Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

Émilie du Châtelet, quel “grande uomo la cui unica colpa fu essere una donna”

Storie calme di donne inquiete/17

“Era un grande uomo la cui unica colpa fu essere una donna”, disse di lei Voltaire.

Émilie du Châtelet, nata sotto Luigi XIV, prima scienziata di Francia, matematica, fisica, scrittrice, intellettuale (che, ricordiamolo, erano sempre e solo cosedauomini), poliedrica, passionale, anticonformista, stravagante, libera, studiosa di greco, tedesco e latino. “Una delle madri spirituali delle donne del ventunesimo secolo“, ha riassunto Elisabeth Badinter, scrittrice e filosofa francese.

E sì, nella sua vita ci fu anche Voltaire, che di Madame Émilie du Châtelet fu appassionato amante, intellettualmente complice, infedele ma sempre presente compagno. “Non ho perduto un’amante ma la metà di me stesso. Un’anima per la quale sembrava fatta la mia”, disse ancora alla sua morte. Una delle fiamme più vive dell’Illuminismo. Ma l’avete mai sentita accostare all’elenco di Voltaire, Rousseau e Montesquieu? Il link più gettonato se la si ricorda, quando succede, porta invece a Madame de Chatelet “amante di Voltaire”.

Un matrimonio combinato la porta a 19 anni a sposare il marchese Florent Claude du Châtelet. Lei intraprende altre relazioni e, nel 1733, arriva anche quella con Voltaire ed è a quel punto che molla Parigi, marito, figli e secondari amanti. Vanno a vivere nel castello di Cirey. E’ del 1737 il tomo “Elementi della filosofia di Newton”, che scrive insieme a Voltaire (il nomignolo che le darà lui sarà “Pompon Newton”,  a sottolineare la passione di lei per i fronzoli e per lo scienziato, non lo trovate delizioso?), e seguiranno poi le “Istituzioni di fisica” sulle teorie di Leibniz e la traduzione dal latino al francese di “Principia matematica” sempre di Newton, integrata con riflessioni e acquisizioni degli scienziati francesi.

Dormiva e mangiava poco (dicono si tenesse sveglia immergendo mani e braccia nell’acqua ghiacciata) e amava pazzamente, oltre la scienza, anche il sesso, territori che -ricordiamolo sempre- erano, entrambi, dominio esclusivo dei maschi.

E qui la Elisabeth Badinter ci fa entrare per un attimo nell’intimità al tempo dei Lumi, almeno dei Lumi di questi due che, diciamolo, ne hanno da far invidia fino ad oggi: “È lei che lo introduce all’astrazione filosofica, al mondo dei concetti. Madame du Châtelet era agnostica e probabilmente atea, anche se non si poteva dire all’epoca. Lei e Voltaire, all’inizio della loro passione, passavano le giornate al letto, analizzando l’Antico e il Nuovo Testamento, e facendosi un sacco di risate”.

Cervello, sesso, risate. Un trittico invincibile. Eppure. Eppure finisce anche per loro. Dove non poterono gli abbandoni di lui (prima per un’attrice e poi per la nipote, Madame Denis) a un certo punto poté la poesia, per meglio dire un giovane poeta. Ed è così che nel 1746 Emile infrange un altro tabù e molla Voltaire per un uomo di dieci anni più giovane di lei, il poeta Saint-Lambert. Ma è a quel punto che lei rimane incinta avendo già però raggiunto unacerta, per i tempi, cioè 42 anni. Ed è l’inizio dlela fine: la bambina nascerà morta e sei giorni dopo il parto morirà anche lei, assistita sia dal giovin poeta che dal vecchio amore Voltaire.

Émilie du Châtelet ci ha lasciato anche un “Discorso sulla felicità”, pubblicato postumo, in cui abbandona i toni del rigore scientifico e si lascia andare come avesse un blog sentimentale. Dal quale sprona tutti a seguire le passioni e per le donne aggiunge anche l’ambizione. E, come dovesse riassumercelo in un tweet, ci tramanda così la sua ricetta della felicità:

“Amare ciò che si ha, saperne gioire, godere dei privilegi del proprio stato, non invidiare coloro che ci sembrano più felici di noi, applicarsi per perfezionare noi stessi e per ricavare i maggiori vantaggi dai nostri comportamenti, è tutto quello che chiamo felicità”.

Quando siete felici fateci caso. E pensate ad Émilie.

Emilie du Chatelet

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Emmy Noether, mamma dell’algebra a dispetto del mondo

Storie calme di donne inquiete/16

“Pochi giorni fa una insigne matematica, il Professor Emmy Noether (…) è morta a 53 anni. Nel giudizio dei matematici più competenti la Signorina Noether era il più significativo e creativo genio matematico apparso finora da quando è iniziata l’educazione universitaria delle donne». Fu Albert Einstein a salutarla così. Dopo una vita in cui era stata bellamente emarginata, cacciata, umiliata. Perché, insisto, avete voi mai sentito parlare, accanto ad Einstein Albert o Poincarè Henri, di Noether Emmy?

Fräulein Noether, la “madre” della moderna algebra astratta, nasce a Erlangen, sud Germania, nel 1882 figlia di un insigne matematico. Ma dopo gli studi superiori non può iscriversi all’Università in quanto femmina. Che le femmine possono essere ammesse solo come Hospitanten: ascolti ma non puoi fare gli esami. Evidentemente è ancora lontana la consapevolezza che anche le orecchie delle femmine sono collegate al cervello. Siamo, ve lo ricordo, non al Pleistocene ma ai primi del Novecento. In ogni caso di lì a poco la legge cambia e l’Università aprirà le porte, oltre a Emmy, solo ad altre tre iscritte.

Riesce dunque a laurearsi e inizia a lavorare nel Dipartimento di matematica ma, chevelodicoaffare, senza essere pagata, che le femmine devono arrivare sempre in quota Florence Nightingale. E a nulla servono le segnalazioni di David Hilbert e Felix Klein, due scienziatissimi che sottolineano la validità degli studi della Noether. «Concedere la libera docenza a una donna? Giammai! Dopo questo nessuno le avrebbe più impedito di diventare professore e di partecipare al Senato accademico!” pare tuonassero cattedratici appartenenti alle facoltà delle cosiddette scienze morali, ed è a quel punto che Hilbert pare ebbe ad esclamare:«Signori, il senato non è mica un bagno pubblico!».

Emmy deve aspettare fino al 1922 per ottenere la nomina a Professore straordinario non ufficiale (e come ti sbagli) e insegnando sempre gratis nei corsi di Hilbert (e ci mancherebbe altro) in quel di Gottinga. Lei spopola non solo per l’algebra e non solo fra i matematici ma anche tra i fisici e infatti entrambi dovranno molto al suo Teorema di Noether, che fa luce sulla connessione tra simmetrie e leggi di conservazione.

Nel 1932 Emmy Noether è l’unica donna a partecipare alle ventuno conferenze plenarie del Congresso internazionale di matematica tenuto a Zurigo ma giusto l’anno seguente, riuscita a scampare ai divieti sociali per le femmine, arriva invece la persecuzione del governo nazista che le vieta l’insegnamento in quanto ebrea. Leggi razziali che produrranno uno sfacelo anche nella scienza, oltre che nel catalogo degli altri orrori. E’ costretta a emigrare in America ma, attenzione, nonostante il prestigio conquistato a caro prezzo, a differenza dei colleghi maschi ai quali verranno offerti incarichi di livello, lei finirà al collegio femminile Bryn Mawr in Pennsylvania. Dove in ogni caso continuerà a sfavillare e a raccogliere attorno a sé una comunità di matematici di grande valore e soprattutto di matematiche.

Ora è vero che la ricerca è un lavoro, e apre un destino, di solitudine. Ma un conto è la solitudine un conto l’isolamento. Eppure, ironia della sorte, il suo genio ha superato tutto al punto da poter parafrasare e applicare anche a lei il principio di conservazione: ovvero la conservazione nel tempo di una grandezza in un sistema isolato.

Emmy Noether, grande in un sistema isolato. Grande a dispetto del mondo.

Emmy Noether

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Cristina da Pizzano, la prima donna “uomo di lettere”

Storie calme di donne inquiete/15

Vedova a 25 anni con tre figli piccoli da mantenere ai quali si aggiunsero pure la madre e una nipote e sul groppone avendo anche i debiti lasciati dal padre, tutto tentando di sopravvivere agli intrighi della corte di Francia del XV secolo. Roba che avrebbe schiantato chiunqua. Ma non Cristina da Pizzano, nell’accezione del territorio bolognese dal quale proveniva il babbo, o Christine de Pisan nella versione francese di approdo. Nata a Venezia nel 1365, educata agli studi umanistici dal padre, Tommaso, trasferitosi alla corte di Carlo V come astrologo e consigliere. E sì ma come ci arrivano questi in Francia? “Verso la fine del 1369 C., allora in età di soli quattro anni, valicò le Alpi insieme con la madre e i fratelli. Dopo avere risalito le valli del Rodano e della Saona, raggiunsero Parigi e furono presentati al re in dicembre”.

Cioè questa s’è valicata le Alpi a piedi a 4 anni, a 15 sposa il giovin gentiluomo piccardo, Étienne Castel e a 25 sta in un mare di guai, donna, vedova, caduta in disgrazia a corte, circondata da mariuoli e approfittatori e osteggiata dal clima misogino generale nonché dai professori dell’università di Parigi, incapaci di accettare il fatto che una donna potesse accedere al sapere: e lei che fa? Diventa il primo scrittore professionista della letteratura francese, quando nessuno prima di lei era stato costretto a guadagnarsi la pagnotta con la propria penna. E se 500 anni dopo Virginia, Woolf teorizzerà che una donna per dedicarsi alla letteratura dovrebbe avere denaro e una stanza tutta per sé, Cristina 500 anni prima, che non aveva né stanza né soldi, inizia a farsi un mazzo tanto scrivendo per procurarseli.

Poesia. Poesia lirica. E poesia di corte, personale, amorosa. Scrive, legge, studia. E lo fa ricorrendo all’arma dell’ironia, con la quale leggiadramente perculerà i suoi avversari maschi e metterà in guardia le femmine, criticherà la moda (sempre in voga) di disprezzare le donne e invocherà una giustizia che sappia proteggerle.

Nel 1402, impazzando il Roman de la Rose, uno dei più apprezzati ma anche più misogini capolavori della letteratura medievale, Cristina gli si mette di traverso: raccoglie pezze d’appoggio e motivazioni delle sue critiche nelle Epistres du debat sur le Roman de la Rose, tesi appoggiate anche da eminentissimi esponenti del Regno. E’ a quel punto che diventerà uno dei punti di riferimento degli intellettuali francesi. Nonché, in qualche modo, la prima “femminista”.

Profetica ma anche osteggiata, Cristina. Che a un certo punto, nel 1418, decide di ritirarsi nel monastero di Poissy dove la figlia si era fatta monaca: 11 anni di silenzio interrotti solo una ma epica volta, quella in cui, nel 1429 nel Ditié, celebrerà Giovanna d’Arco. Le fu risparmiato almeno il dolore di vederla bruciare, visto che Cristina morirà un anno prima del rogo di Rouen, nel 1430.

Profetica, osteggiata e ironica Cristina. Che dal Medioevo ci dice ancora:
Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatto nascere maschio?
Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere. (dalla Città delle dame).

Cristina da Pizzano

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Margherita Porete, al rogo per eresia per aver scritto un libro mistico

Storie calme di donne inquiete/14

Di streghe mandate al rogo per malefici ed eresie sono piene le cronache dei secoli. L’ultima si chiamava Anna Goldi e fu decapitata nel 1782, salvo poi riabilitarla pochi anni fa. Ma la storia di Margherita Porete al solito orrore aggiunge un ulteriore sconcerto: perché Margherita, vissuta sotto Filippo il Bello, fu messa al rogo dall’Inquisizione per eresia per aver scritto un libro mistico, “Lo specchio delle anime semplici”. Il testo, tanto per capire l’abboccapertismo che ci prende a leggere di questa vicenda, è una riflessione mistico filosofica e da poco è stato rieditato proprio dalle Edizioni San Paolo.

Margherita Porete, dunque: di lei non sappiamo molto. Sappiamo che è originaria delle Fiandre, è una beghina (che non vuol dire bigotta ma appartenente a una comunità laica che vive secondo i principi del Vangelo pur non essendo consacrata), è colta, laica e di origine aristocratica. Aveva tradotto le Sacre Scritture in volgare e sapeva di teologia e filosofia. Scrive dunque questo tomo. Che parte malissimo: fu bruciato sotto ai suoi occhi a Valenciennes al termine di un processo diocesano fatto istituire da Guido da Colmieu, vescovo di Cambrai. Vescovo che le vietò di leggerlo in pubblico e farlo circolare.

Lei non si ferma. Forse, addirittura, lo riscrive. In ogni caso lo presenta a un altro vescovo, Giovanni di Chateau-Villain, di Chalons-sur-Marne, forte del fatto che nel frattempo aveva ottenuto l’approbatio di tre religiosi. E sapete chi con grandissima probabilità è uno dei tre? Giovanni Duns Scoto, detto Dottor Sottile, uno dei più grandi maestri della teologia cristiana, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1993. Il vescovo la denuncia lo stesso.

Margherita viene consegnata nelle mani del Grande Inquisitore di Francia, a Parigi, nel 1308. Non solo non fa il giuramento di lealtà ma non mostra nessun segno di cedimento: l’Inquisitore cercherà per più di un anno e mezzo di farla parlare ma senza successo. Viene quindi condannata e le danno un anno di tempo per pentirsi. Lei lo trascorre nel convento parigino di Saint-Jacques ma niente, continua a tacere.

Viene condannata al rogo il 31 maggio 1310; la sentenza verrà eseguita il 1 giugno 1310 in Place de Grève a Parigi.

Narrano le cronache che andò al rogo mostrando segni tanto grandi della propria dignità da commuovere fino alle lacrime molti dei presenti.

E cos’aveva scritto Margherita, che afferma di parlare a nome delle “anime semplici e libere” di così pericoloso? Che tutto ruota attorno alla Signora Amore che «non tien conto di vergogna o onore, di povertà e ricchezza, di inferno o paradiso» e giunge a «guardare la morte della Ragione». Margherita che “violava già come donna l’antico divieto di insegnare pubblicamente e soprattutto proponeva una religione come fede interiore e spontanea, libera dai vincoli della gerarchia ecclesiastica”. In nome del precetto dell’Amore.

Che di amore, dunque sì, si può morire. E morire malamente.

Margherita Porete

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Rosalind Franklin, la “dark” lady del Dna

Storie calme di donne inquiete/13

Geni, genoma, ereditarietà. Sulle tre parole che hanno rivoluzionato la conoscenza -e svelato il segreto- della vita ci sono le impronte, un Nobel e la gloria eterna di tre uomini, Maurice Wilkins, James Watson e Francis Crick. Ma è stato anche grazie al lavoro, e alla foto fatta ai raggi X, di una donna che quegli uomini hanno tagliato il traguardo: Rosalind Franklin. Dunque anche dietro la doppia elica più famosa della storia c’è uno scippo a una donna.

Rosalind Franklin, donna, ebrea, ricca, scontrosa, biofisica, cristallografa. Nata nel 1920 nell’Inghilterra edoardiana da una famiglia di banchieri, a 12 anni aveva già deciso di “fare scienza”. Si laurea in chimica fisica a Cambridge. Si specializza negli studi del carbone e nel 1951 ha già prodotto ricerche di alto livello anche nella cristallografia. referenze che le aprono le porte del dipartimento di biofisica del King’s college di Londra, diretto da Maurice Wilkins. Il quale molto si lamenta di lei con Watson e Crick tanto da definirla, tutti e tre, sprezzantemente la “dark lady”. Che proprio in una camera oscura, very dark, riesce a ottenere una serie di strabilianti foto del DNA, tra cui la famosa Photograph 51, quella che porterà ad andare a dama i tre moschettieri sulla struttura del DNA. Ma non intende ancora mostrarla e non riesce ancora a trarne delle conseguenze scientifiche.

E’ a quel punto che il giovin assistente di Rosalind, una sera le sottrae la caspita di foto e la porta a Wilkins. Lui, lo racconterà nella sua autobiografia, (La doppia elica, 1968), rimane folgorato: «Nell’esatto momento in cui ho visto la foto la bocca mi si spalancò e il polso cominciò ad accelerare». Scacco matto: la prova che mancava a lui e al socio, la forma B del Dna. La Foto 51, come un’intuizione di Miss Marple per risolvere il caso. Senonché la nostra dark lady a quel punto è fatta fuori da tutto.

Watson e Crick si precipitano a pubblicare gli studi e la rivelazione della struttura del Dna su Nature.

Il resto è una storia ancora più amara. Rosalind Franklin muore nel 1958 a 37 anni per un tumore all’ovaio, forse dovuto all’eccessiva esposizione ai raggi X. Quattro anni dopo Watson, Crick e Wilkins salgono su un palco a ritirare il Nobel per la Medicina, Nobel conquistato grazie agli articoli pubblicati nel 1953. Lei è morta e nessuno al posto suo si batterà per farle riconoscere ciò che era in parte anche suo. Lo stesso Watson nel libro parla di lei sprezzantemente anche sul piano personale: «a trentun anni vestiva con la fantasia di un’occhialuta liceale». Nessuno dei tre farà mai ammenda. Tantomeno Watson, elementare.

Nobel Dna

Una foto, quella del Nobel, che farà il giro del mondo. Una foto nella quale manca una persona. La persona che con un’altra foto aveva reso possibile quel traguardo: Rosalind Franklin.

Rosalind Franklin (1920-1958), British chemist. Pioneer molecular biologist.

Lei non è mai potuta salire sul palco del Nobel ma la storia di Rosalind rivive in questi giorni su un altro palco, quello del Teatro Eliseo di Roma, dove la Franklin è interpretata da un’altra dark Lady, Asia Argento, alla quale ieri sera ho perdonato tutto, financo la conduzione di “Amore criminale”. Perché stavolta le sue spigolosità racchiudono magistralmente quelle di Rosalind. Andate, se potete. Andate a rendere omaggio a questa scienziata, morta un attimo prima di mettere le mani sul segreto della vita.

(Rosalind Franklin, il segreto della vita
di Anna Ziegler
regia di Filippo Dini
Teatro Eliseo, fino al 16 aprile)

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Cecilia Payne-Gaposchkin, cui scipparono il sole e le altre stelle

Storie calme di donne inquiete/ 12

Più che la storia di una donna questa è la (ennesima) storia di uno scippo. Cecilia Payne-Gaposchkin, astrofisica inglese, è la donna che scoprì di cosa sono composte le stelle, compreso il sole, e cioè di idrogeno ed elio. Lo scoprì a venticinque anni, preparando la tesi di dottorato, mentre tutti ritenevano che sole e stelle fossero composti di elementi pesanti. Ora però voi, di Cecilia, avete mai sentito parlare? Neanche io, grazie.

Nata nel 1900 in Gran Bretagna, la Payne se ne sta in realtà buona buona a studiare botanica quando un giorno, ascoltando la lezione di un astrofisico, Sir Arthur Eddington, riceve è il caso di dirlo una folgorazione: la sua strada sono le stelle. Completa i suoi studi a Cambridge ma -attenzione- Cambridge non concedeva il riconoscimento della laurea alle donne e non lo farà fino al 1948. Nel 1923 va quindi ad Harvard a studiare astrofisica e lì, preparando la tesi, s’illumina di intenso e fa questa scoperta sensazionale.

La Payne è una scienziata il cui nome avrebbe dovuto stare sul podio quantomeno insieme a Galileo. E invece che succede? Che nella fase di revisione della tesi, prima della discussione, l’eminentissimo ac reverendissimo astronomo Henry Norris Russell le consiglia di dire che i risultati sono “quasi certamente non reali”. Salvo poi pubblicarli lui come suoi qualche anno dopo. Capito sì?

E siccome lo so che siete personcine temerarie e curiose, nel blog dall’evocativo nome Quantizzando.org ho trovato e vi linko la tesi di Cecilia Payne: eccovela, non foss’altro per spammarla in ogniddove a postuma ricompensa dello scippo e dell’oblìo.

Lei, nonostante abbia contro non solo Saturno ma proprio tutto il firmamento d’intorno, continua a studiare lavorare e scoprire finché nel 1956 diventa la prima donna docente di ruolo ad Harvard, nonché la prima donna a capo di una Facoltà. Nel frattempo, nel 1933, sposa l’astronomo russo Sergei Gaposchkin dopo averlo aiutato ad ottenere un visto per gli Stati Uniti, che siamai solo una cosa per volta. Insieme avranno tre figli.

Ora, poiché la vita è fantastica nel senso che è davvero fantasiosa, la nostra stella Payne nel 1976 riceve un premio dalla Società Astronomica Americana che porta proprio il nome di Henry Norris Russell, lo scippatore. Accettandolo, narra Maria Di Rienzo,  Cecilia ebbe a dire: “La ricompensa di una giovane scienziata è l’euforia emotiva dell’essere la prima persona nella storia del mondo a vedere qualcosa o a comprendere qualcosa. Nulla può essere paragonato a tale esperienza… La ricompensa di un’anziana scienziata è il senso dell’aver visto una vaga bozza crescere sino a divenire un magistrale paesaggio”.

Le sono state rubate scoperte e fama in vita e dedicato un asteroide dopo la morte, il 2039 Payne-Gaposchkin. Oltre a una patera (struttura geologica costituita da una struttura crateriforme) sul pianeta Venere. Siamo dunque ai premi di consolazione. Postumi. Lei, da lassù, avrà continuato a non intristirsene più di tanto.

Perché la classe, signorimiei, non è acqua: nel caso di Cecilia fu elio e idrogeno.

Cecilia Payne

(La storia di Cecilia Payne-Gaposchkin mi è arrivata tramite la sempresialodata Maria Luisa Battiato)

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Maria Gaetana Agnesi, la matematica stregata dalla cruna

Storie calme di donne inquiete/11

Con 20 tra fratelli e sorelle che il padre Pietro ebbe da tre donne diverse, due delle quali morte di parti e solo la terza sopravvissuta ai parti e soprattutto al marito, c’era da rimaner dispersi nella mischia dell’assalto al cognome. Invece Maria Gaetana Agnesi, che non è quella della pasta, ugualmente produsse l’effetto del “silenzio, parla Agnesi” per autorevolezza ed erudizione. Perché Maria Gaetana Agnesi da Milano, nata nel 1718, soprannominata “Oracolo settelingue”, fa la sua figura in tutti i salotti nei quali il babbo la esibisce. Insieme alle lingue studia filosofia e a seguire le matematiche che «ci conducono sicurissimamente a raggiungere la verità e a contemplarla, della qual cosa niente è più piacevole».

In realtà lei, contrariamente agli andazzi del tempo, vorrebbe entrare in convento ma il babbo continua a opporsi. E lei continua a studiare e produrre scritti. Apperciocché alla fine pubblica due tomi di oltre mille pagine denominati Instituzioni Analitiche ad uso della gioventù italiana, di cui “segue la composizione facendo trasferire i torchi dello stampatore Richini in casa sua perché i tipografi facciano come vuole lei”, racconta Sylvie Coyaud, tanto per aver presente il tipino. Dedica tutto a Maria Teresa D’Austria che generosamente la ricompenserà in diamanti. Tomi che mettono ordine tra i trattati sul calcolo infinitesimale, oltre a descrivere i principi base dell’algebra e della geometria analitica e soprattutto scritti in un linguaggio asciutto e comprensibile. Verranno poi tradotti in francese e inglese, cosa che la consacrerà con fama e onori ovunque.

Ma soprattutto, nei tomi, descrive un tipo di curva a forma di campana (i matematici e gli scienziati abbiano pietà di me ma tocca farsi capire purannoi) che chiamò “versiera”, nome usato ancora oggi per definirla.

Gli è però che, traducendola in inglese, la chiamarono “witch of Agnesi”, cioè “la strega di Agnesi”, il traduttore confondendo “versiera” con “avversiera” cioè “avversaria di Dio” e quindi per estensione strega. Al punto che ancora oggi nel mondo anglosassone e in paesi come Messico e Spagna, la curva è nota come “la strega di Agnesi”. E siccome ormai il tasso di successo lo certifica Google, i creativi di Mountain View le dedicarono un doodle nel 296mo anniversario della sua nascita, questo:

Maria Gaetana Agnesi google

A un certo punto Papa Benedetto XIV le regala una corona di pietre preziose legate in oro ma soprattutto la cattedra di matematica all’università di Bologna. Cosa impensabile per una donna. Lei ringrazia. Ma non ci va. Perché la sua aspirazione è assistere i bisognosi accogliendoli a casa sua. L’ospizio in salotto. A un certo punto muore il padre e a quel punto finalmente può dedicarsi completamente a quello che più le aggrada: via tutte le Accademie, prolusioni, conferenze, Maria Gaetana diventa a tutti gli effetti una suora laica, tipo una Madre Teresa di Calcutta ma senza voti. E metterà su un ospedale anche rivendendosi i diamanti di Maria Teresa, nel senso quella D’Austria.

Nel 1771, è nominata direttrice (Priora) del reparto femminile del Luogo Pio Trivulzio -sì proprio quello che a noi arriverà in notorietà circa 200 anni dopo prevalentemente per le malefatte di Mario Chiesa- Pio Trivulzio nel quale morirà in povertà nel 1799, sepolta in una fossa comune come da sua richiesta.

Maria Gaetana Agnesi, la scienziata che disse No alla fama e alla ricchezza. “Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli” ammonisce il Vangelo di Matteo: e dunque eccola, Maria Gaetana Agnesi, la compassionevole matematica stregata dalla cruna.

Maria Gaetana Agnesi

 

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Anna Morandi Manzolini, la madre di tutte le Bones

Storie calme di donne inquiete/10

Trasformò il salotto buono in una morgue. Avrebbe dovuto suonarci la spinetta o ricamare a punto croce e invece ci dissezionava cadaveri sostanzialmente creando il primo istituto di medicina legale. Nel tinello: signori, Anna Morandi Manzolinida Bologna, nata nell’anno di grazia 1714, apripista di Bones e di Kay Scarpetta, anatomista e scultrice, ammirata e richiesta in tutte le corti d’Europa, nel frattempo allevando otto figli, vedendone morire sei e dovendo a un certo punto assistere anche il marito, Giovanni Manzolini professore di anatomia con il quale lavorò fianco a fianco, supportandolo nelle crisi depressive andando anche a insegnare al posto suo. Anna Morandini Manzolini, madre di otto figli ma anche dell’anatomia funzionale, quella capace di coniugare la morfologia di un organo alla sua funzione.

Come non bastasse a un certo punto il marito muore lasciandole una discreta barcata di debiti, tanto da dover affidare il primo figlio a un istituto di carità. Ma Anna Morandi vedova Manzolini non si perde d’animo e continua a modellare in cera preparati anatomici di rara qualità, essendo capace di “riprodurre con esattezza parti anatomiche che fino ad allora nessuno studioso era stato in grado d’indagare”, al punto da surclassare il fu marito in successi artistici e accademici. A un certo punto, sentiteunpo’, in un’epoca in cui le donne non avrebbero neanche dovuto ipotizzare il verbo lavorare, Anna Morandi Manzolini nel 1769 intenta un abbozzo di trattativa sindacale e chiede addirittura un aumento del suo onorario: richiesta respinta dall’assunteria di Studio. A quel punto accetta “l’offerta del senatore Girolamo Ranuzzi che acquistò tutte le sue preparazioni, gli strumenti e la biblioteca e le offrì anche un appartamento nel proprio palazzo”.

Ormai è una star, richiesta ovunque financo da Caterina II di Russia. Lei se ne resta a Bologna e continua a brillare da lì, ceroplasta inarrivabile anche grazie a propri “segreti” di lavorazione. Muore nel 1774. Sulla lapide -e come ti sbagli- viene definita moglie amorevole e madre: solo nella terza riga si leggerà “Artista colta ricercatrice insegnante brillante”.

Temperance “Bones” Brennan,

Bones

ora anche tu sai da dove arrivi. E chi devi ringraziare.

Anna Morandi Manzolini

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Il poeta più erotico del Seicento era femmina e portava il velo: suor Juana Inès

Storie calme di donne inquiete/9

Presi i voti perché, pur sapendo che lo stato monacale presentava aspetti (…) che non mi andavano a genio, era comunque, per il netto rifiuto che provavo del matrimonio, la cosa meno fuori luogo e più congrua che potessi scegliere per la mia salvazione; al quale progetto (come al fine più importante) cedettero e piegarono il capo tutti i miei capriccetti, ossia il desiderio di vivere sola, di non avere alcuna occupazione che intralciasse la libertà dei miei studi, ne’ rumore di comunità che disturbasse il quieto silenzio dei miei libri”.

Poi dice che tocca fare per non sposarsi. Ed eccola, suor Juana Inès de la Cruz da San Miguel Nepantla, Mexico. Una che a 3 anni già sapeva leggere e scrivere (all’insaputa della mamma, analfabeta a capo di una masseria) non mangiava formaggio pensando che ritardasse l’attività intellettuale e si tagliava i capelli ogni volta che non raggiungeva un obiettivo di studio.

La sua vita sono i suoi libri. Quelli che legge e quelli che scrive, di filosofia, matematica, astronomia, poesia. E la vita di corte dai Viceré Antonio Sebastiàn de Toledo e Leonor Carreto, alla quale la introducono gli zii di Città del Messico, dal quale nel frattempo la mamma l’ha mandata: lì entra di corsa a far parte delle dame della Viceregina, con il titolo di “amatissima” e inizia a comporre versi appassionati per Leonor prima e per María Luisa Manrique de Lara che le succederà poi.

Una suora di intelletto geniale che scrive poesie d’amore per altre donne nella Spagna del 1600 e che trasforma la sua cella in un salotto letterario e intellettuale. La sua fama inizia a correre, vola apprezzata in Spagna ma va a sbattere sulla porta dell’Arcivescovado messicano dell’Obispo Francisco Aguiar y Sejias, uno che spazzava i pavimenti di casa dopo che ci avevano camminato sopra le donne, per capirci. Chevvelodicoaffare? Per suor Inès è l’inizio della fine. E’ costretta a ritrattare tutto ciò che aveva scritto e a presentare una sequela di  “umilianti documenti attestanti la sua rinuncia all’attività di letterata e a consegnare tutti i libri e gli strumenti musicali e scientifici ricevuti in dono all’arcivescovo Aguiar y Seijas, perché li venda devolvendo il ricavato ai poveri. Atterrita e psicologicamente annientata Suor Juana inizia a castigare il proprio corpo con cilici e flagelli”.

Arriverà poco dopo, nel 1695, un’epidemia forse di peste, a portarsela via e sottrarla alla mortificazione perenne di dover “crocifiggere le sue passioni”. Non prima di aver portato la Bibbia come prova a favore (con la giudice Debora, le regine Saba ed Ester, la profetessa Abigaele) del diritto delle donne di studiare, conoscere, ad amare secondo le proprie inclinazioni.

Suor Juana Ines

“A tormentarmi, mondo, hai interesse?
In che ti offendo, quando solo tento di dar bellezze al mio intendimento, e no il mio intendimento alle bellezze?
Io non stimo tesori né ricchezze; sicché sempre è maggiore il mio contento se do ricchezze al mio intendimento e no il mio intendimento alle ricchezze.
E non stimo avvenenza che, asservita, sia una spoglia civile delle età, né ricchezza mi abbaglia malgradita, prediligendo, in ogni verità, consumar vanità della mia vita a consumar la vita in vanità”.

(suor Juana mi è arrivata da Tiziana Perna, sempresialodata, che mi ha inviato anche questa poesia)

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Il diritto di contare

Per andarlo a vedere abbiamo riconvocato il team Suffragette apperciocché i film di cosedidonne visti insieme fanno bene e fanno quantomeno meglio. La spedizione di femmine composta da Fiorella, Roberta e la quippresente -stavolta allargandoci alla Shylocknostra- si dirigeva come un sol uomo al Barberini previo rifornimento di un bicchierozzo a forma di sputnik pieno di liquirizie a rotella e gelatine.

Mary Jackson, Dorothy Vaughan e Katherine Goble Johnson: donne, nere e giovani scienziate negli anni Sessanta. Quando si dice la vita tutta in salita. Senonché invece se il 20 febbraio 1962 l’America potè lanciare il suo primo uomo bianco -John Glenn- nello spazio lo fece anche grazie a queste tre donne nere. Portatrici d’acqua alla causa per la quale alla storia passarono altri.

“Il diritto di contare” è la storia di quell’impresa, è il riscatto per le donne afroamericane che resero possibile quell’impresa, è un tardivo ma apprezzabile togliere dall’oblìo un pezzo di storia ma è soprattutto un impagabile Daje-co-sta-matematica per tutte le ragazze e tutte le mamme di ragazze.

Una storia vera che sembra un film e infatti lo diventa, un titolo geniale (o “polisemico”, come chiosava Fiorella) che unisce la questione farcela alla questione numeri, un casting azzeccato, la retorica americana ma anche una sceneggiatura condita di battute efficaci, alla fine producono un effetto self-coaching: perché più che dopo due ore di cinema ci si alza come dopo due ore con Roberto Coach-di-te-stesso Re.

Il diritto di contare

Un solo sbaglio, credo però, non bisogna fare: alzarsi dalla poltrona pensando di aver visto una ricostruzione storica di conquiste acquisite. Perché, a guardarlo dall’Italia, quel diritto delle donne a occuparsi di scienza non è acquisito manco per niente. Alle scuole superiori le ragazze rappresentano oltre il 50% degli studenti ma sono il 30% dei professori associati, il 20% dei professori ordinari e fra gli 80 rettori italiani le donne sono 5 (dati Fondazione L’Oreal).

Per non andare troppo lontano, anche come date, informo infine che ne I Dialoghi matematici, rassegna in corso all’Auditorium di Roma organizzata da Il Mulino, dal 5 marzo al 28 maggio nei 6 incontri con 13 ospiti fra matematici, filosofi, economisti, fisici e associati più 1 moderatore non troverete neanche una donna. Ripeto: neanche una. A Elisabetta Pacini che glielo ha fatto notare (e che ne ha dato notizia in un post su Facebook) così è stato risposto:

“Gentilissima,
condividiamo la sua osservazione, durante la stesura del programma dei “Dialoghi matematici” abbiamo individuato più donne che in modo eccellente avrebbero rappresentato il mondo scientifico e matematico, purtroppo – per diversi motivi – non siamo riusciti a inserirle nel calendario di questa rassegna. La presenza femminile sarà uno degli obiettivi della prossima edizione.

La ringrazio per l’attenzione e le porgo un cordiale saluto

Relazioni esterne”

Il diritto di contare. Di contare male. Perché va bene donne che portano uomini in orbita o sulla luna. Ma addirittura uomini che portano una matematica su un palco a parlare di matematica questo magari più in là.

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