Posts Tagged ‘Africa’

Anche io

domenica, dicembre 1st, 2013

Sapete quando il libro è pronto per voi e voi no? Il lascia-e-prendi sembra una partita a scacchi nella quale ci si studia reciprocamente. Poi a un certo punto, dopo le schermaglie, si fa la mossa. E si inizia a sfogliarlo. Chi dall’inizio, chi dalla fine, chi dal mezzo, chi dalla foto dell’autore. E’ stato da pagina nonmiricordo che io ho iniziato a fremere per Angela. Angela emigrata in Somalia con suo marito Teo, colono razzista. E tanto sente ostile lui quella terra quanto ne viene conquistata lei. Ed è proprio in quella terra sconosciuta che lei imparerà a conoscersi davvero e a non riconoscere più l’uomo che la affianca da sempre nella vita. Forse perché a volte, per vedere davvero ciò che abbiamo dentro e accanto, occorre allontanarsene.

Al punto che sul finale, quando Teo, stremato, le chiede
-Chi sei tu?
lei risponda
-Io sono l’Africa

E’ questa fine che dà il senso e il titolo al libro: “Io ero l’Africa”. Lo ha scritto Roberta Lepri che, lo dico a scanso di equivoci, conosco in modalità 2.0, nel senso che ci incontriamo sul socialcoso. E leggere il libro di una persona che si stima per l’idea che te ne puoi fare tra uno status di Zuckercoso, una battuta, un pensiero più profondo, è più complesso che leggere quello di un perfetto sconosciuto. Io, lo confesso, appena l’ho iniziato mi son detta
-Meripo’ speriamo bene.

E si. Si. Sarà perché anche a me l’Africa ha in qualche modo cambiato, se non la vita, almeno il modo di osservarla, ancora di più ci si avvicina con prudenza a chi ce la racconti. Ma più scorrevano le pagine e più l’ansia di Angela diventava la mia e i profumi, i colori, la paura, la diffidenza e lo stupore, piano piano tutto tornava su e avvolgeva. Che è curioso sentirsi nuovamente nella savana se ti trovi nel traffico della Salaria. Ma così è successo.

Angela che ricostruisce la sua Africa degli anni Cinquanta raccontandola alla nipotina Bianca (e qui confesso che non so perché, forse per questi nomi chiari e luminosi, ma continuava a venirmi in mente la saga di Blanca, Clara, Alba de La casa degli spiriti).

Angela che parte cercando l’Africa e torna avendo trovato se stessa. E in qualche modo Roberta Lepri accompagna anche l’Angela che è in ciascuno di noi a farlo: avere il coraggio di andare a cercare. Perché alla fine, quando chiudi l’ultima pagina e la senti dire “Io sono l’Africa”, proprio questo ti viene da dire: “Anche io”.

Roberta Lepri
Io ero l’Africa
Avagliano Editore

Tre metri sopra il cielo

martedì, marzo 26th, 2013

E’ da due giorni che me ne sto come uno stoccafisso davanti all’ “Add New Post” qui su Supercali e lo richiudo dopo ore. In bianco. E anche oggi stava andando ancora in bianco quando è su Repubblicaonlain che ho trovato un altro modo di andare in bianco, l’unico che oggi  potesse rischiarare la giornata iniziata male e finita peggio: si chiama Eli Reimer ha 15 anni ed è il primo ragazzo down al mondo ad aver raggiunto il campo base dell’Everest. Eccolo qui:

Eccolo qui, dopo 19 giorni e 113 km di scalata per raggiungere l’altezza di 5.370 metri. In un primo momento non riuscivo a capire perché questa foto mi mettesse addosso una soddisfazione e un fiatone come se ci fossi salita pure io. Poi ho pensato che a volte le più grandi frustrazioni arrivano non tanto dal non raggiungere degli obiettivi quanto dal fatto di rimproverarci di non averne avuti di abbastanza grandi e ambiziosi. Se penso, per dire, a certi momenti-rimpianto della mia vita non mi vengono in mente grandi fallimenti ma, incredibilmente, piccoli sogni. Aver osato poco. Essermi accontentata per paura dell’eventuale delusione.

Mi torna in mente, per restare nel file “grandi imprese”, di quella volta che partii con il professor Pi e altri scalcagnati sognatori diciotto, per una follia chiamata viaggio che partendo dal Sud Africa ci avrebbe fatto sbucare alle Cascate Vittoria, dopo un mese, settemila chilometri sopra un camion e cinque Stati attravesarsati, fra i quali l’intero parco del Limpopo che sfido chiunque a dirmi “ah si, il famosissimo parco del Limpopo”. Insomma sbucammo su queste cascate Vittoria e dopo settemila chilometri io mi rifiutai di fare gli ultimi venti metri per affacciarmi dal costone. Soffro di vertigini e implorai la clemenza della Corte. Ma il tiranno Professor Pi non volle sentire ragioni, si piazzò sul costone scivolosissimo, investito da secchiate d’acqua da ogni dove, avvoltolato nella mantella impermeabile come Darth Vader e si mise lì ad aspettare i miei ultimi venti metri con una mano tesa. Quell’uomo ha una testa dura paragonabile solo alle rocce delle Victoria Falls e dunque sapevo che saremmo potuti restare lì per l’eternità: mi mossi. Malamente. Slittando. Arrancando. I venti metri in piano più ripidi della mia carriera viaggiante. Quella mano non arrivava mai. Finché… finchè mi ritrovai nonlosomancoiocome affacciata sul Paradiso. Questo:

E mi sentii come Eli Reimer. Tre metri sopra il cielo. E senza Moccia. Impagabile.

Ricordatelo, dunque: a volte, fra noi e l’impossibile, ci sono solo venti metri.

Elenco delle 10 cose che ho imparato negli ultimi 5 giorni

lunedì, febbraio 27th, 2012

La gazzella è arrivata in Africa

La Grande Spaccatura, Etiopia "where all it began" (Foto Meri Pop)

Elenco delle 10 cose che ho imparato negli ultimi 5 giorni:
10 – Non è vero che se non hai figli muori da sola
9 – Non è vero che se non hai un marito muori da sola
8 – Non è vero che è peggio per chi resta
7 – Costretta a scegliere fra un’amica e un uomo è preferibile scegliere l’amica
6 – Ma se sei nella condizione di dover scegliere vuol dire che stai sbagliando qualcosa nella procedura. Riavvia 
5  – Se hai un’amica e lei se ne va, cerca bene perché certamente è stata amica anche di altre amiche e ha lasciato tracce ovunque. Di norma la ritrovi
4 – Se l’amica t’ha detto cento volte di non farla troppo lunga e intanto mi sei già arrivata al punto 4 stai in campana perché quella è capace che ritorna solo per farti una cazziata, quindi regolati
3 -Chi è stato in Africa vive due volte
2 – A volte mi sa per sempre
1 – Ho capito ho capito, vabbè basta

Quanta Africa hai visto?

giovedì, febbraio 23rd, 2012

Insomma c’è che la mia amica Marta è stanca. No, non si è arresa: però ha deciso che dopo tre anni adesso anche basta. E da ieri dorme.
Allora quando mi hanno chiamata dalla clinica io ho pensato che se non ci andavo e non la vedevo era come se lei avesse continuato a esserci come prima. Funzionava abbastanza.
Poi stamattina non ha funzionato più. Così ci sono andata.
E infatti Marta dorme. Riposa, per meglio dire. Ero lì con le altre amiche, che ci siamo ritrovate tutte alla stessa ora senza dircelo.

Ed è stato allora che, guardandola, e nell’assoluta impossibilità di lasciarla andare, ho aperto bocca e le ho chiesto:
-Marta, quanta Africa hai visto?
Che Marta ci andava appena poteva: a lavorare, a portare strumenti diagnostici, ad insegnare a usarli, a volte anche a riposarsi. E mi aveva detto che ci saremmo tornate insieme. E diceva anche che chi ha visto l’Africa poi, quando fa il bilancio della vita, gli va più in positivo.

E così allora anche sua sorella l’ha guardata e ha detto:
-Si, Marta, che stai a fa’ qua? Dai, torna a correre in Africa

Perché nessuna di noi la lascerebbe mai andare via. Ma in Africa si: ce la stiamo accompagnando tutte insieme.

Lago Malawi (Foto Meri Pop)

Separati e accoppiati di tutto il mondo Unitàtevi

martedì, gennaio 31st, 2012

Volevo dirvi che per una che si occupa di cuorinfranti approdare anche in un posto che si chiama L’Unità più che ascriversi al capitolo giornalistico attiene al profetico: un segnale di speranza, in controtendenza con la deriva dei Maya. E’ la zattera lanciata al naufrago, l’Oroscopo 2012 di Paolo Fox tutto con Saturno pro, il gemellaggio con Lavoisier:
nulla si crea ma soprattutto nulla si distrugge; tutto si trasforma e una volta tanto non si trasforma in mazzate.

Insomma siamo qui e saremo ogni tanto pure allì con il “Sentimental Pop“. Una cosa tipo separati e accoppiati di tutto il mondo Unitàtevi.
E siccome me sto a invecchià e pure de brutto mi sono anche emozionata, a iniziare con il Giorno della Memoria.
Ora lo sapete, si, che se solo mi ricordassi tutti i vostri nomi ve dovrei inizià l’elenco dei ringraziamenti? Che fino a qui io mi ci so’ trascinata pure perché c’eravate voi.
E perché Ramon ha salvato sto sito dalla profezia dei Maya.

P.S.
-Meripo’ allora sta foto per il Sentimental Pop arriva o no?
-EEhh?
-U-NA-FO-TO
-Ma veramente io una foto decente non ce l’ho, ho guardato, ho guardato e allora ho chiesto alla mia amica Francesca che è una bravissima fotografa se me  ne fa una più tardi
-Io pensavo a una del viaggio in Africa
-EEehhh?
-NON-SER-VE-BE-REN-GO-GAR-DIN. MANDAMI-UNA-FOTO-DEL-VIAGGIO-IN-AFRICA
-Ah. Si. Si cel’ho. Te la mando. Eccola. Io sono quella con gli occhiali. Grazie. Ciao
-CI-A-O

The river

lunedì, gennaio 9th, 2012

24 e 25 dicembre 2011
Pensare che l’ha scoperto un italiano. L’Omo river. Sto fiume di mille chilometri in mezzo alla savana africana e alle tribù cattivissime e selvagge l’ha trovato un esploratore italiano che si chiamava Vittorio Bottego. E che ti fa? Se ne parte alla fine dell’Ottocento dall’Italia che, se pure sempre un po’ sgarrupata, sempre meglio di là stava combinata, e si avventura in quell’iradiddio di caldo, malattie, zanzare, savana, animali feroci e uomini ancora di più. Che uno dice: i matti.  Riempiono il mondo. Certe volte lo allargano. E qualche altra lo salvano pure.

Io non sapevo manco che esistesse, st’Omo. Finchè un altro matto mi ha detto che ci andava e mi ha chiesto se volevo andarci pure io. Insieme ad altri 14 matti: età dai 10 ai 77 anni. Ripeto: Laura 10, Giancarlo 77. Come caspita fai ad accampare scuse di qualsiasi genere?A dire “ma io veramenteeee??”.

E poi, come diceva l’amico Albert Einstein, “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la fa”.

A questo ho pensato quando la sciaguarata rispose. Rispose Si. E si ritrovò in un amen a trascorrere la notte di Natale su un Roma-Cairo-Addis Ababa con comodo arrivo alle 5 del 25 in una strada fatiscente anzichenò della capitale etiopica sulla quale si affastellano grattacieli e capanne di fango, alberghi e baracche di lamiera. Noi stavolta albergo. Eh ma calma, eh. Che dopo 24 ore di carte di imbarco puoi solo svenire nel letto, ovunque si trovi, e provare a dire, alle ore 13 del 25 “maaa tipo mangiare una cosa?”
e sentire la saggezza atavica della scienza rispondere:
“vediamo cosa troviamo”.
Lui, dopo esserci trascinati per qualche chilometro sulla strada non mi ricordo come si chiama di Addis Abeba fuori dall’albergo, trovava uno sgarrupo nel quale faceva capolino un doppio sgarrupo travestito da simil bar. Solo uomini dentro. Neanche una donna tranne la sottoscritta e la signora che preparava i caffè. Il Professor Pi entrava a passo deciso. Io speravo entrasse solo a chiedere informazioni. Lui invece si accomodava allo sgarrupato tavolo di formica con sedie rotte in un tutto buio pieno di mosche e qui mi fermo.
“Possiamo avere due caffè?” ordinava sicuro come fosse all’Harry’s bar. Quindi, indicando col ditone una cosa che un tempo era un bancone con un vetro ove giacevano mosche morte e altra fauna in come vigile, avvistava una specie di muffin fritto contestualmente chiedendo
“e quello cos’è?”. Non capendo assolutamente la risposta ne ordinava due.
“Se pensi che io possa mangiare sto coso ti sbagli di grosso”
“Meripo’ fai come vuoi, fino a stasera non ci sarà altro”
Dopo averlo sezionato e aver trovato solo unto e tracce di cose inidentificabili, decidevo di passare alla fase “lo ingoio intero” poi ripiegavo su “vabbè lo addento e butto giù”.
Che poi non era proprio terribile eh, una specie di Ayers Rock a mappazza fatto fritto. Si, ecco. Ingoiato sosrseggiando un caffè quasi allo stato solido tanto era concentrato, servito in una tazza che, ve lo giuro, secondo me era quella delle sperimentazioni della penicillina. Il Il tutto mentre gli astanti osservavano sta gnappetta bianca fare tanto la difficile di fronte a un Ayers Rock fritto ammappazzato.
Vabbè, detto questo si tornava in albergo e si procedeva alla visita di musei e dello scheletro di Lucy dei quali lo so che non ve ne frega nulla.
Quindi, se avete digerito l’Ayers fritto, possiamo comodamente avviarci al 26 mattina, che ci stanno aspettando le jeep. 

26 dicembre 2011
Si chiama David: sarà il capoautista delle quattro Toyota Land Cruiser in dotazione, nonché driver della nostra per i prossimi 15 giorni. Il che, soprattutto in Africa, significa praticamente affidargli la vita. Che le strade sono quello che sono e a volte sono pure la parte migliore. Insomma David si è fatto dieci anni di esercito e due guerre, pur avendo meno di 30 anni: è stato ferito e ha ferito. Ha anche dovuto uccidere. Uno solo. Ne ha viste che manco lo voglio sapè. (Il curriculum deve essere sembrato sufficientemente adatto per fronteggiare pure Meri Pop). Dopo dieci anni ha detto basta ed eccolo qua.
Saluta e poi:
“Sono previste piogge straordinarie. Per il 31. Forse dovremo cambiare qualche itinerario”
Ora vi avevo accennato che stavolta niente campeggio ma alberghetti, ostelli e capanne. Solo tre giorni di tenda. Mo’, da 1 a 10, secondo voi quando caspita ci toccano le tende? Chevelodicoaffà. Vabbè, intanto vediamo di scavallare il 26 e vediamo di arrivarci, a sto 31. E che poi le previsioni si fanno a due giorni, che è sta fretta?

Dunque si comincia sotto buoni auspici: annunci monsonici e visita ad alcune stele funerarie preistoriche in quel di Tiya. Poi dice che una si dispone male. Però poi David ci porta pure allo Ziway Lake: marabù, pellicani dal becco giallo, pescatori, barchette.

Ziway Lake - Foto Meri Pop

E infine a dormire al Wenney Ecolodge sul lago Langano: e qui, va confessato, il professor Pi segna un punto a favore nel capitolo sistemazione logistica. Un bungalow. Di bambù e paglia. Tipo. Bello. Certo, senza luce. Che la luce c’è dal tramonto alle 22 poi ciccia. Però meglio. Perché così la parete di formiche dietro al letto l’ho vista solo la mattina dopo.

Wenney bungalow - Foto Meri Pop

Un bungalow con vista lago, in mezzo alla foresta. E con audio notturni che però io non ci sono molto abituata pur vivendo a Roma in un posto rumorosissimo: però no ululati, scalpiccii, scavicchii, sgarrupii, latratii. Insomma, tempo dieci minuti e uno dei due letti a una piazza e mezzo veniva improvvisamente disabitato nottetempo. Compensativamente il professor Pi vedeva restringersi il suo spazio vitale a una striscia di Gaza e di garza (zanzariera), essendomi ivi rifugiata con risibili scuse.
Dunque nella notte buia e rumorosa, oltre ai latrati e tutto il resto dell’orrore savanico, si udiva anche un
-Meripo’, che c’è?
-No, niente. E’ che sento dei rumori
-E allora devi metterti i tappi, non cambiare il letto (mi chiedo perché mi ostini a viaggiare con un matematico, professione che per sua stessa ammissione ha più a che fare con la logica che non con i numeri, ndr)
Mi mettevo dunque i tappi. Ma me  ne restavo ugualmente rintanata nell’altrui spazio vitale. Avendo i tappi non sono qui in grado di testimoniare se il matematico abbia in seguito approfondito il tema filosofico di cui sopra o il russamento. Così in Etiopia, Omo river valley, nella notte di Santo Stefano.

 

Il bolero di Paolè

lunedì, luglio 25th, 2011

Post un po’ lungo, lo so.
Versione short:
Vi parlerò di due spettacoli della natura: le cascate Vittoria e mia sorella e le sue amiche.

Versione integrale:
Dunque mia sorella quest’anno compie un anno. Però lo compie mentre io starò nella Laustralia. E allora volevo dirle due cosette adesso, che eventualmente dovesse rincorrermi per menarmi lo può fare più agevolmente. 

Poi volevo dirvi un’altra cosa: io parto per la Laustralia ma pure lei è partita per un viaggio impegnativo e complesso. Mia sorella compie un anno mo’ pure se è nata un bel po’ fa (parecchio) a ottobre. Ma a agosto di un anno fa lei si è regalata una nuova vita insieme al nuovo giro vita. Che uno quando nasce cresce e invece lei quando è nata è perché ha iniziato a decrescere. Di circa, a oggi, 46 chili. Cioè tipo me tutta intera.

Che la mattina che l’accompagnavo in ospedale per operarsi lei, che pure sembra una roccia, in macchina mi raccontò che la sua bambina la sera prima le aveva chiesto “ma se il medico si sbaglia e muori?” (che lo pensiamo tutti, eh, pure prima di andarci a fare una devitalizzazione dal dentista ma solo i bambini riescono a metterci in contatto con questa strizza) e dunque le prese il momento del ommadonnamiachestoaffà e mi chiese: “ma starò facendo la scelta giusta?”.

E io, come Otelma, le risposi senza fare una piega: “fortunatamente non hai questo problema: è l’unica scelta possibile”. Lei si tranquillizzò un pochino io invece mi agitai all’inverosimile e, mo’ te lo dico, finché non si sono riaperte quelle cazzo di porte della sala operatoria e t’ho vista tutta gialla e bianca ma viva, mi so’ sentita morì.

Insomma ecco lei poco fa mi ha mandato un sms: “Mi sono comprata un bolerino nero di Sandro Ferrone. Taglia L. Ci entro. Un ciccinino strizzata ma c’entro. E sono felice”.

Io vi volevo dire questo: che certe volte la felicità la troviamo nei posti più impensati. C’è persino chi la trova dentro a un bolerino di Sandro Ferrone taglia L.
L’importante, forse, è non limitarsi a cercarla dove l’abbiamo sempre cercata. Perché magari sta da un’altra parte.

Poi vi volevo dire un’altra cosa: che la sua Laustralia mia sorella non l’ha attraversata da sola.

Io l’anno scorso stavo alla Laustralia dell’Africa e un giorno, arrivati alle cascate Vittoria, il professor Pi mi voleva far vedere uno spettacolo mozzafiato. Però bisognava sporgersi da un costone a strapiombo. E c’era acqua, e rumore d’acqua, ovunque: addosso, accanto, in terra, in cielo. E si scivolava. E io ho le vertigini. E allora gli ho fatto segno vai avanti tu che io no. E lui è andato da solo. Poi si è girato e mi ha teso la mano. Io continuavo a fare segno con il ditino NO NO ma lui stava impalato lì e non ritirava quella mano e io lo sapevo che con quella testa dura che ci ha era capace che rimaneva alle cascate Vittoria tutto agosto, e io con lui perché guidava lui. E allora io mi sono prima incazzata e poi mossa. E mi sono avvicinata. E non sono caduta (e poi lui invece si, un po’ è scivolato). E ho visto una cosa bellissima che non me la dimenticherò mai.

Ecco vi volevo dire che pure mia sorella ha avuto una squadra di amiche cocciute che sono andate avanti sul costone scivoloso, si sono affacciate e poi si sono girate e le hanno teso una mano: e hanno aspettato che arrivasse pure lei.

E io queste nostre amiche teste dure, che sono tante, oggi le volevo ringraziare. Perché hanno teso la mano a lei e pure a me anche il giorno che lei si operava. Io ne ringrazio due per tutte: Marina perché è la capobanda delle teste dure e Valentina perché da Trieste s’è fatta tutte le ore fuori dalla sala d’attesa con me, via sms.

Vabbè mi pare che è tutto. Ah, se sapeste che spettacolo. No, non solo le cascate Vittoria: pure mia sorella.

La musica io volevo mettere Rosalinarosalinatuttoilgiornioinbicicletta ma poi quelle si incazzano che dicono che la loro musica invece è la donna cannone. Eccove la donna cannone, maronna e che pazienza che ci vuole. Quanto poi al signor Sandro Ferrone ora gli mando il mio Iban, co’ tutta sta pubblicità gratis.

Merry Pop

venerdì, dicembre 24th, 2010

Io ve lo dico: se qualcuno mi avesse augurato Buon Natale l’anno scorso gli avrei tirato un pugno. Quest’anno sono più incline alla trattativa ma piano con gli entusiasmi.

Diciamo che “Si sta come a Natale sugli alberi le palle” (cit.). Ma per fortuna ci sono ancora gli alberi. E anche le palle. Che c’è chi non ha nemmeno quelle.

Però grazie ve lo volevo dire. Che se questo per Meri Pop è stato un anno con più alberi e più palle è anche merito vostro.

E adesso equipaggio prepararsi al decollo: vi riporto in Africa

Qui ci vediamo a gennaio. Tipo il 12. Mi pare.

Rockin’ Around The Professor Pi

mercoledì, dicembre 22nd, 2010

Caro Professor Pi,
vengo a Lei con questa mia per significarLe che, a fronte di ripetuti e insistiti tentativi protrattisi fino alla tarda notte di ieri, ogni ipotesi di collocare tutta l’attrezzatura da Lei richiesta per il viaggio in Dancalia -del quale mi è gradito ricordarLe che Lei alla mia domanda “scusa ma sei sicuro che sono in grado?” ha risposto “Meripo’, dopo quello che hai fatto quest’estate puoi andare pure sulla luna”- dicevo ogni tentativo di collocare tutto il contenuto dell’elenco attrezzatura, medicinali, abbigliamento, presìdi igienico sanitari, in uno zaino del peso massimo di 15 chili si sono rivelati non infruttuosi, DE PIU’: un casino.

Professor Pi, Lei che è uno scienziato, ora mi deve spiegare come si fa a far pesare 15 kg una cosa che -nel peso totale dei singoli elementi obbligatori- fa almeno 25. E guardi Professor Pi che non è che ne pesa 25 perché ci ho da farci entrare la collezione di stivali a stiletto di Jimmy Choo. Ennò io, che gli altri anni a quest’ora me ne andavo in giro per Galleria Colonna con la busta di Braccialini o, come prova estrema di atletismo provavo a mettere il puntale sull’albero, ora vado solo per ferramenta in cerca di gavette e teli copri tenda o, proprio in una botta di vita, al “Paradiso del campeggiatore” in cerca di torce da fronte, ecco io a fare questo zaino pieno di materassini, teli, torce, mascherine antiesalazioni pestifere, sacco a pelo, sacco lenzuolo, sacco, scarponi da trek, io non ci riesco.

Ecco. Oh.

Meri

P.S.
Professor Pi, ma tipo uno di quei Natali e Capodanni al Paradiso dei Tropici invece che del campeggiatore no, eh?

Di quelli che non sanno dove vanno. Però ci vanno

mercoledì, dicembre 15th, 2010

DRIIINNN
-Meri?
-Professor Pi!
-Mi sembra che il clima qui si stia surriscaldando
Brucia, per meglio dire
-A questo punto ci vuole il piano A
-In effetti: quello B è appena stato riconfermato
-Meri Pop, ti è passato il mal d’Africa?
-No
-Allora toccherà tornarci
-Eh si, prima o poi
-Facciamo prima
-Eh, si. Quanto prima?
-Fra dieci giorni
-Fra dieci giorni è subito. Ed è Natale
-E allora torniamoci subito a Natale
-E tipo dove?
-Tipo in Dancalia
-Osssiiii professorpììììì
-Bene, ti mando l’operativo dei voli
-Grazie
-Prego
-Ciao Professor Pi
-Ciao Meri
CLIC

Ma dove caspita sta la Dancalia?