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Dancalia, Etiopia: where it all began

Thursday, January 13th, 2011

28 dicembre 2010

Non credo ci possa essere qualcuno minimamente interessato a scoprire su questo blog le ineffabili e misteriose bellezze del Museo Etnografico o di quello Nazionale di Addis Abeba, fatta forse eccezione per il sexy scheletro di Lucy.

Nè credo possa interessare ad alcuno tra i miei 25 lettori l’approdo – nella meraviglia generale – in un albergo, a notte fonda, dotato di ogni confort con lenzuola pulite e asciugamani lindi e appaiati – addirittura- a numero 2 saponette di cortesia.

Escluso lo scambio di persone dunque ci appropriamo delle nostre suites in quel di Addis Abeba provenienti da numero 2 ore sul volo Roma-Istanbul cui facevano seguito, con 5 ore di scalo, altre 6 ore sul pregiato Istanbul Addis Abeba al cui imbarco Meri Pop  veniva così apostrofata dall’imbarcatore aereo della MammaliTurkish:
“Missis Meri Pop I presume…. uuuuhhhhh business class for youuuuu”
Perfettamente a suo agio nel lusso sfrenato di una poltrona matrimoniale uso bonsai superaccessoriata Meri Pop si faceva servire e riverire per tutta la durata della traversata, salvo poi chiedere al capitano e al Professor Pi di poter proseguire a bordo della prima classe tutto il resto del viaggio, attendendo i compagni a bordo una volta effettuata tutta la spedizione dancala.

Spedizione che si componeva di numero 18 partecipanti compresi due capospedizionieri nelle persone del sopracitato sempresialodato Professor Pi stavolta coadiuvato da notevole donzella, originariamente nominata Nicoletta, che Meri Pop più agevolmente ridenominava Nichi Sventola.

E dunque direi di passare direttamente al momento in cui, a bordo di 6 jeep Toyota Land Cruiser e 2 pick up, i nostri eroi dopo aver attraversato villaggi pietrosi e carboniferi, sbarcavano la sera del 28 dicembre in quel di Logyia, Dancalia inferiore, -122 metri sotto il livello del mare. Trattavasi di un discreto assemblaggio di desolate bidonville africane (ripeto: bidonville, no bouganville) in cui sapientemente i nostri drivers trovavano il modo di farci arrivare al buio pesto onde non aggiungere alla depressione dancala anche quella Logystica.

A una prima, sommaria occhiata i precari ricoveri chiamati stanze si rivelavano – in più – essere stati sottratti da precedente gruppo. I due indomiti capospedizione si imbarcavano in un’estenuante trattativa  con i locali riuscendo a strapparne altre 10 singole uso mucchio.

Quanto allo stato di conservazione delle medesime stanze e delle suppellettili ivi contenute, comprese lenzuola in dotazione, basti evocare una sola parola che troneggiava sulla bombola spray che generosamente Rosetta faceva passare di stanza in tugurio: “BIOKILL”. Un alone di bianca evaporazione tipo Napalm si sollevava dalla amena cittadina di Logyia mentre il sopralluogo nelle annesse latrine faceva conquistare alle stesse la poll position del peggio sin qui avvistato. E, diciamolo, il primato verrà mantenuto sino alla fine, pur consapevoli che peggiorare è sempre possibile: maccheccavolo, qua stiamo proprio all’indescrivibilità. Noi ci rimarremo poche ore. Loro ci sopravvivono.

Il continuo passaggio di caprette tra gli approssimativi tavolacci del locale e fuoristante lounge bar conferiva finalmente il tocco “Avventure” alla spedizione dancala che nel frattempo si era arricchita di sedicenti cuochi, guide, annessi, armati e connessi.
Registriamo dunque la prima sontuosa cena in un hangar di lamiera ma ravvivato da n. 1 lampadina appesa e n.1 tendina in similplastica inarginante il dancalo ventone. Nel menù: spaghetti cottura africana con sugo di cipolle contenente tracce di pomodoro. Però buono. Buonissimo.

Alle ore 22 una gentile indigena ci avvertiva che stavamo occupando la sua camera da letto e, munita di uno stuoino di similraffia, lo esibiva comprovandolo come il suo personale giaciglio. E’ del tutto evidente che a quel punto la precedente biokillerizzata stanza improvvisamente risaltava nella sua essenza di suite imperiale.
Srotolato il sacco lenzuolo nel quale si avvolgeva tutta vestita, tipo Nefertiti, cullata dal contiguo ingombrante rigirarsi del dividente talamo Professor Pi, anch’egli avvolto nel sacco ma più verosimilmente stile salama da sugo, Meri Pop si inabissava in una fantastica dormita.

Di particolare interesse la colazione della mattina dopo delle locali mosche che dimostravano, una volta planate in formazione stile Frecce tricolori, di gradire particolarmente pane e Nutella e uova al tegamino: le nostre.

Acqua, sia chiaro già da qui, scordatevela. L’invenzione dei fazzolettini all’aloe si rivelerà determinante per la riuscita finale della spedizione. Meri Pop continuerà comunque imperterrita per tutta la durata del viaggio a cercare di aprire e svitare rubinetti che continueranno, qualora ve ne fossero, a emettere solo inquietanti rumori paragonabili a ripetute e ravvicinate crisi di aerofagia.

29 dicembre 2010Già alle 8,30 la temperatura si annuncia tipo Piazza della Signoria alle 14 del 20 luglio, anche Piazza San Silvestro in Roma: 35 effettivi, 42 percepiti. Obiettivo: Afdera, lago salato, dove un suggestivo scenario a base di una pozza di acqua calda rinvigorisce l’italico ardore degli spedizionisti.
Bagno en plen air. Si inizia il montaggio accampamento tendopoli mentre si registrano i primi cedimenti dei cuochi ufficiali cui viene affiancata l’esimia presenza di Stefano per sovrintendere alla potabilizzazione e bollitura dell’acqua al grido di “controllato il MICROPUR?”.

Siccome poi sono già cinque righe che non si verifica alcuna sciagura, si incaricano dei lesti ladri notturni di ravvivare l’ambiente sottraendo dal bagaglio di Nichi Sventola l’intera collezione Vinelli primavera estate.

Contestualmente, nottetempo, si scatena una tempesta di sabbia che metterà a dura prova la provata tenda del Professor Pi ospitante Meri Pop. La quale, sia chiaro, non chiude occhio, tormentata dalle secchiate di sabbia che sente abbattersi sulle pareti della precaria abitazione, ogni venti minuti chiedendosi “iovorreisaperechimel’hafattofareammè”.

Da qui in poi lasciate ogni speranza o voi che vi lavavate: si farà a meno, almeno per i prossimi 7 giorni, di acqua, luce e copertura telefonica. Benvenuti in Dancalia.

Avete visto cose che noi umani

Wednesday, January 12th, 2011

Me lo sono chiesto quasi ogni giorno e anche due volte al giorno: macchimmel’haffattofareammè. E quasi ogni giorno o due volte al giorno ho trovato da qualche parte una risposta convincente. Spesso più di una. Non dove la stavo cercando, però. Tipo le pillole di cui vi parlerò dopo.

Inutile girarci intorno: è stata un po’ dura. Ma era l’unico modo per farlo: vedere cose.

E voi le avete viste.

Ne avete viste cose che noi umani non potremmo immaginarci.
Cammelli da combattimento trasportare sale al largo dei bastioni di Ahmed Ela.
E avete visto i raggi di fuoco dell’Erta Ale balenare nel buio vicino alle porte di Afdera.
Avete marciato con i cammellieri e dormito nei villaggi.
Avete conosciuto la durezza e la dignità degli Afar. Ma anche la loro avidità.
Avete visto la maestosità della piana di Dallol ma anche bambini di 4 anni portare le bestie al pascolo e ragazzini di 15 accecarsi ogni giorno alle saline scavando e scolpendo lastre.

Avete avuto caldo. Avete avuto caldissimo. Avete avuto freddo. Avete avuto sete. Avete avuto fame. Avete avuto soprattutto paura. Di tutto. E soprattutto dell’acqua. Di quella che bevevate, di quella che attraversavate, di quella che stava finendo, di quella che non vi dissetava mai, di quella che poteva farvi ammalare, di quella che forse non è stata bollita bene, di quella che non sai come è diventata caffè, di quella che non sai come è diventata tè, di quella che ha innaffiato l’arancia che stai sbucciando, di quella nella tanica con la quale ti fai finalmente una doccia dopo quattro giorni, di quella con la quale vorresti lavarti anche i capelli ma evitando che te ne entri anche una sola goccia in bocca. E quando avete avuto paura dell’acqua vi siete sentiti persi. Ma vi siete anche ritrovati.

Avete invece definitivamente perso le medicine salvavita. Ma non il taccuino degli appunti.

Avete avuto dei compagni di viaggio che sono usciti di notte con le torce a cercare sto caspita di astuccio di pillole in mezzo al pietroso deserto dancalo facendo lo slalom tra le carovane dei cammelli che rientravano. Senza trovarle. Le pillole. Ma poi si sono messe a ferro e fuoco tutte le farmacie etiopiche e alla fine ste cazzo di pillole di Eutirox africano il Professor Pi ve le ha fatte finalmente trovare, in quel di Makallè. E Nicki Sventola ha mandato un sms al suo amico chimico in Italia per verificare che effettivamente Meri Pop non si trasformasse di lì a poco in un visitors. E lui ha risposto: si, il farmaco è lo stesso, lo accendiamo. Ma il dosaggio è doppio: quindi spaccatele a metà le pillole. E anche la capoccella evaporata.

E tutti quei momenti non andranno più perduti nel tempo. Tipo le pillole.
Come lacrime nella pioggia.
È tempo… di raccontare.

P.S.
Ammazza se mi siete mancati, comunque. Siete tipo le pillole: salvavita. Che per un po’ vi avevo persi. Ma ora vi ho ritrovati. Spero: forza un po’, vuvvuvvùsupercalifragilipuntocom, la ricreazione è finita, pelandroni.

P.P.S.
E comunque quando poi ieri sera avete riacceso un televisore dopo venti giorni e avete visto Ballarò, Cota e la Gelmini avete avuto ancora più paura che dei feroci Afar e dell’acqua. E avete spento subito. Poi vi siete fatti un tè con i chiodi di garofano e la cannella e vi siete riascoltati questa, che Belay ve la metteva sempre, la cassetta, in macchina.