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A Poppins Island con Hey Jude. Law

giovedì, gennaio 23rd, 2014

Essendo sopravvissuta ai feroci Afar, agli avidi Mursi dell’Omo river e ai tagliatori di teste del Borneo riterrei giunto il momento per finalmente affrontare anche gli inglesi. Ed è per questo che nei prossimi giorni mi appresto ad atterrare con il magico ombrello nella mia patria di origine. Che finché la perfida Albione mi si affacciava nelle mie precedenti vite, l’unica parola associabile fu Mappercarità, fatto salvo l’unico sconfinato amore per Lady Di. Il che però non fu mai sufficiente a spingermi oltre la Francia.

Fu con l’apertura del blogghe, e la conseguente dilaniante scelta del Comecaspitalochiamo lui e Comecaspitamichiamo pure io che per la prima volta considerai che effettivamente, oltre alla Regina, anche solo l’aver dato i natali a Mary Poppins avrebbe meritato l’emersione della terra ivi denominata Inghilterra e che per me è solo e unicamente Londra.

Fu poi conoscendo Dequìn, la mia amica Rob, e Missis Beatles, la mia amica Anna Maria, e Missis BankofEngland, la mia amica Grazia che iniziai a deporre le armi. Ma fu infine partecipando ai royal tea della mia amica Mariapà che definitivamente capitolai al fascino della perfida. Dunque la mia Londra è quella che ho finora amato attraverso gli amori londrici delle mie amiche. Ed è stato mentre ancora ero lì a dire Mappercarità che Mariapà mi ha detto

-Meripo’ un giorno ti porterò a Poppins Street e ti farò cambiare idea

Dieci minuti dopo la imploravo di portarmici quanto prima. E un quarto d’ora dopo lei era già sull’onlain con la Air Poppins a prenotare i voli. E insomma la Mariapà ed io partiremo quanto prima. Verso Poppins Island.

Lei, per cautelarsi, ha prenotato anche una serata con Jude Law. Che recita Shakespeare. E io le ho detto

-Mariapà ma io non ci capirò niente, a sentirlo così

E lei mi ha detto

-Meripo’ neanche loro, gli inglesi: avremo tutti il libretto. Considera che alle brutte puoi sempre passare due ore a guardare Jude Law. Siamo state sottoposte a supplizi peggiori

Trovando l’argomento decisivo ho subito iniziato a preparare uno zaino con la torcia, gli scarponi, le salviette rinfrescanti e generi di prima necessità anche alimentari. La forza dell’abitudine. Quindi l’ho risvuotato. Pare che a Londra ci sia tutto. Bah. Comunque io, per ogni evenienza, una torcia me la porto. Al massimo ci illumino Jude.

Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

giovedì, ottobre 3rd, 2013

Lo so che uno dovrebbe stare solo in silenzio. Ma è che certe volte certe storie escono da sole. E oggi è la storia di Daniel. Qui. E qua:

Da qualche tempo ogni volta che arriva lo stillicidio di notizie degli sbarchi io penso a Daniel: è stato uno degli angeli custodi di un viaggio in Dancalia, due anni fa. Che io non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. Era il capoautisti, caposcorta, capoesploratore. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere.

Daniel ha 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non vi fate un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

E insomma Daniel una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -ripeto tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache. Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e neanche che altro pensare. Quindi penso a Daniel.

Lost in Colesterolèscion

lunedì, marzo 21st, 2011

Che uno direbbe: vabbè, ringraziate il Padreterno (Marx, Professor Pi, Marx) che ve ne siete usciti vivi da , fatevi il segno della croce (l’addizione, Professor Pi, l’addizione) e non pensateci più, no? E invece noi non solo ci pensiamo, a lei là, ma ci pensiamo pure fra noi qui. E allora Niki Sventola ha detto “e vabbè e allora vediamoci pureqquà”.

E così venerdì, in occasione dei festeggiamenti dei 150 dell’Italia e dei 105 di Strafanto (eddai, stiamo a scherzà), abbiamo rifatto lo zainetto e siamo atterrati dal Professor Pi che ci aveva invitati e mal gliene incolse: aò, tutti puliti, azzimati, pettinati, improfumati, benvestiti mica ci riconoscevamo, eh. Al punto che Matteo ha dovuto esibire la carta d’identità (le infradito nere) e Giorgio le fotocopie dei diari del Nesbitt. A Rosetta abbiamo invece chiesto il replay dell’indimenticabile acuto esibito nella hall dell’etiopico albergo a seguito della locale inospitalità.

Insomma ci siamo blindati in quel della Valdichiana per tre giorni, che sembravamo l’anello di congiunzione fra Little miss Sunshine e Il grande freddo. Che in effetti ieri tirava una giannella mica da poco.

E comunque diciamoci la verità: io questi l’avevo visti una volta sola in vita mia, per 15 giorni, e che caspita di quindiciggiorni lo sa solo Dio (Engels, Professor Pi, Engels) con tutto quello che abbiamo passato là. E mo’ lo sapete pure voi, però, dopo quelle 57 puntate di resoconto del viaggio che in confronto Sentieri vince il festival del corto.

Epperò a me questi mi sembra che siamo amici da quando ero piccola (Strafanto, non è però che non si può fare manco una  battuta, eh. Lo so che tu non eri nato quando io ero piccola, sennò mo’ le amiche lettrici pensano che tu sia un babbione e quando ti sistemiamo attè?). E allora abbiamo deciso di vederci anche senza gli Afar, le guardie del corpo, i kalashnikov, le munizioni, gli interpreti, le guide, i cuochi, i tagliatori di sale e quelli di teste, gli sgozzatori di capre e quelli di cristiani. Poi però per non perdere l’abitudine soprattutto alle ultime quattro categorie abbiamo visto bene di trastullarci con lo sbranamento di una quantità inenarrabile di sanguinolente fiorentine. Nel senso di bistecche, Mario, bistecche, si hai ragione lo specifico. Che sennò non ci tiri fuori dalle patrie galere manco se sei Ghedini.

Mo’ però sarà che a ogni corpo immerso nella Dancalia corrisponde una spinta uguale e contraria allo stesso corpo immerso nella Valdichiana, fatto sta che vi volevo tanto raccontare di questo elenco di amarcord di affetti del cuore ma non riesco a ricordarmi altro che elenchi di affettati nello stomaco; che abbiamo spazzolato via come fa la lava sull’Erta Ale, bruciando in meno di 48 ore anni di palestra, pilates, trekking e corsa campestre. Quindi come lì si era fatta praticamente l’alimentare fame qua si è fatta concretamente la gastrica strage.
E dunque vogliate gradire la Pop Ten della gastronomica emozione, elencata non già per scalata di bontà ma come i contestuali, svariati tipi di alcol riescono a farmeli vagamente ricordare in ordine di transito nel palato:

10) sfogline alle noci, cioccolata e uvetta traslate dalla Padania dai Lost in Traslèscion Patrizia e Massimo
9) collane di salsiccette e salamini traslati da Voghera da Antonello Colonna, alias Stefano
8 trancio XXL di mortadella traslato dal giovin bolognese Strafanto
7) Morellino di Scansano traslato dal senese Giorgio insieme ai biscottini di riso della Hoppe (la Coop quando la pronuncia il Giorgio)
6) Pici all’aglione, al pecorino e pepe e al ragù d’anatra
5) Stracotto al Chianti
4) Gnocco alla crema
3) Oh Susina (marmellata autoprodotta dal Professor Pi)
2) Vinsanto (laico, professor Pi, laico) autoprodotto dal padrone di casa o eterodiretto dal proprietario della Maggiolata sul tavolino del ristorante
1) mi repelle la sola idea delle fauci mai sollevate dal fiero sanguinolento pasto ma pare che ‘ste fiorentine di ieri a pranzo fossero paradisiache (spaziali, Professor Pi, spaziali).

E quindi, come cantavano quelli, “No, non puoi avere sempre ciò che vuoi. Ma se cerchi a volte trovi. E trovi ciò di cui hai bisogno”.
E insomma io mi sa che l’ho trovato. Non (solo) nel palato.

E buona primavera a tutti. Ovunque vi sia spuntata.

Alcatraz era Disneyland in confronto

martedì, gennaio 25th, 2011

Avviso all’utenza: in seguito ai disagi verificatisi con l’autosdoganamento del post del 5 gennaio in luogo di quello del 4, rendo noto che il qui presente segue dunque quello del chenyon che è il migliore amico dell’uomon. 

4 gennaio 2011 – Bere Ale  

Dopo ben 20 minuti di birrette, cerimonie, cocacole e derive emozionali, ci pensava il capoguida Daniel a riportare tutti a una sana e consapevole botta di realtà irrompendo nel bar al grido di
“TUTTI ALLA POLIZIAAAA”. 

Tre paroline che unite alle altre due costanti della zona (ferocia e Afar) inquietavano ulteriormente l’ipotiroidea Meri Pop già in astinenza forzosa da tiroxina per le note vicende. 

Giunti compostamente in fila davanti alla locale sede di Polizia dancala, i nostri avvistavano nere e scheletriche braccia protese da finestre a sbarre: trattavasi dei detenuti della locale prigione.  

Agghiacciati dal cambio panorama i nostri 18 intrepidi, memori di “Fuga da Alcatraz”, prefiguravano una altrettanto inquietante “Fuga da Bere Ale”. 

Ho sin qui, ma scientemente, trascurato di presentarvi ufficialmente uno dei componenti la spedizione: Giorgio, detto “il Nesbitt“. Dovendo sintetizzare direi che Giorgio è un’enciclopedia Treccani ambulante ma niente affatto noiosa: una Treccani sagace e godibilissima, il cui  eloquio chic&vintage irrompe a sdrammatizzare i contesti più complessi e i cui siparietti viaggiano arricchendosi spesso di Mario come volontaria spalla, essendo i due appaiati – oltre che da un ormai sperimentato repertorio di successo- anche dalla contiguità territoriale toscana. 

E dunque lì, davanti alla stazione di Polizia in quel di Bere Ale, impietrito come il resto del gruppo in osservazione delle galeotte braccia protese, Giorgio chiosava:
“Eh si, cari amici, la situazione potrebbe complicarsi in un Amen e non a nostro favore”. 

Non pago poi specificava: “Siamo forse al corrente del motivo per il quale si è stati convocati da questa gente?”. 

Non avendo ricevuto alcun cenno di riscontro dalle imbalsamate facce dei suoi 15 compagni di Avventura, vigilati a vista nel cortile da due poliziotti, mentre dei due coordinatori sapevamo solo che si trovavano all’interno della stazione di Polizia da almeno venti minuti, a Piz che coraggiosamente allungava un paio di sigarette alle protese mani dei galeotti, il Nesbitt senese infine proferiva: 

“Caro, siamo sicuri che questa tua iniziativa umanitaria, pur lodevole, possa essere apprezzata anche da questi due esponenti delle locali forze dell’ordine che qui ci trattengono contro la nostra volontà?”. 

Due sigarette, un accendino, una decina di ansiose domande rimaste inevase dopo, i nostri vedevano riapparire le amate sembianze dei due capigruppo nonché quella di Daniel che, senza dare ulteriori spiegazioni, comunque pronunciavano le uniche cinque parole in grado di fare da spartiacque fra “viaggio” e “incubo” nonché segnare la differenza fra Alcatraz e Bere Ale: “ragazzi-ce-ne-possiamo-andare”. 

Coffee break al Bereale's bar - Foto Professor Pi

L’entusiastico dietrofront veniva accompagnato da un passaparola che si condiva di minuto in minuto di ipotesi e arrovellamenti sul motivo della nostra convocazione, culminanti nella seguente teoria: “Pare che la jeep di Daniel abbia la targa davanti legata con la corda anziché inchiodata e quindi dobbiamo pagare una multa di 500 birr”. 

Ora, per carità, lungi da me l’idea di giustificare chi tratta la targa davanti della jeep dancalica come una valigia da emigrante italiano anni ’50. Però scusate eh: ma l’avete visto in che caspita di condizioni viaggiano in Africa? No, dico, ma avete presente da che razza di catorci è costituito di norma il locale parco macchine? Avercela, la targa: non ci hanno manco i sedili e la leva del cambio, a volte. Ecco noi, sia chiaro, ‘sti 500 birr (25 euro) ve li avremmo portati pure con le orecchie. Ma dico io ci volete fa’ morì d’infarto a quel modo, EH? Che poi a quell’ora ‘manco c’era il poliziotto cassiere e quindi il Professor Pi, visibilmente turbato dalla mezz’ora trascorsa nella sede dei dancalici poliziotti Afar, mezz’ora della quale a tuttoggi nessuno ha ancora saputo un italico tubo, dicevo che il Professor Pi specificava: “ragazzi, domattina la partenza slitta dalle 7 alle 8,30 circa, perchè alle 8 dobbiamo tornare qui a pagare la multa”. 

Nel frattempo fattasi ‘na certa (ora) i nostri erano in grado di potersi trasferire armi e bagagli, soprattutto armi, nel cortile della locale scuola per prendere possesso dei propri alloggiamenti e dare inizio alle operazioni di allestimento cena a cura dell’ormai unico cuoco sopravvissuto all’ammutinamento dancalo, cioé il nostro Stefano, avendo i due cuochi ufficiali nonché lautamente pagati praticamente deciso di dedicarsi ad altre più interessanti attività. 

Afar school - Foto Meri Pop

L’apparente tranquillità degli ultimi 10 minuti veniva quindi interrotta da inequivocabili grida di dolore provenienti da un locale ragazzino Afar, dell’apparente età di anni 13, che non ho capito bene in base a quale procedimento mentale aveva improvvisamente deciso di saltare come un ossesso sul nostro instabile tavolino da campeggio sul quale si era infine sfracellato un piede. 

Alla vista del copioso sangue e all’udito dell’ululante ragazzo Meri Pop si chiudeva nuovamente in uno sconsolato silenzio fatta eccezione per un iniziale “Ommioddio” seguito da un forzoso strattonamento del Professor Pi versione Hugh Laurie-Dr.House con pila-cerotti-garze e disinfettanti-munito verso il luogo dell’incidente ove il saggio Pi provvedeva con incredibile perizia a rabberciare il disastroso esito della inspiegabile giovanil cazzata. 

L’occasione era gradita a Meri Pop per un’ulteriore riflessione sociologica: arrivato anche un altro gruppo di italici pazzi a soggiornare nottetempo nel cortile, avendone individuato un medico all’interno, esso veniva convocato per un consulto sull’operato del professor Pi. Ottenuto anche l’imprimatur ufficiale con un “ottimo-proprio-ciò-che-andava-fatto”, si chiedeva al medico se non fosse stato però il caso di chiudere la ferita con dei punti. “Si – affermava stentoreo- Ma poi chi glieli toglie, visto che noi partiamo tutti domani?”.
Ecco, l’idea che il piede sgarrato di quel ragazzino non avesse diritto manco a qualche punto di sutura, in totale assenza di medici nel raggio di centinaia di chilometri, improvvisamente imponeva a Meri Pop la forzosa inclusione di latitudine e longitudine rilevabili alla nascita tra i fattori determinanti dei diritti fondamentali dell’uomo. Male. Molto male. 

Esaurite le formalità poliziesche, chirurgiche e infine culinarie, alle ore 21,30 il dancalico gruppo decideva, avendo presoci il caffè ma saltato l’happy hour, di recarsi al bar dei rifugiati per l’ammazzacaffè. Nella fattispecie giurerei 1) di aver visto in quel bar nel pomeriggio due ragazze locali strepitose e 2) di aver visto Matteo e Gianni cambiarsi abito prima di andare al dopocena al bar. Ma non vorrei andare all’Inferno per rispondere di spergiuro né in tribunale a rispondere di querela per diffamazione. Dunque nulla vidi. 

Tavola calda dancalica: l'injera - Foto Professor Pi

Meri Pop invece svaniva in tenda dove, sopraffatta dagli eventi, sveniva anche in un profondo sonno. Svenimento dal quale si ridestava di soprassalto ad una imprecisata ora della notte in preda a un dancalo incubo del quale ricorda solo fantomatici sgozzatori di capre che decidevano di diversificare gli sgozzamenti anche con italici umani cercando di irrompere nella tenda. 

L’appena addormentatosi Professor Pi, nonché suo condomino di tenda, anziché assecondare il riflesso condizionato di riagevolare il sonno di Meri Pop con una botta in testa, cercava invece di ricondurla alla ragione tramite dibattito. 

All’agitatissima nonché improvvisamente balzata a sedere nonché urlante: “ecccoliii, vogliono entrare nella mia tendaaaa”, il Professor Pi sfoderava doti di oratoria e sintesi nonché di pazienza bloccandola prima che si precipitasse fuori dal sacco lenzuolo e così apostrofandola: 

“MERIPO’, primo la tenda -semmai- è mia,
secondo non c’è nessuno,
terzo ho avuto una giornata pesante,
quarto mi ero appena addormentato,
quinto rimettiti giù
e sesto dormi” 

con ciò riavvolgendola nel sacco lenzuolo ma più che altro legandocela dentro come in una camicia di forza di ospedale psichiatrico tipo “Qualcuno volò sul nido del cuculo“. 

Niente affatto convinta della sequenza logico matematica delle precedenti motivazioni addottele, Meri Pop si rassegnava comunque al sonno ripromettendosi però di contestarle punto per punto. Ma magari un’altra volta. Anche perché della leggendaria ferocia degli Afar si è  fin qui diffusamente disquisito ma di quella, eventuale, di un Professor Pi esasperato oltre un certo limite Meri Pop preferiva né suscitare esperimenti nè provocare inutili dimostrazioni. 

Chiusa nel suo incompreso panico e nel sacco lenzuolo, a quel punto a Meri Pop non restava altro se non abbandonarsi nelle braccia di Morfeo nonché in quello destro del Professor Pi in versione Joe Montana che la bloccava sul materassino con un esemplare placcaggio

Gli sgozzatori di capre avrebbero continuato comunque a inseguirla e tormentarla nottetempo nell’indifferenza generale.

Il chenyon è il miglior amico dell’uomon

lunedì, gennaio 24th, 2011

Avviso all’utenza: per motivi a me sconosciuti la puntata del 5 gennaio si è autosdoganata prima della qui presente del 4 gennaio (come segnala con sabauda puntualità e apprensione la nostra Rosetta Littizzetta nei commenti): si tratta di una gravissima intromissione nella sequenza settimanale. E, con Emilio Fede, devo purtroppo convenire che qui si sta facendo una campagna mediatica per provare ad abbattere pure il calendario: non ho mai visto passare il 4 gennaio, non ho mai invitato io il 5 qui sopra e non ho neanche mai fatto il viaggio. Tantomeno ho mai conosciuto la  signorina Dancalia.
Forse non ho neanche mai aperto un blog. 
 

4 gennaio 2011

E dunque 7 ore, 2 pipistrelli, 4 russatori notturni e 2 caprette nella tendopoli dopo, la spedizione dancalica, con sveglia alle 5,30 del mattino, iniziava alle ore 7 con cammello e guidemuniti l’attraversamento a piedi del Canyon di Saba, entrata dal casello Asso Bhole uscita casello Melabday. Casello-casello 16 chilometri sotto il sole, 85 guadi di fiume, 18 carovane di cammelli e cammellieri in cammino parallelo ai 18 dancaliani, solite temperature percepite sui 42 gradi.

Meri Hop, Canyon di Saba - Foto Professor Pi

Ruscelli d’acqua e fiumi di Polase rallegravano l’afosa arrancata della spedizione che al ritmo di 3 km all’ora, compresa un’ora di pausa pranzo tipo Mirafiori pre-Marchionne, usciva dall’incubo dopo 7 ore di marcia.

E ci mancherebbe pure che fosse un luogo orrendo: eccerto che è stato emozionante.

Caro vane - Foto Meri Pop

Costoni di roccia levigata, a terrazze, a speroni, a picco, a mollo. Insomma ‘sto Saba aveva buon gusto.

Foto Meri Pop

Non così i nostri cammellieri e guide che sceglievano di farci stramazzare al suolo per la pausa pranzo su un suolo di cacche di cammello e dichissà chi altro intervallate da speroni di roccia acuminati in prossimità del solito fiume più volte guadato, dunque con nostri piedi a mollo e ormai lessati dentro calzette e scarponi da ore, tipo gli spaghettini numero 5 dopo 30 minuti di cottura in luogo dei 6 previsti.

Constatata l’inadeguatezza logistica della lochèscion i nostri eroi ci rimanevano comunque spalmati sopra, non avendo più la forza di emettere manco dei flebili lamenti figuriamoci alzare le chiappe e scansarsi.

Attraversato tutto l’attraversabile, compreso lo schifoso corpo di un serpente di passaggio accanto alla nostra-guida-Afar e ivi deceduto dopo che lo stesso lo aveva preso a pietrate, Meri Pop incontrava sulla strada anche lei

Meri Pop's little wonderful friend - Foto Meri Pop

che della nostra-guida-Afar è la figliola, guida che col passare delle ore e dei chilometri e dello stato di disfacimento complessivo della qui presente, aveva sviluppato nei confronti di Meri Pop una inspiegabile umana pietas che manifestava a ogni accenno di salita, ora offrendosi di portarle lo zaino ora soccorrendola in un guado e infine chiedendole di lasciare una documentazione del temporaneo gemellaggio con la sua famiglia, con Meri Pop al posto della moglie, indelebilmente impressa:

Meri Pop temporary dancalian family - Foto Nonmiricordochimelhafatta

 al punto che Meri Pop si interrogava sullo stato in cui doveva essere ormai ridotta per innescare la commiserazione di un esimio rappresentante dei feroci Afar. Notare comunque la plasticità della posa meripoppica, bloccata dal timore reverenziale nonché dall’acido lattico.

Sedici km. e 7 ore dopo, alle ore 14, adeguatamente rimpinzatisi di tocchi di parmigiano, crackers, Polase e pulci nella pausa pranzo, i nostri sbucavano dall’altra parte del Canyon dove un miraggio a forma di jeep li accoglieva non prima che Meri Pop avesse baciato terra.

Survivors - Foto Professor Pi

Svenuti sui sedili i nostri riprendevano conoscenza, più o meno, in quel di Bere Ale, sempre scortati dalle feroci guardie armate delle quali fin qui ho omesso ulteriori specifiche per evitare immaginabili presenti e future inutili complicazioni a una vita, la mia, che già, lo capite da voi, tendo a complicarmi di mio.

Però diciamo che vivere in simbiosi tutto il giorno con 4 Kalashnikov agitantisi in tute mimetiche non è che proprio deponga alla rilassatezza.
E ugualmente contro ogni rilassatezza, notturna, appariva la lochèscion dell’imminente pernottamento: il cortile di una scuola del locale villaggio di Bere Ale. Culturalmente stimolante, non c’è dubbio, ma logisticamente posto a ridosso, e in favore di vento, dei presunti locali bagni, senz’acqua come tutto il resto della Dancalia. Luogo ove in serata si effettuava anche la sontuosa cena di fine trekking: bis di primi con tortellini al sugo e risotto allo zafferano, un trionfo di giallorosso nel piatto che commuoveva la romanità superstite di Meri Pop.

Però però però va anche aggiunto che, la scuola essendo legittimamente occupata dai bambini fino alle ore 17,30 (che il tempo pieno, Mariastè, riescono a garantirlo persino in Dancalia), i nostri venivano parcheggiati nel locale Harry’s bar nel quale trovavano a rinfrancarli – dopo giorni e giorni senza acqua e luce- addirittura una birretta fresca. Biretta, diciamo a Roma. Ora vorrei che i miei 25 lettori provassero a immaginare cosa possa accadere a un organismo sottoposto per giorni e giorni a tutto ciò che avete sin qui singultamente seguito e che improvvisamente venga a contatto con la prima sorsata di biretta. Ve lo dico io: la papilla gustativa prova cose che in confronto il Kamasutra fa ridere. E qui mi fermo perché su questo blog tutto si è sempre svolto all’insegna della più assoluta eleganza e da quando mi sono separata ho avuto uno stabile rapporto di affetto con il Chinotto.

Biretta, dunque, cui seguiva la cerimonia del caffè etiope. E anche qua diciamolo: si, mi sono emozionata pure davanti a una caffettiera. Pur avendo i piedi e la testa lessa Meri Pop, osservando una bambina che tostava i chicchi di caffè per poi passarli a un’altra che li pestava in un mortaio di legno e infine a una un po’ più grande che prima ne preparava un infuso che poi versava come il mago Silvan in piccole coppe bianche mentre un braciere diffondeva il profumo di incensi ed erbe, era ancora in grado di capire che stava assistendo a qualcosa di suggestivo che, forse, fra un po’ scomparirà insieme ai cammelli, presumibilmente quando i cinesi avranno finito di trasformare le dancaliche, polverose, fangose, sabbiose, salate, difficoltose e scomode ma fascinose piste in strade.

La sindrome di star là

domenica, gennaio 23rd, 2011

5 gennaio 2011 – Bere Ale-Makallè

L’attraversamento della linea Maginot che li restituiva al territorio etiopico in quel di Makallè veniva salutato all’ora di pranzo del 5 gennaio con lodi, inni, canti, salmi, l’acqisto di svariati caschi di banane, manghi, papaye e una corsa all’Ethiopic Bank per cambiare altri euro in locali Birr dopo che l’avidità degli Afar aveva assestato il colpo definitivo alla cassa comune con il pagamjento di ulteriori dazi,  mance, prebende, pedaggi e incoraggiamenti che in confronto Mario Chiesa era un sagrestano.

Il punto è questo: in Dancalia potreste essere rapiti. Dalla bellezza, chiaro. Ma anche dagli Afar. Non necessariamente potreste notare il peggioramento nel passaggio dai nostrani barbari ai locali dancali. Però, indipendentemente dai vostri orientamenti, per evitare guai ovunque, di norma, c’è uno strumento diretto e di immediata comprensione in tutto il mondo che risiede su banconote di piccolo e grande taglio che vengono opportunamente dislocate lungo tutto l’itinerario come il sale nelle ricette: q.b. Quanto Basta. “Adesso basta” ha invece provato inutilmente a dire, di tappa in tappa, il nostro delegato Onu alle trattative con le maestranze locali, Professor Pi. Perché, più che altro, non gliene bastava mai. 

E però vorrei vedere voi a fare trattative di fronte a gente armata fino ai denti, contornati da schiere di feroci guerrieri ma soprattutto di Mk47 e di ananas. Bombe ananas. Consapevole di poter opporre solo il coltellino milleusi della Ferrigno, oltre che il suo possente corpaccione ovvio, il professor Pi di norma cedeva dopo che la trattativa inchiodava sull’inequivocabile gesto di una mano destra poggiata sulla gola dell’interlocutore mimante il di lui sgozzamento (io ve l’avevo detto che dopo le capre… Hai voglia a salvare capra e cavoli: Pi avendo già assistito alla efferata fine della capra aveva infatti detto “Ora sono cavoli” non a caso). Vabbè insomma avete capito, no? Pagate e zitti.

Dice: ma mi hanno imposto e fatto pagare 12 uomini di scorta armati e se ne sono presentati solo 3, poi delle 4 guide solo 1 e a volte manco si è presentata quella. Mbeh, ecchè mica penserai che mo’ ci intavoli una trattativa sindacale. Vuoi forse chiamare il Codacons? No, ditemi, che volete fa’? Quello che ha fatto il professor Pi: gli ha allungato ‘sti 1000 bir (50 euri) per 3 guide, percepita 1, e crepi l’avarizia anziché il viaggiatore. Dice: ma di quei 12 della scorta, che se ne sono presentati solo 3, mi hanno fatto pagare pure pranzi, cene e viaggio di ritorno per quelli che non si sono mai mossi da casa. Ripeto: che caspita vuoi fare? Un bel ricorso al Tar del Lazio?

E dunque dicevo che, manco il tempo di arrivare a Makallè che stavamo già in banca a prelevare “birr” in cambio della nostra incolumità. Uno scambio vantaggioso in ogni caso e a qualsiasi tasso di cambio, su questo credo che si possa concordare anche in sede di Corte Costituzionale.

E dunque di questa amena cittadina mi è qui gradito ricordare che, a proposito di priorità e in ossequio a quel motto secondo il quale “Non c’è inferno tanto scatenato quanto una donna offesa” (Shakespeare) “o senza tiroxina sodica” (Professor Pi) si decideva di procedere alla ricerca del farmaco. Il Professor Pi prendeva in ostaggio l’autista, la jeep e anche Giorgio che era distrattamente rimasto seduto sul sedile posteriore della jeep -e dunque si ritrovava in uno di quei pezzi di cronaca nera dal titolo “Gli rubano la macchina col bambino dentro”- dicevo che Pi si rivolgeva all’autista con il seguente itinerario: “Belay, lissen tu mì: non ripartiremo da questo caspita di posto finché non avremo trovato queste caspita di pillole (agitando la scatola vuota)”.

Meri Pop oggi è quindi in grado di fornirvi  la mappa e la dettagliata descrizione di TUTTE -ripeto: tutte- le farmacie presenti nella città di Makallè. Il viaggio della speranza iniziava con una serie di capoccioni di farmacisti -tipo i cagnolini che si mettevano nelle macchine quando eravamo piccoli- che oscillavano facendo nonnonnò. Alla farmacia numero 5 un flebile lampo di speranza intercorreva fra la faccia soddisfatta del commesso col fumetto “ho capito benissimo che state cercando” e la seguente conclusione a voce alta “però purtroppo no, non ho questo farmaco per il Parkinson”. Alla farmacia numero 7 (e lo so, sembra tipo la canzone dell’osteria, mo’ che devo fare?) persino Pi sembrava un po’ provato dopo  la frase “difficult, it will be veeeery veeeery difficult, probably impossible”.

Avviso alla nuova utenza del blog: “impossible, traduzione: termine con il quale è possibile minare definitivamente il sistema nervoso di Meri Pop ma non la testa dura del Professor Pi”. Infatti, alla farmacia numero 10 paraponziponzipò, il farmacista esordiva tipo il ritrovamento di Bin Laden nella grotta con un liberatorio “We got it”: Ce l’abbiamo in pugno. Il nome era diverso ma comunque l’aveva preso dallo scaffale Endocryne.

Sistemata la tiroide di Meri Pop il gruppetto raggiungeva il resto della spedizione per la sistemazione in chiamiamolo albergo. Ove però Nichi Sventola, alla vista della boccetta etiopica dalla quale Meri Pop finalmente estraeva la pasticca esclamava “MA SIAMO SICURI CHE SIA LA STESSA MEDICINA?”. Con ciò iniziando a compulsare un sms a “un mio amico chimico farmaceutico in Italia”. Alì il chimico ci faceva arrivare l’italico conforto con un: “Si, il principio attivo è lo stesso ma il dosaggio è doppio. Quindi, a questa scema, (Nichi, tanto lo so che te l’ha scritto, l’inciso) le pasticche spaccategliele in due. E la testolina pure. Baci. Ciao”.

Dunque dei prodotti tipici di Makallè dei quali lasciare traccia ai posteri, oltre le pasticche, direi che possiamo segnalare lo shopping compulsivo di: berberè, sciarponi avvolgenti, croci, icone, san giorgi, sante cunegonde e altri esponenti tipici del religioso luogo. Ma soprattutto direi che ci si riforniva nuovamente di abbeveraggi freschi tipo cocacole e, soprattutto, frullati di manghipapayeavocadibanane con i quali Patrizia, Massimo e Luca confesseranno più tardi di aver effettivamente raggiunto la sazietà e anche il nirvana.

Prima di abbandonare definitivamente la Dancalia, però, mi consentirete di osservare prima un minuto di silenzio e poi che, per essere gente che usciva da otto giorni senz’acqua nè luce nè specchi nè un caspita di niente, tutto sommato nonn eravamo ridotti come potreste immaginare: peggio, mooooolto peggio. Però confesso che dopo 8 giorni anche senza saponi o detergenti o cosmetici la qui presente aveva una pelle liscia e bella che manco JesuìCatherineDeneuve.
Mi portavo in dote dalla Dancalia, oltre ‘sta pelle che lèvati, anche la prova e la controprova che nel deserto spesso è utile e anzi consigliabile fare esattamente il contrario di quello che invece avresti una gran voglia di fare (il concetto potrebbe essere pericolosamente estendibile ad altre regole di vita oltre quelle che andrò ad elencare ma ci andrei piano prima di rinunciare ad alcunché):
se fa tanto caldo meglio coprirsi che spogliarsi
se hai tanta sete meglio bere a piccoli sorsi che a garganella
un té caldo può far meglio di una Cocacola o una birretta fredda (a trovarle) e inoltre ti evita una congestione
per tenere un po’ più fresca l’acqua devi infilare la bottiglia in un calzino bagnato (ma questo non me l’ha insegnato il deserto: me l’ha insegnato Mario).

Ho poi fatto trasmigrare una nutrita serie di cose dall’elenco “indispensabili” a “inutili”, a volte addirittura in “dannosi”.

Ho infine capito che viaggiare può diventare una sindrome inguaribile. Dalla sindrome di Stendhal a quella di “star là”.

E che però per viaggiare servono sostanzialmente due cose: la salute e la curiosità. Della prima si può, in parte, anche fare a meno. Della seconda, assolutamente, no.

Dallol, dove niente è gratis

martedì, gennaio 18th, 2011

2 gennaio 2011  

Alle ore 5,40 antelucane risuonava nell’accampamento simildancalo l’inno del risveglio: “forza, che andiamo a vedere la carovana che riparte”. E dunque, trascinatisi tra le altre capanne del villaggio Afar intento pure lui nelle operazioni di lento risveglio, i nostri planavano nella radura sottostante dove centinaia di cammelli, cammellieri, asini, basti, carichi e suppellettili si rimettevano in marcia alla volta di Bere Ale con il salato carico.  

Carovana al risveglio - Foto professor Pi

Saltando tra un fuoco del caffè e uno atto alla preparazione della locale e ogniorapresente injera, Meri Pop e i suoi compagni di viaggio vedevano sorgere il sole contornati da uno spettacolo che pure qua ci vorrebbe Emilio Salgari e non Meri Pop.  

Salutate le carovane si ripassava tutti tra i risvegliantisi Afar che, qui è ora di specificarlo, già quando sono svegli di norma non si contraddistinguono  per affabilità, socievolezza e tantomeno per ospitalità, figuriamoci prima del caffè.  

Afar di buonumore al risveglio - Foto professor Pi

E’ però anche qui il caso di specificare che Meri Pop ha visto con i propri occhi una bellissima donna Afar, affusolata in un regale tendaggio che le lasciava scoperti solo i magnetici occhi, prendere vigorosamente e più volte a calci una polverosa copertaccia arrotolata fuori dalla mesta capanna contenente presumibilmente suo marito.  

Sempre questa mi sembra la sede adatta per finalmente chiarire che se Meri Pop avesse trovato il coraggio di leggersi prima di partire qualcosa della destinazione che pur aveva scelto e prenotato avrebbe, ad esempio, appreso questo illuminante proverbio Afar:  

“E’ meglio morire
che vivere un giorno senza uccidere”.  

Non so se ora vi sia più chiara la cornice generale del viaggio.
Dice: ma perché non l’hai letto prima? Siete pazzi? ‘Sti viaggi sono come il bugiardino delle medicine, se ti metti a leggere il foglietto illustrativo non te le prendi più.  

E dunque se avesse letto il bugiardino della Dancalia, Meri Pop ugualmente avrebbe appreso, con certa qual comodità sfogliando guide sulla poltrona, che gli Afar “sono noti per la leggendaria ferocia”. Tanto per aggiungere un dettaglio gli Afar non amano essere fotografati. Amano molto, invece, rendere esplicita questa loro avversione con lancio di pietre e bastoni contro i faranji – stranieri- cioè noi.  

Sempre consultando una qualunque guida ma pure solo Wikipedia, nel caso avesse trovato il coraggio di farlo prima di cliccare “prenota”, Meri Pop avrebbe appreso anche che “posta a 100 metri sotto il livello del mare la Depressione della Dancalia è forse il luogo più caldo e inospitale della terra”.  

Ecco, facciamo che togliamo quel forse.  

E a questo punto è ovvio che ve lo stiate chiedendo. Ed è sempre a questo punto che ci è arrivata la risposta alla fin qui anche mia fissa e ricorrente domanda del “macchiccaspitamel’hafattofareammè”, intervallata dal “maddovecaspitasonofinita” e soprattutto “perché”: il perché sta esattamente al punto in cui si arriva, chevvelodicoaffare dietro ennesima impettata sotto il sole a picco nel solito temperatura minima 35,5 in aumento, alla piana di Dallol.  

Perché è proprio lì, ai confini della realtà e della resistenza fisica-psichica ed emotiva, quando ormai sei certo di stare più al cospetto dell’inferno che della Dancalia che improvvisamente, sotto ai tuoi occhi, ai tuoi piedi, alle doloranti gambe, alla tua ribollente testolina e in mezzo al cuore, appare qualcosa che, davvero, manco Jules Verne, Emilio Salgari, Proust e Piero Angela messi insieme potrebbero descrivere mai.  

Dallol, il luogo più inaspettato della terra - Foto Meri Pop

Paesaggi lunari, forse marziani, certamente da stati di allucinazione, da post festino a base di peyote, da ingestione contestuale di Aspirina e whisky e anche eruzione Mentos in Coca Light, ma non roba di questo pianeta.  

Sale e scende - Foto Meri Pop

Dallol, il luogo più caldo della terra, è in grado di ripagarvi con gli interessi – garantito- di qualsiasi tipo di casino, disperazione, fatica, sacrificio umano necessario per arrivare al suo cospetto.  

Foto Meri Pop

Formazioni di sale, sulfuree, pozze salate e fumanti a cielo aperto risplendenti di ogni sfumatura di giallo, verde, azzurro, rosso, blu, turchese, indaco, violetto, vi accolgono mentre bianchi accecanti si ergono da incrostazioni di sale che prendono forme mostruose e divine, fiori, funghi, corolle, arabeschi, ricami, trine, merletti.  

Dallol - Foto Meri Pop

Le esalazioni sulfuree vi stordiscono, tossite, a tratti lacrimate, il caldo che ve lo dico a fare,vi annocca ma mai, mai, mai, mai ho visto qualcosa di così incommensurabilmente bello ed emozionante.  

Meri Salad - Foto Professor Pi

“Troppo”, ha riassunto Luciana con quella sua calma e concisa saggezza che mi ha accompagnata e rassicurata per tutto il viaggio.  

Si, troppo.  

Esaurito lo stordimento della piana non ci siamo fatti mancare, a seguire, l’attraversamento del contiguo nonchè di roccia friabile e salino Canyon, ovviamente alle ore 12 con sole trafiggente a picco sui capoccioni.  

Piedi che camminano su un continuo scricchiolio di sali e cristalli, testa a fuoco, fiato corto, vampe di calore.
Eppure.
Eppure è vero che niente è gratis e che, di norma, quando la natura ti fa conquistare qualcosa a caro prezzo sa ricompensarti con gli interessi.  

Ed è proprio questa ricompensa che ho continuato a incassare poco dopo, quando allontanatici da Dallol ci siamo improvvisamente ritrovati, soli, su una spianata a perdita d’occhio di perfetti esagoni di sale che, tenuti a braccetto l’uno con l’altro, formavano un pavimento sospeso nel cielo di graniglia abbagliante e surreale.   

Meri Boh - Foto Professor Pi

  

E ancor più mi sono sentita una Meri Pop fortunata, ripagata, indennizzata, privilegiata, dalla natura molto amata, quando sono approdata su uno sconfinato, bianco quadrivia che apparentemente porta verso il nulla ma che lì ti porta dritta dritta verso una piena e inspiegabile felicità.

Da dove veniamo, dove andiamo - Foto Meri Pop

Avviso all’utenza

lunedì, gennaio 17th, 2011

Riguardo alle continue richieste del numero di cellulare di Nichi Sventola mi è gradito informarvi che la Sventola è, effettivamente, molto avvenente, ma è anche molto sposata. A un culturista. Nel senso uomo di molta cultura. Ma anche campione di karate. Che ha tenuto testa per 20 giorni ai feroci Afar. E’ del tutto evidente, miei cari utenti, che qualsiasi vostra curiosità sulla Dancalia potrà essere ampiamente soddisfatta tramite, eventualmente, il numero di cellulare dell’ambasciatore dancalo in Italia. Che però non ho. Nè credo esista. Però magari c’è una nipote del governatore dancalo. Chissà. Mo’ chiedo a palazzo Grazioli e vi faccio sapere.

Lost in desertèscion

venerdì, gennaio 14th, 2011

30 dicembre 2010 

Il primo deserto di Meri Pop si inaugura, chevvelodicoaffà, con una tempesta di sabbia: diciamo che è come stare dentro a una lavatrice senza esclusione di centrifuga, in cui vedi solo bianco intorno mentre ti senti sballottolare di qua e di là. Al punto che il nostro driver, Belay, si volta in continuazione verso i passeggeri dei sedili posteriori, nella fattispecie Giorgio e Meri Pop, per chiarire subito abbastanza allarmato che “tudei is veeeri veeeeeri difficult”. Non avevo alcun dubbio in proposito, caro. 

Foto Professor Pi

Abbandonato a cento metri dalla partenza il piano A di procedere per gruppo compatto nella formazione 6 jeep e 2 pick up (le jeep portano noi, i pick up acqua, viveri e vettovaglie) si incarica il vento dancalo di offrire il piano B: ognuno come caspita può. Si tenta un primo stop di ricompattamento al quale mancano già una jeep e un pick up. In stile lavatrice si giunge non chiedetemi come or su una duna or su un cespuglio or su non si capisce un tubo. 

Ma è a questo punto che devo, e fortissimamente voglio, fare il primo mea culpa aprendo una parentesi alla Giuseppe De Rita che non intendo risparmiarvi. Si dà il caso che, nei due giorni precedenti, la spedizione dancala abbia attraversato zone che nessuno al mondo penserebbe mai di abitare. Tranne gli Afar, evidentemente. Distese a perdita d’occhio di pietre, rocce, sabbia e nulla arroventate, con temperature che non scendono mai sotto i 35 gradi e d’estate arrivano ai 50, tutto possono essere tranne che un habitat umano. Eppure ci vivono, rintanati in micro igloo di legno coperti di juta e stracci. E te li vedi comparire all’improvviso come miraggi, dalle bolle e dai vapori di afa che continuamente salgono da quell’inferno ribollente a cielo aperto: alti, asciutti, esili ma forti, neri e duri come il carbone, avvolti in stoffe di rara bellezza e colori. 

Foto Professor Pi

Guardando vagare così anche i bambini mi ero ritrovata a pensare che di tutta questa povertà dignitosissima c’era una cosa che più di tutte mi angustiava: che la povertà aggiuntiva era quella di chi trascorrerà tutta una vita senza poter ascoltare un verso di Dante o una nota di Mozart e di Bach. Lo sapete che avete una blogger scema, non è che senza la Dancalia non fosse già evidente, me ne rendo conto persino io. Ma non intendo mentirvi: da quel finestrino della jeep, col naso schiacciato al vetro e inutilmente schermato da un fazzoletto per arginare polvere e sabbia, questo andava arzigogolando nella sua evaporata testolina Meri Pop. 

E questa teoria dell’assenza dell’essenziale alla sussistenza, che nella visione Meripoppica della vita comprende Dante e Bach, la vostra Meri aveva avuto modo di illustrare al dividente tenda, nonché suo dancalian operator Professor Pi. Il quale, da par suo, aveva vuto modo di illustrarle – a ridosso di una buonanotte che stentava ad arrivare da ore- e pur comprendendo il rammarico insito nell’analisi sociologico cultural musical, la seguente controteoria: “Meripo’, non hanno Bach. Ma avranno certamente le loro musiche, le loro canzoni, le loro storie attorno al fuoco, le loro danze. In tanti secoli se ne saranno fatti una ragione di dover fare a meno di Dante. Mo’ però fattene una ragione pure tu. E dormi, Meripo’”. 

Ciò verificandosi il 29 sera è del tutto  immaginabile  la scena che si è dipanata nell’abitacolo della Toyota il 30 mattina quando, sistematasi Meri Pop con Giorgio sul sedile posteriore e il professor Pi a mo’ di navigatore davanti, Belay the driver inseriva nella radio di bordo una nuova musicassetta dopo tre giorni di nenia etiope. 

E’ a quel punto che la teoria dell’assenza ha impattato sul bel sorriso un po’ sdentato di Belay, nel momento in cui da quell’aggeggio hanno iniziato a diffondersi nella tempesta di sabbia del deserto dancalo, le inconfondibili note di un Concerto Brandeburghese di Bach. Il professor Pi, ostentando assoluta indifferenza, accennava solo un mezzo giro di capoccione ruotante verso l’ala est del sedile posteriore. E a una Meri Pop a bocca aperta e ammutolita, col ditino indicativo verso il dancalico mangianastri, diceva solo: “Meripo’, ‘sta teoria è durata si e no dieci ore”. 

Ancora basita, tipo statua di sale, Meri Pop tentava l’ultima carta:
-Bailaaaaaiiii, bat dis is classic miusic?
e con un disarmante sorriso Belay metteva il chiodo defintivo sulla bara della teoria dell’assenza con un lapidario:
-Yessssss, dis is Bach. 

 

Dunque, che stavo a dì? Ah, si, dicevo che mai più ripresasi dalla disfatta culturale abbattutasi su di lei di prima mattina, Meri Pop si attrezzava per mai più riprendersi anche dalla tempesta di sabbia che il vento dancalo sollevava -per poi abbattere congiuntamente alla batosta di Bach- sulla sua esimia persona. 

Arrivati non si sa come -ma accompagnati dalla selezione bachiana- a un sedicente “punto ristoro” (trattavasi di approssimative capannucce sgarrupate piazzate in mezzo al pietroso deserto come fossero state paracadutate dall’Unhcr) si prendeva sconsolatamente atto del fatto che, effettivamente, sì, una jeep e un pick up mancavano all’appello da oltre due ore. Ergo si erano persi ergo gli si era scassato barra insabbiato il mezzo. 

Al modico prezzo di 300 birr (15 euro, mezzo stipendio mensile locale) i due capospedizionieri decidevano, dopo estenuanti trattative con il capovillaggio, la nostra scorta armata, lo stregone, la guida, i cuochi, gli autisti e un’inimmaginabile sequela di feroci Afar materializzatisi non si capisce da dove, di affittare una delle baracchette come ricovero della spedizione italica in attesa di ritrovare i 3 componenti inghiottiti dal deserto dancalo. 

Affranti, sconsolati, preoccupati, accaldati e altro, i nostri 18 meno 3 si stravaccavano a casaccio su stuoie di indecifrabile origine ma di certa provenienza ricovero animali. Ciò non impediva loro, dopo altri due minuti di afflizione, di reagire a schiena dritta e stomaco vuoto di fronte all’imponderabile, al grido di “Vabbè, c’è qualcosa da mangiare?”. 

Foto Professor Pi

E così, mentre una truppa scelta di perlustratori, formata da due autisti, si avventurava nel nulla dancalo alla ricerca degli aghi nel pagliaio, i baraccati allestivano una sorta di estemporaneo Autogrill in cui, piazzato al centro della pulciosa stuoia come Antonello Colonna, Stefano iniziava ad affettare un tipico alimento da deserto, il prosciutto crudo, le cui proprietà notoriamente ben si attagliano alle temperature roventi nonché alla depressione dancalica. Per le temperature non lo so però vi giuro che la depressione ci era passata già al secondo giro di affettati  in vassoio. 

Vorrei che non trascuraste di considerare la situazione contingente, con gli Afar affacciati da una finestrella nella buia baracca a guardare lo spettacolo di 15 polverosi e malmessi occidentali che si agitavano attorno a un vassoio di mosche e prosciutto intervallando il rumore di ganasce con episodici “mi passeresti i crackers?”, “c’è pure della caciotta?” “no ma c’è l’emmental”. 

Nè si tralasci però di accompagnare questa surreale scena -nella quale a un certo punto è comparso anche un incredulo Afar armato che faceva segno di volerci fotografare lui a noi- con il sentimento di profonda apprensione per le sconosciute sorti dei dispersi che ben veniva riassunto nell’estemporaneo avvertimento “Oh, lasciamo qualche fettina pure per quei tre poveracci”. 

A lungo interrogatici sullo stato di prostrazione, paura, ansia barra terrore panico nel quale si stavano certamente agitando Patrizia, Max e Luca, prigionieri del deserto da oltre tre ore presumibilmente con poca acqua a bordo, veniva infine ipotizzata una finale accoglienza a base di gocce di Lexotan più che di fette di San Daniele. 

Passando le ore e non giungendo alcun rumore di jeep di ritorno, ci si apprestava sconfortatamente a valutare l’ipotesi di un pernottamento in desertica baracca dancalica. Lo sconforto di Meri Pop prendeva la via della disperazione alla sola idea. Abbinata al fumetto perfettamente intelligibile sulla capoccella reclinata sulla stuoia pulciosetta: “io vorrei solo sapere chiccaspitamel’haffattofareammè”. Sognando una Coca cola gelata ma anche solo un rumore di Toyota in avvicinamento, Meri Pop giurava a ciò che rimaneva di se stessa che “la prossima volta che mi viene in mente di partire per non so dove, piuttosto faccio Muzio Scevola anziché cliccare Prenota”. 

Ma Allah è grande. E rumoroso. Tipo come un rumore di Land Cruyser. E dunque dopo cinque ore -ripeto: cinque ore- di attesa sotto una baracca di lamiera nel tempestoso deserto dancalo, ecco il lontano muggito di una Toyota: no, non quella rotta, abbandonata al proprio destino di catorcio, ma quella dei soccorritori che restituivano finalmente all’affetto di noi cari le amate sembianze dei disperati dispersi Patrizia, Max e Luca. 

Dispersi non c’è dubbio. Avanzerei però delle obiezioni sulla disperazione visto che i 3 Lost in Dancalia apparivano niente affatto bisognosi di scolarsi un bidone di Lexotan quanto piuttosto uno di birra. Tranquilli e sereni come fossero appena sbarcati dalla Costa Crociere i nostri optavano per le fette di prosciutto e ai 15 apprensivi compagni ansiosi di sapere i dettagli del dancalo trauma era Patrizia che riassumeva: “Ciao cari”.
Alla domanda “ma non hai avuto paura?” rispondeva piuttosto sorpresa “ma di che?” specificando più avanti alla domanda “ma che pensavi mentre eri lì?” un disarmante ” Veramente ho letto un libro”. 

Rifocillati i lost in desertescion e al grido di “stringetevi nelle altre macchine che ora ce ne abbiamo una in meno” i nostri eroi si tuffavano nei rispettivi abitacoli  alla volta del denominato nel programma “Campo base dell’Erta Ale”. Trattavasi di vulcano dancalo. Ma non si capisce bene in base a quale associazione mentale Meri Pop immaginava di approdare al campo base dell’Everest così come descritto nei sublimi reportage di Krakauer, campi dotati di ogni assistenza, confort e atmosfera grandi-imprese-dell’uomo-nella-sua-perenne-sfida-alla-potenza-della-natura. 

La desolata, sporca e arroventata pietraia che si presentava, sia pur col favore dell’inoltrato tramonto, ai loro occhi contornata di fatiscenti e olezzanti capanne, segnava definitivamente la distanza tra l’Everest e l’Erta Ale ma soprattutto fra i reportage di Krakauer e quelli di Meri Pop. 

Piantata la condominiale tenda Ferrino in cui il professor Pi si era offerto sin dall’inizio di ospitarla, Meri Pop, dopo una fugace seduta alla toilette delle signore situata dietro un cespuglietto spinoso, adeguatamente sfamatasi con un gavettino di pasta al sugo, si infilava fiduciosa nella tenda. Salvo poi balzarne fuori come una molla alla prima scossa sismica provocata dalla fuoristante imperversante tempesta di vento.

Avete visto cose che noi umani

mercoledì, gennaio 12th, 2011

Me lo sono chiesto quasi ogni giorno e anche due volte al giorno: macchimmel’haffattofareammè. E quasi ogni giorno o due volte al giorno ho trovato da qualche parte una risposta convincente. Spesso più di una. Non dove la stavo cercando, però. Tipo le pillole di cui vi parlerò dopo.

Inutile girarci intorno: è stata un po’ dura. Ma era l’unico modo per farlo: vedere cose.

E voi le avete viste.

Ne avete viste cose che noi umani non potremmo immaginarci.
Cammelli da combattimento trasportare sale al largo dei bastioni di Ahmed Ela.
E avete visto i raggi di fuoco dell’Erta Ale balenare nel buio vicino alle porte di Afdera.
Avete marciato con i cammellieri e dormito nei villaggi.
Avete conosciuto la durezza e la dignità degli Afar. Ma anche la loro avidità.
Avete visto la maestosità della piana di Dallol ma anche bambini di 4 anni portare le bestie al pascolo e ragazzini di 15 accecarsi ogni giorno alle saline scavando e scolpendo lastre.

Avete avuto caldo. Avete avuto caldissimo. Avete avuto freddo. Avete avuto sete. Avete avuto fame. Avete avuto soprattutto paura. Di tutto. E soprattutto dell’acqua. Di quella che bevevate, di quella che attraversavate, di quella che stava finendo, di quella che non vi dissetava mai, di quella che poteva farvi ammalare, di quella che forse non è stata bollita bene, di quella che non sai come è diventata caffè, di quella che non sai come è diventata tè, di quella che ha innaffiato l’arancia che stai sbucciando, di quella nella tanica con la quale ti fai finalmente una doccia dopo quattro giorni, di quella con la quale vorresti lavarti anche i capelli ma evitando che te ne entri anche una sola goccia in bocca. E quando avete avuto paura dell’acqua vi siete sentiti persi. Ma vi siete anche ritrovati.

Avete invece definitivamente perso le medicine salvavita. Ma non il taccuino degli appunti.

Avete avuto dei compagni di viaggio che sono usciti di notte con le torce a cercare sto caspita di astuccio di pillole in mezzo al pietroso deserto dancalo facendo lo slalom tra le carovane dei cammelli che rientravano. Senza trovarle. Le pillole. Ma poi si sono messe a ferro e fuoco tutte le farmacie etiopiche e alla fine ste cazzo di pillole di Eutirox africano il Professor Pi ve le ha fatte finalmente trovare, in quel di Makallè. E Nicki Sventola ha mandato un sms al suo amico chimico in Italia per verificare che effettivamente Meri Pop non si trasformasse di lì a poco in un visitors. E lui ha risposto: si, il farmaco è lo stesso, lo accendiamo. Ma il dosaggio è doppio: quindi spaccatele a metà le pillole. E anche la capoccella evaporata.

E tutti quei momenti non andranno più perduti nel tempo. Tipo le pillole.
Come lacrime nella pioggia.
È tempo… di raccontare.

P.S.
Ammazza se mi siete mancati, comunque. Siete tipo le pillole: salvavita. Che per un po’ vi avevo persi. Ma ora vi ho ritrovati. Spero: forza un po’, vuvvuvvùsupercalifragilipuntocom, la ricreazione è finita, pelandroni.

P.P.S.
E comunque quando poi ieri sera avete riacceso un televisore dopo venti giorni e avete visto Ballarò, Cota e la Gelmini avete avuto ancora più paura che dei feroci Afar e dell’acqua. E avete spento subito. Poi vi siete fatti un tè con i chiodi di garofano e la cannella e vi siete riascoltati questa, che Belay ve la metteva sempre, la cassetta, in macchina.