Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Nellie Bly, la reporter che umiliò Giulio Verne col giramondo in 72 giorni

Storie calme di donne inquiete/34

E’ che la storia, e le storie, le scrivono prevalentemente i maschi. E comprensibilmente tendono a oscurare quelle delle femmine. Diversamente ci saremmo entusiasmati per le imprese di Phileas Fogg che Giulio Verne immortalò nel “Giro del mondo in 80 giorni” ma oggi porteremmo in trionfo Nellie Bly che il giro del globo lo fece, in solitudine, davvero e senza sherpa o uomini al seguito, in 72.

Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, classe 1864, prima donna a fare il giro del mondo in solitaria e soprattutto pioniera del giornalismo d’inchiesta sotto copertura, l’anello di congiunzione tra Oriana Fallaci e Mata Hari.

E come tutte le migliori carriere anche la sua nasce da un’incazzatura. Quella che si prende dopo aver letto un articolo sul Pittsburgh Dispatch dal titolo «What Girls Are Good For» (“A cosa sono buone le ragazze”). Scrive una risposta di fuoco all’editore firmandosi “Lonely Orphan Girl” (“Orfanella sola”). L‘editore, per tutta risposta, l’assume. Lei si concentra sulle condizioni di lavoro delle donne in fabbrica. Le spia da dentro. E le rende visibili fuori. “Inaugurò –scrive David Randall– quello che sarebbe diventato uno dei suoi tratti distintivi: fare le domane che altri cronisti potevano immaginare ma non osavano formulare”. Avete capito, sì, come va a finire? Avrebbe potuto concorrere al Pulitzer e invece viene trasferita nelle “pagine femminili” nel senso quelle della posta rosa. Certamente più apprezzate dagli industriali, dopo quelle fastidiose indagini sui dipendenti.

Nellie Bly. Una che si finge pazza e si fa rinchiudere per 10 giorni in un manicomio. Per farci sapere di nascosto l’effetto che fa. Ne esce un reportage che lèvati e infatti a quel punto Joseph Pulitzer la assume al New York World.

Nellie Bly, “il miglior cronista infiltrato della storia”, Nostra Signora delle Reporter perché è lei che consegna anche alle donne la legittimazione alle stunt girls che, sulla scia della loro eroina, possono ora pensare di intraprendere la strada delle giornaliste inviate.

Nel 1888 viene scelta per imbarcarsi nel famoso viaggio attorno al mondo in solitaria, viaggio che conclude a New York “settantadue giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi dopo la sua partenza da Hoboken negli Usa” (25 gennaio 1890)”. Ha percorso 40.000 chilometri. E li ha fatti con tutto ciò che ha trovato: treno, nave, piedi.

E’ il suo trionfo. E con questa impresa nasce pure il primo caso di merchandising: il libro che racconta la sua impresa si trasforma in una serie di gadget, dalla bambola con le sue fattezze a saponette e sigari col suo nome ma pure un albergo, un treno e un cavallo da corsa. Le creano financo un gioco da tavola per i più piccoli.

Nonostante abbia percorso il globo senza bisogno di alcun uomo accanto, Nellie a un certo punto, nel 1895, sposa Robert Seaman, milionario, e si allontanò dal giornalismo. Robert muore nel 1904. Lei amministra i patrimoni ma deve dichiarare bancarotta nel 1914. Parte per l’Europa e lì si mantenne come corrispondente di guerra (sempre dedicando parte dei suoi pochi o tanti introiti a vedove e orfani).

“Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”, scrisse poco prima di morire, di polmonite, nel 1922.

Ma soprattutto oggi ci risuona, e ci spinge, quell’ “I said I could and I would. And I did.” “Ho detto che avrei potuto e voluto. E l’ho fatto”.

Nellie Bly

(Grazie, sempre, a Brunella Barbella che mi ha fatto conoscere Nellie Bly)

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Esther Zimmer Lederberg e quel Nobel nascosto nel piumino da cipria

Storie calme di donne inquiete/ 33

Sei righe. Tanto le offre Wikipedia. Sei righe per Esther Zimmer Lederberg, una vita all’insegna dell’invisibilità, financo postuma. Una legge del contrappasso in piena regola quella che perseguiterà una delle più grandi microbiologhe, immunologa, pioniera della genetica.

Nasce nel in 1922 nel Bronx, New York e in un primo momento si orienta verso studi letterari. A un certo punto cambia idea e opta per Biochimica, incurante degli appelli a non farlo perché la scienza, si sa, è avara di soddisfazioni per le donne. Lei imperterrita prosegue e arriva alla Stanford University per un master in Genetica. Anni duri, durissimi. E’ ridotta talmente in bolletta che, racconterà più avanti, a un certo punto inizia a mangiare le cosce delle rane usate per la dissezione nei corsi di laboratorio (e lo so, animalisti abbiate pietà ma lo vedete pure voi come stava ridotta anche l’umana). Nel 1946 finisce il corso e si sposa. Il fortunato si chiama Joshua ed è un professore di qualche anno più giovane.

Da quel momento lei inizierà a vivere all’ombra di lui. Ma i fari che aiuteranno e ispireranno lui, quelli del genio e dell’intuizione, stanno prevalentemente nel cervello di lei.

Lei a un certo punto scopre un virus che infetta i batteri e inizia a mettere a punto, assieme al marito, una tecnica per trasferire i batteri da una capsula di Petri all’altra. Nei loro primi esperimenti i due useranno anche il piumino da cipria di lei per raccogliere e depositare i batteri in laboratorio.

Fatte tutte queste premesse, considerati i precedenti in zona riconoscimenti, dicano ora i miei cari 25 lettori: nel 1958 a chi verrà assegnato il premio Nobel per la medicina “”per le scoperte sulla ricombinazione genetica e l’organizzazione del materiale genetico dei batteri“? Sì, a lui.

A soli 33 anni, il 29 maggio del 1959, Joshua Lederberg sale sul podio dell’Accademia svedese e ritira il Nobel. Da solo. E, da par suo, nel discorso di accettazione la nominerà una sola volta.

I due, dopo alcuni anni, chevvelodicoaffare, divorzieranno nel 1966. Luigi Cavalli Sforza, nel 1974, dirà di Esther che la lunga collaborazione con l’ex marito le impedì di avere un lavoro stabile e indipendente, cosa che avrebbe meritato a pieno. Lei fonda e dirigerà fino al 1985 il Centro di Riferimento Plasmidi alla Stanford.

A piccolo parziale risarcimento la vita le riserverà nel 1989 un bell’incontro, quello con Matthew Simon che condivide con lei la passione per la musica. Si sposeranno nel 1993. L’11 novembre del 2006 lei morirà per un’infezione, di polmonite. Perché i danni dell’ingratitudine, malattia ugualmente dannosa, non sono però misurabili.

Esther Zimmer Lederberg

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Maria Mitchell, l’astronoma che gridò “la scienza ha bisogno delle donne” santocielo

Storie calme di donne inquiete/32

E’ stato ieri sera, quando dalla terrazza di Manu l’ho vista alzarsi immensa, rossa, abbagliante

Luna Manu

La luna da Manu – Foto Meri Pop

che ho pensato a Maria Mitchell (e fino ad allora in verità stavo pensando prevalentemente al ristoro che un bianco ghiacciato può darti in una notte di afa). Maria Mitchell, la prima donna americana a lavorare come astronoma professionista. Maria nata in una famiglia di quaccheri nel 1818 nel Massachusetts, cugina di quinto grado di Benjamin Franklin. Maria curiosa, pioniera, attenta, rivoluzionaria. Maria che scoprì una cometa, la “cometa di Miss Mitchell” e per questo ebbe in premio una medaglia d’oro (gliela consegnò Federico VII di Danimarca). E sulla medaglia di Maria c’era scritto: “Non invano osserviamo il sorgere e il calare delle stelle”.

Già. Non invano. Solo che mentre io sul sorgere e il calare delle stelle al massimo ci fantastico di amore, mentre sulle fasi lunari al massimo ci prenoto la ceretta, Maria no: a 12 anni aiuta il babbo a calcolare il momento esatto di una eclissi anulare, nel 1847 usando un telescopio scopre la cometa, calcolò pure le tabelle di posizioni di Venere, diventa professore di astronomia al Vassar College nel 1865 e sarà la prima persona con questa carica nominata in quella facoltà. Diventa poi Direttrice del Vassar College Observatory. Inizia a insegnare ma viene a sapere che, nonostante il suo curriculum che lèvati, il suo stipendio è inferiore a quello di molti professori più giovani e maschi. Inizia una battaglia per avere l’aumento di stipendio. L’ottiene. E sarà proprio lei a gridare ai suoi colleghi “La scienza ha bisogno delle donne!” santocielo.

Amica di tante suffragette si impegna per il diritto di voto e di proprietà (che le donne quacchere non avevano nonostante ci fosse una considerazione di diritti abbastanza paritari. Tanto per farsi un’idea del caratterino, a un certo punto in segno di protesta contro la schiavitù smette di indossare vestiti di cotone. Maria Mitchell è stata anche la prima donna non religiosa alla quale è stato permesso di metter piede alla Specola Vaticana, l’Osservatorio della Santa Sede. A patto che se ne andasse al tramonto. L’ora di andare a osservare le stelle. Ma altrove.

Muore nel 1889. Indomita e curiosa. Maria Mitchell, la donna che rivendicò il diritto di non fermarsi al guardare ma quello di osservare.

“Abbiamo una fame della mente. Vogliamo conoscere tutto intorno a noi e più otteniamo, più desideriamo conoscere”.

Nel 1905 è stata inserita nella Hall of Fame for Great Americans.

Tenchiù, Maria. E buone stelle a tutti.

Maria Mitchell

 

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Il bacio sospeso

A postumo bilanciamento dell’Addiomapureunpocoassòreta di ieri giunge oggi la Giornata mondiale del bacio a rimetterci al principio del ciclo amoroso. Intanto informo l’utenza che gli italiani, secondo una indagine che non so davvero come caspita siastatafatta tipo LEIQUANTOBACIA, sono tra i più assidui baciatori del mondo, attestandosi con un 75% di popolazione che si dedicherebbe a ciò “più volte a settimana” mentre la popolazione mondiale sta su un micragnoso 56%.

Contrariamente a quanto ci ha cantato Celentano per anni, il tuo bacio non è peggnente come un rock ma E’ “come se fosse un tango perché proprio come accade in questa danza anche nel bacio istintivamente ci deve essere qualcuno che conduce”, ci informa Roberta Giommi, direttore dell’Istituto Internazionale di Sessuologia su Rep.

“Quando si è innamorati – prosegue l’esperta – il bacio è profondo e caratterizza in modo decisivo l’aspetto erotico della coppia”. Mappoi… “quando ci sono problemi di coppia il bacio profondo è una delle prime cose che scompaiono mentre resta quello ‘a stampo’ dato sulla guancia che ha un valore diverso”, ci dice l’esperta. E qui potremmo scomodare la categoria Grazie e Graziella e omissis.

E dunque baciamoci sempre e baciamoci oggi e si baci chi può, che fa bene anche alla salute perché fa fare la ola pure alle endorfine. Ma siccome, diciamolo, gli amori più belli e di successo sono quelli che vivono nella nostra immaginazione -anche quando ne abbiamo uno reale tra le mani che poi ci riraccontiamo nella cabeza- c’è che probabilmente il bacio più bell  potrebbe essere quello sospeso: quello che non abbiamo avuto il tempo o l’occasione di dare. L’ultimo, il primo, quello in più. Il bacio sospeso, come il caffè.

Avere qualcuno da baciare è bello. Sapere che da qualche parte c’è un bacio che ti aspetta rischia di esserlo ancora di più.

Smack.

Canova bacio amore e psiche

Canova, Amore e Psiche

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Addio ma pure un poco Assòreta

Il presente titolo è un omaggio al genio di Donatella Esposito che l’ha partorito ieri in occasione della saga della Abramovich e della parte convenuta Ulay. E il post potrebbe per una volta esaurirsi così, solo nel titolo. Perché stamattina, davanti allo specchio, pensando a qualche Addio non andato a buon fine (e gli Addii sentimentali difficilmente ci vanno specie se non ce li mandi per tempo), pensando a qualche Addio sospeso (che la Esposito chevvelodicoaffare partenopea è e con i sospesi ci sa fare, non solo con i caffè) dicevo pensando a qualche Addio sospeso a un certo punto ho visualizzato nello specchio il destinatario, il bellimbusto, e a voce alta gli ho detto

ADDIO. MA PURE UN POCO ASSòRETA

Ragazze, credetemi, funziona. Basta pippe: se qualcosa di qualcuno vi sfastidia, nel dubbio, a sòreta.

A soreta

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Il viaggio più lungo si chiama Addio

Sai cosa è stato veramente quando finisce. Per come finisce. Ci si prepara sempre a iniziarli, gli amori. Mai a finirli. E infatti si vede. Di norma finiscono come fossero la sceneggiatura di un ubriaco. Peccato. Perché di una cosa che statisticamente sai per certo solo che è destinata a finire, dovresti prepararti e curarla, un’uscita di scena degna di ciò che è stato.

Loro due, per esempio. Marina e Ulay. Marina Abramovich e Uwe Laysiepen, detto Ulay. Due grandi artisti uniti anche dall’amore.

Ma la statistica non risparmia nemmeno l’arte, che pure è immortale. Nel 1988 capiscono che l’amore li sta lasciando. E cosa fanno? Vanno insieme in Cina. Poi partono dagli estremi opposti della Grande Muraglia cinese, lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo, e iniziano una monumentale camminata di 90 giorni per 2.500 chilometri, per poi incontrarsi nel centro del percorso, abbracciarsi forte, dirsi addio e non vedersi mai più.

Perché, è vero, ci si incontra e ci si lascia sui (e per i) confini.

Marina Ulay Muraglia

Marina e Ulay, The Lovers

Passano gli anni. E’ il 2010. Lei aspetta nessuno seduta 700 ore su una sedia. Settecento ore a fissare gli sconosciuti che si avvicendano al suo cospetto. Milleeqquattrocento persone, circa. E’ il 2010, è il Moma di New York, ed è quella una delle performance artistiche più lunghe della storia, “The artist is present”.

Lei si sedeva la mattina e si alzava la sera. Di fronte le scorreva un fiume ininterrotto di persone. Lei accoglieva chiunque volesse sedersi, in silenzio, impassibile. Li accoglieva con gli occhi, prevalentemente. Finché a un certo punto a sorpresa lì davanti si siede lui, Ulay. Lui inizia a fissarla, non dice una parola. Lo guarda anche lei. Ma nel silenzio gli occhi di lei iniziano a parlare e a riempirsi di lacrime. Poi si protende sul tavolo verso di lui e gli prende le mani. E’ una scena struggente.

Marina Ulay sedia

Marina Abramovich e Ulay

Eccola:

Una cosa che il genio che l’ha pensata (romantici ma non cojoni, penso che creata fu) merita la gloria eterna e anche un amore, eterno, se ciò fosse considerata una ricompensa e non piuttosto una condanna.

Senonché mentre stavo lì a struggermi pure io per aver viaggiato tanto ma non essere riuscita a trasformare in viaggio manco un Addio, anche quando c’erano il viaggio e l’addio sostanzialmente in contemporanea, ecco che la realtà irrompe a spezzare una lancia pure in favore dell’apparente sfiga: perché, signore e signorimiei, c’è che Ulay poi ha portato in tribunale Marina.

Cioè dopo sto popò di struggimento di maroni sull’amore e l’addio d’amore e chiudiamola così senza rancor movvoi vi denunciate? E allora ditelo. Ditelo che qua non si può più contare su nulla. Non dico sull’amore mammanco sulla Grande Muraglia.

E tutto vi avremmo perdonato. Tutto. Tranne il fatto che dopo averci illusi per due volte che quella era l’ultima spettacolare volta che vi vedevate movvoi vi rivedrete. In Tribunale. Non si fa.

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Simone Veil, una vita a testa alta che neanche Auschwitz ha piegato

Storie calme di donne inquiete

«Non serve a niente il voler travestire i fatti: di fronte a un milieu molto conservatore avevo palesato la mia triplice “mancanza”, quella di essere una donna, di essere favorevole alla legalizzazione dell’aborto e infine di essere ebrea.». Il migliore ritratto-sintesi di Simone Veil, morta oggi, è quello che lei si fa da sola mentre conduce in Francia, da ministro della Sanità, la battaglia per la legalizzazione dell’aborto.

Una vita, la sua, tutta in salita.

“Non bastava distruggere i nostri corpi. Bisognava anche farci perdere la nostra anima, la nostra coscienza, la nostra umanità. Privati dell’identità fin dall’ arrivo, attraverso il numero ancora tatuato sul nostro braccio, non eravamo altro che degli Stuecke, dei pezzi.” Così, il 27 gennaio 2015, ricorderà la sua deportazione ad Auschwitz-Birkenau.

Simone Veil, donna di gran fascino e determinazione, si trova questo masso a inizio cammino. Che inizierà a rotolare e lo farà per tutta la vita accanto a lei ma senza mai schiacciarla. Inizia in una famiglia felice che si ritrova dimezzata a guerra finita: suo padre André, suo fratello Jean e sua madre Yvonne moriranno lì. Ritorneranno in Francia solo in tre: lei, sua sorella Denise e Milou, che morirà dopo in un incidente stradale nel quale perde la vita anche il suo bambino.

Contro il volere del marito, Antoine Veil che incontrerà mentre studia a Science-Po, intraprende la carriera di magistrato. Settore penitenziario. Cerca, memore della sua di prigionia, di migliorare le ignobili condizioni di detenuti e, soprattutto, detenute. E sarà di lì a poco che, lontanissima dalle sue previsioni, arriverà la nomina a Ministro della Sanità.

Nel 1979 altro colpo di scena: Simone Veil venne eletta al Parlamento Europeo, per la prima volta eletto a suffragio universale. Soprattutto per questo, oggi che è morta, viene ricordata. Ma la sua più grande impresa è quella per il riconoscimento dell’aborto in Francia. Una battaglia lunghissima che vide tra le sue protagoniste un’altra Simone, Simone De Beauvoir.

Una vita in salita, battagliera, determinata, limpida. Con un testamento che parla da solo:

«Nelle diverse funzioni che ho occupato, in governo, nel Parlamento europeo, nel Consiglio costituzionale, mi sono sforzata di non essere una banderuola, mettendo le mie azioni al servizio dei principi nei quali mi riconosco in tutta me stessa: il senso della giustizia, il rispetto dell’uomo, la vigilanza per quel che riguarda l’evoluzione della società.» 

“Mi sono sforzata di non essere una banderuola”. Perché a volte basta applicare otto parole, nella vita, per farne una vita degna.

Simone Veil

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When in trouble go restaurant

E dunque l’eroa della settimana ma io direi del mese e mi spingerei anche al semestre è lei, l’aspirante moglie mollata all’altare dal merdarito che porta tutti gli invitati al ristorante lo stesso.

Dice: meglio prima che dopo.

No. No. No. Tu, bello mio, mi fai partire regolarmente, mi fai iniziare a correre, poi inizi anche a logorarmi ma lo fai gradualmente: mi chiedi l’acqua in continuazione, e mò passami pure il Gatorade, e ci ho le palpitazioni, misurami la pressione, sto facendo la maratona ma in effetti vorrei fare anche il free klimbing e il surf contemporanemente, mi piaci tu ma certo pure la crocerossina a bordo pista non è male per niente, al terzo chilometro sto in apnea e prendiamoci una pausa da asma, prendiamocela pure al quarto, al quinto esco a comprare le sigarette e già che ci sono mi scopacchio la tabaccaia, al sesto abbiamo perso la spinta propulsiva, ci credo mi trascini solo per campi di calcetto effinalmente al settimo “dobbiamo parlare” ma non parliamo anche perché stai già chattando da tre anni con la vicina.

Così, solo quando mi hai veramente sfiancata io, che vorrei mollarti per strada ma mi sento in colpa e non so come fare, prendo il coraggio a due mani e mi faccio mollare.

Ecco, questo dovevi fare sette anni DOPO a Didone, caro il mio Enea che manco sei arrivato al ristorante delle nozze. Non quello che hai fatto un’ora PRIMA. Perché sette anni dopo sono così sfiatata che al quarantesimo chilometro so che non ci arrivo manco morta. Un’ora prima ho diritto di illudermi, per un numero variabile di chilometri, che arriveremo al traguardo insieme.

Inogniccaso c’era una sola cosa da fare: applicare il mantra. When in trouble go chic. E lei l’ha fatto.

Uno dei pochi casi nei quali il risarcimento è arrivato insieme al danno. Anzi direi che è arrivato proprio prima.

Apparecchiatura

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When in trouble go chic

Mio padre, 84 anni, reduce da qualche problema di salute. Decide che anche mobbasta con le Terme di didoveandava e va a sopralluogare altrove.
Il direttore del candidato nuovo albergo, molto professionale, lo accompagna, gli illustra e gli mostra. Lui zitto. Quell’altro parla, descrive, magnifica. A un certo punto…

-Direttore grazie ma in realtà ho solo due domande per lei…

Quello lo anticipa e dice -Naturalmente sì, ha tutti i migliori professionisti dei servizi di cura vicini, comodi…

-Giovanotto, il barman

-Eehh?

-Il barman: voglio sapere com’è il barman. Ha esperienza? Il Cuba libre, ad esempio, come lo fa?

-Mi scusi e la seconda domanda?

-Il pianista. Avete un servizio di piano bar?

Ecco questo volevo dirvi, che mio padre è la migliore incarnazione di un principio salvavita al quale ho deciso di aderire: When in trouble go chic.(Trattasi di una variante dell’anglosassone When in trouble go big – Quando sei in difficoltà vai all’attacco)

Cuba libre

Foto da http://www.thelittleepicurean.com

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Nilde Iotti, il fascino dell’intelligenza

Storie calme di donne inquiete/30

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato: venne eletta proprio il 20 giugno del 1979 Presidente della Camera (lo è stata per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata).

Ma Nilde Iotti è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.

Nilde Iotti

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