Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Ezio Bosso. La forza di essere fragili

Se ne è andato Ezio Bosso. L’uomo che ci ha insegnato quanta forza sia necessaria per essere fragili.

Nella sua voce fioca ognuno ha fatto i conti con la propria debolezza. E con la propria paura. E ha amato persino quella.

“Tutti quelli che amano veramente ciò che fanno hanno paura. La paura di non poterlo fare più. Persino quando baciamo chi amiamo abbiamo paura: paura che poi se ne vada”.

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Mia. Nostra

Che a dire quanto tutti le dobbiamo è cosa impossibile. Cosìccome raccogliere l’alta marea di lacrime di coccodrillo di chi la emarginò ieri negandole “l’ultima occasione per vivere”, ma anche quelle in mezzo, e la osanna oggi.

Oggi che sono venticinque anni senza. E che continua inutilmente ad avvertirci che gli uomini non cambiano e che la gente è strana.

A riascoltarle tutte si vede contemporaneamente passarci la nostra carriera sentimentale davanti. Costellata di piccoli uomini e gente matta forse troppo soddisfatta. E no, non finisce mica il cielo. Però certe volte si restringe.

Sulle “sere per elemosinare amore” in cui si rimediano solo sòle ci aveva messe in guardia dal 1973.  Eppure le attese continuano. “È un’incognita ogni sera mia/ Un’attesa pari a un’agonia/ Troppe volte vorrei dirti no/Il mio cuore si ribella a te ma il mio corpo no” e vedi mo’ che invece ogni tanto qualcuna jelafa e glielo dice No. E alla fine si ribella pure il corpo.

Anche quello di Mia Martini si ribellò. E decise che basta.

Lei non lo trovò, l’Almeno tu nell’universo. Ci sperò fino alla fine. Ma in tempi di solitudine e confusione ogni tanto ci ribrilla almeno quel “diamante in mezzo al cuore”.

Che è la sua voce. La nostra.

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Perché piangevo. E mi tremavano le mani

(Ve lo ripropongo perché non conosco altro modo per parlare dell’indicibile)

Se la storia d’Italia potesse essere racchiusa in un poker di foto questa sarebbe una delle quattro.

Molti anni dopo quel 9 maggio 1978, ho conosciuto il fotografo che tra i primi arrivò davanti alla Renault rossa di via Caetani.

Non il primo a scattare, il primo – o fra i primissimi- ad arrivare. Lavoravamo nello stesso giornale. E quando gli chiesi perché la prima foto non fosse stata la sua lui rispose

-Perché piangevo. E mi tremavano le mani

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Maria Montessori, una vita per aiutarci a farcela da soli

Pagò anche un uomo che le fumasse accanto mentre dissezionava cadaveri, per contrastare la nausea da cattivo odore della formaldeide e non farla svenire lì, nell’Aula di Medicina della Sapienza a Roma. Era il 1893. E la refrigerazione non era proprio al top. Lei alle nove di sera di norma lì stava, armata di bisturi. E perché da sola, di sera, e non con i suoi compagni di corso il giorno? E beh perché non si addiceva a una donna stare nella stessa stanza con un corpo nudo e altri uomini. Sebbene il nudo fosse in rigor mortis.

Quella ragazza aveva 23 anni. E si chiamava Maria Montessori. E basterebbe solo questo aneddoto a farcene capire determinazione e tigna.

Maria Montessori da Chiaravalle, provincia di Ancona, classe 1870 (il 31 agosto ricorreranno i 150 anni dalla nascita), periodo in cui il posto per una donna poteva essere solo il focolare domestico. Non certo una morgue. Eppure. Nel 1883 si autorizzano le donne a frequentare le scuole superiori: e lei vuol fare l’ingegnere. Nel 1889 capisce invece che la sua vocazione è la medicina: le autorità accademiche le negano l’accesso. “Sarò medico, costi quel che costi”. E lo diventa. Anche se in Facoltà dovrà sempre essere scortata “da un adulto”, andarci di notte e da sola.

Da quel momento in poi i suoi studi e i suoi lavori iniziano a brillare anche di giorno. E diventa assistente alla clinica psichiatrica dell’Università di Roma, insieme a Giuseppe Ferruccio Montesano dedicandosi al recupero dei bambini e delle bambine con problemi psichici, al tempo definiti anormali. Lui sarà anche il suo amore e da quell’unione nasce un figlio, senza essere sposati. Nasce Mario, forma maschile del suo nome. Non si sposeranno ma si promettono che mai si sposeranno neanche con altri e terranno segreta la nascita di quel figlio.

E sì, la regina delle pedagogiste affidò il suo neonato a una balia e poi a una famiglia. Perché nella vita non tutti i calcoli tornano. Lui, ovviamente, dopo poco invece si sposerà con un’altra. Lei indosserà tutta la vita abiti neri, in ricordo di quel lutto del cuore. Mario andrà a riprenderselo, già adolescente, ma continuerà a presentarlo come il nipote. Dio solo sa con quale dolore. Ma quel figlio saprà apprezzarla e amarla ugualmente moltissimo.

La sua passione, l’ingegno, la rivoluzione pedagogica dell’imparare facendo, dell’indipendenza come faro, e della libertà di scelta e di azione del bambino, della responsabilizzazione, faranno nascere e apprezzare in tutto il mondo quell'”Aiutiamoli a fare da soli” che diventerà il “metodo Montessori”.

Al suo arrivo negli Stati Uniti, nel 1913, il New York Tribune la presenta come la donna più interessante d’Europa. Glorie e onori che presto le si ritorcono contro e alternerà stelle e stalle. Ma nient e nessuno riuscirà a fermarla. Solo la morte che arriva il 6 maggio 1952 a Noordwijk. Sulla sua tomba si legge, in lingua italiana: «Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo».


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Fase spajata

Allora, l’unica cosa che doveva dire Giuseppi era “Il 4 escono PRIMA I SINGLE”. Così non è stato. Quindi stiamoci accasa.
#fase2 fasespajata


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Quel 1 maggio coi corpi a terra

«Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare».

Si chiama Serafino Petta, oggi di anni ne ha 89 ed è l’ultimo sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra, 12 morti e 27 feriti, della quale, 73 anni dopo, non sappiamo ancora molto. Sappiamo che a sparare, in quel 1 maggio del 1947,  fu la banda di Salvatore Giuliano: «i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari», ricorda Petta.

«Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame. Un mese dopo successe però una cosa importante: «Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ‘52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti».

Stamattina per la prima volta Serafino è andato da solo, insieme al segretario generale della Cgil di Palermo, Enzo Campo, a mettere fiori al cimitero di Piana degli Albanesi e poi al sasso di Barbato. “Ma davanti a un nemico che non si vede, dobbiamo stare attenti”.

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Caro Giuseppe Con-giunto

Caro Giuseppe,

le scrive una che, sopravvissuta a un divorzio, dieci traslochi e a tutta l’evoluzione della specie politica dalla Dc a oggi – ciononostante non ancora decrepita- da 60 giorni non vede e non tocca nessuno e non si è recata oltre le colonne d’Ercole del giornalaio. In tempi successivi al Pleistocene sono stata financo dalle sue parti, lavorativamente, nel senso governativo. E sono sopravvissuta pure a quelli. Dunque si figuri se mi metto qui ad aprire polemiche: se lei ordina io obbedisco. Ebbasta.

Però (eh, lo so). Da lunedì prossimo – si legge nel decreto, articolo 1 comma a – saranno considerati “necessari gli spostamenti per incontrare congiunti purché…”. Ora, dicoio, perché dopo sessanta giorni durissimi lei mi irrompe nella già squassata vita sentimentale-affettiva con uno dei termini più opachi, opinabili e anche giuridicamente nzesà?

Glielo ripeto: da 60 giorni senza vedere e toccare nessuno, senza soprattutto sapere il mio stato immunitario, se cioè me lo so’ preso e l’ho smaltito, se invece no, insomma, io i genitori e la famiglia ce li ho fuori dal Comune. Però perché, di grazia, lunedì prossimo posso oltrepassare i 200 metri per andare a trovare zia Peppinella che chi se l’è mai filata ma non un’amica che è più famiglia per me di zia Peppinella?

Questo solo io vorrei sapere: chi decide per me chi sono i miei congiunti? Me so’ distratta e nel frattempo c’è il congiunto di stato civile?

Capisco il timore dell’assembramento. Allora preferirei che mi si dicesse che da lunedì posso scegliere due persone di affezione (siamo a livello gatto eh) da andare a trovare. Però, Giusè, le scelgo IO. Chiaro?

Sua Meripo’
Si associa anche zia Peppinella


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Irma, la Bandiera della Libertà

L’ultimo viaggio sognato ma anche un po’ già abbozzato, prima del lockdown, è nato su un tavolino del Mercato delle erbe di Bologna e prevedeva di riandare sui suoi passi e nei suoi luoghi. Quelli di Irma Bandiera.

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda questa frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu, almeno tu, non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini.

E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, abbastanza facilmente. La Prima, Guerra, le porta via il padre. La Seconda l’amore della sua vita, Federico. Ed è allora che decide di scenderci lei, in guerra, nel 1943. Ha 28 anni. Entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Mimma e diventa una delle staffette più determinate. A casa non sanno nulla. Finché il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, cade nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

Continuò a tacere, sì. Ma dopo l’ennesimo rifiuto, i suoi torturatori la accecano e scaricano i caricatori dei mitra sul suo corpo. La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori, al Meloncello:

“Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via, al Meloncello, porta il suo nome. Ci si accede dal portico più lungo del mondo, il portico di San Luca, 666 arcate. E lì una pietra la ricorda. Così:

“Eroina nazionale 1915-1944. Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte. La libertà e la giovinezza offristi per la vita e il riscatto del popolo e dell’Italia. Solo l’immenso orgoglio attenua il fiero dolore dei compagni di lotta. Quanti ti conobbero e amarono, nel luogo del tuo sacrificio, a perenne ricordo posero”.

Il murale che campeggia a Bologna sulla facciata delle scuole elementari Bombicci

Irma Bandiera. Il silenzio che ci regalò la libertà.

 

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La Fase

Fase2. Per l’amore si profila la soluzione esame di maturità: solo orali da remoto fino al vaccino.


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Rita Levi Montalcini, figlia delle stelle danzanti

Una disobbediente.
Ebrea.
Caparbia.
Senza marito.
Senza figli.

Nata nel momento in cui bastava una sola di queste caratteristiche per essere emarginate. Potenzialmente una sfigata.

E invece da questa miscela Rita Levi Montalcini, nata il 22 aprile 1909, ha tirato fuori Rita Levi Montalcini. Cioè quello che poi ha fatto tutta la vita: tirar fuori scienza e sapere dal caos. Che, come diceva quell’altro, “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”.

L’ho conosciuta all’epoca del secondo governo Prodi. Quello, per capirci, che per vivere aveva bisogno ogni giorno di un miracolo.

La incontrai una volta al Senato, durante una di quelle votazioni nelle quali lei, che in quel periodo stava male, doveva essere accompagnata a braccia per votare. Ci fu anche chi si prese il lusso di offenderla, per questo e non solo.

Lei era in fila alla cassa del bar, uno scricciolo. Non che io fossi un caterpillar ma accanto a lei sembravo giunonica.

Incontrai il suo sguardo mentre parlava con qualcuno che aveva accanto. Un attimo. Un lampo. Quel guizzo che illumina i dintorni ma anche il proprio interno. Credo fosse il guizzo dell’intelligenza.

Ecco se potessi fare un augurio alle persone alle quali voglio bene, e siete tanti, direi questo: auguriamoci di intravedere l’uno nell’altro quel guizzo. Quel lampo nello sguardo.

Pure in amore, intendo eh.

Auguri dunque a Rita Levi Montalcini, che ci ha lasciati otto anni fa. Per tornare a danzare fra le stelle.


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