Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Il viaggio più lungo si chiama addio

Sai cosa è stato veramente quando finisce. Per come finisce. Ci si prepara sempre a iniziarli, gli amori. Mai a finirli. E infatti si vede. Di norma finiscono come fossero la sceneggiatura di un ubriaco. Peccato. Perché di una cosa che statisticamente sai per certo solo che è destinata a finire, dovresti prepararti e curarla, un’uscita di scena degna di ciò che è stato.

Ci penso oggi, mentre leggo che è morto Uwe Laysiepen, detto Ulay. Ulay di Marina,  Marina Abramovich. 
Ma può davvero morire un artista?

Ulay e Marina, due grandi artisti uniti anche dall’amore. Ma soprattutto dalla fine dell’amore. Che l’amore è così: decide lui quando, se e dove chiudere la porta.

Loro due nel 1988 capiscono che l’amore li sta lasciando. E cosa fanno? Vanno insieme in Cina. Poi partono dagli estremi opposti della Grande Muraglia cinese, lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo, e iniziano una monumentale camminata di 90 giorni per 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso, abbracciarsi forte, dirsi addio e non vedersi mai più.

Perché, è vero, ci si incontra e ci si lascia sui (e per i) confini.

Marina Ulay Muraglia

Marina e Ulay, The Lovers

Passano gli anni. E’ il 2010. Lei aspetta nessuno seduta 700 ore su una sedia: è al Moma di New York, ed è quella una delle performance artistiche più lunghe della storia, “The artist is present”.

Finché a un certo punto a sorpresa lì davanti si siede lui, Ulay. Lui inizia a fissarla, non dice una parola. Lo guarda anche lei. Ma nel silenzio gli occhi di lei iniziano a parlare e a riempirsi di lacrime. Poi si protende sul tavolo verso di lui e gli prende le mani. E’ una scena struggente.

Marina Ulay sedia

Eccola:

Una cosa che il genio che l’ha pensata merita la gloria eterna e anche un amore, eterno, se ciò fosse considerata una ricompensa e non piuttosto una condanna.

E dunque cosa resta oggi, di Ulay, in tutti noi? Credo soprattutto questo sguardo. Cioè qualcosa di immortale.

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Le Cinque

Le cinque fasi dell’amore:

Attrazione
Innamoramento
Esplosione emozioni
Disillusione
Mi prendo un gatto

#Giornatadelgatto

 

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San Valentino

Un pensiero solidale a tutti quelli che stasera entreranno al ristorante come Al Bano e Romina e usciranno come Morgan e Bugo.

 


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…io ti rispondo ho amato, ho amato tutto, eh

E insomma eravamo lì, sedute sul divano, bevevamo la Barbera delle Langhe, che la Mongu quando porta il vino non si fa parlare dietro, e mangiavamo cose che le papille stavano facendo la ola da mezz’ora, che quando cucina Ippo non si fa parlare dietro e manco davanti, ed eravamo in una casa bellissima le cui finestre si affacciano su Giordano Bruno, lì sempre a ricordarci che basta poco per essere mandati arrosto.

E insomma avevamo cantato a squarciagola “Perdere l’amore”, soprassedendo sul rosso Biscardi dei capelli di Massimo, gesummio massimì ma pecchè?, imbracciando lo spicchio di pizza di Roscioli come microfono.

E insomma era la serata perfetta per volare leggere, nonostante la lasagna e il riso pilaf e la pasta crema di broccoli e pancetta croccante, che ci vuole ben altro a noi per appesantirci.

E insomma a un certo punto la Rizzi tenta di sedare il combinato disposto provocato da Prosecco e Langhe ma non ci riesce. Noi ancora sulla scia di Perdere-l’amore-maledetta-sera, ma sulla scia di perdere soprattutto la malinconia di quel tempo passato che sta scolpito sui capelli di Massimo e sulle rughette di Tiziano e che da qualchepparte hai certamente anche tu.

E insomma a un certo punto, a quel punto, “Tre passi e dentro alla finestra il cielo si fa muto e resto lì a guardare”. E si fa muto anche Giordano. E financo noi. “Perché io so cantare so suonare so reagire ad un addio. Ma stasera non mi riesce niente”. Adesso, poi, non ne parliamo proprio. Passa ancora un calice di Barbera ma “è Perfettamente inutile cercare di fermare l’onda che Ci annega e ci lascia senza fiato”.

E insomma “Se è vero che il tempo ci rincorre” è vero soprattutto che ci prende sempre alle spalle. A tradimento. Qui, su un divano.

Ed è lì. E lì “L’attimo fatale in cui mi sono arresa. E come un pesce che non può più respirare Come un palazzo intero che sta per cadere”, Tosca mannaggiattè. “Tu sei l’unica messa a cui io sono andata Un treno che è partito Sparito in mezzo al blu”. Tosca, mannaggia a questa voce, mannaggia persino a quei ferretti in testa.

“E io adesso farei qualsiasi cosa Per averti fra le braccia Per rivederti” ma anche solo per tornare al rosso Biscardi dei capelli di Massimo. E io adesso farei qualsiasi cosa solo pe’ sapè che cazzarola di stregoneria ci ha fatto questa ieri sera -altro che Giordanobbruno- che ancora oggi non riesco ad ascoltare, e a pensare, ad altro.

Ma Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto io ti rispondo ho amato. Ho amato tutto. Eh.

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Lasciate ogni speranza

Si esce ma non si entra. La metro Barberini, altra grande metafora dell’amore.

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Ma angeli cosa, perché?

Ma Angeli cosa? Ma perché? Scienziate. Sono due scienziate. Ebbasta.
E sono Concetta Castilletti, responsabile dell’Unità virus emergenti dell’Istituto Spallanzani e Francesca Colavita, 30 anni, ricercatrice, precaria: se volete scomodare categorie celesti cercatele piuttosto un Santo in Paradiso che la stabilizzi.

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Donne de-vote. Il giorno in cui ci fu “concesso” votare

Nuova Zelanda, 1893
Australia, 1895
Granducato di Finlandia, 1907
Norvegia, 1913
Russia, 1918
Canada, 1918
Gran Bretagna, Germania, Olanda 1919
Stati Uniti, 1920
Turchia, 1926
Italia, 1 febbraio 1945

Abbiamo trasmesso una breve storia del diritto di voto alle donne. Che in Italia è arrivato con un provvedimento deliberato 75 anni fa, il 30 gennaio 1945 e che si chiamava “concessione” del diritto di elettorato attivo e passivo. Fu approvato dal Consiglio dei ministri e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 1945: le donne italiane (con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati») hanno potuto farlo  per la prima volta nelle elezioni amministrative del 1946 ma furono dichiarate eleggibili solo con un decreto successivo, il 10 marzo del 1946.

Se alla fine l’abbiamo spuntata –la storia è lunga e dolorosa– lo dobbiamo in gran parte a una donna cocciuta che si chiamava Anna Maria Mozzoni,  che nel 1877, rifacendosi a tutti quelli che l’avevano già ottenuto, presentò una petizione al governo «per il voto politico alle donne», la prima di una lunga serie di bocciature e di No. Morirà nel 1920 senza veder raggiunto il traguardo.


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Parlami d’amore Meripo’

Neanche la scoperta della particella di Dio è riuscita a risolvere il problema della smaterializzazione improvvisa degli amanti.
Quelli che scompaiono. Servisse rivolgergli un appello gli diremmo: bastano tre parole per uscirne come uno statista, Scusa-è-finita. Fatti sto regalo.

Tre paroline per entrare nella Hall of fame di quelli che, un giorno, andremo a ripescare nello specchietto retrovisore della nostalgia.

Credeteci: arriva il giorno in cui ci mancano un pochino financo l’inaffidabile e il bugiardo. Ma il codardo, o la codarda, proprio No.

Ma la priorità non è, ora, quello che avrebbero dovuto fare gli altri quando lo fanno-male. È cosa dobbiamo fare noi quando ci capita.
E cioè… (Continua su Repubblica Live… In edicola, sapete quei luoghi… per amatori, ecco appunto).


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Quante altre Elly state tenendo un passo indietro?

La prima persona che me ne parlò è la mia amica Grazia. La persona che me l’ha invece fatta conoscere è la mia amica Michela. A novembre, nel monastero delle Clarisse eremite a Fara Sabina, Michela organizzò una cosa chiamata FARE, femminista, ambientalista, radicale, europeista. E per la lettera F, femminista, mi disse

-Meripo’, ci vieni a moderare un dibattito? Ho invitato Elly.

Già, Elly. Ellyyyy… EllyCosa, con quel cognome strano.

Elly che quelle 4 parole le riunisce tutte, in realtà. In quel momento in pochi, mediaticamente, se la filavano. Lei un caterpillar. Preparata, determinata, puntuale, mai fuffosa nelle risposte, mai adulatrice nelle domande. Essenziale. Femminista e femminile senza un filo di trucco, con quell’ipad sulle ginocchia pieno di spunti, idee, cose fatte ma soprattutto cose da FARE.

E sarà stato il convento, la sorellanza, il senso di sconforto che ci veniva a guardare le foto dei panel solo maschi, dei convegni solo maschi, degli esperti solo maschi, della politica solo maschi, dei posti di responsabilità a solo maschi, fatto sta che alla fine, mentre guardavo Elly esprimere la propria competenza e il proprio carisma, mi sono chiesta:

ma perché una così sta nelle retroguardie?

E in questa domanda c’è la risposta a tante nostre odierne disgrazie. Oggi che, risvegliatici dall’incubo del pericolo scampato, c’è modo di accorgerci che da sola ha intercettato 22mila preferenze, recordwoman ovunque, oggi che come lei nessuno mai embeh allora ve lo richiedo:

Perché una così l’avete lasciata fino ad oggi nelle retroguardie nonostante la sua cazzimma e la sua competenza fossero lampanti e si fossero già espresse, nonostante la giovane età, fino alle Aule del Parlamento europeo?

E quante altre Elly state nascondendo?
Quante altre devono stare un passo indietro altrimenti vi fanno ombra davanti?
Perché, diciamolo, non è un problema solo di Amadeus, questa propensione a lasciarvi la scena intatta facendovi aiutare solo di sguincio sennò mi si ammoscia il Leader.

E dove potremmo essere, oggi, se lo aveste capito già ieri, che fare spazio a quelle brave non vi ammoscia ma, al contrario, ci fa andare avanti tutti insieme?


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Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

Ve lo ripropongo ogni anno. Perché non trovo altre parole che queste. Soprattutto oggi.

Alcuni governi, una separazione e tre lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.

E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:

“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.


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