare che non solo è una verità sacrosanta ma che per le cose migliori spesso tocca pagare interessi da strozzinaggio.           

Uno dei conti più salati ce lo ha presentato quel chilometro e mezzo di lunghezza per 128 metri di altezza, che porta 1 milione di litri d’acqua al secondo, che segna il confine tra Zambia e Zimbabwe, che è patrimonio dell’umanità, che c’è un motivo e cavolo se c’è se è una delle 7 meraviglie del mondo, che si chiama Victoria Falls.           

Delle 14 ore di dolon dolon impiegate per arrivarci, del primo esplosivo mal di schiena della mia vita, dell’infinito scorrere di una strada, della stanchezza che non ti fa chiudere più manco gli occhi, dei chili di polvere che ti avvolgono dai capelli ai polmoni, della capacità di sopportazione esplosa come le 5 ruote e la mia schiena, è magicamente e improvvisamente scomparso tutto quando, dopo due giorni di marcia di avvicinamento, di fronte ai nostri occhi è finalmente esploso pure questo:       

Victoria Dart Fener Falls - Foto professor Pi

   e questo:          

Over the rainbow – Foto Meri Pop

  e ancora questo:          

Over the double rainbow - Foto Meri Pop

 e infine questo:          

Witouth words - Foto Meri Pop

 E io non riesco: non riesco ancora oggi, dopo tanto che sono tornata, a disincagliarli dal cuore e farli scendere sulla tastiera. E pure allora stavo lì, impalata. E non me ne sarei voluta andare via mai.
Così ho deciso di restarci.
Perché mentre me ne stavo come un baccalà, pure ammollato per l’acqua che ti arriva a secchiate o vaporizzata a pioggerella da ogni dove, ho sentito che -dopo 23 giorni, 6.000 km., 6 frontiere attraversate, 5 ruote esplose, 4 vetri incrinati, 3 barre laterali perse e 1 penna lasciata al sicuro nella savana- io ce l’avevo fatta.           

Ero arrivata.   

Ero nell’unico posto in cui avrei voluto essere.   

Ero a casa: ero in Africa.        

Verso Livingstone, I presume – Diario/6

martedì, settembre 7th, 2010

16 agosto – Dal Luangwa National Park a Livingstone 

Il giorno non ancora albeggiava quando i nostri eroi venivano prelevati dal ranger Martin su una gippetta da 20 per essere scarrozzati in due diversi game drive, all’alba e al tramonto, in quel del Luangwa National Park, Zambia, Africa: un concentrato di bellezza e suggestione (e mica solo crick e distintivo, eh), in un’alternanza di baobab, laghi, pozze, radure, spianate, fiori e colori nei quali scorazza ogni genere di branco di bestiole. Uno spettacolo mozzafiato accoglieva il gruppetto nella puntata pomeridian-serale al tramonto, rosseggiando e violeggiando qua e là sull’infinito.   

Tramonto sul Luangwa - Foto Professor Pi

Rosseggiando ovunque, però, tranne che sui felini. Dei quali non si intravedeva neanche l’ombra. Manco una sagoma. Una controfigura. Manco illuminando a giorno il circondario, calate le tenebre, con un occhio di bue.  Finché, rassegnati e ormai sulla strada del rientro, un guizzo fulmineo da predatore tra le frasche richiamava la generale attenzione: fiato sospeso, trambusto, momenti di concitazione e finalmente si, eccolo là, spuntare infine dalla buia savana: un opossum appresso a un topo. E’ a quel punto che si è scatenata la più accanita gara di flash e di clic che il Luangwa e l’opossum ricordino. In particolare l’opossum, bersagliato dai flash -che neanche Sharon Stone sulla Croisette- e illuminato a giorno dal faro, si girava incredulo col topo in bocca opportunamente chiedendosi “Aò, ma chi so ‘sti imbecilli?”.  In contemporanea il capogruppo non faceva mancare, una volta quietatasi l’orgia magnetica dei clic, il lapidario commento: “Certo però, ragazzi, questa tempesta di foto all’opossum è proprio frustrazione da leone”.  

Una volta mestamente rientrati, cenati e annoccati dalla rituale passata di rum -oltre che dall’altra tempesta magnetica che da giorni imperversava, rispondente al nome di Paolaquelladellefoto per distinguerla da quell’altra che pure foto ne faceva ma non in quantità export cinese- dicevo Meri Pop tranquillizzatasi sullo scampato pericolo da cracker, si addormentava serena nel buio della seconda notte al Luangwa, cullata dall’ormai familiare e quasi rassicurante “snorf snorf” degli ippopotami a mollo sul fiume a pochi metri dalla sua riverita tenda, veniva sorpresa a un certo punto della notte dalla decisione del suo condomino capogruppo di uscire dall’igloo per un pipì break. Meri Pop lo sentiva però rientrare di corsa e borbottante dopo pochi secondi. Solo a quel punto svogliatamente e strascinatamente, causa l’Amarula, chiedeva:
 “Che succede?”
al che lui agitevolmente rispondeva: “C’è un elefante qui fuori, davanti al cesso” 
E al sobbalzo a molla di  Meri Pop sgusciata dal sacco a pelo prorompendo nella notte in un agghiacciato “Ossantocielo e ora che si faaaa??”
egli, riavvoltolandosi, sonnecchiamente replicava: “Me la tengo fino a domani mattina. Dormi”. 

17 agosto – Sulla strada. Sul camion, per meglio dire.  

La mattina dopo, con sveglia regolamentare a ore 6, il gruppo si predisponeva alle operazioni di consueto smontaggio campo, allestimento colazione, rimontaggio in camion. E mentre la Nutella e la marmellata scorrevano placidamente sui biscotti, mentre il fiume Luangwa scorreva placidamente sugli ippopotami a mollo, un grido d’allarme squarciava l’alba: “Aiutooolinsalatadirisooooo”: Kira, impietrita ai piedi del camion con le mani nei capelli, così commentava l’agguato di una scimmietta che, scoperchiando la pentola del nostro ipotizzato pranzo, tentava di assaggiarla a piene mani prima di tuffarcisi dentro.
La ladra veniva messa in fuga dalla pronta reazione isterica degli altri 19 che però, neanche il tempo di ridestarsi dallo scampato pericolo, udivano poco dopo l’urlo stile tarzan di Andrew the driver della tribù degli Shona il quale assisteva, basito, al furto del suo pacco di biscotti al limone – ultimo pacco – dalla cabina di guida dove la ladra si era intrufolata dopo la forzata rinuncia all’insalata di riso. La scimmia prendeva quindi il fugone a razzo seminando, come Pollicino, briciole di biscotti al limone nella circostante savana.
La furbastra veniva infine avvistata insieme a un crocchio di amiche sue a sbocconcellare biscotti al limone su un albero, presumibilmente inzuppandoli in una tazza di tè che, effettivamente, veniva a mancare all’appello insieme all’insalata di riso e ai biscotti al limone nel finale riepilogo degli oggetti mancanti. 

La giornata così inaugurata si sbrindellava rassegnatamente lungo le dieci ore di camion che contrassegnavano la tappa di avvicinamento alla meta finale: Livingstone e Victoria Falls. Val giusto la pena sottolineare che a ogni dicitura “10-12-14 ore di camion” corrispondono in media 300-400-600 km. di simil piste realisticamente così annunciate dal capogruppo “e poi domani faremo 400 km. di cui 10 asfaltati e il resto dolon dolon”. 

Ed è però anche il caso di osservare – e so che questa affermazione mi costerà la richiesta di TSO, trattamento sanitario obbligato- che uno dei momenti di nostalgia da ritorno più forte (visto che ho scritto il 17 agosto ma lo trascrivo solo oggi sul blog) è proprio il ricordo di questo continuo andare.
Perchè in Africa non si arriva. Non si arriva mai. Però si va. All’inizio chiedi in continuazione “quanto manca?” ma poi pole pole (piano piano) capisci: non stai qui per raggiungere una meta ma per viverti il tragitto. 

Perchè quella strada parla più di qualsiasi guida, foto, reportage, documentario o racconto. Ed è fatta, ad esempio, di capanne che cambiano a seconda delle zone che attraversi e più ti avvicini alle città più diminuiscono il fango e la paglia e aumentano i mattoni e le lamiere ma non la povertà. Anzi: è solo una povertà snaturata, meno dignitosa, meno pulita, meno vera. Sembra un “ci proviamo ma inutilmente”. E’ un tentativo malriuscito, è un accrocco, una resa finale: stiamo abbandonando il vecchio ma il nuovo non è meglio e, soprattutto, manco è il nostro. 

Vabbè, scusate la parentesi Censis. Che stavo a dì? Ah si: stare sul camion. Bella imbarcata di polvere, odori, insetti, colori, saluti. Saluti tanti. Sempre. Ovunque passasse il nostro camion ho visto correrci incontro e rincorrerci sia grandi che bambini, soprattutto bambini, e salutarci sbracciandosi, alzando il pollice, facendo l’hangloose hawaiano (pugno chiuso, solo pollice e mignolo alzati) o sventolando mani. 

Sulla strada - Foto Meri Pop

E questi suoni, queste voci, questo attraversare un saluto fra sconosciuti lungo 6.000 km. è quello che ancora oggi mi emoziona quando ci ripenso.  

L’insostenibile leggerezza del cracker – Diario/5

lunedì, settembre 6th, 2010

 13 agosto – Frontiera Mozambico – Si entra in Malawi    

Cape Mac Lear, Lago Malawi - Foto Meri Pop

 Il tramonto sul lago Malawi. Uno dei 10 motivi per cui vale la pena vivere. E fare un viaggio. Persino questo.    

14 agosto – Lago Malawi    

Bene, l’angolino del romanticismo è finito: bucata, da fermi nel parcheggio del camping, la terza ruota. Tipo via crucis, si cade per la terza volta. Ormai il terzetto d’attacco Liano-Luca-Maurizio si predispone agli adempimenti senza scambiarsi manco più commenti: guardano, si dirigono all’alloggiamento ferri, preparano il paziente e intervengono. Tempi ridotti a minuti 12. Barbara D’Urso freme per averli: signori, gli Sfiga’s Team.    

Il resto sono tramonti mozzafiato sulla pace tranquilla di un lago maestoso, una canoa scavata in un tronco che si staglia contro una palla di fuoco che colora di rosso e poi di viola il cielo e la certezza che già solo questo vale la fatica del viaggio.    

Malawi - Foto Professor Pi

15 agosto – Zambia    

Sveglia a ore 5. Passata frontiera Malawi-Zambia alle ore 13 e ivi consumato in piedi un luculliano pasto a base di insalata di riso appoggiati su sacchi dall’ignoto contenuto ammonticchiati fra i Tir. Ma è già tanto 1)che si mangi 2)che si mangi da fermi e non sul dolon dolon del camion 3) che si mangi qualcosa a forma di cibo e non di cracker o di mattone di formaggio arancione.    

Ma è giustappunto poco dopo, sulla strada sterrata che da Chipata porta a South Luangwa, che nella via crucis si cade per la quarta volta. Lo so, state passando agli scongiuri. Fate bene. Fate pure. Perchè 4 ruote bucate in 15 giorni restando per 2 volte senza più ruote di scorte in mezzo alla caspita di savana senza copertura cellulari è roba che manco gli sceneggiatori di Mr. Crocodile Dundee, manco il Codice da Vinci, manco l’isola dei famosi.    

Come da copione, poi, alla corale, sconsolata discesa dal mezzo, solitamente fa da accompagnamento l’improvviso oscurarsi del cielo con nuvole gonfie di pioggia o, come in questo caso, l’improvviso oscurarsi dell’orizzonte con orde di mosche e moscerini che aprono la via alla calata delle zanzare, assolutamente refrattarie a qualsiasi tipo di Autan. Queste, con l’Autan, ci si fanno i suffumigi e poi ripartono più ritemprate in formazione a testuggine per l’attacco finale.    

Mentre il provato e ormai fisso schema 3+1 agilmente si adoperava al pit stop, nel composito nonché sciamante gruppo si distingueva una figura solitaria seduta sul cucuzzolo di un riporto di terra, intento in perfetto stato di trance a leggere un libro e a raggiungere il Nirvana: signori, Ruggero. Il quale, incurante dell’affanno generale, continuava a sperimentare nuove forme di trasmigrazione del pensiero, intento solo ad accarezzarsi la curata barba bianca. Brizzolata. Vabbè, Ruggè, nera proprio no. Saggia. Si, saggia. Al limite attempata ma non è che posso scrivere che ti accarezzavi l’attempata barba, lo capisci da te, no?    

Dunque dicevamo che, finito il cambio ruota e ripreso il cammino con rinnovato vigore in una nuvola di inutile per le zanzare e tossico per noi Autan, i nostri eroi facevano finalmente rotta sull’unico, prenotato camping di tutto il viaggio, annunciato addirittura come “molto carino, ci dovrebbe essere tutto, pure acqua e luce”, insomma roba forte. Facevano dunque rotta sul camping. Ovviamente mancandolo. Il mezzo d’epoca, dopo 10 ore di viaggio, iniziava un infruttuoso su e giù su un viale sul quale pur dovevano trovarsi indicazioni su sta cavolo di bellezza di camping.    

Senonché l’unico cartello indicava una svolta che non c’era e mo’, diciamolo, manco il mago Otelma in effetti avrebbe capito che cacchio fare. E dunque, dopo la sesta marcia indietro, uno degli eroi affacciandosi al mezzo e battendo sulla fiancata urlando come un ossesso, nel tentativo di farsi sentir giù nella cabina di guida, ululava al capogruppo “Ma che succede?” sentendosi rifilare un ululato uguale e contrario “stiamo cercando di capire da dove bip si entra in questo bip di campeggio”. Dopo un’altra manciatina di marce indietro il capogruppo, come Teseo, usciva finalmente dal labirinto di Cnosso e si infilava nel caspita di campeggio. All’incredula domanda “siamo arrivati?” opponeva un fermissimo “eccerto”. E al conseguente “ma è quello giusto?” riopponeva un inappellabile “no ma è uguale”.    

All’undicesima ora di viaggio , a posto assegnato e tende montate, appariva il capo camping per dare le seguenti 2 comunicazioni: 1) effettivamente no, non è quello che avete prenotato che sarebbe questo accanto e 2) ma visto che mo’ state qua restate pure, solo andate subito a togliere ogni traccia di cibo dalle tende o dalle parti scoperte del camion che qui la notte passano gli elefanti e gli ippopotami affamati e se le rubano. Il tutto glissando, ovvio, sulle spiacevoli conseguenze che solitamente seguono l’improvviso ingresso di un elefante affamato in una tenda da due. 

La comunicazione n.2 scatenava la ricerca, il rinvenimento e la riconsegna di n.2 pacchetti di crackers, n.4 banane e n.3 mele oltre sbriciolamenti di carne secca varia.    

Dopo l’allestimento cena a cura del generale Rosella -che insieme al caporal maggiore Monica da giorni e giorni guidava le operazioni di rifornimento viveri, stoccaggio merci, assemblamento omogeneo alimenti commestibili, con piglio e managerialità tipo Marchionne al comando della catena di montaggio della Punto- Meri Pop una volta sistematasi a fine serata, rispettivamente, nella tenda, nel pigiama, nel sacco a pelo e nella fase pre-rem del sonno, veniva improvvisamente agghiacciata dal ricordo di n.1 microconfezione di crackers Air Emirates posizionatA nello zaino da giorni e lì sepolta dall’incalzare degli eventi succedutisi.    

Scattata a sedersi come una molla in piena notte al grido di “Ommioddio” provocava il di soprassalto risveglio del contiguo, dormiente capogruppo che si ridestava in fase di allarme grado Defcon 1 gridando anch’egli “e mo’ che bip succedeee?”.    

Meri Pop mortificata e contrita si costituiva a lui spontaneamente rilasciando la seguente deposizione: “Ho un pacchetto di cracker dell’aereo nello zaino, qui nella tenda”.    

Il capogruppo, con l’espressione di chi avrebbe volentieri voluto percuoterla ma mai abdicando alla sua funzione istituzionale, si limitava a rassicurarla con un “Meripo’, so per certo che i crackers dell’aereo non gli piacciono: dormi”.

Dubitando della riuscita – Diario africano/4

venerdì, settembre 3rd, 2010

12 agosto – Mozambico: Nampula – Mutuali  

Finalmente si ricomincia a ragionare: durante il primo pipì-stop in quel di vattelappesca in non meglio specificato chilometraggio savana mozambicana, mentre l’allegra compagnia saltellava di cespuglio in rovo, Maurizio circumnavigando il mezzo d’epoca e attardandosi su una ruota posteriore, agghiacciava la dispersa platea con un “oè, ma qui non c’è più neanche un perno”.  

Ecco ora io però vorrei essere la penna di Marco Giacobbo di Voyager anziché quella di Meri Pop, per venire a capo dello sconfinamento della sfiga in vero e proprio accanimento terapeutico del destino. E sia chiaro: che non mi si venga a dire che siamo nel campo degli imprevisti. Ennò, imprevisti un tubo, questa è macumba, maledizione nera.  

Scesi dunque per una frugale pipì con al seguito al massimo il pacchetto delle sigarette i nostri si ritrovavano nell’assoluta impossibilità di risalire sul mezzo  dopo che Andrew the driver della tribù degli shona insieme alla squadra ormai ridotta e stabilizzatasi al trio Liano, Luca e Maurizio agilmente issava i 15.000 chili di catorcio su 2 cm di crick ululando nel raggio di chilometri “Nessuno salga sennò so’ c….”.  

Dopo un consulto della durata complessiva di secondi 25, l’equipe medica emetteva la diagnosi: “non c’è niente da fare, tocca trovare dei perni nuovi al paese più vicino”. 80 km. A piedi. Nel gelo degli astanti e in quello meteorologico che tosto li sorprendeva con una buriana di vento e nuvole, gli eroi si sbracciavano inutilmente sulla polverosa e deserta pista in cerca di soccorsi. Ma dopo minuti 15 avvistavano un pickup carico all’inverosimile di locali e di sacchi ammassati, alla guida del quale si scorgeva addirittura un simil poliziotto.  

Polvere nella lochéscion della disastréscion - Foto Professor Pi

Si decideva subitaneamente di sacrificare il destino di Andrew e Fabrizio che venivano stivati nel portabagagli in direzione Nampula senza alcuna assicurazione di poterli un giorno alfin rivedere. Su tutti si stagliava l’ottimistica previsione di Liano: “Regà, qua ce restamo fino a stanotte”, subito completata dalla solerzia di Luca: “se ci va bene”. Il coordinatore, per la prima volta mettendosi le mani fra i capelli -ma lui oggi asserisce trattarsi solo di una ravvivata antipolvere- completava il quadro annunciando: “Ragazzi, prepariamoci a passare qui la notte, cerchiamo uno spiazzo per le tende”. Meri Pop, nell’assoluta impossibilità di rilasciare qualsiasi tipo di dichiarazione, si chiudeva nel proprio sconforto e nella giacca a vento lentamente e con accuratezza sfilata dallo zaino.  

Dopo qualche ora di attesa faceva la sua comparsa anche la pioggia. Si decideva allora che i 45 chili scarsi di Meri Pop avrebbero potuto facilmente -ma con estrema cautela e a suo rischio e pericolo- issarsi nell’abitacolo del camion per tirare giù, oltre un discreto numero di imprecazioni, anche almeno dei Kway. Visto che ci si stava, allora, si scaricavano cibarie di ogni tipo, beni di conforto alcolici, ultimi residui di Nutella, sgabelli, tavolo e fornello così allestendo un simil Autogrill in salsa mozambicana.  

Rifugiatisi poi tutti sotto al pericolante residuo di camion attendendo tempi migliori, i nostri iniziavano a destare l’umana pietà degli sporadici passanti locali che, pur malmessi di loro, certo rifulgevano almeno sulle proprie biciclette rispetto agli appiedati. Tra tutti mi è gradito segnalare il vecchietto che, avvicinandosi, riceveva in dono un nostro panino al formaggio ma dopo un’ora ritornava recando omaggi di pezzi di manioca  da sgranocchiare nell’attesa. Segnalerei a questo punto anche il mozambicano ubriaco e barcollante di passaggio che decideva di intessere uno scambio culturale fra popoli con Liano e Luca strascicando in un improbabile inglese frasi e invettive di ogni tipo.  

En attendant i bullonì - Foto Professor Pi

Otto ore dopo la partenza verso l’ignoto, alle 19 una scassata e scoppiettante macchina bianca riconsegnava a noi Andrew, Fabrizio e 5 bulloni. Alle ore 20,30 stremati, infreddoliti e provati da quanto avete già letto, i nostri salutavano con un applauso l’ordine di risalire in carrozza. E dopo altre 4 ore di dolon dolon di strade sgarrupate affrontate nel buio pesto, si decideva di allestire un accampamento di fortuna in presunta, isolata radura di inquietante e deserta savana mozambicana che alle prime luci dell’alba si rivelava invece essere l’incrocio principale di un villaggio.  

E siccome mo’ pure Meri Pop ne ha le scatole piene di tutto ‘sto casino, vi basti chiudere con un’unica, incredibile, immagine, quella di due indigeni del luogo che bussano all’alba alla tenda e chiedono: “Ma voi… di che Missione siete?”.  

Meri Pop non lo dimenticherà mai. Come non dimenticherà che, proveniente da 3 giorni senza lavarsi e ormai lanciata sulla disinvolta china dell’abbrutimento ma di classe, si recava con nonchalance al bagno delle signore a far pipì, secondo cespuglio dopo la palma. Senonchè il cespuglio in realtà affacciava, nell’altro lato, sulla locale Via del Corso. E dunque riemersa dal cespuglio e contemporaneamente sistemando ciò che restava di un paio di pantaloni un tempo blu, si ritrovava un indigeno affacciato a squadrarla dall’alto in basso. Senza perdere nulla del suo innato aplomb e della sua naturale classe, Meri Pop, gli faceva ciao ciao in segno di pace e amicizia fra i popoli.

E che ne so se riusciranno – Diario africano/3

giovedì, settembre 2nd, 2010

7 agosto – Vilankulo,  Arcipelago Bazaruto – Mozambico       

Sorvolerei a piè pari sull’inutilità di una giornata priva di qualsiasi spunto all’altezza dei precedenti, srotolatasi in quel di Vilankulo ove, contrariamente al nome, in realtà approdavamo con una locale e suggestiva barca a vela, il dhow, in una sorta di Paradiso terrestre in mezzo all’Oceano Indiano, che ora che ci penso ci deve essere stato uno sbaglio di inserimento programma.       

Perché passare dal Caspita di parco del Limpopo all’Occaspiterina del parco dell’Arcipelago delle Bazarutos con annessi bagno nella laguna, snorkeling, immersioni, sherpa in spiaggia che ci cucinano ogni sorta di prelibatezza, allestimento banchetto a base di molluschi, crostacei, frutti tropicali e primizie di ogni tipo e beh si, qualcuno pensava di mandarci a Vilankulo ma noi poi non si sa come siamo finiti alle Fiji.       

Bazaruto's Paradise - Foto Paola G.

 E proprio non sprecherei una parola in più per queste sacrosante, benedette, incredibili, sorprendenti, appaganti, strabilianti, goduriose dodici ore di sole, bagni, spiaggiamenti, foto, coccole, onde, sbracamenti e simili altre banalità da ClubMed.    

8 agosto – Inchope       

Ambeh: si torna a una sana giornata di dolon dolon sul camion compreso approdo al mercato di Inchobe in cerca di un vulcanizzatore di ruote esplose (in Africa non si ricompra, si aggiusta). Tra un vulcanizzatore e l’altro gli eroi sciamavano nel locale, seguente mercato:    

Mercato a Inchope - Foto Professor Pi

Registriamo soprattutto, in attesa della vulcanizzazione infine appaltata, la corale partecipazione a una Messa tribale.  Richiamato dal suono di cori e tamburi e da una nuvola di polvere che esalava da un dirupo, il Capogruppo improvvisamente scavallava il guard reil della locale via del Corso per finire nel bel mezzo di un sabbah di tamburi, mani rotanti, corpi posseduti, piedi sbattenti, ugole ululanti dentro un bugigattolo buio chiamato Church, chiesa, guidati dall’altare da un officiante in giacca, cravatta e tamburello.      

Monica asserisce che, una volta invitatici a sedere tra loro, noi si sia ricevuta anche una speciale benedizione, cosa della quale mi permetto di suggerire di dubitare una volta che avrete letto il prosieguo del viaggio. Ma tant’è: fummo, pare, benedetti. E dunque figuriamoci che ne sarebbe stato di noi, nei giorni seguenti, senza. Non lo voglio manco immaginare.       

10 agosto – Ilha de Mocambique       

Infatti: in attesa del salto nel cerchio di fuoco registriamo l’approdo al campeggio senza acqua e ancora con i festoni di Natale appesi. Si preannunciano, in compenso, due giorni di acqua a catinelle ma dal cielo.       

L’allestimento tende in riva al mare non vi tragga in inganno: romantico un ciufolo, quando spirano venti di maestrale a tutta carica che la sabbia ve la alzano in ogni dove a partire dagli occhi. La prima notte viene contrassegnata da vento a raffiche stile Desert storm con conseguente scoperchiamento di finestra laterale della suite e immissione di sabbia nell’interno tenda, con occupanti inconsapevoli e ronfanti, trasformata entro il mattino nella piana egizia. Il rinvenimento di due sarcofagi avvolti nel fu sacco a pelo e ora sepolti da una piramide di sabbia, veniva salutato da irripetibili imprecazioni geroglifiche.       

Vi risparmio i particolari rubricati sotto le voci “igiene personale e comunitaria”, darei per acquisiti anche i concetti
“lavarsialmenolafaccialamattina” ma soprattutto “lavare i piatti senza acqua”
ecchénonlosaichesilavanoconlasabbia noilannoscorsoinangolanoiinburkinafasoehquanteneabbiamoviste
effiguriamocisedeviviaggiaresolodovec’èl’acquanontimuoverestimai.       

Che ve lo dico affà che io poi non ci avevo più calzini che volevo fare il bucato proprio là che ci fermavamo ben due notti nello stesso posto. Alla timida obiezione
tuseimattosepensicheiopossastaretregiornisenzacquascordatelo
veniva saggiamente e incontrovertibilmente replicato che:
pertropposporcononèmaimortonessuno“.       

11 agosto       

Chiaramente alla tempesta di sabbia si scopriva che aveva fatto da contraltare nella notte anche lo scatenamento tsunami per cui la marea stava provocando un imprevisto pediluvio degli abitanti tende. I nostri eroi, affatto scoraggiati anche dalla nuvola di Fantozzi che oscurava il camping, si predisponevano in fila indiana per l’attraversamento dell’unico ponte di raccordo fra il campeggio sahariano e il traguardo dell’Ilha de Mocambique: 3 km. Di gettata di cemento sull’Oceano Indiano sferzati da vento a raffiche, giuro, di 40/50 nodi. Meri Pop, pur zavorrata con lo zaino, si ritrovava aggrappata al precario corrimano di ferro corroso a sventolare come la bandierina dell’Onu. Infine riusciva ad approdare sulla terra ferma solo grazie all’ancoraggio al possente braccio di Franco.       

Persi nel tragitto svariati cappelli, sciarpe, una custodia di macchina fotografica e registrata una rovinosa caduta di Paola, gli eroi approdavano infine allo spettrale ma suggestivo spettacolo di una città fu gloriosa ma ormai più simile a un set cinematografico in disuso. Della bellezza delle sue abitanti lasciamo parlare le immagini:       

Bella - Foto Meri Pop

 Fattasi una certa e registrando un languorino, i nostri venivano attratti da un caratteristico ritrovo gastronomico, l’Ancora duro con l’accento sulla A, la prima. Il pranzo a base di squisite sambusa, patatine e birra alla fine recava un conto di euro 3. Così come la merendina di emergenza dovuta allo scatenamento improvvisa tempesta di pioggia con rifugio in primo localino rintracciabile, faceva registrare un menù a base di dolcetti, frittini, ridolcetti, rifrittini Coca cola e acqua per 4 persone al conto, totale, di euro 1,20.

Ma riusciranno i nostri eroi? – Diario africano/2

mercoledì, settembre 1st, 2010
4 e 5 agostoMozambico 
 
In carriera i due giorni più impegnativi della serie “I viaggi di Meri Pop”. Confesso: se lo avessi immaginato non avrei cliccato prenota. E avrei fatto malissimo. Perché non avrei probabilmente mai visto cose, posti e persone che non so quanti possono dire di aver visto. Posti, per capirci, che se non ci vai a finire per sbaglio o disperazione difficilmente ti ci vai a cacciare.
 
Per il nostro mezzo d’epoca è stato impossibile guadare il fiume Limpopo, dove per arrivare avevamo impiegato un giorno di viaggio in condizioni che eufemisticamente definirei complesse, scavallando voragini, arrampicandosi su piste sconnesse e finendo con l’insabbiamento finale sulla riva di questo caspita di Limpopo.
Insabbiamento dal quale siamo emersi con una serie di tentativi di spalamento, 20 nerboruti locali che spingevano insieme a 10 gracili ma tosti viaggiatori e 400 rand ai nerboruti locali. 
Ma è stato nulla al confronto con il giorno successivo. Unico piano B possibile era cercare un ricovero notturno per riscendere verso il Kruger e prendere una fantomatica “litoranea”. Il ricovero prendeva la forma di un campeggio nel Limpopo National park di cui, ci veniva gioiosamente annunciato da un improbabile ranger in boxer, eravamo i primi ospiti. Che fortuna! Park, sia chiaro, da queste parti non ha nulla a che vedere con i concetti Sheraton e Jolly Hotel ma significa solo animali in libertà. Tutti. Pure i “gattoni”.
Dunque, campeggio senza luce ma con acqua e n.1 bagno donne e n.1 bagno uomini.
Al buio e senza lavandino si provvedeva ad allestire un sacro falò e una informale cena a base di scatolette tra le quali risaltavano quantità di simil KiteKat barra Manzotin.
Alle 20,30 Meri Pop era a nanna nella suite del Savana Leone in giro Park.
La notte veniva accompagnata e risvegliata da continue incursioni di fruscii e scricchiolii tipo zampa di leone in stazionamento sulla tenda. Meri Pop, cedendo sul finale della tenuta nervi, svegliava il capogruppo avvolto tipo salama da sugo nel sacco a pelo accanto, ipotizzando: “ma le senti le bestie là fuori, senti questi rumori?” ed egli, per nulla scomponendosi, le rivelava infine: “Meripo’, è la vicinanza ai cessi. Dormi”.
 
5 agosto   

 Descrivere adeguatamente la giornata del Grande Attraversamento del Caspita di Parco del Limpopo è impresa che temo non riuscirebbe manco ad Emilio Salgari e figuriamoci a Meri Pop.
Stiamo parlando di un camion tipo E-Team alto quanto un bibus inglese e pesante quanto un carrarmato afghano chiamato a scalare montagne, arrampicarsi su piste sabbiose devastate dalle piogge ma soprattutto farsi largo fra 180 km. di boscaglia secolare fitta e bassa che non aveva mai visto né un machete e né un viaggiatore.
 
Stiamo parlando di un attraversamento di 180 km. fatto in 12 ore nelle quali abbiamo bucato 2 volte – ripeto: 2 volte – a distanza di 2 ore, perso le barre protettive del serbatoio, incrinato vetri, strappato cerniere di teloni, rigato teli, scarnificato carrozzeria, imbarcato quintali di foglie, rami, insetti, tronchi, bacche e radici che piovevano da ogni dove mentre l’E-team, lanciato alla velocità di 10 km-ora disboscava il Caspita di parco del Limpopo.
Dove, sia chiaro, dei presunti animali residenti, noi abbiamo visto in 12 ore solo un’antilopina che si era persa e stava dentro a un cespuglio tipo lo Smoland dell’Ikea in attesa che i genitori venissero a riprenderla. Chissà quando.
 
In compenso al cambio prima ruota forata l’equipaggio coraggiosamente scendeva dal camion recando seco la cassetta della colazione e gioiosamente iniziando a spalmare Nutella sul pane in una piazzuolina di rossa terra nella gialla savana dove facevano bella mostra di sé inequivocabilmente fresche tracce di orme di bestie piede 50 e peso 300 kg normalmente rispondenti ad identikit leone.
 
Le dodici ore successive di Camel Trophy venivano inoltre ravvivate nell’abitacolo del mezzo con una colonna sonora variante tra la caduta massi sul tetto, l’urlo delle vedette “Rami a destraaaa. Rovi a sinistraaa. Spineee. Tronco in mezzo alla stradaaa scendereee. Rami grossiii a destraaaa” e quello incoraggiante e costante di Liano: “Endriuuu daje er gas”. Il tutto condito dallo stridìo delle spine dei roveti che scarnificavano il mezzo d’epoca.      

   

Disboscamento nel Limpopo - Foto Meri Pop

   Al secondo, inquivocabile, sinistro suono dello “Stuf stuf stuf”annunciante seconda ruota bucata, scesi dal mezzo e trovatisi in un villaggio tipo Misterlivingstonaipresum, in assenza totale di segni di civilizzazioni dopo il Paleozoico e di copertura cellulari, circondati da capanne di fango e paglia decorate ma soprattutto dai coloratissimi rappresentanti locali che accorrevano da ogni dove, i nostri eroi venivano tentati dall’idea di non aggiustare un bel niente e rimanersene lì, non prima però di aver realizzato che le ruote di scorta erano finite e le scorte pure e dunque si guardavano leggermente interdetti con un unico fumetto sulle capocce: “o.s.c – Ora sono cazzi”.
 
La squadra speciale E-team, capitanata dall’agile Liano e dai solidi Luca, Maurizio, Emanuele, Ruggero, Andrea, Franco, Fabrizio, Giovanni e Pietro, acquisiti nella foratura precedente metodo e direzione lavori, procedeva alla riparazione in tempi cronometrati di minuti 37 anziché i 75,  così accedendo di diritto alle selezioni per lo Show dei record e per quello della Sfiga.
 
Circondati dall’allegra tribù ospitante che continuava ad accorrere anche dai villaggi circostanti, richiamati dal passaparola del capo stregone “Aò, venite un po’ a vedere che roba”, i nostri eroi continuavano da circa 7 ore a chiedere ai pochissimi viandanti locali incontrati “Ma quanto manca all’uscita di sto Caspita di posto?” sempre sentendosi rispondere con certezza assoluta “Due ore”.
 
Dopo aver proceduto all’omaggio ai locali di n.1 spazzola con specchio di Paola, n.1 accendino e dopo aver mostrato il prodigio delle macchine fotografiche agli astanti, sempre ricevendo in cambio un “ooohhh” seguito da sganascianti risate sottotitolate da un “Guarda questi che primitivi, con questi aggeggi, noi le cose ce le vediamo in diretta e molto più grandi”, si risaliva sull’ammaccato mezzo con italico vigore e immutato cazzeggio di spirito solo leggermente offuscato dalla consapevolezza di trovarsi, oltre che nell’Africa nera, in un’altra materia nera con la quale era auspicabile, almeno, non fare l’onda.      

    

Foto, questa sconosciuta - Foto Meri Pop

Foto, questa sconosciuta - Foto Meri Pop

 E’ giusto il caso di sottolineare che, dei 20 valorosi, 2 si trovavano lì in modalità “viaggio di nozze”, a riprova del fatto che, pur essendo riusciti a clonare l’uomo e a far prendere la licenza liceale al Trota, l’amore resta a tuttoggi un mistero insondabile.
Il presente resoconto valga comunque, eventualmente, come prova per il tribunale della Sacra Ruota.
 
All’undicesima ora, tramontato il sole insieme alle residue speranze di poter un giorno venir fuori dal Caspita di Parco del Limpopo, il miraggio di una sbarra con casupola annunciava la fine dell’Apocalisse e l’inizio di una strada simil asfaltata. Anche gli atei più incorruttibili e i comunisti più incalliti a quel punto iniziavano ad elevare inni di lode agli dei.
 
Alla 17a ora di viaggio a digiuno, con cambio ruote, aggiustamento carro, rappezzamento vetri, recupero pezzi e lotta a ogni forma di maleficio, Andrew the driver, della tribù degli shona, scendeva dal mezzo con un sorriso a 52 denti diffondendo ovunque ottimismo al grido “no problem, no problem”.
 
Alle 23,30 il Capogruppo faceva sbarcare l’Esausto-Team in un sontuoso african B&B nel quale, a fronte di 21 letti pagati, se ne materializzavano in base al fuso africano, solo 18. Franco si adagiava su un pavimento mentre Enza e Giorgio, a disagio nel passaggio “Apocalypse now-Resort” preferivano mantenere il profilo “notte in tenda nel giardino del Resort”.

Riusciranno i nostri eroi – Diario africano/1

martedì, agosto 31st, 2010

1 agosto 2010 Johannesburg
Nelspruit
 
Si comincia alle ore 20 con una scassinamento di lucchetto valigia, la mia, ad opera di Liano. Con un cucchiaio. Qualcuno ne tragga le dovute conseguenze: sull’utilità di blindare valigie con scassinabili lucchetti e su quella di avere un Arsenio Lupin come compagno di viaggio.
Si prosegue con un grappino a stomaco vuoto e un allestimento cena dopo giorni due – ripeto: due – di viaggio con un sontuoso brodino Knorr con dispersi chicchi galleggianti, presumibilmente farro.
La serata inaugurale si chiude alle 21,30 in una celletta frigorifera a temperatura costante 7 gradi sontuosamente chiamata bungalow di suggestivo Bed and Breakfast africano dall’evocativo nome “Hippo Waterfront”, evocativo al punto che la mattina dopo, all’alba con sveglia puntata a ore 6, Meri Pop si dirigeva nella sala colazioni, all’aperto, imbacuccata come un inuit e già facendo una serie di irripetibili osservazioni critiche sull’idea di aver cliccato il tasto “prenota” sotto la dicitura “Safari australe est”.
 
Mentre passeggiava bel bella assorta tra svariati accidenti, Meri Pop veniva improvvisamente destata da non meglio identificati rumori provenienti dal lago costeggiato, accompagnati da una serie di spruzzi a pelo d’acqua che, complice ancora il grappino a stomaco vuoto della sera prima, sbrigativamente archiviava con un “Uh, staranno accendendo l’irrigazione”.
L’irrigazione, del peso di circa 2 tonnellate, emergeva improvvisamente dal lago travestita da ippopotamo e sbuffando a più non posso.
D’altra parte si chiama Meri Pop e non Piero Angela.
 
2 agosto – Phalabora, South Africa. Ripeto: Phalabora, non Bora Bora.
 
Si comincia con lo svaligiamento del Despar di Sabie dove una folla di curiosi si radunava per commentare, anche con le generazioni future, la razzia di beni più imponente dai tempi del Piano Marshall.
Tralascio ogni commento sul mezzo di locomozione, il “camion”, all’apparire del quale all’aeroporto Meri Pop esclamava “Uh, ci deve essere un raduno di mezzi militari d’epoca, oggi a Johannesburg”. Meri Pop, per la cronaca, non riusciva ad arrivare neanche ad agganciarsi alla scala per salirci, sul mezzo d’epoca, a bordo del quale si preparava gioiosamente a trascorrere i 23 giorni successivi, sempre ripensando a quanto, a volte, un attimo di distrazione e di incoscienza mentre si clicca “prenota”, possa segnare una vita.
 
Nulla in confronto al momento dell’arrivo al campeggio di Phalabora dove, dopo una prima, superficiale osservazione altimetrica, si certificava ufficialmente che l’alto nonché d’epoca mezzo, mai e poi mai sarebbe passato dall’ingresso unico e principale.
Una squadra di guastatori scelti, capitanati dall’intrepido capogruppo, saltava prontamente giù dal mezzo per disboscare, sminare e smantellare una parte di savana vergine onde aprire un varco alternativo al mezzo d’epoca che, infine, si piazzava in una radura polverosa e brulla stile aia per polli.
 
Quello che Meri Pop archiviava come “il parcheggio del mezzo” veniva invece contestualmente annunciato dall’intrepido capogruppo come “Eccoci”. Inutilmente Meri Pop esclamava “Eccoci che?” che l’intrepido le rispondeva “eccoci arrivati a destinazione”.
 
Potendo peggiorare la situazione l’intrepido capogruppo si affrettava a farlo depositando ai piedi di Meri Pop un involucro verde sbiadito simil militare dimensioni scatola stivali Baldinini, annunciandole: “Ecco la suite, madame”.
Le 10 suites imperiali venivano tosto montate da un provato reparto di genio d’assalto in men che non si dica, salvo qualche sporadico urlaccio tipo: “Sto ferro dove va?”, “Sto coso come si apre?”, “Sto coso come si chiude?”.
 
Meri Pop si limitava ad obbedir tacendo ma con un fumetto dimensione poster sulla testa dal titolo: “Se pensate che io possa entrare a dormire qua dentro siete dei pazzi”.
Essi infatti lo sono. Dei pazzi. L’unica alternativa essendo dormire nella savana all’aperto, Meri Pop alla fine optava per dormire nella savana al chiuso.
Essendosi il capogruppo offerto di dividere l’igloo con la neofita, la incoraggiava infine dicendole: “Forza Meri Pop e vedi di non tirarla giù mentre ti ci infili, che deve durare fino al 22”.
 
E siccome la Divina provvidenza, al contrario della tenda, è grande, dopo una cena finalmente degna di questo nome, allestita dal reparto Gambero Rosso capitanato dai fusilli sugopronto Barilla rivisti e corretti da Ruggero, e dopo svariati giri di rum e Amarula attorno al falò, Meri Pop in evidente stato di ebbrezza, si trascinava gattonando infine nella tenda. Dei vicini. Ma al secondo tentativo, nella buia savana rischiarata solo dal barcollante tremolio di una torcia da testa, infine ci caracollava, esausta, dentro.
 
3 agosto – South Africa, Kruger Park
 
Si comincia, a un quarto d’ora dall’entrata nel Parco Kruger, che per la cronaca è più grande della Toscana, con il leone che ci attraversa la strada, costeggia il camion e poi si volta e ci guarda. Lì, a due metri. Meri Pop si è così emozionata che non è riuscita a scattare manco una foto. D’altra parte si chiama meri Pop e non Robert Capa. Per fortuna di lì a poco si scatenava una tempesta magnetica di clic clic clic dei 19 valorosi compagni di viaggio.
 
Poi è stato tutto un susseguirsi di zebre, gazzelle, antilopi, kudu, dik dik, elefanti, bufali, giraffe.
A un certo punto Andrew the driver ha inchiodato il mezzo. Meri Pop guardava guardava senza avvistare nulla. Ma proprio nulla. Solo gialla savana. Finché due gialle savane si sono alzate pole pole (piano piano) e hanno puntato i loro neri occhi di leonesse su un sentiero. Poi, di corsa, sono sparite di nuovo.

(Io ora qui ci dovevo mettere le foto. Io le foto le ho fatte ma sono gigantesche e non c’entrano e non so come si fa a farle diventare bonsai, Ramoooooon….)

 (Blyde River Canion – South Africa – Foto Professor Pi)

 (Il mezzo d’epoca – Foto Professor Pi)

Quello che ho imparato

lunedì, agosto 30th, 2010

A montare e smontare una tenda nella savana. E in un campo di calcio e in riva al mare e in riva al lago.

A forare due gomme di camion in meno di due ore senza più ruote di scorta e senza copertura di cellulari in mezzo a una tribù che balla nel Parco del Limpopo.

A disinsabbiare 15.000 kg di camion sulle rive del Limpopo.

Ad attraversare 180 km di Caspita di Parco del Limpopo in 12 ore.

A essere certa che sarà la prima e ultima volta che lo faccio.

A essere anche certa che ho visto posti e persone che mai avrei visto se non ci fossi finita per sbaglio e disperazione e che forse in pochi possono dire di aver visto.

A stare seduta in circolo attorno a un falò notturno facendo la “passatella” con una tazza di rum e una di Amarula divise per 20.

A sopravvivere quattro giorni senza lavarmi.

Ad aprire, dopo quattro giorni, il rubinetto di una doccia calda e ringraziare gli dei.

Ad accarezzare una saponetta come fosse il Santo Graal.

Ad attraversare un ponte di 3 km. sospeso sull’Oceano Indiano con raffiche di 50 nodi di vento. Ripeto: 50 nodi.

A essere sballottata dal vento pur stando abbarbicata al corrimano e a un eroe che mi reggeva.

Ad aspettare soccorsi per un giorno in quel di Nampula su una pista polverosa, sotto la pioggia, nella savana, ma tutti insieme. Che ti viene persino da ridere. A un certo punto, eh, non subito.

A considerare 5 bulloni di ruota di camion più preziosi di un solitario di Cartier.

A pensarci meglio prima di scoraggiarmi la prossima volta che perdo l’autobus 117 per un pelo.

A fare i conti con i miei limiti.

A fare i conti con le mie paure.

A non arrendermici.

A capire che in un viaggio spesso non è importante arrivare ma mettersi in cammino e andare.

A mettere il tramonto sul lago Malawi e l’alba sul fiume Zambesi fra i 10 motivi per cui vale la pena vivere. E fare un viaggio. Pure questo.

A lavare piatti senza acqua.

A lavare piatti senza detersivo.

A mangiare senza piatti.

A bere senza bicchieri.

A fare pipì dove capita e dove si può.

A fare qualsiasi cosa dove capita e dove si può.

Ad avere più rispetto della natura.

E più fiducia in me.

Ad approntare un campeggio di emergenza a notte fonda in una presunta radura in mezzo alla savana mozambicana e accorgersi all’alba che sei in mezzo all’incrocio principale del villaggio.

A capire dove caspita sei finita se due indigeni all’alba ti bussano alla tenda all’incrocio principale del villaggio e ti chiedono “Ma voi di che Missione siete?”.

Ad attraversare villaggi e capanne di fango per 15 giorni senza incontrare mai un altro “straniero”.

Ad essere sorpresa da un abbraccio, una pacca sulla spalla o un “Forza Meri Pop” quando ne avevi giustappunto un gran bisogno.

A compilare un nuovo, breve elenco delle priorità della vita.

A ringraziare i miei 20 compagni di viaggio perchè, anche nei momenti più difficili, non sono mai mancate due cose: una battuta per ridere e una cosa buona da mangiare.

A sognare il prossimo viaggio.

Grazie ad Andrew, Andrea, Emanuele, Enza, Fabrizio, Fausto, Franco, Giorgio, Giovanni, Kira, Liano, Luca, Maurizio, Michela, Monica, Paola, Paola, Pietro, Rosella, Ruggero. Grazie anche e soprattutto a te, Professor Pi, per avermici trascinata.

Quando i bambini fanno “eeeeeehhhh”

mercoledì, agosto 25th, 2010

I bambini dell’Africa io non so perchè ho bisogno di scrivervi di loro.
I bambini dell’Africa piangono molto meno dei nostri ma ne avrebbero molti più motivi.
I bambini dell’Africa ti corrono incontro e ti rincorrono ovunque, quando passi con un camion, gridando tutti “eeeehhhhh” allo stesso modo.
I bambini dell’Africa io non lo so come fanno a essere bambini, in Africa.
I bambini dell’Africa hanno denti e occhi bianchissimi.
I bambini dell’Africa non ti chiedono soldi ma una penna. Anche un dolcetto. Ma ti dicono di non darglieli, i dolcetti, perchè una concentrazione di zuccheri tutta insieme gli farebbe malissimo.
I bambini dell’Africa ti chiedono soprattutto una penna. E quando tu gliela regali lei ti prende la mano e ti ci scrive il suo nome sul palmo, poi ti guarda fiera negli occhi e con il dito sul suo cuore ti dice “I can”, io so scrivere.
I bambini dell’Africa sono pieni di polvere.
I bambini dell’Africa portano i fratellini avvolti addosso.
I bambini dell’Africa portano secchi d’acqua in testa, fascine di legno sotto al braccio e lavano i panni al fiume e sono gli unici momenti nei quali non ti sorridono.
I bambini dell’Africa in tanti non diventeranno mai grandi.
I bambini dell’Africa diventano grandi troppo presto.
I bambini dell’Africa si ammalano e muoiono più per l’acqua che hanno che per il cibo che non hanno.
I bambini dell’Africa ti chiedono una foto.
I bambini dell’Africa ne ho incontrati che non avevano mai visto una foto.
I bambini dell’Africa ridono di sé quando non conoscono le foto, tu gliela scatti e poi gliela fai vedere. E ridono anche di te.
I bambini dell’Africa io ora vorrei dirvi che ti viene voglia di prenderli in braccio tutti. Però quando ti hanno presa per mano e la loro era tutta sporca, appiccicaticcia e piena di saliva tu hai avuto paura. E poi ti sei vergognata di te.
I bambini dell’Africa non sono mai meno di tre. Perchè i bambini dell’Africa stanno insieme tra loro.
I bambini dell’Africa sono soli e lontani dalle mamme quando giocano per strada. I bambini dell’Africa io non ne ho mai visto uno insieme al padre.
I bambini dell’Africa giocano nello stesso modo in tutta l’Africa.
I bambini dell’Africa giocano con un copertone fatto correre con un legnetto.
I bambini dell’Africa adorano le bottiglie vuote dell’acqua.
I bambini dell’Africa se tu gliene regali una piena loro buttano l’acqua e giocano con la bottiglia.
I bambini dell’Africa spesso hanno occhi cisposi. Ma molto grandi.
I bambini dell’Africa in tanti hanno la pancia gonfia. Ma non è piena di cibo.

I bambini dell’Africa io non so perchè ho avuto bisogno di scrivervi di loro.
Forse perchè l’Africa è soprattutto i bambini dell’Africa.