Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Di draghi e delle rocce con cui i giganti giocarono a dadi

Dice Ma a che serve viaggiare? Forse anche a sentire tanti posti del mondo come casa tua. E a riconoscerli ovunque.

Tipo qualche giorno fa sono stata a una mostra di pittura. E tra le opere, su tutt’altro tema, a un certo punto mi sbuca un quadro raffigurante la Baia di Ha Long. Che, con un nome così, manco ci avrei poggiato di sguincio lo sguardo. E invece, da lontano, l’ho riconosciuta e mi ci sono precipitata davanti. Ha Long Bay, chi era costei?

Vorrei dunque dirvi di quel momento in cui, provenendo dai dirupi e dalla fanga che solitamente ha accompagnato ogni esplorazione dell’ultimo settennio, dopo un percorso di infinito pulmino e infine aliscafo, una poi sbucava ai confini con la Cina laddove riusciva a proferire solo vocali: la baia di Ha Long che letteralmente significa “dove il drago scende in mare” e dove effettivamente duemila isolette calcaree sbucano come monoliti dal mare.

Viet salite

Dove il drago scende in mare (Foto Meri Pop)

Una specie di faraglioni di Capri a perdita d’occhio. “Qui -scrisse tal  Xuân Diệu– si trovano i lavori incompiuti della vita. Qui si trovano le rocce con cui i giganti giocarono lanciandole”.

Viet Ha Long bay

Ha Long bay (Foto Meri Pop)

La leggenda dice che “molti anni fa i vietnamiti stavano combattendo gli invasori cinesi; gli dei mandarono una famiglia di dragoni per aiutarli. Questi dragoni iniziarono a sputare gioielli che si trasformarono nelle isole ed isolotti che punteggiano la baia, unendoli poi per formare una muraglia contro gli invasori”.

Una cosa che, dopo averci navigato tutto il pomeriggio, di sera ti abbracciava così come nella foto qui sotto. Che ci arrivi e capisci perché tal Che Lan Vien scrisse:
“Ad Halong Bay i dragoni si sono nascosti, solo le pietre restano.
Alla luce della luna, le pietre meditano come gli uomini”

Viet Ha Long bay2

Ha Long night bay

Un posto in cui, finalmente, non solo ti viene da credere ai draghi ma financo agli unicorni. Una cosa che dal 1994 è Patrimonio dell’Umanità, che l’8 agosto 2008 diventava una delle Sette Meraviglie Naturali Mondiali e che dal 6 gennaio 2017 diventava anche la meraviglia nostra.

Perché il bello del viaggiare è questo: che un posto del cuore lo lasci quando te ne vai. Ma puoi tornarci e rifugiartici ogni volta che ne hai bisogno.

E adesso un Mark Knopfler

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Ovunque proteggi

Dall’alto del mio abbondante metro e mezzo chiunque scavalli il metro e settanta mi appare imponente. Ma Guido credo lo fosse davvero. Anche non sapendo che lavoro facesse sarebbe stato chiaro a chiunque, solo guadandolo lì, fuori dal portone, che il suo lavoro era proteggere. Che bel verbo, proteggere.

Ci siamo limitati a tanti Ciao-salve-buongiorno-a domani finché un giorno, pochi mesi fa, ero a passeggio nel Ghetto e me lo ritrovo nei pressi di Piazza Costaguti, tra la scuola ebraica e il Tempio. Sorpresa per l’incontro “fuori zona”, tipo quando incontri il barista senza divisa e quasi non lo riconosci, non mi ero manco avvicinata a salutarlo, haivistomai non è lui. Ma il giorno dopo gli avevo chiesto Sentiunpo’ ma che per caso ieri… e lui, illuminato, aveva detto -Sì certo, ogni tanto vado a dare una mano.

Questo apparentemente insignificante episodio aveva creato, invece, un avvicinamento, una piccola complicità per cui al sempreverde Ciao-salve-buongiorno si era aggiunto un implicito Oratisomeglio e un esplicito sorriso. Poi due chiacchiere. Poi tre. Poi il commento al fatto del giorno. Poi la sconsolazione delle notizie brutte ma meno brutte se le puoi condividere con qualcuno.

Ovunque proteggi

E insomma entrare, ogni mattina, era un entrare migliore. Che non è cosa da poco, visti i tempi. Che tra i grandi privilegi della vita questo pure andrebbe messo: il sentirsi protetti. Che bel verbo, proteggere, Guido. Ovunque tu sia, proteggici ancora. Proteggici sempre.

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Della settimana della Pippa e dell’arte di pensare

Dico la verità, io avevo già accettato alla parola “Aperitivo”. Ma c’è che quella dopo era “filosofico”. E insomma tipo lo Spritz con l’Aperol e con Kant dicolaverità mi attizza. Poi c’è che Claudia io l’ho conosciuta tempo fa ed è una di quelle femminazze che tu le stai accanto e pure se sta zitta, e ci sta spesso, ti trasmette pensiero. Pensiero che merita. E così quando mi ha invitata con la sua amica Enrica a questo Aperitivo filosofico io prima ho mandato la mail e poi ho detto Machecazzè? E così le mie Ipazia e Aspasia del Trionfale mi hanno detto che l’idea arriva dalla tour Eiffel, nel senso da quando in Francia negli anni ’90 nascevano i primi caffè filosofici. Ci si riuniva in un bar per far godere le papille e le sinapsi, esercitando proprie mandibole e la propria mente ad argomentare le proprie idee, a condividerle con altri, a sviluppare definizioni e costruire progetti.

Opportunamente hanno sostituito il caffè con qualcosa di più alcolicamente apprezzabile che dati i tempi ci sta tutto.

Dice Ma io Meripo’ che ne so di filosofia. Effiguratevi io. Ma questo fatto che invece di andare in palestra per pilates ci vai per la capoccia a noi pigre intrigassai.

Il tema di questa volta è l’identità personale: “Come si costruisce? Che percorso fa l’io per definirsi? Che priorità abbiamo e come ci determinano?” che detta così sembra Chissiamo dadoveveniamodoveandiamo ma io spero proprio, invece, di andare a constatare la differenza tra pensare e farsi le pippe mentali giustappunto al ridosso della settimana della Pippa (nel senso quella che si è sposata). Il che, aiutate dalla Tequila, lo capite da voi che rischia davvero di farci svoltare il sabato. Vabbè pensateci. Ma non pippatevi. Noi vi aspettiamo. Cià

Dopolavoro filosofico

 

DOPOLAVORO FILOSOFICO
Un aperitivo filosofico per adulti a cura di Enrica Birardi, Consulente Filosofico e Claudia Spinosa, Lifecoach e Consulente HR

Per iscrizioni inviare un’email a: labfilosofia@gmail.com
Aperitivo + partecipazione all’evento: 15 euro

DOVE E QUANDO:
Al “Fabrica”, via G. Savonarola 8, ROMA
Sabato 27 maggio, dalle ore 18:00

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Le Gioconde

Da oggi la Francia di Monna Lisa ne ha due. Una ha 40 anni, una Laurea allo IULM in Relazioni Pubbliche, un master in politica europea a Bruxelles e l’ingresso all’École Nationale d’Administration. Si chiama Claudia Ferrazzi, è nata a Bergamo e da tre mesi lavora a Milano nello staff di Beppe Sala come responsabile settore marketing territoriale. Ora però sta facendo le valigie. Perché l’ha chiamata Emmanuel Macron. All’Eliseo. In Francia ci era già stata quando di anni ne aveva 34 dalla porta principale del Louvre, nel trio dirigenziale come vice amministratore generale. Poi Roma, segretaria generale all’Accademia di Francia e Unesco e Cda della Galleria degli Uffizi.

Auguri. E sì: Parigi è sempre una buona idea

villa medici

Claudia Ferrazzi

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Il Tardellazio

E’ sempre stucchevole, oltre che inutile, mettere in guardia su cose d’amore. Anche perché, come dice Ligabue
Ho messo via un po’ di consigli dicono è più facilè
li ho messi via perché a sbagliare sono bravissimo da me
Tutto ciò premesso, alla luce della cogente e cocente attualità riterrei opportuno aprire un faldone sulla categoria di uomo Tardellazio. Il Tardellazio ha un nome innocuo che, soprattutto se non sei del Lazio, ti produce un pericoloso senso di sicurezza.

Il Tardellazio se ne resta silente mesi, anni. Tu procedi. Lui mai contraddice. C’è ma è come non ci fosse, tutto sommato una pacchia. Caro quindi io faccio. Caro quindi io vado. Caro quindi io dico. Una vita basata sul silenzio assenso. Fermo, come un semaforo (qui prodiani e guzzantiani possono fare la ola). Tu magari scazzi pure. Lui silente. Fermo. Paziente. Una sfinge. Finché un giorno, all’improvviso, il mondo ti si capovolge addosso.

Dice ma scusa mi avevi detto che mi amavi. Sì ma ora amo un’altra. E ma da quando? Silenzio.
Scusa ma dovevamo andare a vivere insieme, io ho affittato la casa, ho dato pure seimesi anticipati. Silenzio. E vuoto: perché è già scappato con un’altra o da un’altra. Un’altra parte.
Il Tardellazio è quella cosa che ti arriva direttamente la sentenza. Senza il processo. Quindi era in realtà basato sul silenzio dissenso.

Perché il Tardellazio è così: irrompe -e sbaracca- direttamente. All’improvviso. Tipo l’Etna. Senza avvisaglie. Aveva deciso diversamente. E ne ha diritto, ci mancherebbe altro. Solo che non te l’ha mai detto.

Lapilli, lava, sipario.

A wooden judge gavel and soundboard isolated on white background in perspective

(Il presente post funge anche da Pse per Martina. E per chiunque abbia un Tardellazio nel curriculum)
Inogniccaso ascoltatevi Ligabue, che fa sempre bene.

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Vera Pegna, la fimmina tinta che sfidò la mafia

Storie calme di donne inquiete/28

“È il 1962. A Caccamo, poche anime nell’entroterra palermitano, il boss don Peppino Panzeca siede comodo davanti alla sezione del Pci, pronto a intimidire chiunque voglia entrarvi. Qualcuno sta montando un altoparlante sul balcone. D’un tratto spunta una ragazza, che agguanta il microfono: “Prova, prova, per don Peppino. Se rimane seduto davanti a noi, allora è vero che è un mafioso; e se è così, allora gli chiedo di alzare gli occhi e sorridere che gli voglio fare la fotografia”. Paura e sgomento attraversano la piazza, insieme a una domanda: chi è quella “fimmina tinta” che osa sfidare con tale baldanza il potere mafioso? Quella ragazza ventottenne, arrivata al volante di una Topolino targata Ginevra, si chiama Vera Pegna”. E questo è il cameo della sua vita contenuto in un libro che si intitola “Tempo di lupi e di comunisti”.

“Io non sapevo cos’era la mafia. Quando sono arrivata a Caccamo e i compagni mi hanno spiegato subito cosa era in grado di fare, allora ho incominciato a capire dov’ero e quello che mi aspettava”, dice Vera in un altro cameo che le ha dedicato Rai Storia in Diario Civile, puntata che trovate qui e che a me è stata segnalata dalla mia rabdomante Brunella.

Vera di nome e di fatto. Vera ragazza borghese nata in Egitto, laureata in Svizzera, guardata con sospetto e derisione. Vera che in Sicilia viene portata da Danilo Dolci. Vera che si conquista la fiducia dei braccianti di Caccamo e con i quali spezza il dominio della paura e dell’omertà. Vera che porta i comunisti di Caccamo a presentarsi per la prima volta alle elezioni e a conquistare quattro seggi in consiglio comunale. Vera che oggi vive a Roma e non ha mai smesso di combattere e che a Caccamo è tornata dopo 50 anni, coi capelli bianchi.

“Per tanti anni non avevo capito quanto fossi stata importante per Caccamo. Me ne sono accorta solo 50 anni dopo, quando un gruppo di ragazzi del paese mi ha ritrovata su internet”, dice oggi Vera. Fimmina tosta. Fimmina Vera.

Vera Pegna

 

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Spiegare

“Un tempo pensavo che sarebbe stato difficile spiegare Dio, a mia figlia. Ho scoperto che è difficile spiegare gli uomini”. (Alfredo Colella)

Manchester attentato

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Alice Guy, la donna che inventò il cinema e mamma delle Shonda Rhimes

Storie calme di donne inquiete/27

“Era una regista di una grande sensibilità con uno sguardo incredibilmente poetico. Ha scritto, diretto e prodotto più di 1000 film. Eppure è stata dimenticata dall’industria che lei stessa aveva contribuito ad inventare”. E’ Martin Scorsese a renderle onore in questo modo. A rendere onore ad Alice Guy maritata Blachè. Prima regista donna nella storia del cinema, autrice di commedie, melodrammi, film con effetti speciali, trucchi e horror.

Alice Guy, francese savasandir, nasce nel 1873 in una famiglia bene e viene educata dai sacri Cuori. Alla morte del padre inizia a lavorare, giovanissima. E inizia come segretaria da un certo signor Léon Gaumont, ingegnere. Questo signore ha anche una società di produzione di apparecchi fotografici.

Il giorno in cui i fratelli Lumiere invitano Gaumont alla proiezione del primo filmato in movimento, 1895, c’è pure lei. Chepperò rientrata in ufficio dice Maaa perché non ci mettiamo pure una storia, dentro questo coso? Intuisce, come dirà Stanley Kubrick una centina d’anni dopo, che “Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato”. Il signor Gaumont dice Va bene purché non mi lasci indietro i protocolli della corrispondenza. Poi dice l’intuito maschile. Insomma, ve la faccio breve, nel 1896 il primo film nella storia vede la luce e lo mette al mondo lei, si intitola  La feè de choux

Lei applica la sicronizzazione suono-immagine, lei inventa e codifica i generi (comico, storico, avventuriero, drammatico..), lei inizia a scrivere vere e proprie fiction. Insomma la prima Shonda Rhimes si chiama Alice Guy.

A 33 anni si sposa con Herbert Blachè, 9 anni più giovane di lei (pioniera pure di Brigitte primerdamdeFrance) e va a New York col marito a rappresentare la Gaumont, fa pure un bambino ma dopo un anno di pannolini e tettarelle gnaafa’ più e fonda una sua società di produzione, la Solax. Fa il botto vero e diventa la donna più pagata degli Stati Uniti. Crede nella parità dei sessi e fa della questione femminile una delle spinte professionali, nei soggetti e nelle produzioni.Sempre un passo avanti.

Ma a lei, che di copioni strepitosi ne ha inventati tanti, tocca invece una storia personale scontata e volgarotta: nel 1919 il marito scappa in California con un’attrice più giovane di lei, due anni dopo è costretta a vendere gli studi in America e infine deve tornarsene con i due bambini a Parigi. Muore nel 1968, a 98 anni, dimenticata da tutti, financo dai libri di storia del cinema. L’unica storia che le dia ciò che le spetta se l’è scritta da sola, pubblicata postuma nel 1976.

Il cinema è la scrittura moderna il cui inchiostro è la luce, disse Jean Cocteau. Bene. Allora ricordiamo sempre che la prima luce in sala l’ha accesa Alice Guy.

Alice Guy

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Clara Josephine Wieck, il piano forte dell’amore

Storie calme di donne inquiete/26

Pianista e compositrice tedesca, concertista tra i primi al mondo a eseguire tutto il programma a memoria senza lo spartito davanti, fra le prime ad aggiungere anche interpretazioni sul tema, molto apprezzata da Chopin, ideatrice di nuove tecniche per suonare il pianoforte alcune delle quali tormentano ancora oggi i giovini allievi: signore e signori, Clara Josephine Wieck. Sposata Schumann. Perché sì anche in lei lo stato maritale finirà per offuscare se non sostituire del tutto la fama che avrebbe meritato da spajata. Per cui ovunque voi inseriate la ricerca “Clara Josephine Wieck” uscirà “Clara Schumann” nonostante lei sia una delle figure più importante del romanticismo, al netto della grandezza del coniuge.

Nasce a a Lipsia nel 1819, da babbo fondatore di fabbrica di pianoforti e mamma cantante e pianista, genitori che divorzieranno pochi anni dopo la sua nascita. E proprio il babbo, visto il talento della cinquenne Clara, mette a punto un metodo di insegnamento che aiuterà il suo talento e ne farà una concertista acclamatissima, metodo che userà pure Robert quando ne diventerà marito. E lei conoscerà Schumann proprio perché è allievo del babbo: insomma in Clara tutto nasce, cresce e si consuma sotto alla coda di un pianoforte, compreso un bell’amoreamico con Johannes Brahms, rapporto durato tutta la vita sul quale molto si malignerà -del quale ci restano delle splendide lettere- e che meriterebbe un racconto a parte.

Clara e Robert si sposano nel 1840 ma già pochi anni dopo l’illustre marito inizia a dar segni di squilibrio mentale, motivo per il quale verrà anche ripetutamente licenziato: soffre di amnesie, tenta un suicidio e alla fine nel 1854 verrà rinchiuso nel manicomio di Endemich dove morirà due anni dopo.

Insieme, nel frattempo, hanno avuto otto figli. Ripeto: otto figli e un marito malato. E’ lei che si accollerà sempre lavoro, casa, figli, procacciamento di concerti, soldi, medici, medicine, allievi, contatti. Una fatica improba. Nel 1854, in due mesi, farà 22 concerti in tutta l’Europa. Un mazzo senza pari che, alla fine, le presenta un conto salatissimo: dolori fortissimi alle braccia. E le sue, ricordiamocelo, non erano rubate all’agricoltura ma all’arte dei tasti.

“Sindrome da sovraccarico”, la chiameremmo oggi. E ti credo. E’ costretta a sospendere i concerti e non bastando le cure a base di oppio per darle sollievo alla fine un medico tedesco metterà a punto proprio per lei una terapia innovativa che le permetterà di risalire su un palco. E rifarsi il mazzo da capo. Continuerà inoltre sempre a comporre e a promuovere senza sosta tutti i brani del marito, soprattutto dopo la morte di lui: perché, diciamolo, la fama di Robert crescerà anche grazie a questo instancabile lavoro di promozione di Clara.

Clara Wieck Schumann

Una vita, quella di Clara, segnata dal dolore ovunque, visto che quattro dei loro otto figli -e il marito- muoiono prima di lei e un altro figlio verrà rinchiuso in un ospedale psichiatrico come il padre.

Gli ultimi anni li trascorrerà su una sedia a rotelle e quasi completamente sorda. Muore per un ictus. Brahms corre al suo funerale ma, sconvolto, sbaglia direzione del treno e ne prende uno per Francoforte mentre i funerali sono a Bonn. Arriverà solo mentre il carro funebre si allontana. E qui arriva un ultimo piccolo cameo d’amore: “Nel trambusto ha preso tanto freddo da ammalarsi. Difficile capire se è il dispiacere o l’ infreddatura a stroncarlo. Fatto sta che non si riprende: muore undici mesi dopo di lei“.
Sipario. Applausi.

E ora fatevi un regalo: ascoltatela.

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Hilma af Klint, the dark side della pittura e pure della luna

Storie calme di donne inquiete/25

Il giorno in cui muore ha 81 anni ed è il 1944 e lascia scritto che, invece di aprirli, i suoi lasciti andranno tenuti chiusi almeno altri 20 anni, perché solo allora forse potranno essere capiti. Signore e signori, Hilma af Klint pittrice svedese e probabile risposta da dare alla domanda “Chi realizzò il primo dipinto astratto?“. In principio dunque fu Hilma, Hilma prima di Kandinsky, Mondrian e Malevic. Hilma madre dell’astrattismo pittorico e spirituale. Hilma nata nel posto giusto, nel 1862, in Svezia, Nazione che permette alle donne di studiare arte e infatti lei si iscrive alla Royal Academy of Fine Arts a Stoccolma. Hilma che frequenta la teosofia e lo spiritismo (dopo la morte della sorella) e che con altre quattro amiche si autoproclama “de Fem”, le cinque, e non solo fa regolari sedute spiritiche ma le traduce in rappresentazione artistica. Non si considera una pittrice ma un tramite, una medium: non dipinge, esegue sotto dettatura non di un mecenate ma di uno spirito denominato Amaliel.

«Dipingevo direttamente sulla tela senza disegni preliminari, con grande forza. Non immaginavo l’esito finale, eppure lavoravo alacremente e sicura di me, senza modificare una sola pennellata». Dice che gli spiriti guida le dettano i cosiddetti “dipinti per il Tempio” ma la obbligano a non farli vedere a nessuno e le danno sette mesi per finire. Come campa nel frattempo? Ritrattista di giorno e astrattista di notte. Botanica e paesaggi di giorno e la dettatura astratta degli spiriti di notte.

Sì lo so anche io a questo punto del racconto stavo archiviando la questione da artistica in psichiatrica ma ormai la storia mi aveva rapita. Dunque andiamo avanti. E diciamo che la produzione dei dipinti del Tempio è ipnotica. E se ti irretisce non ti fa più scappare.

Hilma af Klint quadri

Alla sua morte, nel 1944, lascia al nipote Erik af Klint oltre mille dipinti e 125 manoscritti in cui parla della sua arte ma anche della cosmologia e di filosofia, teosofia, scienza (dal 1917 lavorò a una serie spirata alla relatività di Einstein). E impone il silenzio di 20 anni, l’ottimista Hilma: resterà tutto stipato nei magazzini del Moderna Museet di Stoccolma fino al 1986 quando saranno esposti a Los Angeles e poi a New York. Il direttore del Moderna li definisce «invendibili». Ma è a quel punto che, scoperchiati, mostrano il genio di questa “pioniera”. Hilma che, dall’oblìo, è approdata infine pure sui vestiti:

Hilma af Klint vestiti

E bene la ricorderà chi in questi giorni sta andando al cinema a vedere “The personal shopper”.

I suoi quadri sono stati esposti al Padiglione italiano della 55ma Biennale di Venezia curato da Massimiliano Gioni nel 2013 (onore al merito) ma esclusi dalla mostra come dal catalogo di Inventing Abstraction, 1910-1925 al Museum of Modern Art di New York.

Hilma af Klint, la pittura non “fatta da” ma “fatta attraverso”, la donna che mise in comunicazione due mondi agli antipodi. E rese visibile l’invisibile.

Hilma af Klint

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