Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

La Sindrome del Ma che avrà voluto dire

Buongiorno bellimiei: nuova puntata della rubrica su Repubblica e nuova illustrazione (Direttore, poi voglio l’album eh).
Ebbene, oggi parleremo del perché anche le più e i più perspicaci, una volta innamorati vengano colti dalla sindrome del “Ma che avrà voluto dire?”.
La Repubblica delle Meripo’ vi abbacia.

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Patrizia Palanca, la forza che neanche il terremoto ha piegato

Lei si chiama Patrizia. Patrizia Palanca. E’ una matematica e ha studiato facendosi onore e con stelle di prima grandezza. Il 24 agosto del 2016 trecento scosse di terremoto devastano il centro Italia e la sua vita.

Perde tutto. Beni, casa, mobili: tutto. Ma è viva. E non dimentica di essere anche una preside. Patrizia però ha perso anche quelle, le sue scuole. Non c’è più un edificio in piedi. Ce ne sarebbe per sfiancare chiunque. Non lei. Che, da allora, lotta come la sua chioma leonina promette perché i suoi ragazzi possano continuare ad essere uniti, ad andare a scuola da qualche parte, ad avere un punto di riferimento che non li destabilizzi ulteriormente. E come un leone Patrizia continua  battersi da allora in tutte le sedi.

Io l’ho conosciuta oggi, al Quirinale, dove ero andata a seguire la cerimonia degli “Alfieri della Repubblica”, ragazzi che in tutta Italia si sono distinti per quella che Sergio Mattarella ha definito “L’impalcatura della convivenza: la solidarietà”. Era lì perché tra i premiati c’è anche una delle sue ragazze. Storie delle quali vorrei parlarvi nei prossimi giorni ma di lei voglio parlarvi subito.

Me l’ha presentata la mia amica Beatrice e ci siamo sedute accanto. Senonché osservavo la fierezza e la tostaggine ma anche lo charme di questa donna, avvolta in una stola di antica eleganza e, soprattutto, issata su un paio di splendide scarpe decolletè. Che sono, da allora, la sua divisa d’ordinanza quando va in giro a perorare la causa. “Me le ha donate una casa di scarpe”.

“Ho potuto salvare molto poco. E ho vissuto con i vestiti in macchina. Ma -mi ha detto dall’alto del suo tacco 12- proprio quando stai inguaiata devi tirarti su. E il tacco è un ottimo inizio per risalire la china della dignità. Per me e per i miei ragazzi”.

When in trouble go chic. Patrizia Palanca, una delle migliori testimonial.


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When in trouble go chic. And Go in ogni caso

Mio padre oggi compie 86 anni, la maggior parte dei quali trascorsi a distillare a se stesso il piacere di vivere e i restanti a distillarci la conseguente saggezza appresane.

Colgo l’occasione per ricordarne una delle performance migliori, dalla quale è tratto lo slogan riassuntivo motivazionale di questo blog.

Reduce da qualche problema di salute, due anni fa, decide che anche mobbasta con le Terme di didoveandava e va a sopralluogare altrove. Il direttore del candidato nuovo albergo, molto professionale, lo accompagna, gli illustra e gli mostra. Lui zitto. Quell’altro parla, descrive, magnifica. A un certo punto…

-Direttore grazie ma in realtà io ho solo due domande per lei…

Quello lo anticipa e dice -Naturalmente sì, ha tutti i migliori professionisti dei servizi di cura vicini, comodi…

-Giovanotto, il barman

-Eehh?

-Il barman: voglio sapere com’è il barman. Ha esperienza? Il Cuba libre, ad esempio, come lo fa?

-Mi scusi e la seconda domanda?

-Il pianista. Avete un servizio di piano bar?

Ecco questo volevo dirvi, che mio padre è la migliore incarnazione di un principio salvavita al quale ho deciso di aderire: When in trouble go chic.(Trattasi di una variante dell’anglosassone When in trouble go big – Quando sei in difficoltà vai all’attacco)

In questo momento, ad esempio, lui sta stappando il Brunello di Montalcino che mi ha promesso per la cena di stasera. “Per brindare anche a tutti questi amici tuoi invisibili. Che però ci sono”.


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Le Giuste

Marina, che taglia e scolpisce i tuoi capelli con la stessa cura che Michelangelo ebbe per il David.
Barbara, che prende le ferie e va a fare Patch Adams in un ospedale pediatrico in Croazia.
Paola, che è andata sotto i ferri per riappropriarsi della sua vita e del suo girovita.
Marcella, che lavora a Bruxelles e cresce i figli a Roma.
Lorenza, che ti spinge e ti incoraggia anche quando non avrebbe voglia di farlo neanche per se stessa.
Donatella, che vive dalle parti di Heidi ma ha un sogno a Procida e continua a inseguirlo proprio perché è difficile.
Francesca, che se non vuoi cambiare il mondo non puoi essere non dico il suo fidanzato ma neanche suo amico.
Rita, che accetta i turni di notte per stare con i suoi bambini di giorno.
Grazia, che appena può fa virare il portafoglio clienti su progetti di integrazione per i bambini.
Raffaella, che ha ricominciato a volersi bene ballando.
Paoletta, che non ha chiesto il trasferimento per accompagnare la quarta B fino alla maturità.
Nikki, che continua a difendere i diritti di tutte noi anche mentre combatte contro la zampata della tigre con medicine che annienterebbero pure un leone.

Tali donne, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

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Suor Maria Agnese Tribbioli, che chiuse le porte Giuste

Novembre 1943. Due bambini ebrei sono nascosti in un convento fiorentino insieme alla mamma. A un certo punto si sente un bussare insistente al portone. Colpi secchi. Sono gli ufficiali delle SS. Cercano ebrei. Ed è a loro che una donna minuta da dentro risponde:

-Qui non ci sono ebrei, ci sono solo figli di Dio. E lo siete anche voi

Lei è suor Maria Agnese Tribbioli. Ed è la madre superiora. In quel convento sta salvando, insieme a tanti altri, anche Simone Sacerdoti, la moglie Marcella Belgrado e i figli Cesare-David e Vittorio. E sta nascondendo la loro identità anche alle altre suore, che fidarsi è bene ma non fidarsi a volte è decisamente meglio. Li chiama “i rifugiati senza tetto”. A volte deve fare vere e proprie azioni di depistaggio con le consorelle, come quando Cesare-David, che ha cinque anni, si rifiuta di farsi il segno della croce e inizia a insospettire le altre suore. Suor Maria Agnese non si scompone affatto e quando le altre suore le portano il bambino lei, semplicemente, dice: è rimasto senza casa, bisogna capirlo, ha subìto un trauma.

Cesare David e Vittorio, il 25 marzo del 2010, hanno promosso un riconoscimento alla memoria di lei, che l’anno prima, il 16 giugno 2009, è stata proclamata Giusta fra le nazioni dallo Yad Vashem di Gerusalemme.

I Giusti. Le Giuste. Le donne sono più della metà dei Giusti dello Yad Vashem. Mi piace ricordarla oggi, nella Giornata dei Giusti. Riflettendo sul fatto che a volte è effettivamente molto saggio sbarrare le porte al prossimo. Ma dipende da chi c’è dentro. E da chi c’è fuori.

(Suor Maria Agnese è morta a Firenze il 27 febbraio 1965. E’ sepolta nella Cappella di Casa Betania di Via dei Serragli 127.  Il 14 gennaio 2017 il cardinale di Firenze, Giuseppe Betori ha dato il via alla Causa di Beatificazione).

Sempre oggi, a Fossoli, alla Fondazione dell’ex campo di smistamento dei deportati, verranno piantati tre alberi dedicati ai Giusti nel mondo e cioè a Berta Caceres, Maria Quinto-Daniela Pompei e Salvo D’Acquisto.

 


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Lucio, non ci dimenticare mai

Che poi ero così stanca da non dormire, che erano le due di notte e non c’e’ niente da fare. Che mi piace tanto stare ferma e sentirti respirare e certo contestualmente mi chiedevo come sarà la mia faccia stanca.  Quindi che faccio? Provo a girare il mio cuscino, ma è una scusa per venirti più vicino. Provo a svegliarti con un po’ di tosse ma tu ti giri come se niente fosse. Spengo la luce provo a dormire ma tu con la mano mi vieni a cercare.

Insomma che sera: che la luna è una palla ed il cielo è un biliardo quante stelle nei flippers sono più di un miliardo. Di una luna che ti illumina a giorno, che balla il mistero di questo mondo che brucia in fretta quello che ieri era vero. Che poi è questo, ecco il mistero, sotto un cielo di ferro e di gesso l’uomo riesce ad amare lo stesso e ama davvero nessuna certezza: che commozione, che tenerezza.

Certo è che vorrei essere il vestito che porterai e poi ma quanti capelli che hai, non si riesce a contare, sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli ci si può fidare.
E comunque purtroppo, si: tu, tu non mi basti mai.

E… oh Lucio sai che è? Che non so se sono io che parlo come te o tu che come me, ma il punto era proprio questo: che m’ero detta che mai e poi mai sarei riuscita a scrivere qualcosa se morivi. Ma il fatto è che tu t’eri messo a scrivere come noi vivevamo.

Comunque io io io ci provo sai. Oh, Lucio,…non ci dimenticare mai

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La saittella

A volte una buona idea ha bisogno di un treno per essere raggiunta. Vorrei dunque parlarvi del giorno in cui, oggi di due anni orsono, quindi per dirla con il nipotino della mia adorata Maria “ierissimo”, con Lorè e Milè prendemmo un FrecciaPop che ci condusse da Annuzza a Napoli.

E soprattutto vorrei qui ricordare il momento in cui Annanostra ci si presentava a piazza San Domenico con un cabaret di fiocchi di neve di Poppella, rione Sanità, due giorni dopo che un commando aveva preso a pistolettate le vetrine. Che qui la reazione civile passa non solo per la testa e per la volontà ma, contestualmente, per i vassoi.

Napoli, dove lo stomaco vicino al cuore si riscalda a ogni momento e non c’è concione che non ne venga illuminata.  Comequando a un certo punto dell’Amarcord ci si svelava, dopo il Cristo velato, anche il quarto segreto di Annuzza. Parlare alla testa anche tramite i vassoi ben si addice pure alla reazione amorosa. E dunque, rivangando amorosi trascorsi di corsi e rincorsi degli uomini che furono, a un certo punto

-Eh -dice Anna a Milè- quindi fu un amore che ancora non passa?
-Beh -dice Mile- più che amore direi che fu un sentimento
-Eh Milè, nuie tenimm ‘a digestione lenta, vedrai che fra poco sarà solo una simpatia
-Dici, Annù?
-Dico, Milè: che nella vita dal piedistallo alla saittella è un attimo

La saittella essendo il tombino è dunque alla parabola della saittella che consegnerei alcune primarie riflessioni: quando siete felici fateci caso. Che per la saittella è un attimo

Uà Meripo’ ma in sostanza che vuoi dire? Dico che se hai una malinconia da femmina devi andare a scioglierla in una città femmena con amiche femmene e con un Virgilio femmena, come Anna, Nostra Signora dei friarielli, che con un sinnominato spettacolo torna ogni tanto a teatro.

Essendo in zona uichendo dico: andate a Napoli. Andateci se il cuore sta un po’ ammaccàt e anche se sta allegro, andateci spesso, andateci sempre.

E attenzione – a Napoli e nella vita in generale- a dove mettete i piedi: che per la saittella è un attimo.

Basta nu poc ‘e zuccàr


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Rosetta Stame, vivere per ricordare

Non bastava che le SS avessero preso prigioniero suo padre, torturandolo a Via Tasso, quando lei era una bimba di sei anni.

Non bastava aver dovuto vedere, subito dopo, sul corpo del padre, il tenore e partigiano Nicola Ugo, i segni della barbarie nazista.

Non bastava neanche averlo visto trucidare alle Fosse Ardeatine, che lui fu uno dei 335 massacrati per rappresaglia dopo Via Rasella.

No, Rosetta Stame aveva dovuto subire -nel 2003- anche l’umiliazione della condanna a risarcire Eric Priebke.

Perché lui aveva denunciato lei, Presidente dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine, per diffamazione (per aver detto in un’intervista che il padre fu torturato, presente Priebke, a Via Tasso) Che a volte la vita, davvero, ti si accanisce contro. (In appello -e in extremis per la imperitura vergogna- la condanna al risarcimento fu annullata)

Rosetta Stame se ne è andata stanotte, a 81 anni. Non ci sarà quest’anno, il 24 marzo, a ricordare l’irricordabile.

E allora lo ricorderemo noi, anche per lei.

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L’infinita lezione di don Roberto

Di don Roberto Sardelli avevamo parlato qui, l’11 dicembre scorso, presentando il libro di Matteo Amati sulla storia della Cooperativa Agricoltura Nuova.

Matteo che è un ragazzo di famiglia destinato a diventare ingegnere ma a 20 anni conosce un prete che si occupa dei baraccati -184 famiglie- accampati all’Acquedotto Felice, a Roma, in condizioni estreme, emarginati dagli abitanti del quartiere Don Bosco. Sono soprattutto immigrati dal Sud Italia. Quando gli immigrati erano gli italiani con gli italiani ma nessuno diceva “prima gli italiani”, tutti. Che si è sempre immigrati di qualcuno.

Quel prete era don Roberto Sardelli, morto ieri. In silenzio e nel silenzio. Don Roberto che in quelle baracche si era trasferito. E quello studente, Matteo, si ritroverà di lì a poco a seguirne le orme abbandonando casa, genitori, fratelli e passando dal comodo letto della sua stanza a una brandina poggiata in una cucina di una baracca.

E’ questo, anche questo, il 1968. Le barricate di don Roberto hanno i confini di una baracca, la 725, nella quale insegna a ragazzi senza speranza. Perché don Sardelli su questo non transige: “il povero che non prende coscienza della sua condizione è fottuto”. E il povero ha un’unica strada per riscattarsi: studiare. Non c’è elettricità, nella Baracca 725, alle quattro del pomeriggio è già buio, e non c’è acqua, nonostante stiano accampati sui muri dell’Acquedotto. Ma nessuno si tira indietro, tantomeno Matteo. Davanti c’è don Sardelli, dietro c’è don Milani.

In quella Baracca i ragazzi imparano a conoscere e amare Martin Luther King, Gandhi, Malcom X, a leggere i libri editi dalla casa editrice fondata da Adriano Olivetti, stanno sì nelle baracche ma in sottofondo ascoltano Beethoven e Vivaldi. Quei ragazzi si interrogano, chiedono, apprendono, crescono, si riscattano.

Quanti ne ha riscattati, don Roberto? Incalcolabili.

Stamattina la mia amica Tiziana mi ha mandato questa lettera (pubblicata da Giuliano Santoro sulla sua bacheca Facebook). Mi sembra il modo migliore per ridargli voce:

Ad un’insegnante che si ostinava a mettere il voto ZERO a tre bambine delle baracche e che aveva detto che i metodi della scuola di strada erano da “pazzi”, Roberto Sardelli fece recapitare un biglietto con queste parole:

“Cara signora,
ho 33 anni e ancora nessuno mi ha spedito al manicomio. Ho altri acciacchi, ma la mente mi regge ancora bene. Per quanto riguarda Antonella, Francesca ed Antonia, io vorrei che lei ne conoscesse un po’ la vita e la storia. Vedrà allora che esse sono di una saggezza invidiabile. Lei nelle stesse condizioni si ammalerebbe, darebbe in isterismi, minaccerebbe suicidi ed omicidi. Niente di tutto questo per le tre ragazze. Esse sono di un equilibrio eccezionale e posseggono un senso della vita che lei mostra di non possedere ancora. Quindi, almeno in ciò, Antonella, Francesca ed Antonia potrebbero esserle insegnanti. Non umili più questa loro saggezza con ‘zero’ perché lo prenderemmo come una pugnalata di cui, prima o poi, ci vendicheremo”.

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Parlami d’amore

Dunque, bellimiei, Meri Pop sbarca su Repubblica. Da oggi, nell’inserto Live (costa 50 cent in più ma sono disponibile a valutare rimborsi circoscritti).

La rubrica si chiama Parlami d’amore (Parlami d’amore Meripo’ per gli amici).

Dedicato a tutti voi Poppiani della prima ora. Fatemi sapere che ne pensate ma soprattutto scrivete: carameripop@gmail.com

Buona lettura e, guardate che me tocca dì, buon amore a tutti.

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