Il modo peggiore per dirsi addio? Non dirsi niente


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Cara Meri,
un anno. Un anno pieno di un sacco di cose. Anche di due case diverse nelle quali vivevamo insieme un po’ da me un po’ da te e anche un po’ ciascun per se’ che non fa mai male.
Poi una mattina dice “ci sentiamo dopo”. L’hai più sentito, tu? Dovevamo vederci la sera, ha annullato. “Ci risentiamo”. L’ho cercato e non ha risposto. Inutile proseguire, hai capito, no?
Insomma sparito. Smaterializzato. Da allora sono passati tre mesi. Di silenzio. E smaterializzazione. E ho scoperto che le parole più dolorose sono quelle che non si dicono. Perché un “non ti amo più, ho un’altra, ho un altro, sono sposato”, nulla, nulla mi avrebbe ferita tanto come il silenzio.
Meri, ora che si fa?
Tua
Renata

Cara Renata,
e dunque manco la scoperta della particella di Dio che dà corpo a tutto il creato è riuscita a risolvere, invece, il problema della smaterializzazione improvvisa degli amanti. Nonostante i continui progressi sul bosone resta intatto il mistero sul fifone, il  pusillanime di turno che, nell’impossibilità di articolare tre parole consecutive “scusami è finita” preferisce dire addio nel modo peggiore: non dicendo niente.
Sono certa che la sindrome colga anche nostre gentili colleghe fimmine anche se personalmente non conosco casi di smaterializzazioni fimmine ma non mettiamo limiti alla Provvidenza.
Il presente appello vale dunque per tutti: qualsiasi cosa abbiate da dire, ditela. Si fa un po’ di casino lì per lì ma poi passa. Giuro: passa tutto, anche l’impensabile. Anche se dovete dire che ne avete altre due dalle quali avete avuto due gemelli cadauna, anche se -per dire- dovete confessare che volete votarvi solo alla politica iscrivendovi a un partito di centrosinistra, anche se dovete dire che vi piaceva il nome “Polo della speranza”.

Ditelo. Fatevi questo regalo: uscitene da statisti. Tre paroline ed entrerete nella Hall of Fame di quelli che un giorno andremo a ripescare nello specchietto retrovisore della nostalgia. Perchè, credeteci, arriva il giorno in cui si sente che un po’ ci mancano persino il puttaniere e il bugiardo. Ma l’ameba e il codardo no.
Meri

4 Risposte to “Il modo peggiore per dirsi addio? Non dirsi niente”

  1. Vuoi andartene? Dimmelo, coglione. Dice:

    Una volta, volevo catafottere uno di mazzate.
    Intendiamoci non era una relazione vera, era di sesso.
    Ogni tanto, ma stabili nel tempo. Boh sará durata 6 mesi.
    E insomma questo all’improvviso sparisce.
    E mi sono incazzata come una biscia.
    Li per li, ho deciso di tacere.
    In quanti film ci raccontano la favola del “non ne vale la pena, sei superiore”
    (superiore a chi o cosa lo devo ancora capire.)
    Comunque un giorno lo incontro per caso e lo guardo.
    E vedo lo sguardo di terrore…e allora gli dico “Tranquillo, hai ragione. Ma solo ora capisco che manco ne vale la pena sprecare ossigeno”.
    Però hai ragione tu: PARLATE (n.b. Il ns era solo sesso non relazione) Appostatevi, insultatelo fate quello che vi pare. E non sarà mai una figura di merda. Perché ci si libera.
    E fanculo al bon ton. E devono pure ringraziare che non vengono catafottuti di mazzate.

  2. lanoisette Dice:

    di solito, questi tizi (qualche settimana o qualche mese dopo) tornano. tornano e ti dicono “forse ho sbagliato”.
    forse, però. codardi pure in quello.

  3. MeriPop Dice:

    Capito Renà? Preparati un “certamente tenepuoiandareaqquelpaese”

  4. Barbara Dice:

    Cos’è che rende un uomo un vero uomo? Non quello che fa, ma le sue decisioni: non come inizia una cosa, ma come decide di finirla.

    Dal film “Hellboy” di Guillermo Del Toro

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