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Il posto in cui ogni giorno è sempre il 16 ottobre

giovedì, ottobre 15th, 2015

Sarà stato prima dell’estate, quattro mesi fa. Ero dal fornaio e me ne uscivo col mio pacchetto di pizza bianca fumante. Fuori gente in fila (la pizza è veramente speciale) e anziane signore romane veraci che si intrattenevano parlando del più e del meno. Tutto intorno l’allegro vociare di piazza Costaguti.

Ed è stato uscendo che mi è arrivato un frammento di conversazione fra due di quelle signore, una sulla sessantina l’altra parecchio più in là

-E voi siete riuscita a scappare?
-Si si per fortuna m’aveva portata via mamma quando sono arrivati loro
-Ma avete avuto morti, a casa vostra?
-Quelli ce l’abbiamo avuti tutti, qua
-Eh si. Ora devo andare, allora ci vediamo. E saluti a casa

Il fatto è che ne parlavano con lo stesso tono con cui avrebbero potuto raccontarsi dell’assemblea del condominio: normale.

Perché piazza Costaguti sta nel Ghetto di Roma. E il giorno in cui arrivarono loro era il 16 ottobre. Il 16 ottobre 1943. Il giorno della razzia del Ghetto. Quando, alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partono da Tiburtina verso Auschwitz. Solo quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino, torneranno a casa. Nessuno dei duecento bambini.

Un perfetto, ordinario racconto di normale orrore. Entrato in circolo nelle vene di quella discendenza. Assimilato, quasi. Ancora vivo tra un Signora oggi come va buongiorno e il riaffacciarsi di quel 16 ottobre che, qui, non è passato mai e vive ancora in chi ancora vive. Il Ghetto di Roma. Il posto in cui ogni giorno è ancora, e sempre, il 16 ottobre.

Ghetto Roma

Ghetto, Roma

Il sasso sul petto

venerdì, ottobre 11th, 2013

Oggi siamo qui. Con questo:

“Finalmente”. Ha risposto così al messaggino che gli comunicava “E’ morto Priebke”. Lui che alle Fosse Ardeatine ha un pezzo della sua vita sepolto da quasi settant’anni.

Finalmente.  Dieci lettere per cercare di sollevare un peso che, lo sa, non si alleggerirà mai. “Era un sasso sul petto” aggiunge quasi a vergognarsi di quel sollievo per una morte, lui che sul braccio dei suoi cari ha visto anche una stella gialla. Lui che in questi anni non aspettava neanche giustizia ma il pentimento: e non è arrivato neanche quello. Perché Priebke, mentre se ne va, ci tiene a farci sapere che non rinnega il suo passato.

E dunque “finalmente”. Come un sospiro. Per allentare un po’ la pressione. Solo un po’. Che la morte, anche attesa, non consola mai ma intanto offre una tregua.

Una tregua a lui che certe volte ancora gli viene di andare a letto tutto vestito, casomai dovesse scappare con la famiglia di notte. Il sasso domani tornerà al suo posto. Ma ora, oggi, è Finalmente.

Oggi

martedì, ottobre 16th, 2012

“Non ho più avuto una vita normale. Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre allo stesso posto. E’ come se il “lavoro” che ho dovuto fare laggiù non sia mai uscito dalla mia testa. Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio”.
Shlomo Venezia

È il 16 ottobre del 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato. (da qui)