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Viva l’Italia

martedì, ottobre 13th, 2015

Le storie le porta il vento e le fa atterrare dove vuole. A volte anche in un autobus. Quello pieno pieno del rientro la sera che fra due minuti è quasi casa, quello che anche se ne passano dieci di seguito vuoto non è mai. E nel caos generale delle proteste a un certo punto sento una voce dietro di me. Piena, matura, un po’ roca. Non riesco neanche a muovermi quando lui racconta alla signora che gli è seduta accanto

-E insomma signoramia io quest’anno ho fatto settant’anni di matrimonio. Settanta. Perché io, signoramia, me so’ sposato nel ’45. Il Quarantacinque. Quel Quarantacinque lì.

Pausa. Cerco di girarmi ed effettivamente l’età per averlo fatto sul serio ce l’ha. Poi riprende

-Ci siamo sposati il 16 d’agosto del Quarantacinque, io con la divisa da partigiano e Santina con un vestito… un vestito fatto con la tela di un paracadute. Settant’anni. E stamo ancora qua. E mo’ però devo scende

Mi giro di scatto, lo vorrei fermare e chiedergli ancora di lui, di Santina e di sta tela del paracadute e soprattutto di com’era la divisa da partigiano. E invece le porte si aprono e lui pluf scompare nel formicaio di piazza Venezia. Ironia della sorte, sotto quel balcone.

Ed è da ieri che ci penso. E mi rivedo questo film in bianco e nero di un’Italia bella e coraggiosa. E mi viene proprio da dirlo: viva l’Italia, l’Italia liberata, l’Italia che non dispera e l’Italia che si innamora.

Signora Santina, ovunque lei sia, spero abbia conservato quel vestito. E quel paracadute. Che ci ha salvati fino a qui.

matrimonio 1945

Foto da centropoliscastelbuono, Sposi Sarrica-Palumbo 1945

Via Urbana 2

lunedì, aprile 20th, 2015

Domani è il compleanno di Roma. Cominciamo oggi festeggiando una strada. Via Urbana. Ci sono passata spesso. Ma qualche giorno fa, ripassandoci, a un certo punto ho alzato gli occhi. E sopra al civico 2 ho visto questa:

Lo avevo già “incontrato” nelle memorie del Museo di Via Tasso, Don Pietro Pappagallo, dove fu portato e imprigionato per aver dato aiuto a ebrei, perseguitati e partigiani proprio lì a casa sua, a via Urbana 2. Tradito da uno di quelli a cui dava rifugio, è stato l’unico prete cattolico ucciso alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944.

Don Pietro Pappagallo è rivissuto con Aldo Fabrizi nel “don Pietro” di Roma città aperta di Roberto Rossellini e con Flavio Insinna de “La buona battaglia”.

E c’è una scena che di lui mi ha sempre colpita. Quella raccontata da un testimone dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

all’ingresso delle cave dalla lunga fila in attesa della fucilazione si alza un grido, da uno che ha visto la sua veste nera: “Padre, benediteci!”. Racconterà un superstite che “don Pietro, che era un uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione” (Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma 1968, p. 152).

L’immagine di questo prete indomito fino alla fine, mi ha fatto ancora sentire – a distanza di 71 anni- un tuffo al cuore.  E quella targa sta lì a ricordarci che se non possiamo decidere come entrare in scena, a volte possiamo scegliere come uscire. Così. Con le braccia aperte anche con le manette ai polsi.

P.S.
Per i 70 anni della Liberazione (il prossimo 25 aprile) è stata scelta anche la parola “coraggio”. E c’è un’iniziativa che si chiama #ilcoraggiodi, una sorta di racconto in 140 caratteri (in un tweet) per dire cosa sia per noi il coraggio. Oggi il mio racconto di caratteri ne ha 19: don Pietro Pappagallo.