Pillole di pensieri spaiati, tra alti e bassi. Soprattutto fragili. Perché non sempre basta un po' di zucchero ma a volte la leggerezza di quello a velo aiuta.

L’aria ruffiana e leggera del martedì sera

Cara Meri,
dopo anni e anni di onorato servizio nel comparto speciale delle “donne del martedì”, finalmente ho capito, si è alzato il velo sulla sostanziale differenza che c’è tra un appuntamento nei giorni lavorativi ed uno nel week end.
Dopo un’attenta analisi, dopo aver archiviato tanti di quegli appuntamenti infrasettimanali da far invidia all’ufficio anagrafe del comune di Roma, posso con certezza, pressoché scientifica, asserire che: se un uomo ti invita ad uscire dal lunedì al giovedì non gli piaci abbastanza, gliene importa ben poco di te.
Restano fuori dalla ricerca antropologica gli uomini che svolgono lavori nel week end, come cuochi, chirurghi del pronto soccorso e calciatori della Serie A.
L’indice di gradimento di un uomo, nei confronti di una donna, che invita ad uscire, è direttamente proporzionale alla scelta del giorno dell’appuntamento in questione: più è vicino al week end più gli piaci e quindi c’è possibilità che abbia intenzioni serie di vederti ancora.
Gli appuntamenti durante la settimana hanno sempre una via di uscita: “domani lavoro sul primo turno, è meglio andare… non posso dormire da te, c’è tanto traffico da casa tua al mio ufficio… ho scongelato una fettina da portare in ufficio per il pranzo di domani, sarebbe un peccatore sprecarla…”.
Tutto cambia se l’appuntamento si svolge dal venerdì sera in poi: lui sa che non ha scuse per non dormire con te, sa che potrebbe saltare il pranzo da mammà, che se va tutto bene, c’è anche la possibilità di non riuscire a vedere la partita sacra della domenica pomeriggio. E se un uomo è pronto a correre rischi così seri, l’unico motivo è che sia realmente interessato a te, tutto il resto è noia, come si dice, solo un modo per impegnare la settimana.
È nel week end che scegliamo di fare ciò che ci piace veramente.

Meri, e sai come ho capito tutto questo? L’ho capito solo quando ho iniziato anch’io a ricevere inviti per il week end, quando Marco ha iniziato ad invitarmi per il pranzo del sabato o, meglio, per il brunch della domenica che poi si è prolungato fino alla colazione del lunedì, prima di andare lui a lavoro ed io all’università, con la voglia e la sicurezza di rivedersi ancora.
Questo per dire che non è mai troppo tardi per cambiare lo status di “abbonata alle uscite del martedì”!
Raffa

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Sanna Claus

E dunque arriva dal Paese di Babbo Natale, Sanna Marin. Questa prima ministra donna della Finlandia che, con i suoi 34 anni, oggi diventa la prima ministra più giovane del mondo. Come non bastasse lei, guiderà un governo di coalizione con altri quattro partiti di centrosinistra, tutti guidati da donne: l’Alleanza di sinistra da Li Anderson, 32 anni; la Lega Verde da Maria Ohisalo, 34 anni; il Partito di Centro da Katri Kulmuni, 32 anni; il Partito Popolare Svedese di Finlandia, che rappresenta la minoranza linguistica svedese del paese, di Anna-Maja Henriksson, 55 anni.

Il suo programma ha tre voci: crisi climatica, lavoro, disuguaglianze. Vedremo cosa saranno capaci di fare, tutte e tutti. Per ora questo viso sta facendo improvvisamente invecchiare il resto del mondo politico oltre quanto già lo fosse fino a ieri.

Non credo che la carta d’identità e il corredo cromosomico siano un valore, lo dico da donna e dall’alto della mia menopausa. Credo però che certi gesti e certe scelte possano aiutare tutti, uomini e donne, a fare qualche passo avanti, ad avere meno paura.

Leggo infine entusiasti commenti di politici nostrani maschi i cui staff si compongono di maschi e che promuovono in ruoli di potere soli maschi. Attendo quindi che Babbo Natale ci porti anche le conseguenze di questo entusiasmo in termini più concreti e impegnativi di una dichiarazione alle agenzie di stampa.

Sanna Claus, confidiamo in te.

 

 


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Nilde Iotti, quanto ci sei, quanto ci manchi

Vi ho viste e visti, sa, ieri sera incollati davanti a Rai1 con gli occhi che ogni tanto trattenevano i lucciconi. Vi ho viste e visti al cospetto di Nilde Iotti, seguirla mentre scalava con fatica ma anche con determinazione le montagne del diritto di una donna di far parte della vita del partito, del Paese, del cuore.

Lei, la prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato, venne eletta nel 1979. Fu Presidente della Camera per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata.

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Nilde Iotti che a quell’amore impossibile in tempi bacchettoni scrive “… Ti amerò sempre come ti ho amato dal primo giorno, come ti amo oggi” ma allo stesso tempo aggiunge “Nella mia vita potrei accettare di tutto, salvo che di non lavorare, di non essere me stessa”. Con quell’amore illegittimo adottò anche una figliola.

Il film la segue parallelamente alla vita di una bimba che assiste all’attentato a Togliatti e che crescerà seguendo la scia luminosa del suo impegno e del suo sguardo diventando poi giornalista. E ieri sera c’è stata anche chi, nei filmati di repertorio, si è riconosciuta giovane e piena di speranze accanto a lei mentre Nilde saliva e scendeva sull’altrui scale della Sapienza.

Nilde Iotti, lo sguardo più sereno e indomito della Repubblica. Quello sguardo e quella determinazione con i quali terrà testa a tutti i leader di Pci e Dc aiutando il cammino delle donne e del Paese, comprese le battaglia di divorzio e aborto. Quando il 20 giugno del 1979 per la prima volta sale sullo scranno più alto della Camera questo, tra l’altro, dice:

“Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute il 18 novembre 1999. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso. Morì pochi giorni dopo, il 4 dicembre.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.

E ieri sera, sui titoli di coda, un solo pensiero e un brivido mi hanno attraversata: dove saremmo, oggi, se lei ieri si fosse arresa?

 


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Caccia alla notizia

E’ l’alba del 17 marzo 2014 quando una forte scossa di terremoto colpisce Beverly Hills. La corsa a dare per primi la notizia la vince il “Los Angeles Times”. Ma l’articolo non è opera di un giornalista: lo ha scritto quasi in tempo reale un robot.

Alle 6:25 di quella mattina Ken Schwencke, giornalista e programmatore del Los Angeles Times nonché estensore dell’articolo finale, è stato effettivamente svegliato dal terremoto, è rotolato giù dal letto e si è precipitato davanti al suo computer (avrebbe dovuto precipitarsi in strada ma, è risaputo, la categoria non eccelle in prudenza quando si trova a tu per tu con una notizia).

Schwencke corre dunque verso il pc sul quale il grosso del pezzo è stato già scritto da Quakebot. A lui a quel punto non rimane che dare una veloce controllata e premere “Pubblica”. Tre minuti in tutto. Praticamente imbattibile.
Questa è la cattiva notizia. Ma ce n’è una buona, molto buona, per i pazzi scellerati che ancora si ostinassero a voler fare i giornalisti.

Quella buona ve la darò domani, alle 16,30 a Più libri più liberi, Sala Antares. Quello che avete letto più su è l’incipit della Prefazione che mi hanno chiesto per un libro sul giornalismo -che presenteremo domani- scritto da Paolo Castiglia, docente a Roma Tre.

Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa, diceva Leo Longanesi. Speriamo che non sia proprioproprio così pure domani. Vi aspetto.

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AstroPop/ Quel gran sexy del Sagittario

Sagittario, 22 novembre 23 dicembre

Eccolo qui il Grande Viaggiatore dello Zodiaco, che, guidato da Giove, il più benefico dei pianeti, trovi sempre con la valigia in mano, pronto a partire per esplorare nuovi mondi, nuove idee, nuovi orizzonti.

Ottimista, simpatico, easy. Un po’ come il qui a-d-o-r-a-t-o John Malkovich che, a dispetto del torbido, e indimenticabile, Valmont delle Relazioni Pericolose, è un Sagittario in piena regola. Nei dintorni di Hollywood, solo un Sagittario come lui si può infatti permettere di portare senza botox, senza ritocchi, con naturale degagement, e infischiandosene che si vedano tutti, i suoi quasi 66 anni. Rimanendo però sexy proprio – se non di più – come ai tempi di Valmont. Perché, da autentico rappresentante del segno, è allergico a manipolazioni e ricostruzioni (anche quelle da ritocchini), amante della naturalezza e bisognoso di una certa serenità, che, per un Sagittario, è sempre un grande elemento di equilibrio.

Solare, vitale, buon amico, il Nostro tende però anche a essere un tantino superficiale, ma non della superficialità dei Gemelli, che quando sentono puzza di complicazioni, nel dubbio se la svignano. Il Sagittario non sfugge alle responsabilità, solo è tantissimamente curioso, quindi facilmente annoiabile. Da qui il suo essere piuttosto incostante e con una certa tendenza al guardarsi intorno: nel caso amaste un Sagittario mettete in conto che è uno che tradisce, ma, appunto, solo per curiosità, anche e soprattutto intellettuale. Quindi, se saprete trovare il modo di non impantofolirvi davanti alla tv, e soprattutto, di non impantofolire lui, potreste sbaragliare potenziali rivali e arrivare a festeggiare felicemente nozze d’oro et similia.

Dotato di un’intelligenza veloce che dà il meglio nelle cose che lo interessano sommamente, il Sagittario è un insegnante naturale e un intellettuale non trombone, anche se nel suo lato ombra, magari se c’è lo zampino di un Saturno imponente, può manifestare dogmatismi anche inaspettatamente rigidi. E dovrebbe comunque resistere alla tendenza a convertire a tutti i costi in nome di una qualche Verità in cui crede profondamente. Ma gli alti magari no.

Il 2020 consolida. E  al compleanno si brinda in famiglia. In attesa dei botti di Capodanno.

Beneficati fino al 2 dicembre da Giove (il loro governatore), nel segno, i Sagittari arrivano da un anno di espansione. Nel 2019 hanno potuto prendersi più di una soddisfazione nell’affermazione dei propri punti di vista e pure in quella di sé, anche se magari a questo non ha corrisposto una giusta contropartita economica o di avanzamento professionale. Nel 2020 avranno occasione di concretizzare e di raccogliere i frutti del seminato, anche se, con Nettuno già da qualche tempo in posizione difficile nel settore della casa e della famiglia, si sentiranno forse disorientati, un po’ confusi e annebbiati, come se fossero chiamati a fare una revisione del loro modo di viverla, magari anche alla luce di nuove occasioni professionali. In qualche caso potrebbero invece vivere situazioni poco chiare che incubano proprio nella propria famiglia o in quella di origine.

In ogni caso, quello che viene sarà un anno in cui, Sagittari Nostri, passerete dalla progettualità ai fatti. Solo, con Mercurio dissonante, serve un po’ di attenzione agli affari e alle transazioni finanziarie fra i primi di febbraio e e primi di aprile. Mentre da fine giugno fino all’inizio del 2021, con Marte in aspetto positivo dall’amico Ariete, potrete cogliere l’occasione per affermarvi con fiducia e sviluppare iniziative anche vincenti.

Il compleanno vi coglie con la marcia ingranata nel lavoro: si annunciano cambi di mansioni, forse qualche promozione con conseguente ricaduta in termini di compenso. Ma serve concentrazione e capacità di cogliere al volo le opportunità di concretizzazione che questa coda del 2019 vi offre.

Sull’amore no news good news. Non sarà l’heartbeat a primeggiare quest’anno alla vostra festa, ma solo perché non è questo il momento di scossoni o di folgorazioni passionali. Le coppie di lunga data che funzionano si scalderanno nelle loro sicurezze, quelle che Nettuno sta smottando andranno momentaneamente in time out e i single faranno festa con gli amici. Ma non angustiatevi, la passione è rimandata di poco: a un passo dai fuochi artificiali di Capodanno, che torneranno a far battere forte il vostro cuore. Voi, comunque, non derogate alla tradizione, e indossate qualcosa di rosso (e di nuovo), che male non fa.

Sicché Sagittari e Sagittarie Nostri: dai che è arrivato il tempo della raccolta. Ma occhio alle nebbie.

Per sempre vostra

Maga Bagò

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L’eccidio, e il silenzio, di Pietransieri

E’ una mattina di novembre quando il maresciallo Albert Kesselring fa affiggere un manifesto a Rivisondoli, Pescocostanzo, Roccaraso, Roccacinquemiglia e Pietransieri:

“Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”. Cioè la fucilazione sul posto.

E no, gli abitanti di Pietransieri non ubbidirono ai nazisti. Si rifugiarono nel bosco di Limmari. Ma fu proprio lì che li raggiunsero e li fucilarono, uno per uno: morirono così 128 persone fra le quali 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese. Era il 21 novembre 1943. I corpi restarono abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve, fino alla primavera del 1944.

Furono trucidati per un semplice sospetto. Il sospetto che la popolazione civile potesse sostenere i partigiani

I tedeschi, comandati dal tenente Schulemburg, all’inizio si accanirono contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato. Poi passarono alle persone. La strage si compì fra il 16 e il 21 novembre. “Alcuni pietransieresi,vennero sorpresi e fatti saltare all’interno dei casolari. Molti altri vennero uccisi, con fucilazioni di massa, l’unica superstite fu Virginia Macerelli, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma”.

L’eccidio di Limmari, o eccidio di Pietransieri, è rimasto, fra gli orrori di guerra, un po’ come quei corpi sotto la neve nella boscaglia: occultato. Così come nascosti sono rimasti l’eroismo e il sacrificio della Valle del Sangro, nell’autunno del 1943, dove i tedeschi sul Trigno contrastarono più duramente l’avanzata degli alleati.

Pietransieri, oggi frazione del comune di Roccaraso, non ha dimenticato mai. Ha eretto anche un sacrario, nel quale mi accompagnò qualche anno fa il mio amico Pasquale di San Pietro Avellana e nel quale ho voluto portare mia nipote, questa estate. Ci siamo andate tutte insieme, mia madre, mia sorella mia nipote e la quippresente (accompagnate dall’eroico marito di mia sorella): tre generazioni di donne davanti a quel Sacrario.

Un po’ di giustizia è arrivata solo due anni fa, 74 anni dopo, con una sentenza storica del Tribunale di Sulmona, che ha condannato la Germania a risarcire il Comune e i parenti delle vittime.
Il silenzio, invece, continua.
Interrompiamolo almeno noi, oggi.

 

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Tre metri sopra la memoria: arrivano le Donne Stradarole

E’ il 1926 quando un quotidiano berlinese riferisce che “l’Esimia Professoressa Meitner ha inaugurato l’anno accademico con una lezione di fisica cosmetica”. L’Esimia Professoressa si è in realtà occupata di fisica cosmologica ma evidentemente i tempi non sono maturi per prendere atto che una donna possa occuparsi del decadimento del plutonio anziché di quello del contorno occhi.

Di Lise Meitner parlammo qui: fu lei a scoprire la fissione nucleare ma il Nobel, per quella scoperta, lo diedero al chimico con cui collaborava, Otto Hahn, che lo ritirerà nel 1946 senza manco citarla nel discorso di ringraziamento. Nonostante ciò Lise, discriminata dal mondo scientifico perché donna e per le sue origini ebraiche durante l’avvento del nazismo, riceverà il premio Enrico Fermi nel 1966 e continuerà a scriversi affettuosamente con Hahn. Poi dice che sono le femmine, quelle rancorose. Ma soprattutto continuerà ad andare in giro per il mondo per aiutare l’ingresso delle donne nella ricerca e nei lavori intellettuali.

Ora c’è che Lise Meitner sarà una delle prime quattro Donne Stradarole a Roma. E cioè? E cioè avete presente quando a volte, passeggiando per Roma, alzate lo sguardo e trovate una Madonnina dentro un’edicola? Ebbene a Roma, alla Garbatella, stanno per arrivare quattro “edicole” laiche, in legno, dedicate a quattro figure femminili dimenticate, realizzate da altrettante artiste.

Si chiama Memorie di Donne Stradarole ed è un progetto dell’Associazione Le Funambole, realizzato grazie al finanziamento del Municipio Roma VIII e nato da un’idea dell’artista Marta Cavicchioni, in collaborazione con Minerva Lab Sapienza.

E dunque Micaela Serino dedicherà la sua opera a Raffaella Chiatti, detta Sora Lella del lotto 7, che nel settembre del ’43, divenne partigiana del VII GAP come unica donna, dato che il suo lavoro alla Croce Rossa la esentava dal coprifuoco, rendendola una staffetta ideale; Marta Cavicchioni interpreterà Maria De Zayas, scrittrice spagnola del ‘600, che per prima denunciò nei suoi racconti il ruolo subalterno della donna e la violenza di genere, sollecitando le donne a cercare l’indipendenza e gli uomini a educarsi alla non violenza; Debora Malis realizzerà l’edicola dedicata a Lise Meitner; Cecilia Milza rappresenterà, invece, la pianista e cantante Hazel Scott, che vide l’apice del suo successo tra gli anni ’30 e ’50 nell’America carica di pregiudizi razziali: rifiutandosi di esibirsi nei luoghi in cui vigeva la segregazione e lottando per la difesa dei diritti delle donne, finì nella black-list dei professionisti del mondo dello spettacolo ritenuti antiamericani e filocomunisti.

Le Madonnelle stradarole illuminano le vie dei viandanti romani dal Rinascimento: sono dipinte nelle edicole ai lati dei palazzi, spesso al centro degli incroci, e avevano il compito di fare luce, in tutti i sensi, visto che c’erano sempre fiaccole o candele accanto. L’incuria di una città sempre più allo sbando le ha nel frattempo spente. Le Donne stradarole saranno presentate sabato 7 Dicembre, alle 15, con una “passeggiata narrante“. Ma ve ne riparlerò per ricordarvelo.

Nel frattempo speriamo che le donne stradarole possano illuminare un po’ il buio dei nuovi MedioEvi del patriarcato.

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L’ufficiale, la spia e il prezzo del coraggio

E’ alla fine della proiezione, mentre ci alziamo per andarcene, che in fondo alla sala dell’Eliseo Luca Barbareschi la prende sotto braccio e dice: “Emmanuelle ici”. Lei è Emmanuelle Seigner, sempre splendida anche se “segnata”. Segnata soprattutto dal fatto di essere attrice-moglie del regista, Roman Polanski, accusato di violenza sessuale, in Francia (che l’ex attrice e fotografa Valentine Monnier sostiene di aver subito dal regista nel 1975.

“L’ufficiale e la spia”, la ricostruzione di una delle più drammatiche fakenews della storia, quella del “caso Dreyfus”, duole dirlo ma è un bel film. Duole perché è impossibile non tener conto dell’impatto emotivo che le vicende del suo regista hanno su chi guarda, dunque anche sulla sottoscritta.

E ancora di più, quindi, colpiscono le parole della dolente Seigner: “Il film di Roman è importante e cerca di dimostrare che chi è accusato non è automaticamente colpevole”. E ancora “Affronta temi attuali come l’antisemitismo, il razzismo, l’odio per l’altro, il rapporto con la verità. Si parla di fatti attuali perché malgrado il progresso scientifico e tecnico gli uomini continuano a essere stupidi e cattivi”.

Il caso Dreyfus, dunque, uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia. Il film si apre nel cortile dell’École Militaire di Parigi, dove Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia all’umiliante degradazione di Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi.

Disonore, esilio, condanna e confino nella Guyana francese. La vita si accanisce contro Dreyfus. Ma. Ma sarà proprio Picquart, che per sua ammissione gli ebrei non li ama, una volta nominato responsabile della stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus, a vendicarlo e a restituirgli l’onore.

E siccome nella vita niente è gratis anche Picquart verrà perseguitato, arrestato, vessato. Lui non si ferma davanti a niente. La legge morale dentro di me, il cielo antisemita sopra. Non si ferma “perché tu hai ragione”. Già, eccola l’incarnazione di quel “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita per consentirti di dirlo” che no, non scrisse Voltaire ma Evelyn Beatrice Hall (già che ci siamo diamo anche a lei il giusto riscatto). Voltaire no, quindi, ma Wittgenstein mi è tornato in mente:

“Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio”.

Il coraggio di Picquart, di Dreyfus, di Emile Zola che alla fine pubblica quel J’accuse che farà nascere, oltre alla riscossa, anche la figura dell’intellettuale.

Il film è una minuziosa, in tutti i sensi, ricostruzione di bigliettini e carteggi. Il detective della minuzia. La storia universale che prende un verso o un altro a seconda dei piccoli frammenti di carta falsificati messi o espunti da una cartellina. Perché la vita, la storia e l’amore, alla fine si misurano -e si salvano- non con gli epici gesti una tantum ma con la quotidiana cura messa nei dettagli.

Sei anni di lavorazione, 132 minuti di durata, prodotto da Luca Barbareschi e Rai Cinema, esce giovedì prossimo nelle sale. Io non so se Polanski sia colpevole di ciò di cui è accusato. So che questo film colpisce al cuore. E a un film non chiedo altro.

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StoryPop, Companies Talks sbarca su Forbes e su Sky

Lui ebbe una bellissima idea.
Poi un giorno disse a lei “Sì ma secondo me dovremmo lavorare diversamente sui testi”.
Lei allora gli disse: “Io una ce l’ho”.

Allora lui incontrò Io-Una-ce-l’ho e le chiese:
“Si tratta di scrivere per il teatro, business storytelling, lei di che si occupa?”
E lei: “Di cuorinfranti”
E’ a quel punto che lui svenne e poi le licenziò tutte e du… Ah no? Non la licenziò? La prese? Ma, davvero?

Poi dice che gli uomini non tengono coraggio: folli, sono.

Lui, che si chiama Andrea Dotti, aveva anche una grande regista, che si chiama Tiziana Sensi, e attrici e attori strepitosi ai quali si affiancarono pure dei musicisti che lèvatiproprio.

E fu così che stasera tutta questa cosa approda su FORBES, su SKY e su TIVÙ SAT: alle 22,30 COMPANIES TALKS andrà in onda in prima visione per quattro lunedì consecutivi

su Sky 511,
per chi non ha Sky c’è Tivù Sat canale 61
oppure online su Bfcvideo.com,
(poi in replica più volte durante la settimana): non avete scampo, proprio.

Stasera si inizia con Google. Poi arriveranno Facebook, Amazon e AirBnb.

Il cuorinfranto non è bello ma è certamente sottovalutato. Tutto sommato, male che vada, può portarvi fino a qui.

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Burioni, l’omeopatia e Julio Iglesias

La premessa la faccio sempre: Roberto Burioni è mio amico. Da prima che fosse il Torquemada della trivalente. A lui rimprovero solo una dissennata fede laziale. L’avvertenza è necessaria perché ogni volta che parlo dei suoi libri con entusiasmo voi siate autorizzati a pensare che ciò sia dovuto o all’ansia di fare una marchetta o a quella di compiacerlo.

Ed è stato con sollievo che stavolta mi son detta Oh finalmente ne posso parlare malissimo. Perché stavolta Burioni il libro l’ha scritto contro l’omeopatia. E chi di noi, nella vita, non potrebbe testimoniare di aver fatto ricorso con successo alla Nux Vomica 6ch? O, già che siamo in periodo pre-influenzale, all’Oscillococcinum? 

Mi preparavo dunque, finalmente, a remargli contro quando, ingurgitando le sue 200 pagine di “Omeopatia, bugie, leggende e verità” a un certo punto ho pensato che si fosse, lui, bevuto il cervello. Perché, narrando del felicissimo caso risolto di una donna affetta da una grave depressione che le stava rovinando la vita, Burioni scrive che il preparato omeopatico grazie al quale è guarita conteneva una diluizione infinitesimale di… Muro di Berlino. Ve lo ripeto: granulini contenenti acqua e Muro di Berlino. E ce ne sono che contengono infinitesimali diluizioni anche di Vallo di Adriano e di Grande Muraglia Cinese.

Perché se “il simile cura il simile” (dal greco hòmoios -simile- e pàtheia suffisso legato a pàthos che significa “malattia”, scusate non trovo gli accenti giusti su sta caspita di tastiera), cosa può guarire le persone oppresse, bloccate, ostacolate nei loro desideri,  meglio del Murodibberlino?

Ma ci sono prodotti anche a base di diluizione di tasso (sì, proprio l’animale e non voglio sapere perché ma tra i vari effetti ha quello di indurre un “notevole desiderio sessuale”), di diluizione della nave Helvetia (affondata nel 1887 in una baia gallese), di diluizione di colori, di diluizione del Fa -sì la quarta nota musicale- (come la catturano? Boh), diluizioni di Sole (“il rimedio si ottiene esponendo il lattosio ai raggi solari e rimestandolo con una bacchetta di vetrofinché non raggiunge la saturazione. Saturazione di cosa? Non fate i difficili”).

E ancora diluizioni di Luna, di vuoto cosmico e…. basta, io mi fermo qui.

I prodotti omeopatici contengono “il nulla addizionato alla nostra suggestione”, dice Burioni a noi 600 milioni (oltre 100 milioni in Europa), seguiti da 500mila medici omeopati. E quando abbiamo in mano un prodotto omeopatico a una diluizione di 15CH per bere una singola molecola di principio attivo “dovremmo ingurgitare un’intera piscina olimpica da 50 metri”. E in quelle da 30CH bisognerebbe “bere un quantitativo pari a 100 miliardi di volte la massa della Terra”.

Ero lì, inebetita e incredula da giorni, su queste cifre dell’ingurgitamento di piscine quando domenica scorsa ho ascoltato un intervento di Elena Cattaneo, scienziata e senatrice a vita, che le ha ripetute per filo e per segno. E lei credo non sia neanche della Lazio.

Certo avrei voluto dire a Elena Cattaneo che effettivamente io a volte mi sono sentita meglio, dopo aver assunto, forse, la diluizione di Diptyque Do Son, il mio profumo preferito, che magari a poterci fare il bagno.

Ma qui la risposta per me ce l’ha purtroppo il mio amico Robertoburioni:

-Meripo’, sei guarita perché in quei casi saresti guarita lo stesso da sola, quindi anche ascoltando un disco di Julio Iglesias

Qualcosa che non contiene nulla ma della quale crediamo di aver bisogno e che per ciò stesso ci fa stare meglio. L’omeopatia, altra grande metafora dell’amore.

E allora amiche e amicimiei, ascoltiamoci “Se mi lasci non vale”, che avevo giusto voglia di Nux Vomica.

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